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Lectio divina sul libro dell’Esodo

 

a cura di fr. Piergiorgio M. Di Domenico OSM

III lectio anno 2016-17


Esodo 19, 1-20, 21

 

Voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli
(Es 19, 5)

Esodo 19

Al terzo mese dall’uscita degli Israeliti dalla terra d’Egitto, nello stesso giorno, essi arrivarono al deserto del Sinai. Levate le tende da Refidìm, giunsero al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte.
Mosè salì verso Dio, e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: «Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: “Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatto venire fino a me. Ora, se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia infatti è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”. Queste parole dirai agli Israeliti».
Mosè andò, convocò gli anziani del popolo e riferì loro tutte queste parole, come gli aveva ordinato il Signore. Tutto il popolo rispose insieme e disse: «Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!». Mosè tornò dal Signore e riferì le parole del popolo. Il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per venire verso di te in una densa nube, perché il popolo senta quando io parlerò con te e credano per sempre anche a te».
Mosè riferì al Signore le parole del popolo. Il Signore disse a Mosè: «Va’ dal popolo e santificalo, oggi e domani: lavino le loro vesti e si tengano pronti per il terzo giorno, perché nel terzo giorno il Signore scenderà sul monte Sinai, alla vista di tutto il popolo. per il popolo un limite tutto attorno, dicendo: “Guardatevi dal salire sul monte e dal toccarne le falde. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte. Nessuna mano però dovrà toccare costui: dovrà essere lapidato o colpito con tiro di arco. Animale o uomo, non dovrà sopravvivere”. Solo quando suonerà il corno, essi potranno salire sul monte». Mosè scese dal monte verso il popolo; egli fece santificare il popolo, ed essi lavarono le loro vesti. Poi disse al popolo: «Siate pronti per il terzo giorno: non unitevi a donna».
Il terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni e lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di corno: tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore. Allora Mosè fece uscire il popolo dall’accampamento incontro a Dio. Essi stettero in piedi alle falde del monte. Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco, e ne saliva il fumo come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto. Il suono del corno diventava sempre più intenso: Mosè parlava e Dio gli rispondeva con una voce.
Il Signore scese dunque sul monte Sinai, sulla vetta del monte, e il Signore chiamò Mosè sulla vetta del monte. Mosè salì. Il Signore disse a Mosè: «Scendi, scongiura il popolo di non irrompere verso il Signore per vedere, altrimenti ne cadrà una moltitudine! i sacerdoti, che si avvicinano al Signore, si santifichino, altrimenti il Signore si avventerà contro di loro!». Mosè disse al Signore: «Il popolo non può salire al monte Sinai, perché tu stesso ci hai avvertito dicendo: “Delimita il monte e dichiaralo sacro”». Il Signore gli disse: «Va’, scendi, poi salirai tu e Aronne con te. Ma i sacerdoti e il popolo non si precipitino per salire verso il Signore, altrimenti egli si avventerà contro di loro!». Mosè scese verso il popolo e parlò loro.
Con il capitolo 19 inizia la terza parte dell’Esodo comprendente:
- l’alleanza sul Sinai (il decalogo) e il cosiddetto “codice dell’alleanza (19, 1-20, 21; 20, 22-23, 33)
-  la conclusione dell’alleanza (24)
- le norme relative alla costruzione del santuario e ai suoi ministri (25, 1-31,18)
- la vicenda del vitello d’oro, rottura e rinnovo dell’alleanza (32, 1-34, 35)
- la costruzione del santuario (35, 1-40, 38)
I primi tre mesi del viaggio nel deserto sono stati difficili per Mosè e per il popolo. Fame e sete, sfiducia e ribellione contrassegnano gli inizi di un cammino di liberazione e insieme di conversione a un nuovo modo di concepire la propria libertà. A Refidim Mosè ha ridimensionato il suo ruolo di guida, prendendo coscienza che prima di tutto egli deve stare «davanti a Dio». Ora Israele è giunto alla tappa centrale del suo pellegrinaggio: l’incontro con il Signore al Sinai e la sua costituzione come popolo di Dio per mezzo dell’alleanza.
L’alleanza è una istituzione giuridica umana; la Bibbia l’assume come simbolo espressivo del mistero della relazione di Dio con il suo popolo. Ci sono alleanze contratte tra due parenti (cfr. Gen 31, 44-49), tra amici (cfr. 18, 1-4: Davide e Gionata), tra due re (cfr. 1Re 5, 15-32: Salomone e Chiram), in particolare - poiché è la forma di contratto scelta dall’autore biblico riguardo a Dio - tra un re e il suo vassallo (cfr. Ez 17, 13: Nabucodonosor e Sedecia): il sovrano impone al suddito il patto con clausole e condizioni da lui stabilite.  
«Al terzo mese dall’uscita degli Israeliti dalla terra d’Egitto, nello stesso giorno, essi arrivarono al deserto del Sinai» (Es 19, 1). «Nello stesso giorno»: se vogliamo essere aderenti alla lettera del testo, dobbiamo tradurre «proprio in questo giorno». Non un giorno lontano appartenente al passato, ma in questo giorno, oggi. C’è qui un messaggio importante: la legge del Signore viene data oggi, a noi che viviamo in questo tempo e in questo mondo. Israele ha sempre sentito l’uscita dall’Egitto come una realtà sempre viva e così la celebra nella liturgia. In occasione di una festa, probabilmente quella delle Capanne, la recita dei salmi 81 e 95 invita la comunità a ripensare e a intendere meglio la voce che era risuonata negli eventi dell’esodo.
Hai gridato a me nell’angoscia
e io ti ho liberato …
Ascolta, popolo mio, ti voglio ammonire;
Israele se tu mi ascoltassi!
Non ci sia in mezzo a te un altro dio
e non prostrarti a un dio straniero.
Sono io il Signore tuo Dio
che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto…
Se il mio popolo mi ascoltasse,
se Israele camminasse per le mie vie! (Sal 81, 8.9-11.14)
«Se il mio popolo mi ascoltasse …». Lo stesso desiderio di Dio è espresso nel salmo 95, 8: «Ascoltate oggi la sua voce» o meglio: «magari ascoltaste oggi la sua voce!». Desiderio di Dio e desiderio anche nostro: vivere l’esodo come continua uscita da me ed essere soltanto di Dio.
L’attualità perenne dell’esodo è vissuta nella cena pasquale, quando il padre di famiglia spiegherà il rito del pane azzimo come ricordo della liberazione di Israele: «In quel giorni tu istruirai tuo figlio: È a causa di quanto ha fatto il Signore per me, quando sono uscito dall’Egitto» (Es 13, 8). Leggiamo la nota della Bibbia di Gerusalemme a questo versetto: «È a causa di quanto: i commentatori giudei medievali hanno dato a questo importante testo due interpretazioni. – È a causa di questo: di questo rito dei pani senza lievito, che il Signore mi ha liberato. Cioè: perché sottraendomi alla schiavitù del faraone mi sono fatto concretamente il servitore del Signore, allora il Signore mi ha liberato. – È in vista di questo: cioè il Signore mi ha fatto uscire dall’Egitto affinché sia suo servitore, perché osservi il rito dei pani senza lievito. Nei primi secoli della nostra era la Mišnâh commenta così questo versetto: “In ogni generazione bisogna considerarsi come usciti personalmente dall’Egitto”».
Israele, giunto nel deserto del Sinai, si accampa davanti al monte. Solo Mosè sale verso Dio, dal quale riceve l’incarico di comunicare al popolo che tutto quanto egli aveva promesso si è realizzato (cfr. Es 6, 6-7). «Vi ho fatti venire fino a me» (Es 19, 4). Dio è la meta ultima della grande peregrinazione israelita e di ogni cammino umano. Dio conduce verso di sé la storia del mondo, nonostante tutti i fallimenti, i peccati, i tradimenti. Se Dio è il fine ultimo della storia, il mio compito è quello di aiutare il mondo a incamminarsi su questa strada.
Ora, all’offerta gratuita della sua alleanza Dio chiede la risposta del popolo. Se il popolo ascolta e custodisce l’alleanza, diventa la proprietà di Dio. Il termine segullah indica sempre nella Bibbia un particolare rapporto tra Dio e il suo popolo (ha un senso profano solo in Qo 2, 8 e 1Cr 29, 3). Ricorre tre volte in Deuteronomio (“popolo privilegiato”: 7, 6; 14, 2; 26, 18), nel salmo 135, 4 («Il Signore si è scelto Giacobbe,/Israele come sua segullah, possesso»), in Ml 3, 1 («[I timorati di Dio] diverranno – dice il Signore degli eserciti – mia segullah, mia proprietà, nel giorno che io preparo»). Per Dio noi siamo un tesoro prezioso, come viene detto con termini diversi ma tanto efficaci in Is 43,  1-5: «ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni … tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo … Non temere, perché io sono con te». Nel Nuovo Testamento cfr. Tt 2, 14: «[Gesù Cristo] ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e per purificare per sé un popolo particolare, zelante nelle opere buone».
Dio è il creatore del mondo; la terra è sua. «Ma il Signore predilesse soltanto i tuoi padri, li amò e, dopo di loro, ha scelto fra tutti i popoli la loro discendenza, cioè voi, come oggi» (Dt 10, 15).
In Es 19, 4-6 è già contenuto, possiamo dire, l’evangelo, la bella notizia che Dio è vicino a noi, nella nostra storia, per farci persone nuove, libere, un «regno di sacerdoti e una nazione santa», mediatori tra Dio e il mondo, una realtà sacra di cui Dio è geloso. Geremia, idealizzando il tempo del deserto come tempo dell’amore e del fidanzamento, proclama: «Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata. Israele era cosa sacra al Signore, la primizia del suo raccolto; quanti ne osavano mangiare dovevano pagarla» (2, 2-3). Se Dio ci ama e ci rispetta perché siamo ai suoi occhi cosa preziosa e sacra, come è il nostro amore verso gli altri?
Dopo che Mosè ebbe riferito tutte queste cose dette da Dio, «tutto il popolo rispose insieme e disse: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!”» (Es 19, 8). Insieme: una risposta corale. Così Dio vuole che noi andiamo a lui: non da soli, ma insieme agli altri.
«Il Signore disse a Mosè: “Va’ dal popolo e santificalo, oggi e domani … “» (Es 19, 10). Questa santificazione comporta non solo una purificazione esteriore («lavino le loro vesti»), ma anche la rinuncia ai rapporti coniugali («non unitevi a donna»: v. 15). Per l’incontro con Dio, il Santo, è necessaria una preparazione. Il popolo deve porsi in un atteggiamento che favorisca questo incontro, che lo renda capace di entrare in rapporto con Dio, di capirne la volontà e di eseguirla. Qui possiamo vedere un primo e assai tenue accenno a un valore che verrà in piena luce solo nel Nuovo Testamento: la rinuncia cioè ad avere una propria famiglia – che pure è un bene grandissimo – perché si è scoperto che Dio è il bene sommo a cui è giusto donare l’intera persona; tutto il resto è relativo.
«Mosè parlava e Dio gli rispondeva con una voce» (Es 19, 19). La voce di Dio, potente come il tuono (cfr. Salmo 29): «Il Signore vi parlò dal fuoco; voi udivate il suono delle parole, ma non vedevate alcuna figura; vi era soltanto una voce» (Dt 4, 12). Dio non si vede; abbiamo solo la sua parola per conoscerlo. Perciò il popolo è avvertito di «non irrompere verso il Signore per vedere» (Es 19, 21), di non superare i limiti nella pretesa di vedere (cfr. la traduzione della Volgata), una pretesa che produce la morte.        Ciò che dà vita è ascoltare quello che Dio dice. Anche Mosè, che pure è amico di Dio e parla con lui «bocca a bocca» (Nm 12, 8), non può vedere Dio (cfr. Es 33, 20-23). Per questo Gesù proclama: «Beati quelli che non avendo visto crederanno» (Gv 20, 29).  Altre volte, però, ci sono persone che “vedono” Dio e tuttavia restano in vita (cfr. Es 24, 10-11); “vedere”, quindi, può assumere significato e valore diversi.
Il v. 25 del cap.19 è interrotto dall’inserzione delle “dieci parole”. Perciò lo uniamo a Es 20, 18-21: «Tutto il popolo percepiva i tuoni e i lampi, il suono del corno e il monte fumante. Il popolo vide, fu preso da tremore e si tenne lontano. Allora dissero a Mosè: “Parla tu a noi e noi ascolteremo; ma non ci parli Dio, altrimenti moriremo!”. Mosè disse al popolo: “Non abbiate timore: Dio è venuto per mettervi alla prova e perché il suo timore sia sempre su di voi e non pecchiate”. Il popolo si tenne dunque lontano, mentre Mosè avanzò verso la nube oscura dove era Dio».
Il popolo è spaventato dalla manifestazione della potenza di Dio e si affida alla mediazione di Mosè. In Dt 5, 23-31 Mosè rievoca la manifestazione della potenza di Dio e come il popolo abbia udito la sua voce dal fuoco: un fuoco grande dal quale il popolo teme di essere consumato: «se continuiamo a udire ancora la voce del Signore nostro Dio moriremo. Poiché chi tra tutti i mortali ha udito come noi la voce del Dio vivente parlare dal fuoco ed è rimasto vivo?». Il popolo allora prega Mosè: «Avvicinati tu e ascolta quanto il Signore nostro Dio dirà; ci riferirai quanto il Signore nostro Dio ti avrà detto e noi lo ascolteremo e lo faremo». Sono parole che Dio approva: «Ho udito le parole che questo popolo ti ha rivolto; quanto hanno detto va bene» (Dt 5, 28). E vi aggiunge anche il suo desiderio profondo: «Oh, se avessero sempre un tal cuore, da temermi e osservare tutti i miei comandi, per essere felici loro e i loro figli per sempre!» (Dt 5, 29). Sembra che Dio non voglia che noi andiamo direttamente a lui; c’è bisogno di un mediatore. Ancora una volta Mosè riceve questo compito: «tu resta qui con me e io ti detterò tutti i comandi, tutte le leggi e le norme che dovrai insegnare loro, perché le mettano in pratica nel paese che io sto per dare in loro possesso» (Dt 5, 30-31). Non solo stare davanti a Dio, ma anche rimanere con Dio, come gli apostoli che Gesù sceglie prima di tutto perché stiano con lui (cfr. Mc 3, 14). L’autore della lettera agli Ebrei mette in contrasto la scena del Sinai e l’esperienza cristiana: «Voi non vi siete accostati a un luogo tangibile e a un fuoco ardente, né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano che Dio non rivolgesse più a loro la parola; non potevano infatti sopportare l’intimazione: Se anche una bestia tocca il monte sia lapidata. Lo spettacolo, in realtà, era così terrificante che Mosè disse: Ho paura e tremo. Voi invece vi siete accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente … al Mediatore della Nuova Alleanza, Gesù …» (Eb 12, 18-22.24). C’è una differenza sostanziale tra la mediazione di Mosè e la mediazione di Gesù. Gesù non è soltanto la guida, è la via autentica e vitale («nessuno viene al Padre se non per mezzo di me»: Gv 14, 6), la via che deve diventare la nostra via. Gesù è la scala verso Dio (Gv 1, 51), è la porta di accesso (Gv 10, 7).  

 

*     *    *



Esodo 20, 1-21

Dio pronunciò tutte queste parole:
«Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile:
Non avrai altri dei di fronte a me.
Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra.
Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra la sua bontà fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.
Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascia impunito chi pronuncia il suo nome invano.
Ricordati del giorno del sabato per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato.
Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà.
Non ucciderai.
Non commetterai adulterio.
Non ruberai.
Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo. Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo».
Il Signore disse a Mosè: «Così dirai agli Israeliti: “Voi stessi avete visto che vi ho parlato dal cielo! Non farete dei d’argento e dei d’oro accanto a me: non ne farete per voi! Farai per me un altare di terra e sopra di esso offrirai i tuoi olocausti e i tuoi sacrifici di comunione, le tue pecore e i tuoi buoi; in ogni luogo dove io vorrò far ricordare il mio nome, verrò a te e ti benedirò. Se tu farai per me un altare di pietra, non lo costruirai con pietra tagliata, perché, usando la tua lama su di essa, tu la renderesti profana. Non salirai sul mio altare per mezzo di gradini, perché là non si scopra la tua nudità”.
Il Decalogo è punto capitale del Pentateuco e di tutto l’Antico Testamento. “Decalogo” è la traduzione greca dell’espressione ebraica “dieci parole” che ricorre in Dt 4, 13 (cfr. anche Dt 10, 4; Es 34, 28). Sono parole brevi, talora accompagnate da motivazioni ed esortazioni, in forma negativa e positiva, riguardanti doveri verso Dio e verso il prossimo. Non ci sono clausole penali per eventuali trasgressioni, anche se viene tracciata una linea ben precisa entro la quale appare chiaramente chi vive l’alleanza e chi esce da essa. Prima della sua formulazione definitiva e della sua collocazione nel contesto dell’alleanza, il Decalogo ha avuto un lungo processo, orale e scritto, con sviluppi diversi che spiegano le divergenze con il testo parallelo di Dt 5, 6-21. Le differenze e le aggiunte in Es e Dt rivelano come il Decalogo sia inserito nella vita del popolo.
20, 2: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile». Il Signore si presenta con il suo nome, quello pronunciato in Es 3, 15 e 6, 2. È il Signore che libera. Le dieci parole sono una legge di libertà: libertà ricevuta in dono e insieme libertà da donare agli altri. «Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà avuto misericordia. La misericordia avrà sempre la meglio sul giudizio» (Gc 2, 12). La libertà che Dio ci dona è un atto di grande misericordia ed è un impegno per noi che dobbiamo vivere la stessa misericordia donando libertà, cioè dignità ad ogni persona (leggere Gc 2, 1-12).
Libertà prima di tutto da se stessi per amare solo Dio: «Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai» (Es 20, 3-5). È il comandamento fondamentale che l’ebreo ripete nella preghiera quotidiana: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6, 4-5). L’amore di Dio è totale: vuole tutto per sé, è un Dio geloso. «Tu non devi prostrarti ad altro dio, perché il Signore si chiama Geloso: egli è un Dio geloso» (Es 34, 14; cfr. Dt 4, 2; 6, 14-15; 32, 16; Gs 24, 19).
20, 7: «Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio». Il nome santo del Dio unico può essere profanato, volgendosi o sacrificando ad altri dei (cfr. Lv 20, 3; Ez 43, 8); se ne può abusare quando il benessere e la ricchezza ci fanno credere di essere persone soddisfatte e autosufficienti, di poter fare a meno del Signore (cfr. Pr 30, 8-9). Il nome di Dio va pronunciato soltanto per cantarlo e invocarlo (cfr. Es 15, 1-3), per benedire (cfr. Nm 6, 22-27).
20, 8: «Ricordati del giorno del sabato per santificarlo». È il tempo consacrato a Dio, giorno di riposo, «poiché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra … ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato» (Es 20, 11). La benedizione, come quella data agli animali e all’uomo, infonde al sabato fecondità e forza. Il tempo dato a Dio rinnova tutto il nostro tempo.
In Dt 5, 12-15 il comandamento del giorno del riposo riceve un’altra motivazione: «il settimo giorno è il sabato per il Signore tuo Dio: non fare lavoro alcuno né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né alcuna delle tue bestie, né il forestiero che sta dentro le tue porte, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino con te. Ricordati che sei stato schiavo in Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha tratto di là … Perciò il Signore … ti comanda di osservare il giorno del riposo». Il sabato quindi è anche il memoriale della libertà ricevuta in dono e così preziosa per Dio: libertà che ci rende tutti uguali, con una stessa dignità, davvero tutti fratelli e sorelle; libertà da un tempo che potremmo credere nostro e che invece ci è stato dato per metterlo a servizio degli altri.
Con la parola sul sabato termina la prima parte del Decalogo, che gli antichi chiamavano “prima tavola”. La “seconda tavola” inizia con il precetto relativo ai genitori: «Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà» (Es 20, 12). È importante notare come la parola di onorare i genitori segua subito dopo la parola sul sabato. In Lv 19, 2 ricorre la stessa successione, anche se i termini sono rovesciati, prima l’onore ai genitori, poi l’osservanza del sabato: «Ognuno rispetti sua madre e suo padre e osserva i miei sabati». Il padre e la madre sono posti sullo stesso piano, anzi in Lv la madre viene prima. L’onore ai genitori è collocato in un contesto cultuale, sacro. I genitori non sono visti in linea orizzontale, come è il rapporto con il prossimo, ma in linea ascensionale. Gesù riprenderà il comandamento contro quanti annullano la parola di Dio per tener fede alle loro tradizioni (cfr. Mc 7, 11-13).
«Non desidererai» (Es 20, 17).   Riferendosi a questo verbo, Paolo parla del peccato che ci minaccia continuamente e che proprio la legge mi ha fatto conoscere (cfr. Rm 7, 7-13). La legge, che richiama l’attenzione su un oggetto proibito, mi incita in un certo senso a commettere il peccato. La legge allora è peccato? No certamente, dice Paolo: «la legge è spirituale, mentre: io sono carnale» (Rm 7, 14). La legge, cioè, è entrata in quel meccanismo perverso del mio essere carnale, cioè egoistico, chiuso in se stesso e nell’illusione di essere autosufficiente. Perciò «non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me» (Rm 7, 15-17). In me domina il peccato e la legge, pur buona e santa, non mi dà la forza per liberarmi dalla «legge del peccato che è nelle mie membra» (Rm 7, 23). Questa sorta di dramma si conclude però in un grido di vittoria: «Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!» (Rm 7, 25). È lui che ha preso su di sé il nostro peccato e ce ne ha liberati. In lui finalmente comprendiamo che la libertà donataci da Dio è per sottrarci alla schiavitù di noi stessi ed essere a servizio gli uni degli altri (cfr. Gal 5, 13).