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Lectio divina sul libro dell’Esodo

 

a cura di fr. Piergiorgio M. Di Domenico OSM

II lectio anno 2016-17


Esodo 18

 

Non posso da solo sostenere il peso
(cfr. Nm 11; Dt 1, 9-18)
1Ietro, sacerdote di Madian, suocero di Mosè, venne a sapere quanto Dio aveva operato per Mosè e per Israele, suo popolo, cioè come il Signore aveva fatto uscire Israele dall’Egitto. 2Allora Ietro prese con sé Sipporà, moglie di Mosè, che prima egli aveva rimandata, 3con i due figli di lei, uno dei quali si chiamava Ghersom, perché egli aveva detto: «Sono un emigrato in terra straniera», 4e l’altro si chiamava Elièzer, perché: «Il Dio di mio padre è venuto in mio aiuto e mi ha liberato dalla spada del faraone». 5Ietro dunque, suocero di Mosè, con i figli e la moglie di lui, venne da Mosè nel deserto, dove era accampato, presso la montagna di Dio. 6Egli fece dire a Mosè: «Sono io, Ietro, tuo suocero, che vengo da te con tua moglie e i suoi due figli!». 7Mosè andò incontro al suocero, si prostrò davanti a lui e lo baciò; poi si informarono l’uno della salute dell’altro ed entrarono sotto la tenda. 8Mosè raccontò al suocero quanto il Signore aveva fatto al faraone e agli Egiziani a motivo di Israele, tutte le difficoltà incontrate durante il viaggio, dalle quali il Signore li aveva liberati. 9Ietro si rallegrò di tutto il bene che il Signore aveva fatto a Israele, quando lo aveva liberato dalla mano degli Egiziani. 10Disse Ietro: «Benedetto il Signore, che vi ha liberato dalla mano degli Egiziani e dalla mano del faraone: egli ha liberato questo popolo dalla mano dell’Egitto! 11Ora io so che il Signore è più grande di tutti gli dèi: ha rivolto contro di loro quello che tramavano». 12Ietro, suocero di Mosè, offrì un olocausto e sacrifici a Dio. Vennero Aronne e tutti gli anziani d’Israele, per partecipare al banchetto con il suocero di Mosè davanti a Dio.
13Il giorno dopo Mosè sedette a render giustizia al popolo e il popolo si trattenne presso Mosè dalla mattina fino alla sera. 14Allora il suocero di Mosè, visto quanto faceva per il popolo, gli disse: «Che cos’è questo che fai per il popolo? Perché siedi tu solo, mentre il popolo sta presso di te dalla mattina alla sera?». 15Mosè rispose al suocero: «Perché il popolo viene da me per consultare Dio. 16Quando hanno qualche questione, vengono da me e io giudico le vertenze tra l’uno e l’altro e faccio conoscere i decreti di Dio e le sue leggi». 17Il suocero di Mosè gli disse: «Non va bene quello che fai! 18Finirai per soccombere, tu e il popolo che è con te, perché il compito è troppo pesante per te; non puoi attendervi tu da solo. 19Ora ascoltami: ti voglio dare un consiglio e Dio sia con te! Tu sta’ davanti a Dio in nome del popolo e presenta le questioni a Dio. 20A loro spiegherai i decreti e le leggi; indicherai loro la via per la quale devono camminare e le opere che devono compiere. 21Invece sceglierai tra tutto il popolo uomini validi che temono Dio, uomini retti che odiano la venalità, per costituirli sopra di loro come capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di decine. 22Essi dovranno giudicare il popolo in ogni circostanza; quando vi sarà una questione importante, la sottoporranno a te, mentre essi giudicheranno ogni affare minore. Così ti alleggerirai il peso ed essi lo porteranno con te. 23Se tu fai questa cosa e Dio te lo ordina, potrai resistere e anche tutto questo popolo arriverà in pace alla meta».24Mosè diede ascolto alla proposta del suocero e fece quanto gli aveva suggerito. 25Mosè dunque scelse in tutto Israele uomini validi e li costituì alla testa del popolo come capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di decine. 26Essi giudicavano il popolo in ogni circostanza: quando avevano affari difficili li sottoponevano a Mosè, ma giudicavano essi stessi tutti gli affari minori. 27Poi Mosè congedò il suocero, il quale tornò alla sua terra.

Esodo 18 è un capitolo di passaggio che unisce quello che è già avvenuto con quello che dovrà avvenire. Nella prima parte (i versetti 1-12) si riassumono i fatti dell’uscita dall’Egitto e del cammino nel deserto. Nella seconda parte (i versetti 13-27) Mosè accoglie dal suocero il suggerimento di modificare il suo modo di guidare il popolo.

Memoriale

Ietro, il sacerdote di Madian, che in Es 2, 18 e in Nm 10, 29 è chiamato Reuel, aveva accolto Mosè fuggitivo dall’Egitto e gli aveva dato in moglie la figlia Sipporà. Avendo sentito della liberazione di Israele dalla schiavitù egiziana, viene da Mosè, che si trova a Refidim, ultima tappa prima del Sinai. Porta con sé Sipporà che «prima [Mosè] aveva rimandata» (Es 18, 2). Ci sarebbe stato quindi un ripudio della moglie che comunque secondo Es 4, 20 aveva seguito Mosè nel viaggio di ritorno in Egitto. Un viaggio segnato da un momento di estremo pericolo, in cui Dio «cercò di far morire» Mosè.  Sipporà calma l’ira divina, circoncidendo il figlio (Es 4, 24-26) con un gesto dal significato misterioso: Mosè è uno «sposo di sangue» che supera il pericoloso incontro con Dio accogliendo la grazia divina (una grazia a caro prezzo).

Con Sipporà ci sono anche i suoi due figli: Gherson, il cui nome vuol dire “straniero in quel luogo”, ed Eliezer, il cui nome significa “il mio Dio è aiuto”.

Il saluto di Mosè al suocero è di particolare venerazione: «si prostrò davanti a lui» (18, 7). Il verbo è quello dell’adorazione data a Dio. Nella Bibbia c’è un altro caso in cui il verbo è applicato a una persona, Gen 43, 26-28: «Quando Giuseppe arrivò a casa, [i fratelli] gli presentarono il dono che avevano con sé, e si prostrarono davanti a lui con la faccia a terra. Egli domandò loro come stavano e disse: “Sta bene il vostro vecchio padre di cui mi avete parlato? Vive ancora?”. Risposero: “Il tuo servo, nostro padre, sta bene, è ancora vivo” e si inginocchiarono prostrandosi». C’è quindi il riconoscimento di una grandezza divina nascosta nella persona. Possiamo fare riferimento a 1Cor 3, 16-17: «Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio che siete voi». Qui non è la singola persona, ma la comunità a essere considerata luogo sacro; ma nella stessa lettera Paolo riprende l’immagine a proposito del corpo: «non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a cari prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo» (1Cor 6, 19-20). Sacralità della comunità formata da persone liberate da se stesse e appartenenti solo a Dio. Grandezza di una vocazione che non finiremo mai di approfondire.

È strano che il testo non parli di un saluto di Mosè alla moglie e ai figli, e non vi faccia alcun accenno quando Mosè congeda il suocero (Es 18, 27). Eppure insiste sulla loro presenza: 18, 2 («Ietro prese con sé Sipporà … e insieme i due figli di lei»).5 («Ietro dunque …  con i figli e la moglie di lui venne da Mosè nel deserto»).6 («Sono io, Ietro, che vengo da te con tua moglie e i suoi due figli»). Un’insistenza che sembra voglia portare alla memoria ricordi legati a questi tre personaggi. Sipporà, Gherson ed Eliezer sono per Mosè come il memoriale della grazia che lo vuole tutto per sé, della condizione di straniero su questa terra, dell’aiuto divino che non viene mai a mancare. Un memoriale che viene poi celebrato da Pietro in una liturgia che ha il sapore dell’eucaristia.

Mosè racconta dapprima quanto il Signore aveva fatto per Israele, tutte le difficoltà capitate durante il viaggio e dalle quali il Signore lo aveva liberato (Es 18, 8): è l’anamnesi, il ricordo che nell’eucaristia ci aiuta a prendere coscienza di tutto quello che il Signore ha compiuto e compie ogni giorno per noi. Nella gioia Ietro benedice e ringrazia: «Benedetto il Signore, che vi ha liberato dalla mano degli Egiziani … Ora io so che il Signore è più grande di tutti gli dèi» (Es 18, 9.10).  «Il Signore è più grande», è l’unico vero Dio, il solo cui affidiamo con sicurezza la nostra vita come dice il salmo 89: «Canterò per sempre l’amore del Signore … Chi sulle nubi è uguale al Signore, chi è simile al Signore tra i figli degli dei?» (1.7) - Poi Ietro offre un sacrificio al Signore e il rito si conclude con un pasto di comunione «davanti a Dio».

Davanti a Dio

Il giorno dopo Mosè è impegnato nel suo ministero di guida e di giudice del popolo: un ministero che lo assorbe «dalla mattina fino alla sera» (Es 18, 13) e che svolge «da solo» (Es 18, 14.18). Ietro non approva questo comportamento: «Non va bene quello che fai!  Finirai per soccombere, tu e il popolo che è con te, perché il compito è troppo pesante per te; non puoi attendervi tu da solo» (Es 18, 17-18). Consiglia allora di scegliere «tra tutto il popolo uomini validi che temono Dio, uomini retti che odiano la venalità, per costituirli sopra di loro come capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di decine. Essi dovranno giudicare il popolo in ogni circostanza; quando vi sarà una questione importante, la sottoporranno a te, mentre essi giudicheranno ogni affare minore» (Es 18, 21-22).

«Mosè diede ascolto alla proposta del suocero e fece quanto gli aveva suggerito» (Es 18, 24). Ietro simbolizza la presenza di un popolo differente, anche se legato da parentela, che offre il suo stile di vita e la sua esperienza a Mosè e a Israele. Diviene un’indicazione importante per noi che viviamo in un’epoca di incontri (e scontri) con diverse civiltà e culture. Dovremmo cercare di aiutare tutti a capire che la diversità non è sempre un pericolo, ma ci arricchisce, ci rende persone libere dall’attaccamento ai propri punti di vista, ci rende aperti al dialogo e allo scambio pacifico.

Al racconto di Esodo si collega facilmente At 6, 1-6: gli apostoli non possono gestire tutta la vita della comunità e decidono di affidare l’attività caritativa a sette uomini «di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza»; essi invece si dedicheranno «alla preghiera e al servizio della Parola».  Nella comunità, nella Chiesa, uno non può essere tutto, non solo perché è un lavoro sproporzionato alle sue forze e finirà per cadere sotto un peso insopportabile, ma anche e soprattutto perché è un servizio che non costruisce più la fraternità ma la soffoca con una presenza invadente.   Il compito di Mosè non sta nell’accentrare tutto in sé, ma è soprattutto questo: «Tu sta’ davanti a Dio in nome del popolo» (Es 18, 19b). Già nel capitolo 17 Mosè è stato presentato mentre sta svolgendo il vero (l’unico?) compito di guida: stare davanti a Dio, con le mani levate e una fiducia incrollabile, e presentare al Signore le necessità dei fratelli e delle sorelle che gli sono stati affidati. In questo “stare davanti a Dio” mi sembra di scorgere anche il senso della vita consacrata, anche di una vita consacrata nel mondo. L’inserimento nel mondo, l’assunzione degli impegni che questo comporta, ha senso se c’è questo stare davanti a Dio, «esigenza prioritaria» o «dovere radicale» che sta alla radice stessa della vocazione secolare (cfr.RdV28 e 59). È una intuizione profonda quella della Regola, che va al cuore del nostro essere nel mondo come persone appartenenti radicalmente a Dio.

Lamenti

Il passo parallelo di Numeri 11 è importante perché aggiunge altri motivi di riflessione e di approfondimento. Ora non è più Ietro a dare consigli a Mosè, ma Dio stesso; ma anche in Esodo è Dio che ha ispirato Pietro a parlare in quel modo («Dio te lo ordina»: Es 18, 23).  

Israele è appena partito dal Sinai e si inoltra nel deserto. In una delle sue tappe – in un luogo che riceverà il nome di Taberà – da una radice che significa “bruciare” – «il popolo cominciò a lamentarsi aspramente agli occhi del Signore.  Li udì il Signore e la sua ira si accese; il fuoco del Signore divampò in mezzo a loro e divorò un’estremità dell’accampamento. Il popolo gridò a Mosè; Mosè pregò il Signore e il fuoco si spense» (Nm 11, 1-2).  Una prova dolorosa, che però non è riuscita ad avviare un movimento di conversione. Ora a suscitare nuovamente il lamento di Israele è la «gente raccogliticcia» (Nm 11, 3), quella «grande massa di gente promiscua» che partì con Israele (Es 12, 38) e nella quale l’esegesi rabbinica ha visto l’intera umanità: dalla schiavitù Dio non ha liberato solo Israele, ma l’umanità intera. Israele è diverso da tutti gli altri popoli, ha una vocazione speciale che non lo separa però dal resto dell’umanità; è come un seme fecondo gettato nella terra degli uomini, un seme da cui deve nascere una pianta nuova. Talora Israele ne smarrisce la consapevolezza e si adegua alla mentalità mondana. Viene allora trascinato a sentire la stessa «grande bramosia» (Nm 11, 4) o l’«ingordigia» (Nm 11, 34) che dispiace tanto a Dio. Il popolo ha già la manna, che Dio gli ha donato per venire incontro alla sua fame; ma questa non gli basta, desidera carne, pesce e tutti i prodotti di cui godeva in Egitto. Mosè ascolta il pianto del popolo, di tutte le famiglie, e sembra sentirsi solidale poiché non comprende la reazione del Signore: l’ira divina, infatti, «dispiacque ai suoi occhi» (Nm 11, 10). È lui ora a lamentarsi con Dio: «Perché hai fatto del male al tuo servo? Perché non ho trovato grazia ai tuoi occhi, al punto di impormi il peso di tutto questo popolo? L’ho forse concepito io tutto questo popolo? … Non posso io da solo portare il peso di tutto questo popolo; è troppo pesante per me. Se mi devi trattare così, fammi morire piuttosto, fammi morire, se ho trovato grazia ai tuoi occhi; che io non veda più la mia sventura!» (Nm 11, 11-12.14-15).

È un peso terribile quello di condurre ed educare persone sfiduciate, infondere in loro il desiderio di un rinnovamento, di vincere quella perenne scontentezza che fa vedere solo gli aspetti negativi delle situazioni e spegne la gioia e l’entusiasmo che dovrebbero aiutare a superare le difficoltà.

«Fossero tutti profeti …»

Dio gli viene incontro suggerendogli di scegliere settanta uomini tra gli anziani e gli scribi e di condurli alla tenda del convegno: «Io scenderò e lì parlerò con te; toglierò dello spirito che è su di te e lo porrò su di loro, e porteranno insieme a te il carico del popolo e tu non lo porterai più da solo» (Nm 11, 17).  Il testo non spiega il modo con cui i settanta anziani dovranno portare con Mosè il peso del popolo; ma si può pensare che ad essi spetta la trattazione di «ogni affare minore» di cui parla il libro dell’Esodo. Devono provvedere alla soluzione di questioni molto pratiche, come potrebbe essere la provvista di cibo.

Nella tenda del convegno si svolge la liturgia di consacrazione dei settanta anziani che ricevuto lo spirito «profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito» (Nm 11, 25). Lo “spirito”, che è su Mosè e di cui sono resi partecipi in grado subordinato gli anziani, è l’azione più o meno permanente di Dio che fa della persona scelta un profeta, una persona che parla e agisce in nome di Dio. L’investitura dei settanta è legata a un momento soltanto, non sarà permanente: Dio ha dato loro lo spirito per confermarli davanti al popolo e anche perché rimanga in loro la consapevolezza del senso preciso del compito ricevuto. Con questa consapevolezza noi accogliamo la presenza di Dio nello scorrere ordinario dei nostri giorni e qui testimoniamo la sua stessa sollecitudine e il suo stesso amore.

Due uomini non partecipano al rito di iniziazione alla tenda del convegno, ma, pur essendo tra gli iscritti, restano nell’accampamento e tuttavia cominciano a profetizzare (Nm 11, 26). I loro nomi, Eldad e Medad, contengono la radice del verbo “amare”. Il primo significa “Dio (Lui) ama; il secondo “Amato (da Dio)”. Un ragazzo (“puer” traduce la Volgata), corre a riferire la cosa a Mosè (Nm 11, 27): è un ragazzo inesperto del modo di agire di Dio. E la notizia suscita la reazione di Giosuè, «servitore di Mosè fin dalla sua adolescenza» (Nm 11, 28), la reazione gelosa di un gruppo che non intende cedere ad altri le proprie prerogative. Mosè risponde: «Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!». Così Mosè, mentre spezza lo spirito di casta, guarda già al futuro del popolo di Dio nei tempi messianici, quando i doni di Dio saranno dati a tutti senza distinzione: «Effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie, i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave in quei giorni effonderò il mio spirito» (Gl 3, 1-2; cfr. anche Is 32, 15; Ez 39, 29). Una verità che Gesù cercherà di imprimere nel cuore dei suoi discepoli. Un giorno l’apostolo Giovanni gli disse: «“Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva”. Ma Gesù disse: “Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi”» (Mc 9, 38-40). Gesù apra anche i nostri occhi per vedere tutto il bene che c’è ancora nel mondo.

Se in Esodo e nei Numeri l’istituzione dei settanta ha cercato di alleggerire il peso di un popolo difficile e insoddisfatto, nel passo parallelo di Dt 1, 9-18 Israele è una benedizione divina: si è moltiplicato, infatti, «come le stelle del cielo» e non può essere perciò guidato da una sola persona. Siamo nel primo dei lunghi discorsi che Mosè pronuncia il primo giorno dell’undicesimo mese del quarantesimo anno dell’uscita dall’Egitto (Dt 1, 3), l’ultimo della sua vita (Dt 32, 48-52; 34, 1.5). Il «servo del Signore» (Dt 34, 5) rivolge al suo popolo uno sguardo pacificato: sì, Israele è stato un peso talora insopportabile, ma è amato e benedetto da Dio. Bisogna inserirsi in questo movimento d’amore di Dio per riuscire anche noi a portare il peso gli uni degli altri.