Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la vostra esperienza e offrire servizi in linea con le vostre preferenze.

Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti al loro impiego in conformità alla nostra Cookie Policy

Lectio divina sul libro dell’Esodo

 

a cura di fr. Piergiorgio M. Di Domenico OSM

I lectio anno 2016-17

 

Esodo 17

 

L’acqua dalla Roccia

Sfiducia e fede
(Nm 20, 1-13)

 

1Tutta la comunità degli Israeliti levò le tende dal deserto di Sin, camminando di tappa in tappa, secondo l’ordine del Signore, e si accampò a Refidìm. Ma non c’era acqua da bere per il popolo.
2Il popolo protestò contro Mosè: «Dateci acqua da bere!». Mosè disse loro: «Perché protestate con me? Perché mettete alla prova il Signore?». 3In quel luogo il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?». 4Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!».
5Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! 6Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà». Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele. 7E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».
8Amalèk venne a combattere contro Israele a Refidìm. 9Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalèk. Domani io starò ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio». 10Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalèk, mentre Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle. 11Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk. 12Poiché Mosè sentiva pesare le mani, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi si sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. 13Giosuè sconfisse Amalèk e il suo popolo, passandoli poi a fil di spada.
14Allora il Signore disse a Mosè: «Scrivi questo per ricordo nel libro e mettilo negli orecchi di Giosuè: io cancellerò del tutto la memoria di Amalèk sotto il cielo!». 
15Allora Mosè costruì un altare, lo chiamò “Il Signore è il mio vessillo”
16e disse: «Una mano contro il trono del Signore!
Vi sarà guerra per il Signore contro Amalèk,
di generazione in generazione!».



Il cammino nel deserto continua ad essere travagliato: dopo la prova della fame  (Es 16), ora il popolo è tormentato della sete (Es 17, 1-7) e dalla guerra (Es 17, 8-16). Prove che diventano ancora più dure per l’incapacità radicale del popolo di affidarsi senza riserve a qualcuno. Il vero deserto sta nel suo cuore. Finché vaga nella desolazione di questo deserto, non può capire il senso delle prove sofferte, non riesce a scorgere i segni, che pure ci sono, della bontà e della provvidenza di Dio. Una sfiducia contagiosa, che contamina lo stesso Mosè, la guida che conduce faticosamente un Israele povero e ingrato dalla terra di schiavitù a una meta di libertà e di servizio. Un’azione formativa difficile che deve condurre a capire che la libertà conquistata è prima di tutto una libertà interiore.

Israele è giunto a Refidim, a sud del Sinai: qui manca l’acqua. Israele aveva già sofferto la sete subito dopo il passaggio del mar Rosso: «essi avanzarono verso il deserto di Sur. Camminarono tre giorni nel deserto e non trovarono acqua. Arrivarono a Mara, ma non potevano bere le acque di Mara, perché erano amare» (Es 15, 22-23).  Il Signore indica un albero, da cui Mosè prende un pezzo di legno e lo butta nelle acque, che diventano dolci. È una prova dalla quale Israele avrebbe dovuto riconoscere il Signore come «colui che guarisce» da ogni infermità.

Le prove del Signore – le prove della vita – cambiano il nostro cuore se accolte in umiltà e fiducia. Ora invece, a Refidim, è il popolo a voler mettere alla prova il Signore. Vuole un segno sicuro, l’acqua subito, l’immediata soddisfazione del suo bisogno. Un popolo che non sa attendere. «Beati quelli che  attendono in lui» (Is 30, 18) nel silenzio e nella speranza (cfr. Is 30, 15). Un popolo che non capisce come proprio la povertà e l’indigenza possono essere la condizione perché si rafforzi la fede e cresca la comunione con Dio e con gli altri. Per questo i profeti vedono nel deserto il luogo non della privazione, ma della feconda e intima unione con il Signore. «La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2, 16). In una terra «non seminata» Dio è presente (Ger 2, 2: «mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata»). Beati i poveri che hanno il cuore oltre le cose: di essi è il regno dei cieli (Mt 5, 3).

Mosè invoca l’aiuto del Signore. «Ancora un poco e mi lapideranno» (Es 17, 4). La sua stessa vita è in pericolo. Lo scoraggiamento, la sfiducia, il pessimismo uccidono la vita.

Dio gli dice di prendere in mano il bastone con cui ha percosso il Nilo (cfr. Es 7, 17). Il bastone (cfr. Es 4, 17) è simbolo della forza stessa Dio. Poiché il popolo è incapace di fare qualcosa, è un popolo malato di sfiducia, interviene Dio con la sua potenza. La grazia di Dio scende sul nulla dell’uomo.

Anche la roccia è espressione simbolica della forza di Dio. «Io starò davanti a te sulla roccia» (Es 17, 6). “Roccia” è un nome divino: «Egli è la Roccia» (Dt 32, 4), una roccia eterna in cui possiamo confidare sempre (Is 26, 4). È la Roccia di Israele: in una delle grandi feste annuali, verso di essa si dirige con gioia il pellegrino al suono del flauto (Is 30, 29). Così l’invoca l’orante per esprimergli il suo amore: «Ti amo, Signore, mia forza, Signore mia roccia» (Sal 18, 3). Sì, «Tu sei la mia roccia» (Sal 31, 4), su cui posso poggiare sicuro i miei piedi anche nel tempo della vecchiaia, un tempo ancora rigoglioso e ricco di frutti (cfr. Sal 92, 16). «Voi che cercate il Signore – dice il profeta -, guardate alla roccia da cui siete stati tagliati», perché da qui inizia il cammino di Abramo, cammino verso un punto che non si conosce, fondato solo sulla fede in Dio (Is 51, 1.2). La Roccia è ancora il fondamento sicuro della casa dell’uomo saggio che ascolta e mette in pratica le parole di Gesù (Mt 7, 24); è la fede di Pietro sulla quale si fonda la Chiesa (Mt 16, 18).

La Roccia è una realtà vivente e feconda. Nel passo parallelo di Nm 20, 1-13 – una rilettura di Es 17 che intende anche spiegare perché a Mosè non è stato concesso di entrare nella terra promessa – alla roccia, come se fosse una persona capace di intendere, Mosè e Aronne devono rivolgere la parola: «parlate a quella roccia, ed essa farà uscire l’acqua; tu farai sgorgare per loro l’acqua dalla roccia e darai da bere alla comunità e al suo bestiame» (Nm 20,8). Mosè prende il bastone, secondo l’ordine di Dio, convoca insieme ad Aronne la comunità «davanti alla roccia» (Nm 20, 10), ma non parla ad essa. Si rivolge invece alla comunità, chiedendo: «vi faremo noi forse uscire acqua da questa roccia?». La domanda esprime un dubbio, come sembra confermato dal fatto che Mosè «percosse la roccia con il bastone due volte» (Nm 17, 11). Una volta sola può essere poco; meglio per sicurezza colpire due volte. La sfiducia del popolo si è insinuata anche nel cuore di Mosè: la sfiducia è una malattia contagiosa, per combatterla ci vuole coraggio e sapienza. «Lo irritarono alle acque di Meriba/e Mosè fu punito per causa loro,/perché avevano inasprito l’animo suo/ed egli disse parole insipienti» (Sal 106, 32-33).

La sfiducia e l’incertezza non sono gradite al Signore: «Poiché non avete avuto fiducia in me per dar gloria al mio santo nome agli occhi degli Israeliti, voi non introdurrete questa comunità nel paese che io le do» (Nm 20, 12). Non solo la generazione del deserto non entrerà nella terra, ma a Mosè stesso sarà vietato l’ingresso: «Anche contro di me si adirò il Signore per causa vostra e disse: Neanche tu vi entrerai» (Dt 1,37). Mosè pregherà il Signore perché gli conceda la grazia tanto desiderata: «Signore Dio, tu hai cominciato a mostrare al tuo servo la tua grandezza e la tua mano potente; quale altro Dio, infatti, in cielo o sulla terra, può fare opere e prodigi come i tuoi? Permetti che io passi al di là e veda il bel paese che è oltre il Giordano e questi bei monti e il Libano» (Dt 3, 24-25). La risposta del Signore è dura: «Basta, non parlarmi più di questa cosa. Sali sulla cima del Pisga, volgi lo sguardo a occidente, a settentrione, a mezzogiorno e a oriente e contempla il paese con gli occhi, perché tu non passerai questo Giordano» (Dt 3, 26-27).  Ancora prima di morire Mosè riceve dal Signore il medesimo diniego: «Mosè salì dalle steppe di Moab sul monte Nebo, cima del Pisga, che è di fronte a Gerico. Il Signore gli mostrò tutto il paese … Il Signore gli disse: “Questo è il paese per il quale io ho giurato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe: Io lo darò alla tua discendenza. Te l’ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai!”. Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l’ordine del Signore» (Dt 34, 1.4-5).

Da tutto questo si comprende la gravità della sfiducia o della paura che chiude ogni possibilità di incontro con il Signore. Dio vuole una cosa sola: che noi ci fidiamo di Lui, anche quando a noi sembra lontano e nascosto.  C’è un versetto sorprendente che si trova nella sezione del libro di Isaia detta dell’Emmanuele (i capitoli 6-12) che noi abbiamo occasione di ascoltare più di una volta in questo tempo di avvento. Si tratta di Is 8, 16-17:  «Si chiuda questa testimonianza, si sigilli questa rivelazione nel cuore dei miei discepoli. Io ho fiducia nel Signore, che ha nascosto il volto alla casa di Giacobbe, e spero in lui» (Is 8, 16-17). Notare: ho fiducia nel Signore nonostante che egli abbia nascosto il suo volto. Ho fiducia in questo Dio nascosto, apparentemente lontano. Perciò posso credere che nella mia vita spunterà un nuovo “germoglio”.

 A Refidim, Israele viene attaccato da un temibile nemico, l’esercito di Amalek, tribù abitanti nel Negeb che hanno sempre ostacolato la penetrazione di Israele. Secondo Gen 36, 15-16 gli amaleciti sono discendenti di Esaù; frequenti erano le loro incursioni predatorie ai danni delle popolazioni vicine (cfr. Gdc  6, 1-6; 1Sam 30). Amalek è il simbolo dell’assoluta inimicizia con Dio, un peccato che non ha alcuna possibilità di essere perdonato: «Vi sarà guerra tra il Signore e Amalek di generazione in generazione» (Es 17, 16). Amalek deve essere distrutto senza alcuna pietà (Es 17, 13).

Mosé ordina a Giosuè -che entra per la prima volta sulla scena senza alcuna presentazione, come se fosse già noto: «Scegli per noi uomini ed esci a combattere Amalek» (Es 17, 9). “Uomini” o (traduzione CEI) “alcuni uomini”. Sembra che si tratti di un piccolo numero di combattenti contro un nemico più numeroso. Verrebbe così introdotta l’idea che è il Signore a combattere, secondo una concezione teologica che troviamo ad esempio in Gdc 7, quando il Signore chiede a Gedeone, prima dello scontro con i madianiti, di ridurre la truppa israelita. Le sole forze umane non possono illudersi di vincere se manca l’aiuto del Signore.

Con questa certezza Mosè rimane in piedi sulla collina, tenendo il bastone di Dio (Es 17, 9). Nel tempo in cui le sue mani sono levate in alto, in gesto di preghiera, Israele è vittorioso; quando per stanchezza le lascia cadere, vince Amalek. Allora Aronne e Cur che lo hanno accompagnato, prendono una pietra su cui Mosè siede, e tengono le sue mani da una parte e dall’altra sempre levate. «Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole» (Es 17, 12). «Rimasero ferme» o, come dice letteralmente l’ebraico, rimasero «fede» (ʼemûnah): una fiducia perseverante sostenuta dalla preghiera e dalla vicinanza dei fratelli. Qui Mosè svolge pienamente il suo compito di guida: stare davanti a Dio, con le mani levate e una fiducia incrollabile, e presentare al Signore le necessità dei fratelli e delle sorelle che gli sono stati affidati. È il compito dell’intercessione, così importante agli occhi di Dio: «Dimenticarono Dio che li aveva salvati,/che aveva operato in Egitto cose grandi,/prodigi nel paese di Cam,/cose terribili presso il mar Rosso./E aveva già deciso di sterminarli,/se Mosè suo eletto/non fosse stato sulla breccia di fronte a lui,/per stornare la sua collera dallo sterminio» (Sal 106, 21-23). Dio cerca tali intercessori: «Io ho cercato fra loro un uomo che costruisse un muro e si ergesse sulla breccia di fronte a me, per difendere il paese perché io non lo devastassi, ma non l’ho trovato» (Ez 22, 30; cfr. anche 13, 5).

Accogliamo questa parola come rivolta anche a ciascuno di noi. Anche noi abbiamo il compito di intercedere per i fratelli e le sorelle che Dio ci ha affidati, perché conservino la fede e accolgano con umile fiducia le prove della vita. La volontà di Dio è chiara: poiché ci ama, vuole che noi ci fidiamo totalmente di lui. Vorremmo comunicare a tutti questa fiducia per sanare il male del pessimismo, guarire le ferite dello scoraggiamento, certi della parola del Signore: «Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede» (1Gv 5, 4).