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Chiesa Popolo di Dio

 

Lectio 4 – Lettera di Giacomo 1, 19 – 27

 

A cura di don Giuseppe Fabbrini

 

Introduzione

 

La Chiesa “Popolo di Dio”

Il Popolo è esortato a riconoscere che il suo principio ispiratore è la Parola di Dio. Che non va solo ascoltata e accolta con la buona volontà, ma va messa in atto attraverso la vita delle singole persone e di tutto il Popolo. Una fede ‘incarnata’ dunque, è quella a cui Giacomo ci richiama.

 

Lectio

 

Dalla Lettera di Giacomo (1,19-27)

19] Lo sapete, fratelli miei carissimi: sia ognuno pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all'ira.

20] Perché l'ira dell'uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio.

21] Perciò, deposta ogni impurità e ogni resto di malizia, accogliete con docilità la parola che è stata seminata in voi e che può salvare le vostre anime.

22] Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi.

23] Perché se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio:

24] appena s'è osservato, se ne va, e subito dimentica com'era.

25] Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla.

26] Se qualcuno pensa di essere religioso, ma non frena la lingua e inganna così il suo cuore, la sua religione è vana.

27] Una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo.

 

Meditatio

 

v. 19. Lo sapete, fratelli miei carissimi: sia ognuno pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all'ira. “Lo sapete” è una forma letteraria di richiamo d’attenzione che Giacomo utilizza per i suoi lettori (oggi noi). Egli ci richiede di essere pronti e veloci nell’ascoltare e lenti a parlare e nell’ira. Ascolto-parlare-ira diviene un trinomio in cui, proprio per la presenza dell’ira, indica che l’ascolto pronto rispetto al parlare prudente è non solo in riferimento alla Parola di Dio ma anche alla parola del prossimo (con cui potrebbe esercitarsi l’ira). Chi attende prima di parlare, evita l’ira, il brontolare contro gli altri. Così questo versetto insegna che non solo è importante il giusto ascolto della Parola e delle parole altrui; ma esorta l’esercizio dell’amore del prossimo evitando i peccati di lingua.

Il Popolo di Dio deve ascoltare la Parola di Dio che parla a noi “come ad amici” (DV) e la fede “nasce dall’ascolto” dice Paolo.

v. 20. Perché l'ira dell'uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio. Questo versetto giustifica l’ammonimento sopra riportato. L’ira, infatti, produce un precipitoso giudizio ingiusto sul prossimo; in tal modo non si opera la giustizia di Dio. Nell’Antico testamento, il popolo compie la giustizia di Dio nel momento in cui è fedele ai dettami dell’Alleanza; mette in atto la giustizia chi vive i comandamenti. Chi è irato, adirato viola il comandamento dell’amore del prossimo distruggendo l’ordinamento voluto da Dio.

v. 21. Perciò, deposta ogni impurità e ogni resto di malizia, accogliete con docilità la parola che è stata seminata in voi e che può salvare le vostre anime. Una nuova esortazione: deporre ogni immondizia, proprio perché l’ira non compie la giustizia di Dio. Giacomo si rifà alla prassi battesimale per cui “deporre l’immondizia” era liberarsi da usanze pagane. Liberato dal gravame, l’uomo può accogliere la Parola piantata mediante il Battesimo. Perché la Parola piantata deve portare frutto; e il frutto è la salvezza dell’anima (visione antropologia veterotestamentaria in cui ‘anima’ = ‘vita’ = uomo nella sua interezza), cioè la salvezza dell’uomo dal giudizio divino per la vita eterna.

La Parola dunque ‘muove’ l’uomo e lo orienta a vivere la volontà di Dio per la salvezza. Il Popolo di Dio si nutre quotidianamente della Parola, se ne fa voce e la proclama, l’annuncia; ne accoglie il dono e la testimonia, vivendola, attraverso il suo agire quotidiano.

v. 22. Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi. Una vera accettazione della Parola è sì ascoltarla, ma anche viverla concretamente nell’esperienza di ogni giorno. Dunque i ‘gradi’ nei confronti della Parola sono tre: udirla, accettarla con fede, tradurla in atto.

vv. 23-25. Perché se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio: appena s'è osservato, se ne va, e subito dimentica com'era. Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla. Ora Giacomo, con un paragone, smaschera chi è solo uditore della Parola. Chi ascolta solamente, è come colui che guarda allo specchio il suo volto, il volto che ha dalla nascita; tornato alle sue occupazioni, non ricorda com’è fatto. Non è solo paragone per indicare l’autocoscienza; si indica anche la superficialità e la leggerezza. Il “volto” guardato allo specchio equivale alla contemplazione di se stessi, delle qualità, della natura, del carattere. Chi ascolta solamente e poi dimentica appena se ne va, rimane vuoto, non porta nulla con sé.

Chi invece fissa lo sguardo sulla Parola (chiamata da Giacomo “legge perfetta” e “legge di libertà”, indicando così l’Antico e il Nuovo testamento) e non se ne va frettolosamente dimenticandola, ma “le resta fedele”, si ferma, è perseverante: costui è motivato a metterla in pratica. E in questo praticare la Parola, viverla fattivamente, l’uomo trova la sua felicità che è la salvezza. Il cristianesimo non è un’illusione; lo diventa se si ascolta e non si vive.

Il Popolo di Dio tra i popoli della Terra è così chiamato a vivere fattivamente la Parola e lasciandosi ispirare dalla Parola. Si guarda nello ‘specchio della Parola’, riconosce la sua storia, la sua origine, il suo proprio volto e non se ne dimentica. Quando torna alle sue occupazioni, è sorretto e guidato dalla Parola che ha ascoltato.

v. 26. Se qualcuno pensa di essere religioso, ma non frena la lingua e inganna così il suo cuore, la sua religione è vana. Giacomo ora ci porta un ‘caso’: uno che si crede religioso, ma non domina la sua lingua, inganna se stesso e non vive la vera religiosità. Sembra una polemica con qualcuno in particolare. Sicuramente qui si risente di lotte intestine e contese religiose nella comunità. Chi non frena la lingua e non vive la pietà ingannando se stesso e il suo cuore, dimostra una religiosità nulla, inutile, morta.

Quante assolutizzazioni anche nel Popolo di Dio, che fanno emergere ‘fazioni’ (speriamo mai faide!) tra Gruppi, Movimenti e Associazioni, Parrocchie, Ordini e Congregazioni: sono tutti frutti della fantasia creativa dello Spirito. Se diventano ‘proprietas’ degli uomini, dividono. Invece lo Spirito opera nel Popolo di Dio la ‘cattolicità’ (ogni bene dovunque nel tutto; una unità fantasiosa dalla diversità).

v. 27. Una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo. Alla religiosità ‘nulla’ si oppone una ‘vera’ che è sotto lo sguardo di Dio che è Padre. Vera, perciò “pura” e “senza macchia” (=incontaminata). Stando al contesto, si tratta della traduzione in opera viva, in azione della Parola udita e ascoltata (contrapposta alle inutili chiacchierate nascenti da lingue non dominate). Le opere prodotte sono quelle indicate dalla Parola di Dio: essere di aiuto vero a orfani e vedove (che non avevano difensori dei loro diritti ed erano lasciati all’arbitrio dei loro ricchi e potenti avversari). Nonché tenersi distanti dal ‘mondo’ (non il creato, ma il mondo caduto in balia dei piaceri terreni e della ricchezza). Dunque una vita sobria.

Conclusione

Da questi versetti emerge la consapevolezza che appartenere al Popolo di Dio non ci estranea dalla realtà, non è ideologia, ma vita piena. Il Popolo nasce ed è guidato e ispirato dalla Parola che non va solo udita e accolta, ma anche vissuta, il cui riverbero è la testimonianza. Con l’ulteriore consapevolezza che il senso della vita del Popolo è la Parola che genera la fede e a sua volta motiva ed eleva la vita storica.

 

Oratio

 

Essere “nel mondo” senza essere “del mondo”. È un progetto sublime a cui il Popolo di Dio e ciascuno di noi siamo richiamati continuamente.

Aiutaci, Signore e aiuta il tuo Popolo santo a tenere sempre i piedi ben piantati per terra. Solo mescolati alla terra sapremo essere un lievito che eleva l’umanità verso te.

Solo come “onesti cittadini” (san Giovanni Bosco) vivremo la storia e faremo storia.

Fa’, Signore, che nulla del mondo ci domini e ci renda schiavi. Affinché possiamo vivere nella terra l’esperienza delle “realtà del cielo” (dalla Liturgia).

Rendici liberi da ogni cosa e da ogni condizionamento. Fa’ che nulla ci renda schiavi. Fa’ che il piacere e l’utilizzo delle cose non insinui in noi la logica del possesso che giustifichiamo come ‘buono’, perché serve. Tutto è relativo. E noi ci relazioniamo con Te.

Saremo perciò anche “buoni cristiani” (san Giovanni Bosco), veri discepoli, consacrati al tuo nome, testimoni della carità. Perché vivremo con fede e speranza.

Aiutaci a non credere di possedere la tua Parola, ma accoglierla sempre come puro dono: solo allora, poiché tu la semini in noi, sarai tu a farla crescere e fruttificare.

 

Contemplatio

 

Il Popolo di Dio a cui appartengo non poggia su leggi o ideologia, non su statuti e costituzioni, ma sulla Parola che convoca, chiama, esorta, motiva, illumina il cammino tracciando la strada.

Poggia anche sulla mia vita, sulla mia volontà, sulle mie forze. E non si vergogna della mia vulnerabilità.

Il Popolo non nasce dall’insieme dei ‘bravi’, ma da noi che, personalmente, abbiamo un rapporto unico con Cristo. Lo Spirito fa emergere l’unità dalle diversità.

La Parola è seminata e fa crescere. A noi è dato di essere attenti a noi stessi (come frenare la lingua; come attuare la Parola): indice che il Popolo vive della fiducia e della libertà dei figli.

 

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