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Lectio divina sul libro dell’Esodo

a cura di fr. Pier Giorgio M. Di Domenico OSM

V lectio anno 2016-17

Esodo 25-27

La dimora di Dio in mezzo al suo popolo

            Entriamo nella seconda parte dell’Esodo, comprendente tre blocchi: i capitoli 25-31 presentano le istruzioni sul culto; i capitoli 35-40 – che sono quasi una ripetizione letterale dei precedenti - presentano l’esecuzione di tali istruzioni. In mezzo, i capitoli 32-34 narrano l’episodio del vitello d’oro e descrivono le varie tradizioni dopo Mosè.

            Questi capitoli sono la proiezione ideale del culto israelita all’epoca delle peregrinazioni nel deserto, anche se certamente anche al tempo in cui Israele era nomade il culto era conosciuto: c’era l’arca portatile e una tenda riservata alla liturgia. Sono testi redatti nel tempo post-esilico, quando Israele non aveva più un re e una autonomia politica; perciò è il culto, con tutta la ricchezza delle sue norme particolari, a costituirne l’identità.

            Il culto è un modo di essere in relazione con Dio. Però non siamo noi a stabilirlo e, in un certo senso, a imporlo a Dio. Il culto riceve la sua legittimazione solo da Dio. Per questo si insiste sul «modello» presentato da Dio e a cui bisogna attenersi fedelmente nella costruzione del luogo di culto e dei suoi arredi (cfr. Es 25, 9.40; 26, 8.30; 27, 8; Nm 8, 4).

Esodo 25, 1-9

1Il Signore parlò a Mosè dicendo: 2«Ordina agli Israeliti che raccolgano per me un contributo. Lo raccoglierete da chiunque sia generoso di cuore. 3Ed ecco che cosa raccoglierete da loro come contributo: oro, argento e bronzo, 4tessuti di porpora viola e rossa, di scarlatto, di bisso e di pelo di capra, 5pelle di montone tinta di rosso, pelle di tasso e legno di acacia, 6olio per l’illuminazione, balsami per l’olio dell’unzione e per l’incenso aromatico, 7pietre di ònice e pietre da incastonare nell’efod e nel pettorale. 8Essi mi faranno un santuario e io abiterò in mezzo a loro. 9Eseguirete ogni cosa secondo quanto ti mostrerò, secondo il modello della Dimora e il modello di tutti i suoi arredi.

                Tutto il popolo offre volontariamente un tributo in cose più o meno preziose. Un’offerta che per Gesù deve diventare il dono di tutta la propria vita (cfr. Mc 12, 41-44: l’obolo della vedova). Paolo esorta a offrire i nostri «corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio»: è questo il nostro «culto spirituale» (Rm 12, 1).

Esodo 25, 10-22 (37, 1-9). L’arca del Signore.

10Faranno dunque un’arca di legno di acacia: avrà due cubiti e mezzo di lunghezza, un cubito e mezzo di larghezza, un cubito e mezzo di altezza. 11La rivestirai d’oro puro: dentro e fuori la rivestirai e le farai intorno un bordo d’oro. 12Fonderai per essa quattro anelli d’oro e li fisserai ai suoi quattro piedi: due anelli su di un lato e due anelli sull’altro. 13Farai stanghe di legno di acacia e le rivestirai d’oro. 14Introdurrai le stanghe negli anelli sui due lati dell’arca per trasportare con esse l’arca. 15Le stanghe dovranno rimanere negli anelli dell’arca: non verranno tolte di lì. 16Nell’arca collocherai la Testimonianza che io ti darò.
17Farai il propiziatorio, d’oro puro; avrà due cubiti e mezzo di lunghezza e un cubito e mezzo di larghezza. 18Farai due cherubini d’oro: li farai lavorati a martello sulle due estremità del propiziatorio. 19Fa’ un cherubino a una estremità e un cherubino all’altra estremità. Farete i cherubini alle due estremità del propiziatorio. 20I cherubini avranno le due ali spiegate verso l’alto, proteggendo con le ali il propiziatorio; saranno rivolti l’uno verso l’altro e le facce dei cherubini saranno rivolte verso il propiziatorio. 21Porrai il propiziatorio sulla parte superiore dell’arca e collocherai nell’arca la Testimonianza che io ti darò. 22Io ti darò convegno in quel luogo: parlerò con te da sopra il propiziatorio, in mezzo ai due cherubini che saranno sull’arca della Testimonianza, dandoti i miei ordini riguardo agli Israeliti.

L’arca è il trono della presenza di Dio. È un cofano in legno di acacia di m. 1,20 circa di lunghezza, e 0,70 di larghezza e di altezza, rivestito dentro e fuori di oro puro. In quattro anelli fissati alla base vengono infilate due stanghe di legno di acacia rivestite d’oro. «Le stanghe dovranno rimanere negli anelli dell’arca: non verranno tolte di lì» (Es 25, 15). L’arca non è vincolata a un luogo, perché è sempre considerata in movimento. Nell’arca è la «Testimonianza», scolpita su tavole: una realtà stabile, fissata per sempre, la parola di Dio che non muta. Ma l’arca è per principio mobile, nella tenda e fuori di essa. Accompagna Israele nel suo cammino, simbolo della presenza del Signore che protegge il suo popolo. «Quando l’arca partiva, Mosè diceva: “Sorgi, Signore, e siano dispersi i tuoi nemici e fuggano da te coloro che ti odiano”. Quando si posava, diceva: “Torna, Signore, alle miriadi di migliaia di Israele”» (Nm 10, 35-36).

Il coperchio dell’arca è chiamato «propiziatorio», in ebraico kappôret, derivante da un verbo che vuol dire “coprire” (coprire un oggetto e anche i peccati), “cancellare”, “fare l’espiazione”. È un elemento importante, tanto che lo si ricorda da solo, senza l’arca, nel giorno dell’espiazione. «Il Signore disse a Mosè: “Parla ad Aronne, tuo fratello, e digli di non entrare in qualunque tempo nel santuario, oltre il velo, davanti al coperchio che è sull’arca; altrimenti potrebbe morire, quando io apparirò nella nuvola sul coperchio”» (Lv 16, 2; per il propiziatorio da solo cfr. anche 2Cr 28, 11). Aronne compirà il rito prescritto, mettendo «l’incenso sul fuoco davanti al Signore, perché la nube dell’incenso copra il coperchio che è sull’arca e così non muoia. Poi prenderà un po’ di sangue dal giovenco e ne aspergerà con il dito il coperchio dal lato d’oriente e farà sette volte l’aspersione del sangue con il dito, davanti al coperchio. Poi immolerà il capro del sacrificio espiatorio, quello per il popolo, e ne porterà il sangue oltre il velo; farà con questo sangue quello che ha fatto con il sangue del giovenco: lo aspergerà sul coperchio e davanti al coperchio» (Lv 16, 13-15). La nube dell’incenso, che evoca la nube in cui Dio si manifesta e nello stesso tempo si nasconde (cfr. Es 19, 9), crea come una cortina di protezione e di separazione, necessaria perché Aronne non muoia. «Dio è un fuoco divoratore, un Dio geloso» (Dt 4, 24), il suo nome è «grande e terribile perché è santo» (Sal 99, 3). «È terribile cadere nelle mani del Dio vivente» (Eb 10, 31). La santità di Dio esige che anche noi siamo santi, separati dal mondo e uniti a lui in maniera totale ed esclusiva.

In san Paolo il propiziatorio è Gesù, colui che con il suo sangue ci libera veramente dal peccato (Rm 3, 25). Egli è «vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (1Gv 2, 2; 4, 10).

Seguiamo i movimenti dell’arca lungo la storia di Israele, per considerare i diversi modi con cui Dio si rende presente.

Con l’arca dell’alleanza il popolo attraversa il Giordano ed entra nella terra che gli è stata promessa da Dio. Giosuè dà queste disposizioni: «Quando vedrete l’arca dell’alleanza del Signore Dio vostro e i sacerdoti leviti che la portano, voi vi muoverete dal vostro posto e la seguirete; ma tra voi ed essa vi sarà la distanza di circa duemila cubiti: non avvicinatevi» (Gs 3, 3-4). L’arca è una sorta di santuario mobile, che spetta solo ai sacerdoti di trasportare (cfr. Dt 10, 8); perciò Giosuè ordina loro: «Portate l’arca dell’alleanza e passate davanti al popolo» (Gs 3, 6). I sacerdoti entrano nel Giordano con l’arca: «Appena i portatori dell’arca furono arrivati al Giordano e i piedi dei sacerdoti che portavano l’arca si immersero al limite delle acque […] si fermarono le acque che fluivano dall’alto e stettero come un solo argine a grande distanza […], mentre quelle che scorrevano verso il mare dell’Araba, il Mar Morto, se ne staccarono completamente […]. I sacerdoti che portavano l’arca dell’alleanza del Signore si fermarono immobili all’asciutto in mezzo al Giordano, mentre tutto Israele passava all’asciutto» (Gs 3, 15-17). La prima città che si incontra, oltrepassato il Giordano, è Gerico, centro abitato dal quinto millennio a.C., posto in una pianura fertile, ricca di palme. I dati archeologici dimostrano che nel XIII secolo – presupposta epoca dell’ingresso degli israeliti -, Gerico non aveva mura e non era abitata in seguito alla distruzione di alcuni secoli prima. Il racconto della presa della città (cfr. Gs 6, 1-25) non riguarda perciò un fatto storico, ma è una commemorazione festiva: l’arca portata dai sacerdoti in processione intorno alle mura, i giri fatti per sette giorni, il suono delle trombe, sono dati propri di una liturgia. Il messaggio teologico è chiaro: non sono gli uomini che lottano e vincono, ma il Signore presente nell’arca. Di Dio è la città, i suoi abitanti, le mura, le pietre. Il popolo deve solo obbedire e poi celebrare le meraviglie di Dio, testimoniare il suo amore provvidente.

Ecco perché le mura della città chiamata Gerico, la quale in ebraico si dice che significa luna, caddero dopo che attorno ad esse fu portata per sette volte l'arca dell'Alleanza. Cos'altro infatti fa ora l'annuncio del regno di Dio simboleggiato dall'arca portata intorno a Gerico, se non distruggere, mediante i sette doni dello Spirito Santo e il concorso del libero arbitrio, tutti i baluardi della vita mortale, cioè qualsiasi speranza di questa vita che si oppone alla speranza della vita futura? Ecco perché le mura caddero mentre l'arca girava loro attorno, senza essere percosse da nessun colpo violento, ma spontaneamente. (Agostino, lettera 55, 6.10)

 

Una volta che Israele si è stabilito nella terra promessa, l’arca è conservata nel santuario di Silo, dove officiano il sacerdote Eli e i suoi figli degeneri, Cofni e Pincas. Prestava servizio anche Samuele ancora fanciullo (1Sam 1,3; 2, 12.18): divenuto adulto, anche la sua parola cresce e si rivolge a tutto Israele. Era grande allora e continuo il pericolo dei Filistei. Dopo una grave sconfitta gli anziani di Israele decidono di andare a prendere l’arca a Silo e di portarla sul campo di battaglia. Ma anche allora i Filistei sconfiggono Israele, muoiono i figli di Eli e la stessa arca cade nelle mani dei nemici. Eli, che «aveva il cuore in ansia per l’arca di Dio», alla notizia che era stata presa, cade all’indietro e muore. Tragica anche la fine della moglie di Pincas, incinta e prossima al parto; udito che era stata presa l’arca di Dio ed erano morti il suocero e il marito, viene presa dalle doglie, dà alla luce un figlio che prima di morire chiama Icabod, cioè «se n’è andata lungi da Israele la gloria!» (1Sam 4, 21). Ascoltiamo qui una prima e ancora abbozzata meditazione sulla presenza di Dio in mezzo al suo popolo, una presenza che può cambiare e suscita quella domanda angosciosa, che talora anche noi ci facciamo: «Perché mi hai dimenticato?» (Sal 42, 10). Il profeta Ezechiele mediterà a lungo sull’esilio della gloria del Signore. Dio abbandona il tempio dove è la sua presenza (cfr. Ez 10, 18-22; 11, 22-25). La sua presenza non è una protezione magica o meccanica. Ezechiele spiega ai suoi fratelli, deportati come lui in terra straniera, quello che il Signore gli ha rivelato: «Dice il Signore Dio: Se li ho mandati lontano fra le genti, se li ho dispersi in terre straniere, sarò per loro un santuario per poco tempo [o un santuario piccolo] nelle terre dove hanno emigrato» (Ez 11, 16). Nell’esilio Dio è ancora presente, come in un santuario minore ma molto più importante della costruzione grandiosa del tempio. Dio lascia il tempio per abitare in cuori nuovi che lo accolgano con amore: «Darò loro un cuore nuovo [o un altro cuore, o un solo cuore] e uno spirito nuovo metterò dentro di loro» (Ez 11, 19).    

L’arca del Signore entra, vinta e conquistata, in terra nemica, ma posta a confronto con le divinità false mostra tutta la sua forza vittoriosa (cfr. 1Sam 5). Viene portata da un punto all’altro del territorio filisteo nella speranza di smorzare gli effetti negativi della sua presenza. Alla fine si decide di rimandarla a Israele su un carro trainato da due mucche allattanti, che «andarono diritte per la strada di Bet-Sèmes percorrendo sicure una sola via e muggendo continuamente, ma non piegando né a destra né a sinistra» (1Sam 6, 12). A Bet-Sèmes (Casa del Sole), città israelitica posta al confine con la Filistea, ancora la santità dell’arca colpisce gli uomini che hanno osato solo «guardarla» (1Sam 6, 19), evidentemente uno sguardo senza fede e senza rispetto. La santità di Dio è esigente e lo è ancora di più quando si fa più vicina a noi. Da Bet-Sèmes, quindi, l’arca riprende il suo cammino alla ricerca di un luogo dove sia accolta degnamente. Giunge a Kiriat-Iearìm, è introdotta nella casa di Abinadàb, il cui figlio Eleazaro viene consacrato «perché custodisca l’arca del Signore» (1Sam 7, 1).

Conquistata Gerusalemme, Davide pensa a farne non solo la capitale del regno ma anche il suo centro religioso. Provvede quindi a trasportare l’arca dalla casa di Abinadàb su un carro nuovo condotto da Uzzà e Achio, figli di Abinadàb. «Davide e tutta la casa di Israele facevano festa davanti al Signore con tutte le forze, con canti e con cetre, arpe, timpani, sistri e cembali. Ma quando furono giunti all’aia di Nacon, Uzzà stese la mano verso l’arca di Dio e vi si appoggiò perché i buoi la facevano piegare. L’ira del Signore si accese contro Uzzà; Dio lo percosse per sua colpa ed egli morì sul posto, presso l’arca di Dio» (2Sam 6, 5-7). C’è una sacralità che non può essere in alcun modo profanata. Il contatto con Dio comporta un pericolo di morte (cfr. Es 19, 21-24; 20, 19; 33, 20). Davide «ebbe paura del Signore», e si chiese: «Come potrà venire da me l’arca del Signore?» (2Sam 6, 9). La consapevolezza della propria indegnità apre la strada per un incontro vero con il Signore.

L’arca del Signore viene dirottata nella casa di Obed-Èdom, dove rimane tre mesi: finalmente «il Signore benedisse Obed-Èdom e tutta la sua casa» (2Sam 6, 11). Davide, rassicurato, decide di portare l’arca nella «città di Davide», insieme a tutta la casa d’Israele, tra canti e suoni. È una festa comunitaria, cui tutti partecipano nella gioia della fede che avverte la vicinanza del Signore. Solo Mikal, la figlia di Saul e moglie di Davide, non comprende la gioia di suo marito e anzi ne dà un giudizio sprezzante. «Mikal, figlia di Saul, non ebbe figli fino al giorno della sua morte» (2Sam 6, 23). Fuori della comunità – che è il vero santuario dove l’arca trova il suo posto – c’è solo sterilità.

Il salmo 132 – uno dei salmi graduali – celebra la festa del trasferimento dell’arca a Gerusalemme e prega: «Alzati, Signore, verso il luogo del tuo riposo,/tu e l’arca della tua potenza» (Sal 132, 8). E il Signore, che ha scelto Sion per sua dimora, risponde: «Questo è il mio riposo per sempre; qui abiterò, perché l’ho desiderato» (Sal 132, 14). Il desiderio di Dio: stare in mezzo a noi.

Il Signore abita nei cuori e unico è il cuore di quanti, pur essendo molti, sono cementati dalla carità. Miei fratelli, quante migliaia di persone credettero e posero ai piedi degli Apostoli il prezzo dei loro averi7! Ma cosa dice la Scrittura nei loro riguardi? Erano certamente diventati tempio di Dio, e non lo erano diventati solo come singoli ma tutt'insieme erano diventati tempio di Dio. Erano diventati, in altre parole, luogo sacro al Signore; e voi sapete che di tutti costoro era risultato un unico luogo per il Signore. Lo dice la Scrittura:Avevano un cuor solo e un'anima sola in Dio. […]Questo il mio riposo nei secoli dei secoli. Son parole di Dio. Mio riposo significa: In essa trovo riposo. Quanto ci ama Dio, o fratelli! Fino a dire che lui riposa quando noi siamo nella pace. Difatti non è che lui si turbi per poi calmarsi. Se dice di trovar riposo è perché noi avremo in lui il nostro riposo. (Agostino, Commento al salmo 131 (132), 5, 22)


            In 1Cr 28, 2-3 Davide parla così agli ufficiali, ai capi e ai soldati: «Ascoltatemi, miei fratelli e mio popolo! Io avevo deciso di costruire una dimora tranquilla per l’arca dell’alleanza del Signore, per lo sgabello dei piedi del nostro Dio. Avevo fatto i preparativi per la costruzione, ma Dio mi disse: Non costruirai un tempio al mio nome, perché tu sei stato un guerriero e hai versato sangue». Sarà suo figlio Salomone il costruttore del tempio (cfr. 1Re 5, 15-6, 37). Nella parte più segreta e sacra del tempio, il Santo dei santi, viene posta l’arca dell’alleanza (cfr. 1Re 6, 19; 8, 6-9.21). L’arca ha finalmente terminato le sue peregrinazioni; non esce più per la guerra e contiene solo le tavole dell’alleanza, la parola di Dio che fa di Israele un popolo, una comunità. Nel tempio è il nome di Dio (cfr. 1Re 8, 16.29), e lì si leva una preghiera: Dio «volga i nostri cuori verso di lui» (1Re 8, 58).

            L’arca scompare, probabilmente distrutta dai caldei al momento della presa di Gerusalemme (587 a.C.). Geremia dichiara: «non si parlerà più dell’arca dell’alleanza del Signore; nessuno ci penserà né se ne ricorderà; essa non sarà rimpianta né rifatta» (Ger 3, 16; cfr. anche la leggenda in 2Mac 2, 1-12). Gerusalemme sarà chiamata «trono del Signore», come lo era stato un tempo l’arca: a Gerusalemme si raduneranno «tutti i popoli nel nome del Signore […]. La casa di Giuda andrà verso la casa di Israele e tutte e due torneranno insieme … nel paese dato in eredità ai loro padri» (Ger 3, 17-18). Dove è l’unità non c’è più bisogno di un segno: è l’unità stessa a essere segno concreto della presenza di Dio.

            Il veggente di Patmos vede aprirsi il santuario di Dio nel cielo e apparire nel santuario l’arca dell’alleanza (Ap 11, 19). Questa visione introduce il «segno grandioso» della donna vestita di sole che partorisce un figlio maschio (Ap. 12, 1-6): è la Chiesa, arca nuova dell’alleanza, che porta in sé il Figlio di Dio. È anche la Vergine Maria che si affretta verso la casa di Elisabetta per portare il lieto annuncio della nascita di Gesù.

            Un’ultima osservazione ancora da fare sull’arca. L’arca è un’opera d’arte che riflette la sapienza di Dio. L’artista che l’ha creata è Bezaleel (Es 37, 1), figlio di Uri, figlio di Cur, della tribù di Giuda. Il Signore lo ha riempito del suo Spirito, «perché abbia saggezza, intelligenza e scienza in ogni genere di lavoro, per concepire progetti e realizzarli in oro, argento e rame, per intagliare le pietre da incastonare, per scolpire il legno e compiere ogni sorta di lavoro. […] Inoltre – dice il Signore - nel cuore di ogni artista ho infuso saggezza, perché possano eseguire quanto ho comandato» (Es 31, 3-6). Lo Spirito di Dio, che aleggiava sul caos primordiale per trasformarlo in un cosmo ordinato e armonioso, riempie di sé anche l’artista. L’arte pone l’uomo in rapporto con la Sapienza divina, che come architetto ha dato forma bella al creato (cfr. Pr 8, 30). Possiamo rileggere a questo proposito l’intenso appello che Giovanni Paolo II, con la lettera agli artisti del 4 aprile 1999 (Pasqua di Risurrezione) rivolse «a quanti con appassionata dedizionecercano nuove “epifanie” della bellezza per farne dono al mondonella creazione artistica». Il papa ricorda che «nella Costituzione pastoraleGaudium et spesi Padri conciliari hanno sottolineato la “grande importanza” … delle arti nella vita dell'uomo: “Esse si sforzano, infatti, di conoscere l'indole propria dell'uomo, i suoi problemi e la sua esperienza, nello sforzo di conoscere e perfezionare se stesso e il mondo; si preoccupano di scoprire la sua situazione nella storia e nell'universo, di illustrare le sue miserie e le sue gioie, i suoi bisogni e le sue capacità, e di prospettare una migliore condizione dell'uomo”. […]Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la Chiesa ha bisogno dell'arte. Essa deve, infatti, rendere percepibile e, anzi, per quanto possibile, affascinante il mondo dello spirito, dell'invisibile, di Dio. Deve dunque trasferire in formule significative ciò che è in se stesso ineffabile. Ora, l'arte ha una capacità tutta sua di cogliere l'uno o l'altro aspetto del messaggio. traducendolo in colori, forme, suoni che assecondano l'intuizione di chi guarda o ascolta. E questo senza privare il messaggio stesso del suo valore trascendente e del suo alone di mistero».

Esodo 25, 23-30. I pani dell’offerta

23Farai una tavola di legno di acacia: avrà due cubiti di lunghezza, un cubito di larghezza, un cubito e mezzo di altezza. 24La rivestirai d’oro puro e le farai attorno un bordo d’oro. 25Le farai attorno una cornice di un palmo e farai un bordo d’oro per la cornice. 26Le farai quattro anelli d’oro e li fisserai ai quattro angoli, che costituiranno i suoi quattro piedi. 27Gli anelli saranno contigui alla cornice e serviranno a inserire le stanghe, destinate a trasportare la tavola. 28Farai le stanghe di legno di acacia e le rivestirai d’oro; con esse si trasporterà la tavola. 29Farai anche i suoi piatti, coppe, anfore e tazze per le libagioni: li farai d’oro puro. 30Sulla tavola collocherai i pani dell’offerta: saranno sempre alla mia presenza.

      I pani dell’offerta, o anche “pani della faccia” o pani sacri (1Sam 21, 2-7) o pani perenni (cfr. Nm 4, 7) di Dio, è l’offerta quotidiana al Signore.Alla vigilia del sabato si ponevano 12 pani azzimi, e si lasciavano fino alla settimana seguente quando erano sostituiti. Simboleggiavano la provvidenza del Signore verso il suo popolo. Gesù li ricorda rispondendo ai farisei, scandalizzati perché i discepoli, affamati, avevano raccolto spighe di sabato. Anche Davide e i suoi compagni, quando ebbero fame, mangiarono i pani dell’offerta riservati ai soli sacerdoti (cfr. Mt 12, 1-4). Oltre il tempio e il culto ora con Gesù «c’è qualcosa più grande» che chiede fedeltà alla parola profetica: «Misericordia io voglio e non sacrificio» (Mt 12, 6-7).

Esodo 25, 31-40. Il candelabro d’oro

31Farai anche un candelabro d’oro puro. Il candelabro sarà lavorato a martello, il suo fusto e i suoi bracci; i suoi calici, i suoi bulbi e le sue corolle saranno tutti di un pezzo. 32Sei bracci usciranno dai suoi lati: tre bracci del candelabro da un lato e tre bracci del candelabro dall’altro lato. 33Vi saranno su di un braccio tre calici in forma di fiore di mandorlo, con bulbo e corolla, e così anche sull’altro braccio tre calici in forma di fiore di mandorlo, con bulbo e corolla. Così sarà per i sei bracci che usciranno dal candelabro. 34Il fusto del candelabro avrà quattro calici in forma di fiore di mandorlo, con i loro bulbi e le loro corolle: 35un bulbo sotto i due bracci che si dipartono da esso e un bulbo sotto i due bracci seguenti e un bulbo sotto gli ultimi due bracci che si dipartono da esso; così per tutti i sei bracci che escono dal candelabro. 36I bulbi e i relativi bracci saranno tutti di un pezzo: il tutto sarà formato da una sola massa d’oro puro lavorata a martello. 37Farai le sue sette lampade: vi si collocheranno sopra in modo da illuminare lo spazio davanti ad esso. 38I suoi smoccolatoi e i suoi portacenere saranno d’oro puro.39Lo si farà con un talento di oro puro, esso con tutti i suoi accessori. 40Guarda ed esegui secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte.

Il candelabro d’oro era un elemento importantissimo dell’arredo del tempio; si alimentava con olio purissimo (Es 27, 20-21). La sua descrizione risulta difficile per noi: molti termini sono incerti. È simbolo della presenza del Signore che veglia sul suo popolo. L’angelo, che parla al profeta Zaccaria, presenta in visione «un candelabro tutto d’oro; in cima ha un recipiente con sette lucerne e sette beccucci per le lucerne» e spiega: «Le sette lucerne rappresentano gli occhi del Signore che percorrono tutta la terra» (Zc 4, 2.10). Gli occhi del Signore: uno sguardo provvidente, pieno d’amore e di compassione. La nostra lucerna è l’occhio: «se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso» (Mt 6, 22-23). Avere lo stesso sguardo semplice di Dio, che conosce ogni uomo e lo vede bisognoso non di giudizi, ma solo di misericordia e di perdono.

Esodo 26-27. La Dimora (Es 36, 8-38). Ebraico: miškan; greco: skené (tenda); latino: tabernaculum.

            La Dimora o Tabernacolo è presentato come un insieme di strutture di legno d’acacia ricoperto d’oro, collegate insieme in modo tale da formare un impianto rettangolare tre volte più lungo della sua larghezza: largo solo 4,5 metri e lungo 13,5 metri; il vestibolo 2x4,57 m; il Santo dei Santi 4,57 mq. Sopra questa struttura ci sono tende che formano il “tabernacolo” vero e proprio: il velo più interno, «di porpora viola, di porpora rossa, di scarlatto e di bisso ritorto» (Es 26, 31) e decorato con cherubini «lavoro di disegnatore», oltre il quale è il Santo dei santi dove è collocata l’arca; all’ingresso della tenda una cortina anch’essa colorata, «lavoro di ricamatore» (Es 26, 36). Attorno al complesso centrale un recinto di 30m x 23m, chiuso da tendaggi sostenuti da pali (Es 27, 9-19). All’ingresso della Dimora è l’altare degli olocausti, di legno di acacia, lungo e largo 2,25m; ai quattro angoli quattro «corni» su cui si versava il sangue dei sacrifici ed erano quindi dotati di una particolare sacralità (Es 27, 1-8).

Se si confronta il tabernacolo ebraico con altri santuari “nazionali” egiziani, si vede quanto esso fosse piccolo e modesto. E tuttavia qui la presenza del Signore è il conforto di quanti sono nel cammino di questa vita:

Quanto sono amabili le tue dimore,

Signore degli eserciti!

L’anima mia languisce

e brama gli atri del Signore.

[…]

Beato chi abita la tua casa:

sempre canta le tue lodi!

Beato chi trova in te la sua forza

e decide nel suo cuore il santo viaggio (Sal 84, 2-3.5-6)