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Lectio divina sul libro dell’Esodo

a cura di fr. Piergiorgio M. Di Domenico OSM

IV lectio anno 2016-17

Esodo 20, 22-23, 19; 24, 1-18

«Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto»

(Es 24, 7). 

 

            Siamo giunti a quella sezione del libro dell’Esodo che si è convenuto di chiamare “codice dell’alleanza”: un insieme di leggi non sistematico e senza un ordine logico, appartenenti molte di esse al patrimonio giuridico dell’antico Oriente, ascrivibili a un tempo intorno al 1225 a.C., cioè ai primi tempi dell’installazione di Israele in terra di Canaan, prima della monarchia. Lo spirito di queste leggi è quello del decalogo e questo ne spiega l’incorporazione nel contesto dell’alleanza del Sinai.

Il codice comprende:

- leggi civili e penali (21, 1-22, 19), riguardanti gli schiavi, l’omicidio, casi di violenza, furto;

- leggi cultuali: l’altare (20, 22-26), l’offerta delle primizie e dei primogeniti (22, 28-31), il sabato, l’anno sabbatico, le feste (23, 10-19);

- leggi morali: protezione del forestiero, della vedova, dell’orfano, del povero (22, 20-27), giustizia nei processi, doveri verso il nemico (23, 1-9).

Venendo a far parte dell’alleanza queste leggi sono considerate come provenienti dal Signore e acquistano così un valore sacro: la loro trasgressione comporta la trasgressione dell’alleanza con l’unico Signore, con Colui che non ammette rivali. Perciò il codice si apre così:

«Il Signore disse a Mosè: “Così dirai agli Israeliti: “Voi stessi avete visto che vi ho parlato dal cielo! Non farete dei d’argento e dei d’oro accanto a me: non ne farete per voi!» (Es 20, 22-23)

                        Tutto quello che è stato detto prima è Parola di Dio, che ora parla «dal cielo», non solo dalla montagna, e parla «a voi», non solo a Mosè. Un’analoga dichiarazione chiude il codice:

«Ma tu non farai alleanza con loro e con i loro dei; essi non abiteranno più nella tua terra, altrimenti ti farebbero peccare contro di me, perché tu serviresti i loro dei e ciò diventerebbe una trappola per te» (Es 23, 32-33)

            È la preoccupazione costante: sempre presente è il rischio di contaminarsi con la mentalità mondana (cfr. il salmo 106 dove Israele confessa il suo peccato: «si mescolarono con le genti/e impararono ad agire come loro»).

La prima legge è di carattere cultuale e riguarda l’altare: «Farai per me un altare di terra e sopra di esso offrirai i tuoi olocausti e i tuoi sacrifici di comunione, le tue pecore e i tuoi buoi; in ogni luogo dove io vorrò far ricordare il mio nome, verrò a te e ti benedirò. Se tu farai per me un altare di pietra, non lo costruirai con pietra tagliata, perché, usando la tua lama su di essa, tu la renderesti profana. Non salirai sul mio altare per mezzo di gradini, perché là non si scopra la tua nudità» (Es 20, 24-26). L’altare di pietra, non profanato da mani d’uomo, sarà posto «in ogni luogo»: non c’è ancora un luogo di culto unico. Dio lo si incontra ovunque.

            Es 21, 1-11: la schiavitù è istituzione sociale riconosciuta; la legge cerca di tutelare i diritti degli schiavi. La liberazione ogni sette anni di un ebreo caduto in schiavitù per debiti era un giubileo individuale. Dt 15, 12 al termine “ebreo” aggiunge la qualifica di “fratello”: un’anticipazione di quella fraternità che sarà la caratteristica della comunità cristiana, dove non esiste più né schiavo né libero, ma tutti sono «uno» in Cristo (cfr. Gal 3, 28; Fm 15-16).

            In caso di omicidio non intenzionale Dio fissa per l’omicida «un luogo dove potrà rifugiarsi» (Es 21, 13). Per questi luoghi d’asilo cfr. Dt 19 e Nm 35, 11-34; Lv 24, 10; 1Re 1, 51. Per la fraternità, come luogo di rifugio per ogni povero di questo mondo, non si dimentichi la Legenda de origine 2.

            In caso di violenza «pagherai vita per vita: occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido» (Es 21, 23-25). La legge del taglione (cfr. Lv 24, 20; Dt 19, 21), che tentava di porre un freno alla violenza indiscriminata, è superata da Gesù, che propone di vincere il male con il bene: «io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle» (Mt 5, 39-42).

Esodo 22, 20-26:Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Non maltratterai la vedova e l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido, la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani. Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse. Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso.

            La norma sul forestiero è ripresa in Es 23, 9. Per i poveri cfr. Lv 25, 35-37.

Esodo 23, 1-19

Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per far da testimone in favore di un’ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo così da stare con la maggioranza, per ledere il diritto.

Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo.

Quando incontrerai il bue del tuo nemico o il suo asino dispersi, glieli dovrai ricondurre. Quando vedrai l’asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico, non abbandonarlo a se stesso: mettiti con lui a scioglierlo dal carico.

Non ledere il diritto del tuo povero nel suo processo.

Ti terrai lontano da parola menzognera. Non far morire l’innocente e il giusto, perché io non assolvo il colpevole. Non accetterai doni, perché il dono acceca chi ha gli occhi aperti e perverte anche le parole dei giusti.

Non opprimerai il forestiero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri in terra d’Egitto.

Per sei anni seminerai la tua terra e ne raccoglierai il prodotto, ma nel settimo anno non la sfrutterai e la lascerai incolta: ne mangeranno gli indigenti del tuo popolo e ciò che lasceranno sarà consumato dalle bestie selvatiche. Così farai per la tua vigna e per il tuo oliveto.

Per sei giorni farai i tuoi lavori, ma nel settimo giorno farai riposo, perché possano godere quiete il tuo bue e il tuo asino e possano respirare i figli della tua schiava e il forestiero.

Farete attenzione a quanto vi ho detto: non pronunciate il nome di altri dei; non si senta sulla tua bocca!
Tre volte all’anno farai festa in mio onore.

Osserverai la festa degli Azzimi: per sette giorni mangerai azzimi, come ti ho ordinato, nella ricorrenza del mese di Abìb, perché in esso sei uscito dall’Egitto.

Non si dovrà comparire davanti a me a mani vuote.

Osserverai la festa della mietitura, cioè dei primi frutti dei tuoi lavori di semina nei campi, e poi, al termine dell’anno, la festa del raccolto, quando raccoglierai il frutto dei tuoi lavori nei campi. Tre volte all’anno ogni tuo maschio comparirà alla presenza del Signore Dio.

Non offrirai con pane lievitato il sangue del sacrificio in mio onore, e il grasso della vittima per la mia festa non dovrà restare fino al mattino.

Il meglio delle primizie del tuo suolo lo porterai alla casa del Signore, tuo Dio.

Non farai cuocere un capretto nel latte di sua madre.

Alle norme relative al comportamento verso i più deboli e verso il nemico seguono prescrizioni cultuali, interessanti soprattutto quelle relative al sabato e all’anno sabbatico.

            «Per sei anni seminerai la tua terra e ne raccoglierai il prodotto, ma nel settimo anno non la sfrutterai e la lascerai incolta: ne mangeranno gli indigenti del tuo popolo e ciò che lasceranno sarà consumato dalle bestie selvatiche. Così farai per la tua vigna e per il tuo oliveto» (Es 23, 10-11).«Non la sfrutterai»: letteralmente “farai remissione”. Il settimo anno infatti è l’anno della remissione, remissione di ogni debito, liberazione dello schiavo (cfr. Dt 15, 1-18). Anche «la terra dovrà avere il suo sabato consacrato al Signore» (Lv 25, 2). A Dio preme che alla terra, al pari degli uomini e degli animali, sia riconosciuto il diritto alla rigenerazione. Se l’uomo non rispetta tale diritto, subirà dolorose conseguenze. «Vi disperderò fra le nazioni e vi inseguirò con la spada sguainata; il vostro paese sarà desolato e le vostre città saranno deserte. Allora la terra godrà i suoi sabati per tutto il tempo in cui rimarrà desolata e voi sarete nel paese dei vostri nemici; allora la terra si riposerà e si compenserà dei suoi sabati. Finché rimarrà desolata, avrà il riposo che non le fu concesso da voi con i sabati, quando l’abitavate» (Lv 26, 33-35). Il tempo dell’esilio non è solo visto come tempo di dispersione e di rovina, ma positivamente come tempo di riposo della terra, alla quale vengono restituiti i suoi sabati che Israele non le aveva fatto osservare. Si tratta di un messaggio importantissimo, che considera l’intimo legame esistente tra tutte le creature di questo mirabile universo: «essendo stati creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge ad un rispetto sacro, amorevole e umile … Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che la desertificazione del suolo è come una malattia per ciascuno, e possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione» (lettera enciclica Laudato si’ del santo Padre Francesco, n. 89; andrebbe letto tutto il capitolo secondo dell’enciclica, Il Vangelo della creazione, nn. 62-100).

La prescrizione riguardante il sabato riprende una delle dieci parole (Es 20, 8-10). Il sabato è giorno del godimento del riposo non solo da parte dell’ebreo, ma anche del bue, dell’asino, dei figli della schiava, del forestiero. Cioè il sabato è in particolare per chi è stanco e lavora alle dipendenze di un altro.

«Non si dovrà comparire davanti a me a mani vuote» (Es 23, 15). Lett.: non saranno viste le mie facce vuotamente. Vedere la faccia del Signore è un modo di dire per indicare la visita al santuario. Alla presenza del Signore non si può arrivare “vuoti”. La prescrizione ritorna in Es 34, 20, in Dt 16, 16 e in Sir 35, 6. Bisogna portare a Dio un’offerta; l’offerta più preziosa è certamente la fede vissuta: «Uomo vuoto [insensato, nella traduzione CEI], vuoi capire che la fede senza le opere non ha valore?» (Gc 2, 20). La persona vuota è quella che ha fede (o pensa di aver fede), ma non c’è alcun riscontro nella vita pratica. «Di ogni parola vana [lett.: senza fatti] che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno del giudizio» (Mt 12, 36). Dio ci salvi da un parlare vuoto e senza senso; la nostra parola sia modellata sulla sua che, una volta pronunciata, non torna mai a lui «vuota», cioè «senza effetto» (Is 55, 11).

Esodo 23, 20-26: prima della partenza.

Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato. Abbi rispetto della sua presenza, da’ ascolto alla sua voce e non ribellarti a lui; egli infatti non perdonerebbe la vostra trasgressione, perché il mio nome è in lui. Se tu dai ascolto alla sua voce e fai quanto ti dirò, io sarò il nemico dei tuoi nemici e l’avversario dei tuoi avversari.
Quando il mio angelo camminerà alla tua testa e ti farà entrare presso l’Amorreo, l’Ittita, il Perizzita, il Cananeo, l’Eveo e il Gebuseo e io li distruggerò, tu non ti prostrerai davanti ai loro dei e non li servirai; tu non ti comporterai secondo le loro opere, ma dovrai demolire e frantumare le loro stele.

Voi servirete il Signore, vostro Dio. Egli benedirà il tuo pane e la tua acqua. Terrò lontana da te la malattia. Non vi sarà nella tua terra donna che abortisca o che sia sterile. Ti farò giungere al numero completo dei tuoi giorni.

            Si salta improvvisamente da un complesso di leggi all’ordine della partenza verso il luogo preparato dal Signore. Dio manda un angelo “custode”, a cui bisogna obbedire perché in lui è il nome di Dio, cioè la stessa presenza divina. Suo compito principale è quello di tenere il popolo lontano dall’idolatria e di aiutarlo a servire solo il Signore. Il servizio del Signore è fonte di felicità.

Esodo 23, 27-33

Manderò il mio terrore davanti a te e metterò in rotta ogni popolo in mezzo al quale entrerai; farò voltare le spalle a tutti i tuoi nemici davanti a te.

Manderò i calabroni davanti a te ed essi scacceranno dalla tua presenza l’Eveo, il Cananeo e l’Ittita. Non li scaccerò dalla tua presenza in un solo anno, perché non resti deserta la terra e le bestie selvatiche si moltiplichino contro di te. Li scaccerò dalla tua presenza a poco a poco, finché non avrai tanti discendenti da occupare la terra.

Stabilirò il tuo confine dal Mar Rosso fino al mare dei Filistei e dal deserto fino al Fiume, perché ti consegnerò in mano gli abitanti della terra e li scaccerò dalla tua presenza. Ma tu non farai alleanza con loro e con i loro dei; essi non abiteranno più nella tua terra, altrimenti ti farebbero peccare contro di me, perché tu serviresti i loro dei e ciò diventerebbe una trappola per te».

            Perché Dio ha voluto l’occupazione della terra non in un solo momento, ma a tappe graduali? Si risponde: perché l’eliminazione immediata dei suoi abitanti avrebbe comportato la desertificazione della terra e l’aumento delle bestie feroci. Come nella benedizione di Gen 1, 28 l’aumento del numero degli abitanti è condizione per il possesso e il dominio della terra. A questa spiegazione della lentezza del suo insediamento nella terra promessa, Israele ha aggiunto altre ragioni. Dio non ha scacciato subito nessuno dei popoli per mettere alla prova Israele e vedere se cammina o no sulla via del Signore (cfr. Gdc 2, 21-22) o ancora – ed è la motivazione che certo ci piace di più -: Dio non ama distruggere, ma attende pazientemente il ravvedimento dell’uomo; castiga chi lo merita, ma ha indulgenza anche per i Cananei «perché sono uomini», è «padrone della forza» ma giudica «con mitezza», corregge e insieme dà speranza nella sua misericordia (Sap 12, 2-22).

 

Esodo 24

Il Signore disse a Mosè: «Sali verso il Signore tu e Aronne, Nadab e Abiu e settanta anziani d’Israele; voi vi prostrerete da lontano, solo Mosè si avvicinerà al Signore: gli altri non si avvicinino e il popolo non salga con lui».

Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose a una sola voce dicendo: «Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!». Mosè scrisse tutte le parole del Signore. Si alzò di buon mattino ed eresse un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore. Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto». Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!».

Mosè salì con Aronne, Nadab, Abiu e i settanta anziani d’Israele. Essi videro il Dio d’Israele: sotto i suoi piedi vi era come un pavimento in lastre di zaffìro, limpido come il cielo. Contro i privilegiati degli Israeliti non stese la mano: essi videro Dio e poi mangiarono e bevvero.Il Signore disse a Mosè: «Sali verso di me sul monte e rimani lassù: io ti darò le tavole di pietra, la legge e i comandamenti che io ho scritto per istruirli». Mosè si mosse con Giosuè, suo aiutante, e Mosè salì sul monte di Dio. Agli anziani aveva detto: «Restate qui ad aspettarci, fin quando torneremo da voi; ecco, avete con voi Aronne e Cur: chiunque avrà una questione si rivolgerà a loro».

Mosè salì dunque sul monte e la nube coprì il monte. La gloria del Signore venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni. Al settimo giorno il Signore chiamò Mosè dalla nube. La gloria del Signore appariva agli occhi degli Israeliti come fuoco divorante sulla cima della montagna. Mosè entrò dunque in mezzo alla nube e salì sul monte. Mosè rimase sul monte quaranta giorni e quaranta notti.

            Con Es 24 un rito particolare sigilla l’alleanza. Nei vv. 1-2 è ripreso l’ordine che Dio ha dato a Mosè in 19, 24. Ora però lo accompagnano non solo Aronne, ma anche i suoi figli Nadab e Abiu e settanta anziani (cfr. Es 18, 21-26 e Nm 11, 16.24). Si vengono a formare tre livelli o gradi di vicinanza a Dio: il popolo ai piedi del monte, gli anziani che salgono con Mosè ma devono rimanere a distanza, e Mosè che «da solo si avvicinerà al Signore» (Es 24, 2). «Solo»: c’è una solitudine con Dio, esperienza fondamentale non solo di chi ha ricevuto un compito di guida o di profeta (cfr. Ger 15, 17), ma anche di ciascuno di noi, un incontro personale, un’esperienza vissuta, che ci permette di portare Dio agli altri come la nostra verità più profonda, la verità che è diventata la nostra vita.

Mosè porta al popolo tutte le parole e le norme dettate dal Signore e il popolo «a una sola voce» promette di eseguirle.

«Mosè scrisse tutte le parole del Signore» (Es 24, 4). Ancora in Es 34, 27-28 è Mosè a scrivere. Ma in Es 24, 12: «Il Signore disse a Mosè: “Sali verso di me sul monte e rimani lassù: io ti darò le tavole di pietra, la legge e i comandamenti che io ho scritto per istruirli». E ancora è Dio a scrivere in Es 31, 18 («le tavole di pietra, scritte dal dito di Dio») e 34, 1. Scrive Dio e scrive anche Mosè. C’è qui il richiamo ai riti di conclusione di un’alleanza nell’Oriente antico: il documento contenente le clausole dell’alleanza era scritto in duplice copia e depositato poi nel tempio dell’uno e dell’altro contraente. Possiamo anche sentirvi l’allusione a una verità importante per la nostra vita: la Scrittura è opera di Dio, ma anche di Mosè; è un libro scritto da Dio, ma anche da noi. La Scrittura è un libro mai concluso, sempre da scrivere, da completare. Noi continuiamo a scriverla con la nostra vita.

            Dopo aver scritto il libro dell’alleanza, Mosè compie il rito dell’aspersione del sangue. Erige ai piedi del monte un altare, simbolo di Dio, con dodici stele che rappresentano le dodici tribù di Israele. Incarica alcuni giovani di compiere il sacrificio di animali. Poi prende una metà del sangue e la mette in tanti catini, e l’altra metà la versa sull’altare; il sangue, che è la vita (cfr. Lv 17, 14), è ora sacro perché, versato sull’altare, è diventato il sangue, cioè la vita, di Dio stesso. Legge poi il libro dell’alleanza e il popolo, per la terza volta (cfr. 19, 8; 24, 3), dà il suo assenso: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto» (Es 24, 7). È questo uno dei passi fondamentali della Bibbia, dove il fare, cioè la vita, è la condizione previa per un vero ascolto e comprensione della parola. Senza il fare, in cui si concretizza l’adesione del cuore alla volontà di Dio, non può esserci un vero ascolto. «Noi lo faremo e lo ascolteremo»: è possibile, secondo la grammatica ebraica, dare alla congiunzione “e” un senso molto più forte, cioè un valore finale: quanto il Signore ha detto, noi lo faremo affinché possiamo ascoltarlo. Per ascoltare, per obbedire, bisogna prima vivere, cioè amare. Anche gli angeli, secondo il salmo 103, 20, hanno lo stesso comportamento: essi sono «potenti esecutori della sua parola (fanno la sua parola) per ascoltare la voce della sua parola». Dopo la lettura del Libro anche il popolo viene asperso con il sangue (l’altra metà): Israele è ora in piena comunione con Dio, condivide la stessa vita di Dio in un’alleanza nuziale per cui i due sono una cosa sola. Mosè dichiara: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!» (Es 24, 8). Tra Dio e noi circola lo stesso sangue; siamo divenuti consanguinei. La nuova alleanza riprenderà parte di questi riti (cfr. Mt 26, 27; Mc 14, 24; Lc 22, 20; 1Cor 11, 23-25); non più il sangue di animali ci unisce a Dio, ma Gesù che ha offerto la sua vita per noi (Eb 9, 11-18).

            Dopo la dichiarazione di fedeltà da parte del popolo Mosè sale con Aronne, i figli di lui e i settanta anziani che prima erano rimasti «lontano». Salgono ancora fino a un certo punto e vivono un’esperienza particolare. «Essi videro il Dio d’Israele: sotto i suoi piedi vi era come un pavimento in lastre di zaffìro, limpido come il cielo» (Es. 24, 10). Non vedono una figura definita, solo i piedi, e in una luce celeste. Sono tuttavia «privilegiati» perché «contemplarono Dio e poi mangiarono e bevvero» (24, 11), rimasero cioè in vita. Sono privilegiati, «perché – ha detto il Signore – nessun uomo può vedermi e restare vivo» (Es 33, 20). C’è un vedere che porta alla morte, perché è un’azione superiore alle capacità umane, e c’è un vedere che è un contemplare, un vedere con gli occhi del cuore la presenza ineffabile di Dio. Il vedere della fede, come quello di Mosè che ebbe il coraggio di lasciare l’Egitto: «rimase infatti saldo, come se vedesse l’Invisibile» (Eb 11, 27; cfr. anche Nm 12, 6-8), o il vedere del discepolo amato (Gv 20, 8: «vide e credette»). Non il vedere che ha la pretesa di impossessarsi di Dio, ma il vedere come abbandono fiducioso in Lui.

            Nell’Antico Testamento ci sono ancora altri “privilegiati” che vedono Dio senza morire. Agar, la schiava cacciata da Sara, viene trovata presso una sorgente d’acqua nel deserto dall’angelo del Signore, che le dice di tornare dalla sua padrona, di starle sottomessa; il Signore infatti ha ascoltato la sua afflizione ed ella partorirà un figlio. «Agar chiamò il Signore che le aveva parlato: “Tu sei il Dio della visione”, perché diceva: “Qui dunque sono riuscita ancora a vedere dopo la mia visione?”» (Gen 16, 13). La lettura del testo è incerta, perché si può anche intendere: «Tu sei il Dio che mi vede: vedo colui che mi vede». Un significato non esclude l’altro; c’è qui l’incontro tra due “vedere”: il vedere di Dio, che è cura e protezione del povero, e il vedere della creatura che è scoperta stupita dell’amore di Dio.

            Giacobbe, dopo la lotta con Dio e dopo aver ricevuto il nuovo nome di Israele, esclama: «ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva» (Gen 32, 31). Israele, secondo la bella etimologia suggerita da Filone d’Alessandria, vuol dire “l’uomo che vede Dio”. Il combattimento perseverante e tenace della preghiera riceverà forse la grazia di vedere un giorno Dio.

            Isaia riceve la chiamata da Dio in una grandiosa visione nel tempio: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto (contemplato) il re, il Signore degli eserciti» (Is 6, 5). Il verbo “contemplare” diventa il termine tecnico usato per i profeti, chiamati spesso “veggenti” (cfr. Nm 24, 4.16; Is 1, 1; 2, 1; 13, 1; Ez 12, 27; Am 1, 1). I profeti vedono la parola che è loro ispirata.

            Il Signore ordina di nuovo a Mosè di salire sul monte, dove gli consegnerà le tavole di pietra. La gloria del Signore, cioè la sua presenza, si manifesta agli Israeliti come un fuoco divorante (cfr. Es 13, 22; Dt 4, 24; Eb 12, 29): il fuoco è l’amore geloso di Dio che esige adesione totale ed esclusiva.

«In una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto» (Es 3, 2) Mosè ha incontrato il Dio di suo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe. Ora avvolto nella nube sale sul monte e vi rimane quaranta giorni e quaranta notti: un lungo tempo di oscurità e di prova, di paziente penetrazione del mistero ineffabile di Dio.