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Sr. Ch. Elisabetta di Maria
Lectio divina sul libro dell’Esodo: Le sorgenti di Mara

Mara: il cammino della libertà

Es 15,22-26

Mosè fece partire Israele dal Mar Rosso e s'incamminarono verso il deserto di Sur: andarono per tre giorni nel deserto e non trovarono acqua.

Giunsero a Mara e non poterono bere l'acqua di Mara, perché amara: perciò fu chiamata Mara.

Il popolo mormorò contro Mosè: «Che cosa beviamo?».

Egli gridò al Signore, che gli mostrò un legno: lo gettò nell'acqua e l'acqua diventò dolce.

Là il Signore gli impose un decreto e un giudizio, là lo mise alla prova e disse: «Se ascolterai la voce del Signore, tuo Dio, e agirai rettamente ai suoi occhi, se presterai orecchio ai suoi ordini e osserverai tutti i suoi decreti, non ti infliggerò nessuno dei flagelli che ho inflitto all'Egitto, perché io sono il Signore che ti cura».

Giunsero a Elim, dove ci sono dodici sorgenti d'acqua e settanta palme: vi si accamparono presso l'acqua.

Es 15,22-26

Questo è l’evento che segue immediatamente i fatti del mar Rosso.

Gli israeliti sono appena scampati dalla minaccia del faraone, sono appena venuti via da una notte di terrore, di smarrimento, di scoraggiamento. Hanno gridato al Signore da uno spazio senza uscite e possibilità, da condannati a morte senza scampo, maledicendo i giorni del sogno e della speranza:

 

Eravamo forse senza tombe in Egitto, per portarci a morire nel deserto? Perché hai fatto questo, di farci uscire dall'Egitto?

Non era forse questo che ti dicevamo in Egitto: lasciaci stare a lavorare in Egitto, perché è meglio per noi lavorare in Egitto che morire nel deserto?».

Es 14,11-12

E in quella notte gli israeliti furono testimoni dei prodigi del Signore, dell’impossibile che avviene e avviene per loro: attraversarono il mare su terra asciutta mentre i nemici affondavano come piombo in acque profonde insieme alle loro paure.

Israele vide la grande potenza che il Signore aveva usato contro l'Egitto e il popolo temette il Signore e credette a lui e a Mosè, suo servo.

Es 14,31

Cantarono allora il canto del mare, il canto della vittoria, la vittoria di Dio. Cantarono e celebrarono, danzarono.

E ora, un giorno più tardi, le luci si spengono, gli strumenti musicali sono stati messi via, i canti hanno lasciato le labbra del popolo e Miriam e il gruppo delle donne non danzano più: si torna al lavoro, alla vita che ha a che fare con la sopravvivenza di ogni giorno, alla vita che deve mettersi in cammino, in un arduo, estenuante cammino nel deserto, il deserto grande e terribile di serpenti brucianti e scorpioni, luogo di sete e senz'acqua (Dt 8,15).

E di fronte a questo avviene ogni tipo di resistenza.

Partenza riluttante

Mosè fece partire Israele dal Mar Rosso (Es 15:22).
Mosè ha dovuto trascinarli via da lì, contro il loro desiderio. Perché? Quando gli israeliti lasciarono l’Egitto, il Faraone li inseguì con un grande esercito, con carri e cavalli adornati e decorati con gioielli e pietre preziose. Quando esse entrarono nel mare e Dio li sommerse e li annegò, i gioielli fluirono nell’acqua e furono trascinati a riva, sulla spiaggia del mare. Israele andava ogni giorno all’acqua per prendere i gioielli. Non li voleva lasciare.
Quando Mosè vide questo li forzò a partire.
Midrash Tanchuma

Attraverso l’immagine dei tesori da raccogliere il Miḏrāš non è interessato a raccontarci i fatti storici, ma vuole mettere in rilievo un particolare significato degli eventi e del testo. Esso è sensibile alla frase inusuale usata dalla Scrittura per descrivere la partenza di Israele dal Mar Rosso, una frase che lascia intravvedere una certa riluttanza da parte del popolo e un’azione coercitiva da parte di Mosè:

Mosè fece partire (wayyassa‘)Israele dal Mar Rosso.
Es 15,22

Il verbo è qui usato all’Hiph‘il, un tema che indica il causativo dell’azione: Mosè ha fatto partire. Noi abbiamo già incontrato il verbo nāsa‘, partire, riferito agli israeliti:

I figli d'Israele partirono da Ramses verso Succot in seicentomila a piedi, solo uomini, senza contare i figli.Es 12,37

Partirono da Succot e si accamparono a Etam, ai margini del deserto. Es 13,20

Partirono, partirono…fece partire: la sequenza ci dice che qualcosa è cambiato rispetto all’azione attiva dei primi due casi.

A che cosa il Miḏrāš attribuisce la riluttanza a lasciare il mare? Apparentemente, è un legame con la ricchezza materiale dell’Egitto, una ricchezza ancora da raccogliere, da sfruttare. Il domani fatto di una terra nella quale scorre latte e miele, fatto del dono della Torah, della relazione con il Dio che li ha liberati sembra sbiadito e tutto quello che occupa la mente del popolo si riduce a qui e ora.

È come se il popolo volesse ancora collezionare e consumare tutte le ricchezze e le gioie che è possibile recuperare e di cui si può godere come frutto dei fatti del mar Rosso.

In questo modo il pensiero rabbinico ci insegna che gli israeliti considerano la libertà ottenuta come un seguito di gioie e di soddisfazioni da collezionare, di cui godere, da ammirare, da possedere con diritto acquisito.

La strada della libertà è invece un cammino difficile ed esigente, e si dispiega in percorsi di austerità, su strade dure e pericolose dove ci si può perdere e morire. Sono le strade della provvidenza divina quelle che segnano i percorsi di libertà, strade dentro le quali il popolo impara che Dio solo basta, strade spoglie ma senza menzogne.

Mosè fece partire Israele dal Mar Rosso (Es 15,22)

Sta scritto: E portò via il suo popolo come un gregge e come una mandria lo condusse nel deserto. (Sal 78,52)

Come un gregge non ha scorte o riserve preparate per esso, ma si sazia di ciò che trova nel cammino ogni giorno, così Israele non ha provviste nel deserto.

Midrash Rabbah Exodus

Una memoria senza verità

Israele ha nostalgia dell’Egitto e di una certa aura di comodità e tranquillità che l’Egitto sembra significare alle loro menti. Dalle loro mormorazioni si deduce che i figli di Israele sembrano ricordare l’Egitto con toni rosei, e non come una terra di oppressione, sofferenza e stenti. Sembrano dimenticati i mattoni, il decreto che ogni figlio maschio sia gettato nel fiume, i giorni della schiavitù.

Perché non siamo morti per mano del Signore nel paese d'Egitto, quando stavamo presso la pentola di carne e mangiavamo a sazietà? Perché ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine?».

Es 16,3

Chi ci darà carne da mangiare? Ci viene in mente il pesce che mangiavamo in Egitto per niente, i cocomeri, i meloni, la verdura, cipolle e agli; ora stiamo languendo: non c'è che manna davanti ai nostri occhi».

Nm 11,4-6

Sembra che siano stati benissimo.

Ogni volta che gli israeliti provano fatica nel cammino del deserto, c’è mancanza di cibo o di acqua, il cammino si fa duro, essi si lamentano ripetendo lo stesso slogan ad ogni occasione.

Perché ci hai fatto salire dall'Egitto, per far morire me, i miei figli e il mio bestiame di sete? Es 17,3

Eravamo forse senza tombe in Egitto, per portarci a morire nel deserto? Perché hai fatto questo, di farci uscire dall'Egitto? Non era forse questo che ti dicevamo in Egitto:lasciaci stare a lavorare in Egitto, perché è meglio per noi lavorare in Egitto che morire nel deserto?».Es 14,11-12

Fossimo morti in terra d'Egitto o fossimo morti in questo deserto! Perché il Signore ci conduce in questa terra a cadere di spada? Le nostre donne e i nostri bambini saranno un bottino: non è forse bene per noi tornare in Egitto?».Nm 14,2-3

Perché ci hai fatti uscire dall'Egitto per morire nel deserto? Qui non c'è né pane né acqua e siamo nauseati di un cibo così inconsistente.Nm 21,5

Il desiderio del benessere, di una vita senza disagi o almeno dentro disagi conosciuti, l’attrazione verso la ricchezza materiale dell’Egitto, anche se è una ricchezza non posseduta, ma solo da cui si è circondati, trasforma nella memoria l’Egitto stesso.

I figli di Israele sembrano incapaci di vedere oltre i gioielli che giacciono sulle rive del mare, cioè non vedono oltre le loro immediate necessità, svigorendo la forza del sogno e della speranza che rendono capaci di sopportare tutto quello che occorre per compierli.

Mentalità di schiavi

La ragione di tutto questo è che gli israeliti sono abituati a vivere come schiavi. E lo schiavo si distingue dall’uomo libero per alcune caratteristiche.

 

Gli schiavi sono forniti di razioni tali che gli permettano di lavorare e gli Egiziani erano una certezza sul fatto che avrebbero avuto il cibo necessario. Che cosa ricordano gli israeliti? Solo che essi erano interessati al cibo quotidiano e provvisti di quello.

Il fatto che le razioni erano razioni di schiavi è scavalcato.

E così quando si trovano affamati con nessun mezzo di provvigione, essi sono immediatamente perduti, un semplice bisogno non soddisfatto è una crisi per uno schiavo che sa di non avere altre possibilità e altre risorse se non quelle che gli sono date giorno per giorno, momento per momento.

La mente dello schiavo è limitata a questi angusti orizzonti di soddisfazione materiale immediata. Lo schiavo vive per il momento. Non ha il lusso di pianificare il futuro: il suo compito, le sue forze, la sua attenzione sono semplicemente quelle di sopravvivere al presente.

Lo schiavo lavora al progetto del padrone, senza conoscerlo e non per il progetto, ma per avere la razione necessaria a poter compiere la sua parte, come diritto ottenuto dall’aver compiuto il lavoro. Non vive per il progetto, vive per la razione che lo fa sopravvivere.

La generazione che lascia l’Egitto ha l’impronta degli schiavi.

E Dio lo sa:

Quando il faraone mandò via il popolo, Dio non fu contento che prendessero la strada della terra dei Filistei, benché fosse la più breve, poiché Dio disse: «Perché il popolo non si penta quando vedrà la guerra e ritornino in Egitto».

Dio fece girare il popolo per la strada del deserto verso il Mar Rosso: ben equipaggiati, i figli d'Israele uscirono dalla terra d'Egitto.

Es 13,17-18

Il popolo ancora vede l’Egitto come un ambiente sicuro e protettivo.

Essi hanno bisogno di sicurezza, di ordine e di una prevedibilità rassicurante.

L’Egitto è un luogo dove le decisioni per loro sono prese da altri, dove sanno le regole della vita ormai conosciuta.

Là fuori, nel mondo esterno, non ci sono sicurezze, non c’è più chi decide per loro, chi garantisce quanto occorre per vivere.

Gli israeliti sono schiavi anche in un altro senso.

I rabbini si chiedono: perché gli israeliti non combatterono contro gli egiziani quando vennero attaccati al mar Rosso?. Dopo tutto, gli israeliti contavano 600.000 uomini adatti alla guerra, una forza considerevole?:

Gli Egiziani erano padroni per gli israeliti. La generazione dell’esodo si era abituata dalla giovinezza a soffrire sotto il giogo dell’oppressione egiziana. Il loro spirito era spezzato. Come avrebbero potuto fronteggiare e combattere i loro padroni? Dopo tutto erano inesperti nell’arte della guerra.

                    Ibn Ezra

È difficile combattere i propri padroni, quelli che lo sono sempre stati, quelli da cui si impara il proprio ruolo, da cui si impara quando parlare e quando tacere, da cui si impara a non chiedere nulla.

Il risultato di tutto questo, della mentalità da schiavo è una certa instabilità legata all’umore e alle insicurezze del popolo. È la volubilità di chi non sa ancora chi è: e perciò li troviamo euforici per il miracolo al mar Rosso e subito dopo intenti all’unico desiderio di ritornare, se potessero, in Egitto.

È la crisi: di nuovo il popolo è spaventato, di nuovo tutto è perduto, tutte le verità teologiche, i progetti e la Parola di Dio svaniscono nell’aria.

Bastano tre giorni nel deserto.

Le sorgenti di Mara

Mosè fece partire Israele dal Mar Rosso e s'incamminarono verso il deserto di Sur: andarono per tre giorni nel deserto e non trovarono acqua. Giunsero a Mara e non poterono bere l'acqua di Mara, perché amara: perciò fu chiamata Mara. Il popolo mormorò contro Mosè: «Che cosa beviamo?». Egli gridò al Signore, che gli mostrò un legno: lo gettò nell'acqua e l'acqua diventò dolce.

Es 15,22-25

Questa è la prima volta che il popolo mormora.

Sembrerebbe giustificata la loro mormorazione: stanno attraversando da tre giorni il deserto e possiamo essere sicuri che le riserve di acqua supplementari che essi trasportavano sono state consumate. Non si può rimanere in silenzio.

È interessante notare che non vediamo ira qui, né da parte di Mosè e né da parte di Dio: sembrerebbe anzi che Dio accetti le richieste come legittime e provvede a una soluzione alla scarsità dell’acqua.

Ma questo non è tutto:

Là il Signore gli impose un decreto e un giudizio, là lo mise alla prova e disse: «Se ascolterai la voce del Signore, tuo Dio, e agirai rettamente ai suoi occhi, se presterai orecchio ai suoi ordini e osserverai tutti i suoi decreti, non ti infliggerò nessuno dei flagelli che ho inflitto all'Egitto, perché io sono il Signore che ti cura».

Es 15,25-26

Dopo l’approvvigionamento dell’acqua c’è subito l’insegnamento di uno statuto e di comandi e le promesse circa il fatto di ascoltare Dio e di obbedire ai suoi comandi.

Là Egli stabilisce statuti e decreti e li mette alla prova: là a Mara, attraverso la costruzione di una prova - Dio gli fa avere sete di acqua e poi sana l’acqua per loro – Egli inizia a dimostrare loro che se essi custodiranno gli statuti e i decreti che Egli insegna loro, Egli provvederà alle loro necessità.

Rashbam

Dio conduce loro su una strada in cui non c’è acqua, li guida alle acque amare di Mara e poi le sana rendendole adatte a essere bevute. In questo modo Dio insegna al popolo che la sua vita, la sua forza, il suo destino sono legati strettamente alla loro adesione alla Parola di Dio. Essa si prenderà cura di loro, li farà crescere, gli darà una strada, sandali per camminare, sarà il cibo che gli darà forza, l’acqua che li disseta.

Il popolo non deve preoccuparsi di cosa mangerà, cosa berrà, di cosa vestirà, ma di rimanere attaccato alla volontà di Dio, alla sua Parola, alla sua Tôrâh.

Ed egli provvederà loro tutto il resto.

Il Signore è capace di provvedere alle loro necessità basilari e allo stesso tempo con il dono della Tôrâh gli mostra un nuovo modo di vita, come essere liberi e cosa comporta in termini di responsabilità questa libertà.

Aprimi, sorella mia, amata mia, mia colomba, mia perfetta, (Ct 5,2)

Sorella, legata a Dio dal sangue della circoncisione e da quello sugli architravi delle porte

Amata, perché ha cantato al mar Rosso

Colomba, perché a Mara Dio le ha dato quei comandamenti che l’hanno resa unica per lui, l’hanno distinta dagli altri popoli, come una colomba è distinta dagli altri uccelli.

MiḏrāšRabba sul Cantico dei cantici

Acqua e Tôrâh

La sete di acqua avviene dopo tre giorni di cammino nel deserto: essi camminarono per tre giorni nel deserto e non trovarono acqua.

Che cosa sarebbe dovuto accadere il terzo giorno nel deserto?

Lasciaci andare per il cammino di tre giorni nel deserto, e sacrificheremo al Signore, nostro Dio.Es 3,18

Lasciaci andare dunque per il cammino di tre giorni nel deserto per sacrificare al Signore, nostro Dio, perché non ci colpisca con la peste o la spada».Es 5,3

manda via il mio popolo, perché mi serva nel deserto.Es 7,16

Il faraone chiamò Mosè e disse: «Andate a servire il Signore: solo restino il vostro gregge e il vostro armento. Anche i vostri piccoli possono andare con voi». Mosè disse: «Anche tu ci darai in mano sacrifici e olocausti per offrirli al Signore, nostro Dio. Anche i nostri greggi partiranno con noi: non ne resterà un'unghia, perché da quello prenderemo le vittime per servire il Signore, nostro Dio, e noi non sappiamo con che cosa servire il Signore finché non arriveremo laggiù».Es 10,24-26

La fine del viaggio di tre giorni stava a significare l’annuncio di una celebrazione dentro la quale Israele avrebbe conosciuto di essere libero perché avrebbe servito Dio sul monte:

Rispose: «Io sarò con te, e questo è il segno che io ti ho inviato: quando avrai fatto uscire il popolo dall'Egitto, servirete Dio su questo monte».

Es 3,12

E servire Dio sul monte è, qui come sul Sinai, accogliere i suoi comandamenti, la sua Parola Un famoso detto rabbinico afferma che le parole della Tôrâh sono da paragonare all’acqua: il popolo stava cercando l’acqua, cioè la Tôrâh, al termine di questi tre giorni1. E trovare la Parola vuole dire conoscersi liberi, vuol dire vivere per essa, vuol dire aver sete e fame della volontà di Dio e non del cibo che perisce.

Non ci dimentichiamo che Dio si è manifestato come il vero Signore perché ha liberato Israele, non perché c’è stato un passaggio da una schiavitù a un’altra. Il Signore è tale perché garantisce la libertà del suo popolo, tutto ciò che occorre, in eventi e parole, per custodire, far crescere, far maturare questa libertà.

è Trovare l’acqua per continuare a vivere, a camminare nel deserto è trovare la Tôrâh.

L’immagine del legno che addolcisce le acque ci ricorda il testo riferito alla Tôrâh/sapienza:

Beato l'uomo che ha trovato la sapienza, l'uomo che ha incontrato intelligenza. Il suo guadagno è migliore del guadagno d'argento e migliore dell'oro è il suo frutto. È più preziosa delle perle e quanto puoi desiderare non l'eguaglia. Lunghezza di giorni è nella sua destra, nella sua sinistra ricchezza e onore. Le sue vie son vie deliziose e tutti i suoi sentieri sono pace. Albero di vita per chi l'ha conquistata, e quelli che la tengono sono beati.

Pr 3,13-18

Un’altra ricchezza allora viene data a chi si accontentava di raccogliere i residui di ricchezze di altri, i residui di ricordi distorti, di vite mai fiorite in spazi di libertà: la ricchezza della Parola che fa liberi, che continuamente restituisce la dignità dell’uomo che è libero, immagine di una regalità altra, fatto poco meno degli angeli, che è signore sulle opere delle mani di Dio, come dice il salmo 8.

(Mosè) gridò al Signore, che gli mostrò (wayyôrēhû) un legno:

lo gettò nell'acqua e l'acqua diventò dolce.

Es 15,25

Tra l’altro l’ebraico usa il verbo yārah, insegnare: non dice Dio mostrò, ma insegnò, un termine che ha la stessa radice della parola Tôrâh,insegnamento.

Origene commenta il testo indicando il legno che addolcisce le acque come la sapienza della croce contenuta nell’amarezza della lettera.

Il Signore, dopo aver spezzato i legami con l’Egitto, conduce i figli di Israele attraverso il deserto, costruendo una relazione con loro, insegnando loro che la Tôrâh è la sorgente della vita. Questo li separerà dalla dipendenza del Faraone e genererà l’amore come criterio dell’agire, amore e fiducia dell’uomo in risposta all’amore e alla fiducia di Dio. Una relazione nuova che ha l’amore come sostanza, come punto di partenza e punto di arrivo, l’amore come scoperta di ogni giorno, l’amore come sete, l’amore come sazietà.

Dio inizia il suo popolo alla comprensione che è la sua Parola ad essere cibo e acqua.

Colui che beve di quest'acqua, avrà ancora sete. Colui invece che beve dell'acqua che gli darò io, non avrà mai più sete; ma l'acqua che gli darò diverrà in lui una sorgente di acqua che zampilla verso la vita eterna». «Signore, -- gli dice la donna -- dammi quest'acqua, affinché io non abbia più sete e non debba più venire qui ad attingere».Gv 4,13-15

Gli dice la donna: «So che deve venire un Messia (che significa "Cristo"). Quando quegli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Lo sono io, che ti parlo». Gv 4,25-26

Vivere da figli

Il passaggio dalla schiavitù alla libertà allora avviene per amore. E sono due tipi di amore che interagiscono fra di loro: l’amore del servo e l’amore del signore.

La libertà avviene per l’amore del servo che, affrancato,

rimane per amore con il suo padrone.

Quando acquisterai uno schiavo ebreo, ti servirà per sei anni e al settimo sarà messo in libertà, senza riscatto. Se è venuto solo, solo uscirà; se era sposato, uscirà con la propria moglie. Se il suo padrone gli ha dato una moglie che gli abbia generato figli e figlie, la moglie e i figli saranno del padrone, e lui uscirà solo. Ma se lo schiavo dice: "Amo il mio padrone, mia moglie e i miei figli: non uscirò libero"; allora il suo padrone lo farà avvicinare a Dio, lo farà avvicinare al battente o allo stipite della porta, e gli forerà l'orecchio con un punteruolo e sarà suo schiavo per sempre.

Es 21,2-6

È un testo che non ha bisogno di commenti: è solo bellissimo. Una schiavitù che genera una condizione di amore, una scelta di appartenenza, un orecchio, una vita, interamente rivolta, solamente e interamente dedicata alla parola di chi si è scelto di amare.

E la libertà avviene per l’amore del padrone

che ci dice il mistero del suo volere,

che ci fa amici, con il dono della parola e della vita:

Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa ciò che fa il padrone.

Vi ho chiamati amici, perché tutto quello che ho udito dal Padre mio

ve l'ho fatto conoscere.Gv 15,15

Nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici.

Anche qui non c’è bisogno di commenti.

Gesù ci dà la vita e questo si fa per gli amici.

Gesù ci dà la Parola e questo ci fa amici.

Allora, se dare la vita e dire la parola ci fa amici,

vuol dire che, per lui, dire la parola è dare la vita...

ed è porre nella vita, la sua , quella vera.

Per la riflessione e la preghiera

Credo che gli spunti della lectio siano molti. Potete senz’altro fermarvi a riflettere sui percorsi di libertà che la Parola sempre ci offre e sulle resistenze ad essa. Poter cogliere quali strade ci si aprono come singoli e come comunità e saper cogliere cosa di noi si oppone a percorsi di rinnovamento, di apertura, per potersi convertire, è grande sapienza.

Un percorso biblico interessante potrebbe essere quello di ripercorrere la parabola cosiddetta del figlio prodigo, proprio considerando la mentalità di schiavo che la percorre, sia nel figlio minore che in quello maggiore, e l’offerta del perdono come dignità ritrovata, come figliolanza ritrovata, come l’essere di nuovo messo a parte di tutto ciò che appartiene al padre.

"Padre, dammi subito la parte di eredità che mi spetta". Allora il padre divise le sostanze tra i due figli. Lc 15,12

"Tutti i dipendenti in casa di mio padre hanno cibo in abbondanza, io invece qui muoio di fame! 18 Ritornerò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e dinanzi a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio.Trattami come uno dei tuoi mercenari". Lc 15,19

Da tanti anni io ti servo e non ho mai disubbidito a un tuo comando. Eppure tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ora invece che torna a casa questo tuo figlio che ha dilapidato i tuoi beni con le meretrici, per lui tu hai fatto ammazzare il vitello grasso". 31 Gli rispose il padre: "Figlio mio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è anche tuo; 32 ma si doveva far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato"». Lc 15,29-32

E ancora:

Se rimanete nella mia parola, siete veramente miei discepoli e conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Gli risposero: «Noi siamo stirpe di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come mai tu dici: "Diventerete liberi"?». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: chi fa il peccato è schiavo del peccato. Lo schiavo non rimane in casa per sempre; il figlio rimane per sempre. Se il Figlio vi libererà, sarete veramente liberi.

Gv 8,31-36

Excursus

Il bastone di Dio

Il Signore disse a Mosè: «Nel ritornare in Egitto, vedi tutti i prodigi che ho messo in mano tua: li farai davanti al faraone, ma io renderò duro il suo cuore e non manderà via il popolo (Es 4,21).

A quali prodigi Dio si riferisce? Dovresti dire al serpente, alla lebbra, o al sangue, ebbene Dio non discute non disse a Mosè di manifestare questi prodigi solo davanti a Israele? Eppure noi non troviamo che Mosè ha manifestato questi prodigi davanti al faraone? Il significato di tutti i prodigi che ho messo in mano tua è il bastone sul quale erano scritte le 10 piaghe, perché esso portava iscritto sopra di lui le abbreviazioni détzach, ‘adàsh, beakhàv. Dio gli disse: queste sono le piaghe che ho messo nelle tue mani; compile davanti al Faraone con questo bastone

Midrash Rabbah - Exodus V,6

Il bastone di Mosè appare per la prima volta in Es 4,1: è il bastone del pastore che Dio trasforma in strumento per la credibilità di Mosè: esso diviene un serpente gettato a terra e ritorna essere un bastone nelle mani di Mosè.

È il primo dei prodigi, accanto alla mano lebbrosa, per confermare le parole di Mosè davanti al suo popolo e davanti al faraone, per dimostrare la sua autorità e il potere datogli da Dio.

È il bastone stretto nella mano di Mosè: con esso Dio gli ordina di fare prodigi (4,17): un potere che richiede obbedienza e fiducia.

Al versetto 20 non è già più il bastone del pastore ma è il bastone di Dio in mano sua (4,20) e con questo bastone Mosè compirà i prodigi che piegheranno il Faraone, con esso lotterà contro l’oppositore a Dio:

in 7,9 divora i serpenti dei maghi egizi;

in 7,15 Mosè alza il bastone e cambia l’acqua in sangue;

in 8,1 Aronne stende la mano sulle acque con il bastone di Mosè e fa salire le rane;

in 8,12 Aronne stende il bastone di Mosè e batte la polvere da cui salgono le zanzare; in 9,23 Mosè stese il suo bastone verso il cielo e il Signore fece cadere grandine sul paese d'Egitto.

In 10,13 Mosè stese il suo bastone sul paese d'Egitto, e il Signore diresse un vento dell'est sull’Egitto, un vento che porta le cavallette.

E infine in Es 14,16:

Tu intanto alza il bastone,

stendi la mano sul mare e dividilo,

perché gli Israeliti entrino nel mare all’asciutto.

Secondo la tradizione rabbinica, il bastone di Mosè fu creato all’origine del mondo alla vigilia del primo sabato della creazione, insieme ad altre 10 cose2, è stato tramandato nel corso delle generazioni, da Adamo ai patriarchi e così via, finché giunse in possesso di Mosè. Sul bastone erano incise le iniziali delle 10 piaghe: erano questi i segni che Mosè stava per operare con il bastone.

Rabbi Levi diceva: il bastone fu creato tra il giorno e la notte, [alla vigilia del primo sabato della creazione] e fu consegnato al primo uomo nel giardino dell’Eden; e Adamo lo consegnò a Enoch ed Enoch lo trasmise a Noè e Noè lo trasmise a Sem e Sem lo trasmise ad Abramo ed Abramo lo trasmise ad Isacco e Isacco lo consegnò a Giacobbe e Giacobbe lo fece scendere in Egitto e lo consegnò a Giuseppe, suo figlio. Quando Giuseppe morì tutta la sua casa fu depredata e tutti i suoi beni furono messi nel palazzo del Faraone. Jetro era uno dei maghi dell’Egitto: egli vide il bastone e le lettere (lett.: i prodigi) che vi erano incise3. Lo desiderò ardentemente e si impadronì del bastone, lo portò via e lo piantò in mezzo al giardino della sua casa. Nessun uomo, ormai, l’avrebbe potuto avvicinare.

Quando Mosè arrivò da Jetro, entrò nel giardino della sua casa e si accorse del bastone e lesse le lettere che vi erano incise4. Egli stese la sua mano e lo prese. Jetro lo vide ed esclamò: Costui sarà condotto a liberare Israele dall’Egitto, nel tempo futuro. È per questa ragione che gli diede Zippora sua figlia in sposa, come è detto: Mosè rimase…. Es 2,21

        Pirqè de Rabbi Eliezer, 40

Secondo la tradizione rabbinica, il bastone di Mosè, destinato ad essere lo strumento dell’esodo, era fatto di zaffiro durissimo, di quella stessa materia con cui saranno fatte le tavole della Legge, il Decalogo, anche esse create alla vigilia del primo sabato del mondo.

Questo bastone è quindi presagio del dono che Dio farà al suo popolo dalla sommità del monte, cioè il dono della Tôrâh, della Parola che li guiderà sicura lungo la storia.

È significativo che l’ultima volta che si parla del bastone di Mosè sia in Es 17,9-11:

Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi degli uomini ed esci a combattere Amalek. Domani io mi terrò ritto in cima alla collina, con in mano il bastone di Dio». Giosuè fece come Mosè gli aveva detto per combattere Amalek. Mosè, Aronne e Cur salirono in cima alla collina. E quando Mosè alzava la sua mano, Israele era più forte, e quando abbassava la sua mano, era più forte Amalek.

Mosè tiene in mano il bastone di Dio, segno della potenza della preghiera, del grido a Dio che ancora una volta manifesta la gloria di Dio sui nemici di Israele.

Dopo questo episodio non si parlerà più di esso, dei miracoli e prodigi potenti che Mosè operava con esso, ma tutto lascerà il posto a : Il Signore parlò a Mosè, dicendo…

La potenza che lascia lo spazio alla parola, come all’inizio del mondo il vento di uragano che aleggiava sull’abisso e sulla tenebra si fa Parola:

Il vento è un’immagine per l’energia, la potenza e quindi c’era la potenza di Dio che si agitava. Una presenza misteriosa, al di fuori del caos, ma presente, lì vicino, magari pronta ad intervenire.

E Dio disse.

Il vento sarebbe un elemento del caos, un vento potentissimo che sconvolge le acque dell’abisso, quindi rafforza il caos iniziale. Ma il verbo della metafora evolutiva, il verbo rāḥaf, fremere, tremare, il vento di Dio diventa una forza trattenuta, che trema per essere trattenuta, come quando uno fa uno sforzo che trema il braccio. La forza di Dio si sta ritenendo, trattenendo.

Dio la sospende, Dio paca la propria potenza e ne fa qualcosa:

Dio disse.

Per dire qualcosa ci vuole vento, un vento articolato, pacato, addomesticato. Quindi Dio gioca con il proprio vento emettendo suoni che in ebraico sono yehî’ ôr. Sia luce. Questa espressione gioca solo con le aspirazioni e con vocali.

È proprio l’inizio di un linguaggio, dare colore al vento che esce dalla bocca pronunciando vocali, lasciare questo soffio in aspirazioni. Un’immagine evolutiva: un vento di tempesta che sconvolge l’abisso che pian piano è pacata e diventa una parola articolata, quasi niente, articolata, una parola che è luce, che illumina le cose. Dio è un Dio che contiene la propria potenza e la trasforma, la investe, la impegna in una parola efficace, creatrice.

A. Wenin

Bella questa maturazione degli strumenti che crescono con coloro che crescono, della Parola che cresce con coloro che la accolgono e si fanno plasmare da essa. La Parola cresce, si dice, nella misura in cui cresciamo nella capacità di ascoltarla.

Il bastone diventa la Parola autorevole di cui è simbolo.

È ad essa che ci si appoggia, è per essa che si vince il mondo, è grazie ad essa che diventiamo liberi.

C’era un gesto nella chiesa primitiva molto significativo di questa realtà. Quando nell’eucarestia presieduta dal vescovo arrivava il momento della lettura del Vangelo proclamato dal diacono, il vescovo lasciava cadere a terra il pastorale perché l’unico sostegno, l’unica forza, l’unica guida autorevole ed efficace è la parola di Dio, dalla quale proviene ogni altra autorità.

I Padri della chiesa, Origene soprattutto, individuano nel bastone di Mosè il legno della croce, il luogo nel quale la Parola diviene Parola detta, data, fino all’ultimo respiro.

Penso dunque, per quel che posso capire, che Mosè che viene in Egitto portando la verga con cui castiga flagella l’Egitto con le 10 piaghe, questo Mosè sia la legge di Dio, data questo mondo per correggerlo ed emendarlo per mezzo delle 10 piaghe, ossia dei 10 comandamenti contenuti nel decalogo; la verga poi mediante la quale sono compiute tutte queste cose, cioè è assoggettato l’Egitto e vinto il Faraone, sia la croce di Cristo, per la quale vinto questo mondo e si trionfa del principe di questo mondo, con i suoi principati e potestà. Quanto poi al fatto che la verga gettata a terra diventi dragone o serpente e divori i serpenti dei maghi egiziani che avevano fatto altrettanto la parola evangelica mostra che il serpente significa la sapienza o la prudenza, quando dice: siate prudenti come serpenti, e altrove il serpente era il più prudente di tutti gli animali alle bestie che erano nel paradiso. Dunque la croce di Cristo, la cui predicazione appariva stoltezza, che è contenuta in Mosè, cioè nella legge, come disse il signore: di me infatti egli scrisse, questa croce, ripeto, della quale Mosè scrisse, una volta che è stata gettata a terra, cioè dopo che è pervenuta essere creduta e professata dagli uomini, fu mutata in sapienza e in così grande sapienza da divorare tutta la sapienza degli egiziani, cioè di questo mondo. Considera infatti come Dio ha reso stolta la sapienza di questo mondo, dopo che manifestò che Cristo, che fu crocifisso, è potenza di Dio e sapienza di Dio, e ormai tutto il mondo è stato conquistato da colui che disse: prenderò i sapienti nella loro astuzia.

Origene, Omelie sull’Esodo 4,6

1 Questo spiega perché oggi la Torah è letta tre volte alla settimana (lunedì, giovedì e sabato) così che il popolo non rimanga tre giorni senza Torah (Tanchuma 19)

2Cfr. Mishna, Avot 5,6 e varianti.

3 Cfr. sopra: vi erano incise le iniziali delle dieci piaghe.

4 A proposito di Mosè si dice che lesse, ma a proposito di Jetro si dice che vide: Mosè vide e comprese, mentre Jetro vide senza comprendere. Secondo lo Zohar Va’era 28a vi era inciso il tetragramma: il bastone di Mosè era più santo di quello di Aronne perché vi era stato impresso dall’alto nel giardino il nome santo di Dio.

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