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Sr. Ch. Elisabetta di Maria
Il canto del mare: Es 15,1-27

Esodo 15,1-211

 

Con questa lectio staremo sul testo del Canto del Mare per coglierne tutte le ricchezze e le sfumature possibili, ricchezze, che a una lettura immediata, a una traduzione, necessariamente sfuggono.

Siamo giunti al di là del mare, al termine di una notte difficile, fatta di paura, di minaccia e di libertà e gioia insieme, la notte che ha segnato la fede di Israele in Dio e in Mosè suo servo.

E Mosè, al termine, al compimento di tutto l’agire di Dio e della sua obbedienza, sulla riva del mare, canta al suo Dio e del suo Dio. Questo compie l’intera opera della salvezza, che inizia con la Parola del Signore, prosegue con gli eventi che nascono da questa Parola, ma che si compie solo nel momento in cui l’uomo dice grazie:

Il popolo che io ho plasmato per me

celebrerà le mie lodi.

Is 43,21

 

Abbiamo lo stesso movimento verso il compimento nel testo evangelico di Luca, nella guarigione dei dieci lebbrosi che vengono guariti. Nell’andare a presentarsi al sacerdote solo uno di loro, un samaritano, vistosi guarito, torna indietro e si prosta ai piedi di Gesù, ottenendo la salvezza.

Un grazie per passare dalla guarigione alla salvezza,

dalla liberazione alla salvezza:

Mia forza e mio canto è il Signore,

Egli è stato per me salvezza.

 

Il Signore

 

Allora Mosè e i figli di Israele cantarono questo canto al Signore/del Signore.

E dissero dicendo:Voglio cantare al/del Signore

perché ha grandemente trionfato:

cavallo e suo cavaliere ha gettato nel mare

Es 15,1

Notano i rabbini che fino al passaggio del mare nessuno aveva cantato un canto a Dio: questo è il primo canto. Qui ci sono le ragioni per cantare.

Allora vuol dire che il trono celestefu stabilito fermamente, dopo che appunto gli israeliti avevano attraversato il mare dei giunchi e intonarono questo canto. Infatti la prova è che nel salmo 93,2 si dice: il tuo trono fu stabilito da allora, eterno tu sei.

Prima Dio era conosciuto come creatore del cielo e della terra, ma dopo la vittoria sul mare dei giunchi mostrò il suo coinvolgimento nella storia dell’umanità: Dio creatore e re dell’universo mostrò la sua cura, la qualità della sua sovranità, della sua signoria verso gli individui e i popoli e infatti nel salmo 93,1 si dice: il Signore regna, si ammanta di splendore.

Miḏrāš sull’Esodo

 

Dice il miḏrāš che solo dopo la liberazione dalla schiavitù, la sua signoria è veramente stabilita, ha delle salde fondamenta, lui davvero regna perché ha mostrato il suo coinvolgimento nella storia dell’umanità (il Regno di Dio è vicino).

In questo testo il canto non è solo al Signore, ma è un canto in cui si parla del Signore: è rivolto a lui come preghiera e a chi ascolta come testimonianza.

Mosè e gli israeliti dissero dicendo, cioè, dissero per poter dire ancora. Dice un miḏrāš: questo è da intendere, per dire, cioè per ripetere, perché nel futuro, quando tu sei liberato dall’angustia attribuisci la tua vittoria a Dio e non alla tua forza e offrigli questo canto di trionfo.

La grandezza di Dio cantata da Mosè che si manifesta nel suo essersi coinvolto nelle vicende degli uomini è conosciuta solo da Israele mentre i popoli vicini conoscono solo un Dio creatore.

In questo mondo,gli israeliti attestano che Dio è altamente esaltato, maestoso e sublime. Dal cielo ha avuto in modo consistente un modo attivo nelle questioni umane e delle nazioni perché questo caratterizza Israele, in modo opposto a ciò che avviene ai popoli vicini. Perché Israele conosce che il suo Dio è il creatore che risiede in alto nei cieli, ma il cui interesse è sulle questioni umane. E infatti,per tutte le nazioni adonai è il sublime e la sua gloria è nei cieli, perché il sal 113,5-6 dice: chi è pari al Signore nostro Dio che siede nell’alto e si china a guardare nei cieli e sulla terra?

 

Mia forza e mio cantico è il Signore, è diventato per me salvezza.

Questo è il mio Dio e lo voglio glorificare,

il Dio di mio padre, lo voglio esaltare:

Es 15,2

 

La traduzione greca della LXX ha letto al posto di forza la parola nascondiglio, nascondimento, segreto, ciò che è nascosto, un modo per esprimere qualcosa di segreto, nascosto, coperto: la forza segreta del cuore, la sua più profonda certezza, la sua ricchezza.

È diventato per me salvezza: in Es 14,30 il testo affermava che il Signore salvò in quel giorno Israele. È lo sguardo di chi coglie che tutto ciò che è avvenuto, la schiavitù, il dolore, le fughe, le vicende tortuose e contraddittorie della storia sono avvenute non per la morte, ma perché dentro di esse fossimo salvati. Mosè canta che tutto ciò che ha vissuto lo ha salvato, dentro la notte più oscura egli e il suo popolo sono stati raggiunti e formati alla salvezza di Dio: Fu per me, per me salvezza.

Lo voglio glorificare: il verbonāwâh, glorificare, vuol dire abbellire o decorare con la lode, adornare con la lode, rendere bello con la lode.

Il Dio di mio padre, lo voglio esaltare. Un miḏrāš spiega che innalzare, esaltare, vuol dire far conoscere ulteriormente la santità di Dio:

Gli israeliti che cosa cantarono? Cantarono quella conoscenza di Dio che era già stata proclamata dai padri, ma ora doveva essere innalzata alla vista di altri e dei popoli dai loro sforzi, cioè ogni generazione deve contribuire ad innalzare ancora di più la conoscenza e il servizio nella lode e nella gratitudine a Dio.

 

Un uomo di battaglia è āḏônay,

āḏônay è il suo nome

Es 15,3

 

In Esodo 14,14 Mosè diceva: non temete, il Signore combatterà per voi, e poi ancora in Es 14,25 gli Egiziani videro che il Signore combatteva contro gli Egiziani in favore di Israele. Dio combatte a fianco del suo popolo Non solo Israele, ma Dio è coinvolto in queste guerre, in queste lotte. Israele sa che quando incontra un nemico, un avversario, non combatte da solo, cioè la vittoria non dipende dal confronto delle forze umane, dal fatto che anche Israele mette in campo i suoi guerrieri, ma è Dio che dà successo, dà vittoria a Israele e lo libera dai nemici.

Nell’interpretazione rabbinica i due nomi, āḏônay ed ĕlōhîm sono legati a due attributi fondamentali: āḏônay l’attributo della tenerezza e dell’amore, e invece ĕlōhîm l’attributo della giustizia, ma qui si dice che āḏônay è un uomo di guerra:

La tôrâh vuole enfatizzare, sottolineare che la lotta contro il male intrapresa da Dio non diminuisce, non minimizza, non riduce l’amore che rimane il suo principale attributo in eterno, ma, a motivo del suo amore per Israele Dio è paziente con i peccatori e questo non è segno di debolezza. E la distruzione del male è una benedizione non solo per Israele, ma per l’umanità perché consente proprio all’amore di Dio di manifestarsi nella sua interezza.

A partire dall’evento dell’esodo, viene detto: il suo nome è āḏônay. Esso è legato all’esperienza di Dio fatta dagli israeliti che lo hanno chiamato āḏônay a motivo di quello che è accaduto, a motivo di ciò che lui ha operato, della manifestazione che ha dato di sé. Egli è Colui che fa essere, Colui che fa esistere, Colui che fa vivere, Che fa accadere, Che fa diventare.

Dio è colui che provoca la vita, l’esistenza, il divenire.

È colui che fa esistere Israele, che lo genera, che lo fa essere.

I versetti che seguono raccontano attraverso immagini e suoni molto forti la forza e l’efficacia, quasi senza ostacoli, dell’intervento di Dio, compreso da Israele:

I carri del Faraone e il suo esercito li ha gettati in mare,

e i suoi combattenti scelti furono sommersi nel mare dei Giunchi.

Con la grandezza della tua magnificenzadistruggesti gli insorti:

Gli abissi li ricoprirono, sono scesi nelle profondità come pietra.

La tua destra, Signore, magnifica nella forza,

la tua destra Signore, frantumò il nemico.

Mandasti il tuo furore: li divorò come paglia.

Al soffio delle tue narici si sono accumulate le acque,

si sono rizzate come un argine le correnti/onde,

si sono rappresi gli abissi nel cuore del mare.

Es 15,4-8

 

Dio ha lanciato come si lanciano le saette, ha travolto, ha gettato in mare i carri del Faraone e il suo esercito, i suoi combattenti scelti, una parola tratta da un termine che significa tre, dando l’idea di un esercito raggruppato nelle sue parti migliori.

Gli abissi che li ricoprono sono la grande quantità delle acque, sono gli abissi che facevano parte del caos precedente alla creazione in Gen 1, cui Dio ha dato un limite.

La sua grandezza ha distrutto quelli che si sono fatti grandi, quelli che si alzano, quelli che insorgono contro di Lui.

Il nemico aveva detto: inseguirò, raggiungerò,spartirò il bottino,me ne sazierò.

Sguainerò la mia spada e la mia mano se ne impossesserà.

Es 15,9

 

In questo discorso del nemico, prevale la prima persona nel verbo, e dove non c’è la prima persona del verbo, c’è il possessivo della prima persona: Io inseguirò, Io raggiungerò, Io spartirò il bottino, la mia spada, la mia mano…

Hai soffiato con il tuo spirito:il mare li ha ricoperti.

Sono sprofondati come piombo in acque maestose, magnifiche.

Es 15,10

 

E alla tracotanza del nemico risponde la vera forza di Dio che sembra non fare alcuna fatica a mettere a tacere questo Io che vuole imporsi e dominare.

Nel Canto del Mare il confronto fra Dio e il faraone e gli egiziani è un confronto sproporzionato. In Es 14 sentiamo l’incombere di carri, di cavalli, il cambiare della decisione del faraone, l’inseguimento, il fatto che il faraone si avvale di tutto il suo esercito per riprendersi indietro gli israeliti intimoriti non poco dall’incombere di questa minaccia. In Es 14 la vittoria è data in modo progressivo, qui invece è affermata fin dall’inizio e successivamente viene riconfermata. Qui l’agire di Dio non è mai messo in alcun modo in contrasto, in difficoltà, non è mai minacciato perché la potenza dell’agire di Dio è di una superiorità tale rispetto al faraone e al suo esercito, per cui sono sommersi come pietra. Dio non fa nessuno sforzo, non c’è contrasto, la sua azione è realizzata in tutta la sua efficacia, con l’espressione di tutta la sua potenza: c’è proprio il trionfare senza rimedio rispetto al faraone, a questa potenza umana.

Chi è come te?

Chi è come te tra gli dei, Signore?

Chi è come te, maestoso nella santità?

Mirabile, venerabile nelle lodi:

Operatore di prodigi, meraviglie.

Hai steso la tua destra, li inghiottì la terra.

Es 15,11-12

Chi è come te tra gli déi, Signore? Per déi non c’è ĕlōhîm ma ’ēlim.ĕlōhîm contiene lah, una consonante gutturale aspirata. Questa h simbolizza che Dio può creare, è colui che ha il potere di creare, cioè far passare da una situazione di caos e dare ordine e ritmo. Egli è colui che dispone di questa h perché il mondo fu creato con questa h.

Perché il mondo fu creato con la h? Perché Dio ha creato parlando e la h, è questa emissione di fiato: Lui ha distinto gli elementi chiamandoli e stabilendo per ciascun elemento un nome. Cioè, Dio ĕlōhîm si distingue dagli altri dèi ’ēlim, per questo potere di creare. Gli ’ēlim non hanno il potere di creare perché non possono parlare. La stessa parola infatti può essere vocalizzata proprio in ’illēm che vuol dire muto. Dio è maestoso nella santità, cioè è totalmente distinto, è il distinto per eccellenza, e non c’è paragone con gli ’ēlim.

Questa prima parte del poema, canta due vittorie di Dio: la vittoria di Dio sugli Egiziani, la vittoria di Dio anche sulle acque cosmiche, le acque che evocano il caos che Dio ha dato prova di governare e di utilizzare in relazione ai suoi obiettivi. La vittoria non è solo sugli egiziani, ma anche sulle forze del caos che sono contenute da Dio. Questo testo riconosce un agire di Dio più grande del giorno della creazione: in Genesi 1 è stato stabilito un limite per queste acque e qui in Es 15 Dio le utilizza come strumenti per realizzare la sua vittoria.

L’esito di questa prima parte è la incomparabilità di Dio: non c’è nessuno come Lui, nessuno che gli si possa paragonare, nessuna forza è tale davanti a Lui. Dio che dà prova di trionfare sui nemici d’Israele e sulle forze della natura, mostra il suo carattere distinto, separato, incomparabile: Chi è come te, Signore?

Alcuni hanno detto che qui addirittura c’è un’altra versione del passaggio del mare: qui abbiamo l’affermazione del trionfo di Dio, senza discussione e senza fatica e utilizzando proprio ciò che in Es 14 erano i pericoli, l’esercito e il mare.

Es 14,21, inizia dicendo che Mosè alzò la mano, finisce che Mosè divise il mare e però all’interno si parla di quel vento orientale che soffiò durante la notte.

Di questo vento orientale, cioè un fenomeno naturale, nel testo di Es 15 non c’è nessuna menzione perché quando si parla di vento c’è o il soffio del furore oppure c’è il soffio delle narici, cioè non c’è nessun elemento naturale, ma è il soffio delle narici di Dio, il soffio del suo furore che mette fine all’arroganza degli egiziani.

Diversa è la descrizione delle acque: in Es 14 si dice che gli israeliti entrarono e gli egiziani seguirono, questo avviene poco alla volta fino a che gli egiziani sono travolti, anzi le ruote dei carri sono bloccate e poi sono travolti. Invece in Es 15, nel poema non si parla dell’entrare di Israele dentro le acque e questo entrare, questo trovarsi degli egiziani in mezzo al mare viene presentato come che sono gettati in mezzo al mare da Dio e il mare è il luogo della loro fine.

Un altro elemento importante: Mosè in Es 15 non ha alcun ruolo: lui canta e basta. Sappiamo che in Es 14 era importante questa sinergia di Mosè con Dio: tanto è vero che l’intervento di Mosè era importante per dare fiducia agli israeliti quando loro vedendo gli egiziani vorrebbero tornare indietro; e poi ancora è molto importante quando Dio dice a Mosè alza il bastone, e sappiamo, secondo una versione del racconto, che quel momento di alzare la mano consente quel dividersi delle acque per cui gli israeliti possono passare. Invece in Es 15 non c’è traccia di una collaborazione di Mosè conDio e se si parla della mano, si parla della destra, del braccio, della mano di Dio.

Non c’è menzione del messaggero che si sposta e anche la nube che si sposta, molto importante in Es 14,19-20, per cui alcuni hanno la luce e altri hanno le tenebre. Qui nessuna menzione.

Il canto del mare quindi celebra l’azione, l’intervento di Dio in modo diretto, immediato, non ci sono altre mediazioni: è l’intervento diretto di Dio che si avvale delle componenti della natura e poi realizza la sua giustizia nel mondo umano, salvando gli uni mentre gli altri sono raggiunti dalla loro fine.

Sottolineo ancora una volta che questo linguaggio va collocato nel suo contesto letterario. È un linguaggio che non vuole esaltare la violenza, ma portarci a cogliere che di fronte a quanto di più spaventoso può minacciare l’uomo c’è la forza più forte di Dio che lotta per noi: questa lotta non è contro l’uomo, contro nessun uomo, ma contro ciò che vuole schiacciare l’uomo, ridurlo a forza lavoro, togliere la libertà di essere, opprimerlo con violenza e ingiustizia. È una lotta contro un mondo di ingiustizia e di violenza e contro tutto ciò che spaventa l’uomo (ricordiamo che il potere del faraone si è costruito sul terrore): di fronte a tutto ciò che sembra così grande e inarrestabile, così spaventoso, si pone il Signore come Signore, tra il caos e l’uomo, tra il male e l’uomo, perché possa esserci ancora la terra asciutta, abitabile, perché ci sia un limite alle acque, perché ci sia la vita. La vittoria di Dio sul mondo, questa forza incontenibile e inarrestabile, vittoriosa, è l’amore, l’amore che ha tanto amato il mondo da dare suo figlio. Nulla di noi, della storia, ha impedito a Dio di amarci così, sino alla fine:

Questo vi ho detto perché abbiate pace in me.

In questo mondo avete da soffrire;

ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo».

Gv 16,33

Anche la tradizione ebraica è attenta a questi motivi: al momento del Seder pasquale in cui si ricorda il perire dei cavalieri nel mare, gli ebrei versano dal calice alcune gocce di vino perché non può esserci gioia piena a prezzo della morte dei figli di Dio. Un miḏrāš insegna che mentre gli egiziani venivano sommersi dal mare gli angeli volevano intonare il canto della vittoria, ma Dio glielo impedì e impose loro il silenzio perché stavano morendo i suoi figli e non poteva esserci alcuna gioia per questo.

 

Il Pastore di Israele

Hai condotto nel/con il tuo amore questo popolo che hai riscattato.

Mi hai guidato con la tua forza verso la dimora deliziosa della tua santità.

Es 15,13

La seconda parte del poema si concentra sulla guida di Dio che si manifesta in due forme: hai guidato con il/nel tuo amore questo popolo che hai riscattato e

hai guidato con la tua forza alla sede bellissima della tua santità.

Con l’uso della preposizione benoi possiamo cogliere due significati nella guida di Dio: Egli ha guidato il popolo con il suo amore, ma lo ha anche guidato dentro, cioè ha fatto sì che il popolo sperimentasse la ḥeseḏ, l’amore che è così radicale e totale che crea la reciproca appartenenza tra Dio e Israele. Dio ha guidato con amore, cioè ha mostrato il suo amore in tutte le situazioni e nell’amore, ha condotto il suo popolo a sperimentare il suo amore, fin dentro.

La seconda azione del pastore è condurre per dare riposo, nāhal, condurre con la sua forza verso la dimora deliziosa della tua santità. Qui c’è una ripresa di un termine che era stato usato prima come verbo, esattamente nel v. 2b: questi è il mio Dio e lo voglio glorificare, adornare con la lode. Questonāwêhha diversi significati: vuol dire bellezza, piacevolezza nella bellezza, ma vuol dire anche luogo, sede, dimora, abitazione. È un luogo, un’abitazione piacevole, deliziosa, che ha le caratteristiche della bellezza.

Quindi abbiamo due movimenti di guida:

condurre nella direzione dell’amore con l’amore;

condurre con la forza nel luogo delizioso della tua santità.

La sequenza di questi due verbi è la stessa che troviamo nel salmo 23:

il Signore è il mio pastore non manco di nulla,

in pascoli verdeggianti mi fa giacere,

su acque di riposo mi conduce

e la mia vitaè ristorata,

e mi conducein sentieri di giustizia.

nāḥâh, dove il soggetto è Dio, ha riferimento a contenuti di tipo etico, che hanno a che fare con la relazione: in Sal 23 abbiamo i sentieri di giustizia, e invece nel testo di Esodo 15, nel tuo amore.

nāhal è condurre verso il luogo del riposo: nel salmo sono le erbe verdeggianti e acque tranquille, che vuole dire l’abbondanza della vita, e qui è abitare nella dimora della tua santità.

I popoli hanno ascoltato, hanno sentito e tremarono:

Dolore, fremito ha coltogli abitanti della Filistea.

15 Allora sono sbigottiti i capi di Edom:

I principi di Moab: li colse il tremito.

Sono presi da spavento tutti gli abitanti di Canaan.

Es 15,14-15

I popoli hanno sentito: non abbiamogôyîm, ma ‘ammîm. gôyîm è il termine che indica i Gentili, mentre‘ammîm riconosce ai popoli questa dimensione della familiarità con Dio, l’entrare a far parte di questa grande famiglia. Si parla nei versetti seguenti di quattro popoli che sono situati nei quattro punti cardinali: Filistei ad ovest, Edomiti a sud, Moabiti ad est, e Cananei a nord e quindi in qualche modo rappresentano tutte le nazioni del mondo. Le loro reazioni coprono tutta una serie di verbi e sostantivi che appartengono al campo semantico della paura, del panico, sia come sentimenti, sia come reazioni visibili esterne: tremore, dolore, fremito, sbigottimento, spavento, agitazione.

Alle reazioni esterne seguono le reazioni interne: terrore e panico, ammutolimento che fa seguito al progetto che il nemico aveva espresso nella sua superbia.

 

Terrore e panico cadde su di loro.

Per la grandezza del tuo braccio ammutolirono come pietra:

Finché sia passato il tuo popolo, Signore:

finché sia passatoquesto popolo che hai acquistato/generato.

Es 15,16

 

Al v. 13 si diceva che il popolo è un popolo riscattato, dal verbogā’al: il riscatto, è un atto giuridico, per il quale il parente prossimo, se è nelle condizioni, riscatta un parente che si trova in una situazione di debolezza, nella privazione della libertà, al servizio di un altro, cioè, paga il prezzo in modo tale da riportare quel familiare, quel congiunto nella libertà. Questo concetto è usato anche per Dio.

Qui è usato il verbo qānâh,che vuol dire: comprare, acquistare, entrare in possesso in modo legittimo di qualcosa attraverso l’acquisto. Però questo verbo è anche quello che è usato in Gen 4,1, quando Eva dice: ho acquistato con l’aiuto di Dio, cioè è entrare in possesso del figlio per averlo generato, creato, formato. Qui Dio ha riscattato Israele, lui lo ha acquistato, ma non è l’acquisto economico, bensì l’acquisto per aver generato: Dio ha generato, ha creato, ha dato origine a questo popolo che per questo è divenuto suo.

Li facesti entrare, li piantasti sul monte della tua eredità,

luogo stabilito, Signore per il tuo abitare,

santuario Signore, che le tue mani hanno fondato.

āḏônay regna in eterno, per sempre.

Es 15,17-18

Si dice che gli israeliti sono stati piantati: un’immagine, quella vegetale, che vuol dire una realtà che non ha fine, che sempre può germogliare, può ricrescere.

Si dice che il luogo, ben preparato, è un luogo che indica un’appartenenza, che ha fondamenta forti: si parla ora di āḏônay come architetto:

Perché si dice che le tue mani hanno fondato? Dio ha stabilito il santuario con le tue mani, le tue mani hanno stabilito, mentre per creare il mondo ha usato una mano sola. Quale è la prova? Is 48,13: La mia mano ha fondato il mondo e questo implica che per Dio stabilire la sua santità nel mondo creato e nel suo popolo è più caro a Dio che la sua creazione del cielo e della terra.

 

Nei vv. 17-18, viene affermata la missione universale di Israele: stabilire il regno di Dio sulla terra. Il luogo dove Dio stabilisce la sua dimora è anche il luogo dal quale lui governa tutto il mondo, lo benedice, estende il suo dominio su tutta la terra. Qui è la manifestazione della missione universale d’Israele: stabilire, far conoscere il Regno di Dio sulla terra.

In questa seconda parte, versetti da 12 a 18, abbiamo quindi il tributo delle nazioni, cioè l’universale significato che ha questa liberazione, questo trionfo di Dio sugli egiziani. Ciò che è accaduto per Israele non riguarda soltanto Israele, ma gli Egiziani lo sperimentano, ne sono coinvolti direttamente, tutti i popoli ne sentono parlare, sono chiamati riconoscere a rendere un riconoscimento, un tributo a questo evento, a questa manifestazione di Dio, alla sua sovranità, alla sua regalità.

 

Il modo di agire di Dio nei confronti di Israele viene presentato come liberazione, salvezza, riscatto, in vista di far sì che Israele sia il suo popolo.

Lo scopo dell’Esodo, della liberazione, non si concludeva semplicemente con il ridare la libertà a Israele, liberarlo dai suoi oppressori, ma il progetto di Dio era anche introdurlo, costituirlo come un popolo che sta in una relazione particolare e questo progetto, più che in Esodo 15, sarà presentato da 19 in avanti, cioè al Sinai: Israele è un popolo sacerdotale, una nazione santa.

Questi eventi della salvezza devono culminare in questa appartenenza reciproca tra Dio e Israele. Il monte della eredità di Dio, che Israele giunga a questo luogo che è quello dove abita la santità di Dio, non è il luogo geografico, ma è vivere in questa corrispondenza, questa appartenenza reciproca.

Israele non si costituisce come popolo sulla base di abitare un territorio, cioè, essere Israele non significa abitare in una terra che si chiama Israele. Israele è un popolo che si costituisce sulla base della relazione con Dio. Questa appartenenza fonda l’identità.

Il Pentateuco non termina nella terra. Dio ha liberato per portare il suo popolo nel luogo della sua santità. In Es 29,45-46, dove Dio dà le istruzioni per la costruzione del santuario, c’è questo passaggio:

Prenderò dimora in mezzo agli israeliti, sarò per loro Dio

e poi conosceranno che sono il loro Dio, che li ho fatti uscire dal paese di Egitto

per abitare in mezzo a loro. Io sono il loro Dio.

L’esodo è in vista di questo dimorare insieme: portarli nel luogo dove dimora la santità di Dio, nel monte della sua santità.

Nei modelli babilonesi la creazione si conclude con la costruzione del palazzo, il tempio, nel quale gli dèi creatori abitano e governano il mondo creato. Dio non fa questo: la dimora di Dio è Israele, il suo popolo, e esercita la sua signoria, la sua regalità in mezzo ai popoli dimorando in mezzo al suo popolo.

Il luogo dove Dio abita non è la dimensione fisica, ma è il popolo che aderisce nella fiducia, nella relazione a Dio che diventa questa dimora di Dio. Certo, ci vuole il santuario, questo spazio fisico, che però serve per costruire la dimensione che è quella del popolo.

Dio è l’unico Signore, l’unico sovrano dal quale Israele può far dipendere la sua vita, perché questo Dio esercitando la signoria lo mantiene davvero libero e dà sicurezza alla sua vita. Lo mantiene libero perché la relazione che questo Dio instaura è una relazione che deve essere sempre nella libertà, nella scelta reciproca.

È l’unico signore, l’unico sovrano, che dopo aver liberato questo popolo lo mantiene anche libero, perché la relazione che propone è una relazione che comporta una dialettica, una scelta reciproca continua.

È questo Signore che lo può governare come un pastore, gli dà sicurezza (Sal 23), lo introduce in un luogo piacevole, bello, vuole dare consistenza all’affermazione dell’uomo con tutta la sua libertà.

 

La profetessa Miriam

 

L’ultima parte del Canto del Mare è una parte narrativa. Quando si legge il testo di Esodo 15 nella notte di Pasqua non ci sono questi versetti benché facciano parte della conclusione. Come c’è l’inizio così dovremmo avere anche la fine perché l’unità è fino al versetto 21, da 1 a 21.

Quando furono entrati i cavalli del faraone con i suoi carri e con i suoi cavalieri nel mare, il Signore fece ritornaresu/contro di loro le acque del mare,mentre, i figli di Israele avevano camminato interra asciutta, in mezzo al mare.

Miriam, la profetessa, sorella di Aronne Prese il tamburo nella sua mano. Uscironotutte le donnedietro di lei con tamburi, con timpani e danze.

Es 15,19-20

Miriam viene definita la profetessa,hanneḇî’âh: qui c’è la profetessa e con l’articolo, non è una profetessa qualsiasi. Appartiene alle sette profetesse della storia di Israele: Miriam, Deborah (Gdc 4-5), Hulda (2Re 22,14), Noadia (Ne 6,14), Anna (1Sam 1), Abigail (1Sam 25) ed Ester, queste sono riconosciute dai rabbini come profetesse.

Perché qui Miriam viene riconosciuta come la profetessa? Per essere riconosciuti come profeti bisogna parlare: il profeta è colui che pronuncia ed è portavoce delle Parole di Dio. Il ruolo di Miriam è importantissimo nella nascita di Mosè, mediatrice tra la figlia del faraone e la madre del bambino, perché ha avuto appunto un grande influsso proprio per lo svolgimento di tutti quegli avvenimenti che poi sono culminati nella liberazione di Israele dalla schiavitù in Egitto. Nel miḏrāš si dice che da parte di Dio lo spirito profetico regna su ogni persona secondo le sue azioni, sui Giudei e sui Gentili, sull’uomo e sulla donna, su colui che è servo o su colui che è libero.

Rispose a loro/cominciò a dire loro:

cantate al/del Signore perché ha grandemente trionfato:

cavallo e il suo cavaliere ha gettato nel mare.

Es 15,21

La cosa particolare di questo versetto è che il verbo ‘ānâh, vuol dire due cose: prendere la parola cioè iniziare a parlare, oppure rispondere. Se si sceglie uno dei due significati, perdiamo una parte che il testo nella sua complessità vuole comunque esprimere: rispose a loro, e anche cominciò a dire loro. Quindi sono le donne che rispondono a loro volta al poema, all’inno cantato dagli israeliti, oppure sono le donne che cominciano a dire? Non si può scegliere perché il cantiamo al Signoreè un invito, è un’esortazione.

Alcuni dicono che Mosè lo ha detto una volta e Miriam con le donne hanno intonato, oppure due cori che si richiamavano, si invitavano a vicenda. Poi si dice che ha preso in mano il suo tamburello: può essere che la prima volta in cui è stato eseguito è stato cantato solo con la voce e Miriam introduce che sia accompagnato con gli strumenti. Il miḏrāš dice che:

Mosè ha coinvolto gli uomini nel canto, Miriam le donne e gli uomini. Ha avuto un seguito maggiore perché lei personifica le donne giuste le cui virtù si manifestano sin dall’inizio dalla schiavitù in Egitto, perché le donne furono capaci di comunicare il loro spirito di sapienza e la loro fiducia nel resto del popolo. Ebbero delle iniziative per proteggere i bambini dall’editto del faraone e Miriam è come il simbolo, il modello che tiene vivo l’amore di Dio nel cuore degli israeliti. Per questo lei può dire šîrû layhwh, cioè cantate al Signore.

 

Conclusione

 

Voglio concludere questa lectio con un augurio per la nostra vita di cristiani e consacrati. Lo traggo da un miḏrāš che si sofferma sul significato di we’anwēhû voglio glorificarlo (Es 15,2).

Abbiamo visto che questo nāwâh viene richiamato al v. 13: nella sede (nāwêh) della sua santità. I rabbini non si lasciano sfuggire questo legame: nel suo significato di bellezza, ma anche di casa, dimora dicono che qui c’è un’allusione alla costruzione del tempio. Leggono ’anwēhû come un acrostico dove c’è

anî, io

poināwêh, bellezza, dimora,

e hû, lui.

E traducono: voglio offrire me stesso come casa per lui, io voglio essere la dimora adorna, la casa per lui.

E poi: possa il mio essere, tutta la mia vita diventare un tempio per la sua glorificazione e la dimora della sua rivelazione.

Oppure: io la bellezza di lui.

Oppure ancora: io voglio seguire lui, imitare lui nell’amore.

 

Per la riflessione

 

Gal 3:26-29 26 Tutti infatti siete figli di Dio in Cristo Gesù mediante la fede; 27 infatti, quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. 28 Non esiste più giudeo né greco, non esiste schiavo né libero, non esiste uomo o donna: tutti voi siete una sola persona in Cristo Gesù. 29 Se poi siete di Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.

1Cor 10:2-4 2 tutti sono stati battezzati in Mosè nella nube e nel mare, 3 tutti hanno mangiato lo stesso cibo spirituale, 4 tutti hanno bevuto la stessa bevanda spirituale (bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava: quella roccia era Cristo):

 

L’approfondimento del testo del canto del mare getta luci sull’esperienza del battesimo, luogo in cui siamo generati a figli, diveniamo un corpo solo oggetto della salvezza di Dio. Il battesimo è evento di grazia, immeritato e immeritabile, in cui la morte, il peccato, il male viene vinto e noi entriamo nella vita restituitaci dalla vittoria del Cristo.

Prendete i testi liturgici della notte di Pasqua, anche il rito del battesimo o dell’iniziazione cristiana degli adulti. Andata a cercare i riferimenti pasquali a questo sacramento, ritrovandone tutte le suggestioni bibliche, il sapore del passaggio nel mare.

E anche andate a ritrovare i testi del battesimo di Gesù, lì dove non solo le acque lo accolgono ma è addirittura il cielo che si apre, il battesimo che deve ricevere e che è la sua morte, l’acqua e il sangue dono del Cristo sulla croce. Entrate in questa contemplazione dei testi biblici e liturgici per gustarne lo spessore, il sapore, il contenuto di salvezza che essi hanno.

Entriamo così, nella meraviglia e nella gratitudine, in questa Pasqua.

 


Excursus

Sono io, non abbiate paura

 

Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo. Venuta intanto la sera, i suoi discepoli scesero al mare, salirono in barca e si avviarono verso l’altra riva del mare in direzione di Cafàrnao. Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. Dopo aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non abbiate paura!». Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti.

Gv 6,15-21

In Gv 6 c’è sotteso il racconto di Es 14-15. Era la Pasqua: capire Gesù come pane della vita, il cibo che Dio ha dato come ha dato la manna nel deserto, comporta fare questo passaggio che è il passaggio di riconoscere Lui come Signore. Come gli israeliti in Es 14 e in Es 15, attraversando il mare, hanno riconosciuto Dio che ha dato loro salvezza, così i discepoli riconoscendo Gesù risorto hanno la stessa esperienza che la loro vita dipende da lui.

Solo chi, attraversando il luogo della morte, riconosce che Dio è la sua salvezza, e la sperimenta, può accogliere il pane della vita, che è il significato della vita, il pane che nutre per la vita. Così come Israele ha fatto la stessa esperienza, seguendo Mosè, entrando nel mare, ha conosciuto la salvezza di Dio, allora questa esperienza gli dona anche nel deserto di sperimentare il nutrimento di Dio.

Cosa era il pane? Non semplicemente la manna da mangiare, ma vivere della Parola di Dio (Dt 8) perché è la Parola di Dio che dà quel significato della vita.

Nel racconto di Giovanni i discepoli sono quelli che fanno questo passaggio del mare che è riconoscere nella situazione della difficoltà la presenza, la salvezza del Signore risorto. E fidandosi di questo giungono al porto sospirato. La folla fa lo stesso passaggio, lo fa di giorno, ma per loro è solo un passaggio che non è colto come esperienza della salvezza. Se l’uomo non lo riconosce non può poi accogliere neanche il cibo che viene da lui, anzi ritiene di non averne bisogno. La gente gradualmente se ne va.

Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?».

Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio»

Gv 6,66-69

 

 

1 Questa lectio è nata da un corso tenuto dalla prof. M. P. Scanu, cui dedico questo lavoro nella gratitudine per quanto ci insegna con competenza e passione. Dice il Talmud: Tratta il tuo discepolo come se fosse per te il tuo compagno. Tratta il tuo compagno come se fosse per te il tuo maestro. Tratta il tuo maestro come se fosse per te il tuo Dio.

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