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Sr. Ch. Elisabetta di Maria
Lectio divina sul libro dell’Esodo_Il Mare dei Giunchi

Il Mare dei Giunchi
Es 13,17-14,31

Il concetto di miracolo accettato dagli storici può essere definito, nel suo momento originario, come incessante stupore. L’uomo filosofico e quello religioso guardano i due fenomeni con lo stesso stupore ma il primo neutralizza il proprio stupore nella conoscenza ideale, l’altro vi permane; nessuna conoscenza può indebolire il suo stupore, ogni spiegazione di causa per lui approfondisce solo il miracolo.
Il miracolo non è qualcosa di sovrannaturale o sovrastorico, ma un avvenimento che può certamente essere incluso nella causalità scientifica oggettiva della natura e della storia e che però, per l’importanza vitale che ha per colui che lo vive, ne scuote la certezza di causalità scientifica e fa svanire quei sicuri sostegni del sapere: natura e storia.
Miracolo è semplicemente ciò che accade, nella misura in cui accade all’uomo che è sufficientemente pronto, è capace di percepirlo come miracolo. La situazione straordinaria favorisce questo incontro ma non è ciò che contraddistingue l’evento; anche la cosa più comune alla luce dell’ora fatale può rivelarsi come miracolo.
M. Buber

 

Siamo giunti all’apice della prima parte del libro dell’Esodo, il passaggio del mare e il Canto di Mosè e di Miriam.

Questa sezione ha una struttura molto chiara e semplice:
vv. 13,17-14,18 il cammino dalla terra di Gosen fino al Mare dei Giunchi;
vv. 14,19-31 la traversata del mare;
vv. 15,1-21, il Canto del Mare, la celebrazione di quanto ha fatto il Signore, il testo più antico, risalente in larga parte alla tradizione orale, all’epoca pre-esilica, sigillo di questa prima parte del libro. Ad esso, proprio per la sua importanza, dedicheremo una lectio a parte.

 

 

L’incessante azione di Dio

 

Il Dio che conduce Israele fuori dall’Egitto è il Dio dei padri, è il Dio che nel libro della Genesi abbiamo imparato a conoscere come compagno del cammino di chi ha scelto, l’amico di Abramo, l’amico amato e appassionato di Giacobbe come ci raccontano i miḏrāšîm, lo scudo di Abramo, il Dio altissimo di Melchisedek, ĕlšadday il Dio-che-basta, il Dio che lotta con Giacobbe e che lo benedice, il Dio che custodisce e salva Giuseppe e per mezzo di lui la sua famiglia, il Dio che ha accompagnato le peregrinazioni dei patriarchi e si è coinvolto con le loro vicende.

E ora lo conosciamo come Dio capace di condurre il suo popolo alla libertà, di generarlo a un nuovo futuro, di accompagnarlo nella sua crescita, di custodirlo, proteggerlo nel suo cammino, di condurlo con fedeltà e amore, con un’azione incessante, continua, al luogo della promessa, un luogo che è la relazione di amore di reciproca appartenenza tra Dio e il suo popolo.

Un’azione incessante, un coinvolgimento incessante, una cura incessante.

 

Dio guida il suo popolo, e la sua è una guida originale: li conduce su una strada diversa da quella battuta in genere dalle carovane e dagli eserciti, chiede passi che si affidino a un’intuizione, a una semioscurità, a una semiluminosità, a una presenza che è fuoco e nube. Il popolo seguendo Mosè che segue Dio, giunge alla riva del Mar delle Canne, o Mare dei Giunchi.

Non sapremo mai quello che è accaduto veramente, un terremoto, un maremoto, lo spirare del violento vento d’oriente che ha prosciugato le acque: non sappiamo quanto sia stato evidente il semplice fenomeno naturale, o quanto poco. Sta di fatto che il passaggio nel mare è stato vissuto dagli israeliti come il miracolo del mare. Israele ha visto in quel giorno la grande mano di Dio e ha posto nel suo cuore le fondamenta della fede in lui.

Il canto di Miriam termina con l’affermazione che il Signore regna. Il verbo māla, tradotto con regnare nella sua radice assira significa decidere consigliare risolvere: il re è colui che ha l’opinione decisiva, e qui vuol dire che Dio è colui che decide della storia, della sorte di un popolo, che egli solo nella sua parola è capace di dare significato agli eventi, alla vita del singolo e della comunità, che solo il suo agire pone il sigillo definitivo alla storia, la manifesta come storia di salvezza, ne fa il luogo in cui rivelare l’amore per il suo popolo.

 

La via più lunga

 

Quando il faraone lasciò partire il popolo, Dio non lo condusse per la strada del territorio dei Filistei, benché fosse più corta, perché Dio pensava: «Che il popolo non si penta alla vista della guerra e voglia tornare in Egitto!». Dio fece deviare il popolo per la strada del deserto verso il Mar Rosso. Gli Israeliti, armati, uscirono dalla terra d’Egitto. Mosè prese con sé le ossa di Giuseppe, perché questi aveva fatto prestare un solenne giuramento agli Israeliti, dicendo: «Dio, certo, verrà a visitarvi; voi allora vi porterete via le mie ossa». Partirono da Succot e si accamparono a Etam, sul limite del deserto. Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco, per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte. Di giorno la colonna di nube non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte.
Es 13,17-22

 

Il racconto dell’uscita dall’Egitto ha veramente in sé elementi di luce e di tenebra, sembra davvero l’esplicitazione di cosa fosse la colonna di fuoco nella notte e la colonna di nube di giorno, in quanto che elementi contraddittori, luci e ombre, si alternano in questo racconto. Seguiamo il testo.

Gli israeliti salirono armati:, waḥămušîm ‘ālû,dove la parola ḥămušîm, viene daḥōmeš, un quinto, una parola che contiene in sé l’idea di cinque e quindi si potrebbe tradurre proprio come organizzati in gruppi di 50, come se fossero dei battaglioni pronti per la guerra. Il testo, secondo i rabbini, sottolinea sicuramente il fatto che essi non fuggono dalla terra di Egitto in modo vergognoso e da schiavi, ma come un glorioso esercito, munito di mezzi adatti ad affrontare una guerra. Tuttavia Dio non lo conduce per la strada più breve perché essi sono deboli, facili al timore e allo scoraggiamento di fronte al nemico, di fronte agli ostacoli.

Risuona quindi un contrasto forte tra l’ostentazione di una forza e la realtà di una debolezza.

La via vicina, quella che rendeva più vicina la meta, si estendeva lungo la costa del Mediterraneo, partendo dal confine dell’Egitto, terminando a Gaza, nella terra dei Filistei, una strada di circa 200 km., percorribile in pochi giorni. Gli israeliti non avrebbero comunque dovuto prenderla, perché la prima tappa del viaggio verso Canaan prevedeva la tappa sul monte Sinai per servire il Signore. Ma il testo pone un’altra ragione alla scelta di non percorrere la via del mare: era la via più semplice per allontanarsi dall’Egitto, ma anche quella più semplice per ritornarvi. Per scoraggiare il ritorno facile, la tentazione a non andare avanti, a non affrontare le sfide, Mosè guida il suo popolo per la via più lunga perché il tempo e lo spazio possano far maturare il cuore di Israele.

 

Ora Mosè aveva guidato gli Ebrei fuori da quella strada affinché qualora gli Egiziani avessero cambiato idea e volessero inseguirli, sarebbero rimasti puniti, avendo maliziosamente mancato al patto; inoltre, anche per i Palestinesi, gente a loro avversa per vecchie animosità, ai quali voleva, in ogni maniera possibile, tenere nascosto il suo viaggio, visto che confinavano con gli Egiziani.
E’ per questo che egli non condusse il suo popolo sulla via diretta per la Palestina, ma scelse di compiere un cammino lungo e faticoso attraverso il deserto per invadere Canaan. Inoltre egli era mosso anche dall'ordine avuto da Dio di guidare il Suo popolo al Monte Sinai, per offrirgli quivi dei sacrifici.

Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, Libro II, 322-3

È un grande insegnamento questo: l’esodo avviene per un popolo che non è comunque pronto a sostenere la libertà ritrovata, per un popolo che è piccolo, che non sa, che si perde, che si smarrisce, che non è convinto, che è ancora schiavo. Dicono i rabbini che molti degli israeliti che lasciano l’Egitto, lo lasciano perché scacciati dalle parole del Faraone, e non perché fossero convinti della loro libertà: ciò che li rendeva schiavi non era l’Egitto, ma la paura, la mentalità di schiavi che ormai si era radicata nei loro cuori.

E ancora, la libertà è un processo di maturazione in cui entrare, una realtà da accompagnare, da custodire, da confermare, da attendere nel proprio cuore e in quello degli altri. Essa non è una realtà assoluta e risplendente in tutta la sua forza, ma un seme messo nel cuore dell’uomo, un seme da far crescere, cui dare tempo, cui fare spazio. Essa non avviene perché tutto è chiaro, tutto è secondo le attese, non avviene una volta per sempre, ma muove i suoi primi passi quando ancora è buio, quando ancora tutto è incerto, quando ancora c’è la paura, quando ancora sembra impossibile. La fede si misura con questa compresenza di luce e di ombre, grano e zizzania.

Non è la presenza della zizzania a definire la realtà delle cose, ma la speranza certa che il grano maturi.

E a questo grano occorre dare il tempo di crescere. Forse tanti ritardi, tanti rallentamenti non sono semplicemente inconsistenze nostre o paure o incapacità di concretizzare: forse non è sempre sapienza andare subito al sodo, alla concretizzazione. Forse i tempi più lunghi, in cui sembra che non arriviamo a nulla, sono una provvidenza dentro la quale siamo chiamati a crescere: un tempo dato perché diventiamo capaci di Dio e di quello che Lui sa operare nella nostra vita.

 

Paura e speranza

 

Il Signore disse a Mosè: «Comanda agli Israeliti che tornino indietro e si accampino davanti a Pi-Achiròt, tra Migdol e il mare, davanti a Baal-Sefòn; di fronte a quel luogo vi accamperete presso il mare. Il faraone penserà degli Israeliti: “Vanno errando nella regione; il deserto li ha bloccati!”. Io renderò ostinato il cuore del faraone, ed egli li inseguirà; io dimostrerò la mia gloria contro il faraone e tutto il suo esercito, così gli Egiziani sapranno che io sono il Signore!».

Ed essi fecero così.

Quando fu riferito al re d’Egitto che il popolo era fuggito, il cuore del faraone e dei suoi ministri si rivolse contro il popolo. Dissero: «Che cosa abbiamo fatto, lasciando che Israele si sottraesse al nostro servizio?». Attaccò allora il cocchio e prese con sé i suoi soldati. Prese seicento carri scelti e tutti i carri d’Egitto con i combattenti sopra ciascuno di essi. Il Signore rese ostinato il cuore del faraone, re d’Egitto, il quale inseguì gli Israeliti mentre gli Israeliti uscivano a mano alzata.

Gli Egiziani li inseguirono e li raggiunsero, mentre essi stavano accampati presso il mare; tutti i cavalli e i carri del faraone, i suoi cavalieri e il suo esercito erano presso Pi-Achiròt, davanti a Baal-Sefòn.

Quando il faraone fu vicino, gli Israeliti alzarono gli occhi: ecco, gli Egiziani marciavano dietro di loro! Allora gli Israeliti ebbero grande paura e gridarono al Signore. E dissero a Mosè: «È forse perché non c’erano sepolcri in Egitto che ci hai portati a morire nel deserto? Che cosa ci hai fatto, portandoci fuori dall’Egitto?

Non ti dicevamo in Egitto: “Lasciaci stare e serviremo gli Egiziani, perché è meglio per noi servire l’Egitto che morire nel deserto”?». Mosè rispose: «Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza del Signore, il quale oggi agirà per voi; perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più! Il Signore combatterà per voi, e voi starete tranquilli».

Il Signore disse a Mosè: «Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all’asciutto. Ecco, io rendo ostinato il cuore degli Egiziani, così che entrino dietro di loro e io dimostri la mia gloria sul faraone e tutto il suo esercito, sui suoi carri e sui suoi cavalieri. Gli Egiziani sapranno che io sono il Signore».

Es 14,1-18

 

Anche nel capitolo 14 abbiamo ancora violenti contrasti, acute contraddizioni:

da una parte il Faraone, il suo ripensamento, quindi l’inaffidabilità delle sue parole e delle sue decisioni, la potenza del suo esercito, la decisione di morte;

dall’altra la paura degli israeliti, il loro grido a Dio, la notte di terrore, il mare chiuso. Israele è intrappolato a Pi Akirot, la bocca della libertà, un termine che allude alla sua ubicazione in una gola, racchiusa fra due alture, una stretta valle in cui gli ebrei erano completamente intrappolati. Ma Rashi scrive che essi non sanno come uscire né dove andare: è quindi una situazione esistenziale, uno stato confusionale, una perdita di riferimenti, di orizzonti.

E infine, accanto e dentro tutto questo, il segno, la presenza solenne e forte della colonna di fumo e di fuoco che protegge Israele nel suo cammino, lo guida, mai si allontana da esso per poter rendere sicuro il suo cammino, sicuro il suo giorno, sicura la sua notte.

Paura e speranza,
ambiguità e certezza,
terrore e fiducia,
smarrimento e saldezza.
confusione e pace,
grida e silenzio.

E tra il rumore dei carri che inseguono e il grido della paura degli israeliti le parole di Mosè: non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi; perché gli egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più! Il Signore combatterà per voi e voi starete tranquilli.

La Mekhilta di R. Yishmael insegna, a partire proprio da questa esortazione di Mosè, che il popolo ebraico si suddivise in quattro fazioni di fronte alla minaccia egiziana:

Gli israeliti al mar Rosso erano divisi in quattro gruppi: Un gruppo diceva: gettiamoci nel mare. Un altro diceva: torniamo in Egitto. Un altro diceva: combattiamo; e uno ancora diceva: gridiamo contro di loro.

A Coloro che dicevano: “Buttiamoci in mare!”, fu detto: State a guardare la salvezza che Dio opererà per voi oggi.

A coloro che dissero: “Torniamo in Egitto!”, fu detto:. Come avete visto gli egizi oggi, non li rivedrete mai più.

A coloro che dissero: Combattiamo!, fu detto: Dio combatterà per voi.

A coloro che dissero: Invochiamo Dio!, fu detto: Voi dovete rimanere in silenzio.

Il Signore combatterà per voi: non solo questa volta, ma tutte le volte egli combatterà contro i vostri nemici. R. Meir dice: Il Signore combatterà per voi: Se quando stai in silenzio il Signore combatterà per voi, tanto più quando gli renderai lode.

Cfr. Mekhilta de rabbi Yishmael, Parashah Beschallah III

La soluzione per queste quattro reazioni è la parola che mette in cammino, quello che Dio dice a Mosè in Es 14,15: parla ai figli di Israele e partano.

È straordinario ancora come la parola della fiducia e della speranza si trovi insieme alle parole dell’ira e della violenza, a quelle del dubbio e della paura, dello scoraggiamento e dell’angoscia.

E questo è terribile e incoraggiante insieme, perché ci spinge come credenti a cercare sempre questa Parola dentro le parole,

a cercare la Via quando le vie sono chiuse,

a udire le parole di un canto quando tutto tace,

a edificare la pace lì dove è negata,

a intessere la vita lì dove tutto sembra lacerato dalla morte.

E tutto questo sposando questa realtà, diventando un tutt’uno con essa, senza prendere le distanze, ma lasciandoci coinvolgere, determinare, chiamare da ciò a cui siamo mandati.



Il passaggio del mare

L’angelo di Dio, che precedeva l’accampamento d’Israele, cambiò posto e passò indietro. Anche la colonna di nube si mosse e dal davanti passò dietro.

Andò a porsi tra l’accampamento degli Egiziani e quello d’Israele. La nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte; così gli uni non poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte.

Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore durante tutta la notte risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero. Gli Israeliti entrarono nel mare sull’asciutto, mentre le acque erano per loro un muro a destra e a sinistra. Gli Egiziani li inseguirono, e tutti i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri entrarono dietro di loro in mezzo al mare.

Ma alla veglia del mattino il Signore, dalla colonna di fuoco e di nube, gettò uno sguardo sul campo degli Egiziani e lo mise in rotta. Frenò le ruote dei loro carri, così che a stento riuscivano a spingerle. Allora gli Egiziani dissero: «Fuggiamo di fronte a Israele, perché il Signore combatte per loro contro gli Egiziani!».

Il Signore disse a Mosè: «Stendi la mano sul mare: le acque si riversino sugli Egiziani, sui loro carri e i loro cavalieri». Mosè stese la mano sul mare e il mare, sul far del mattino, tornò al suo livello consueto, mentre gli Egiziani, fuggendo, gli si dirigevano contro. Il Signore li travolse così in mezzo al mare. Le acque ritornarono e sommersero i carri e i cavalieri di tutto l’esercito del faraone, che erano entrati nel mare dietro a Israele: non ne scampò neppure uno. Invece gli Israeliti avevano camminato sull’asciutto in mezzo al mare, mentre le acque erano per loro un muro a destra e a sinistra.

In quel giorno il Signore salvò Israele dalla mano degli Egiziani, e Israele vide gli Egiziani morti sulla riva del mare; Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro l’Egitto, e il popolo temette il Signore e credette in lui e in Mosè suo servo.
Es 14,19-30

Come per tutti gli eventi accaduti fino ad ora, le piaghe, l’uscita dopo la strage dei primogeniti e così per ogni evento tanto antico, anche per il passaggio del mare non possiamo ricostruire con esattezza scientifica quanto sia veramente accaduto.

Il passaggio del mare avviene nel luogo chiamato, Mare dei giunchi, Mare delle Canne, nella regione dei Laghi Amari. Il luogo dovrebbe essere quello che coincide con l’attuale Canale di Suez e che ai tempi dell’Esodo doveva essere una palude, difficilmente attraversabile se non da esperti e a determinate condizioni.

Il fatto storico è stato probabilmente l’attraversamento esperto di questa palude, di questi specchi d’acqua paludosi, in una notte di vento, il violento hamsin, un vento d’oriente, famoso per essere particolarmente micidiale, capace di seccare velocemente tutto ciò che incontra. Il racconto biblico ci parla in due modi di questo attraversamento: un primo, sicuramente più antico, ci descrive proprio il soffiare della aḥ qāḏîm ‘azzâh,del forte vento dell’est che sospinge le acque e fa apparire l’asciutto, così come è avvenuto il giorno della creazione in Gen 1,9: E Dio ordinò: «Le acque che sono sotto il cielo si accumulino in una sola massa e appaia l'asciutto». E avvenne così.

È stato un evento favorevole, un evento che è naturale dal punto di vista geologico in quella striscia di terra che conduce da Gosen al Sinai. Naturale e anche eccezionale per le coincidenze: il soffiare del vento, la perizia efficace delle guide di Israele, la terra asciutta per gli uni e acqua e pantano in cui affondare con i mezzi pesanti per gli altri.

Però, in questo attraversamento, ripeto, eccezionale, ma non soprannaturale, gli israeliti hanno visto la mano potente del Signore, questo evento è divenuto canto, celebrazione, di ciò che solo il Signore può fare.

È stato un vedere della fede: gli israeliti hanno visto in un evento storico, l’intervento di Dio, la mano potente del Signore che li ha salvati. E questa visione ha reso quell’evento diverso dagli altri.

Non è allora l’evento eccezionale, sovrannaturale che dà origine alla fede, ma è la fede che è capace di cogliere in ciò che è naturale l’opera di Dio.

Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci?
Rm 10,14

La fede nasce dall’ascolto della Parola.

Non credo perché ho visto, ma perché ho udito.

Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore.

Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai.

Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Dt 6,4-9

Ascolta è l’unico imperativo che c’è in questo testo del Deuteronomio.

Amerai non è un imperativo, ma è una forma ebraica, il waw conversivo con il perfetto, che indica un futuro certo.

Quindi si dovrebbe tradurre non: Ascolta Israele: Ama con tutto il cuore…, ma: Ascolta: il Signore è uno. Se hai ascoltato veramente questo, ed è vero questo per te, allora sicuramente tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutte le tue forze e con tutta la tua anima. Questa è una cosa straordinaria, cioè come la decisione di amare nasce dall’ascolto. L’unico imperativo.

Dall’ascolto e quindi dal riconoscimento che Lui è l’unico.

E allora, se Lui è l’unico, tu certamente amerai il Signore tuo Dio con tutte le tue forze.

Certamente queste parole che ti do le fisserai sopra il cuore, e non sulla bocca.

Certamente le ripeterai ai tuoi figli.

Certamente ne parlerai quando ti troverai in casa tua.

Certamente ne parlerai quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai.

Certamente te le legherai alla mano come un segno, se hai ascoltato che il Signore è Dio unico,

e certamente le scriverai sugli stipiti delle porte.

Sembra davvero impossibile disgiungere l’Ascolta da quello che viene dopo, perché quello che viene dopo non è un esercizio della volontà, non è semplicemente obbedienza, ma è uno sfociare naturale di una certezza. Più che di comandamento, infatti, gli Ebrei parlano della certezza di Israele.

Questa è l’unica certezza, non l’unico comandamento: che Dio è l’unico, e allora avviene tutto il resto.

L’ascolto allora diventa certezza dell’agire di Dio, l’ascolto diventa un nuovo modo di vedere la storia, gli eventi, i nostri giorni, un nuovo modo di chiamare le cose, le situazioni della vita, con il nome della fede.

Quando si confida nel Signore e ne se seguono le vie anche nel mare, quest’ultimo, non soltanto si annulla dinanzi all’uomo, ma diventa anche un muro protettivo che lo difende dai pericoli

Rebbe di Lubavitc

E allora la fede canta che Israele è passato in mezzo al mare, e che le acque sono diventate una muraglia a destra e a sinistra, che ha passato il mare all’asciutto e che le acque hanno travolto gli egiziani. Tutto per cantare e celebrare l’Unico che veramente fa la storia del mondo, usando anche ciò che gli si oppone, come vedremo nella prossima lectio.

La fede che apre il mare è al cuore di un testo del Talmud.

Il Talmud (Trattato Sotah 37a) narra che quando Mosè stese il suo braccio sul Mare così come comandato da Dio, non accadde assolutamente nulla. Il mare non si sarebbe mai aperto se non fosse stato per Naḥšôn ben ‘amînāḏāḇ.

Egli era il capo della Tribù di Giuda (cfr. Nm 1,7), padre di Nadab e di Abiu: sua sorella era la sposa di Aronne (Es 6,23).

Fu l’unico a capire che toccava al popolo dimostrare la sua fiducia in Dio prima che Dio agisse. Si buttò quindi in acqua e di conseguenza il Mare si aprì. È straordinario questo miḏrāš che attribuisce alla fede l’apertura del mare: Naḥšôn si getta in acqua certo che il mare si aprirà. Alla luce di questo gesto il Talmud interpreta il salmo 114,3: il mare vide e si ritrasse, come se fosse: il mare lo vide e si ritrasse, cioè vide la fede di Naḥšôn e si ritrasse.

Questo principe di Giuda di cui abbiamo appena fatto conoscenza lo troviamo anche nel Nuovo Testamento: è Naassòn figlio di Aminadàb, uno degli sconosciuti antenati di Gesù, un volto finora anonimo di quelle infinite liste di nomi con cui iniziano i vangeli di Matteo e di Luca:

Gesù, quando cominciò il suo ministero, aveva circa trent’anni ed era figlio,come si riteneva, di Giuseppe, figlio di Eli, figlio di Mattat, figlio di Levi, figlio di Melchi, figlio di Innai, figlio di Giuseppe, figlio di Mattatia, figlio di Amos, figlio di Naum, figlio di Esli, figlio di Naggai,…

figlio di Davide, figlio di Iesse, figlio di Obed, figlio di Booz, figlio di Sala, figlio di Naassòn, figlio di Aminadàb, figlio di Admin, figlio di Arni, figlio di Esrom, figlio di Fares, figlio di Giuda…

Lc 3,23-35.31-33



Ti ringraziamo Naḥšôn ben ‘amînāḏāḇ, principe di Giuda,

per la tua fede,

perché hai visto la possibilità di camminare sulle acque

per giungere al di là del mare,

tu che hai visto perché sapevi,

hai visto perché credevi.

Chiedi per noi al tuo e nostro Dio,

che hai riconosciuto come Unico,

come Signore, degno di fiducia, degno di gloria,

di porre i gesti coraggiosi della fede che sa osare,

della fede che vede il compimento nei primi germogli,

della fede che muove i passi di chi è nella notte

della fede che tutto crede perché tutto sa già.

Ricordati di noi presso il tuo Signore,

di noi che siamo figli di Colui che dalla tua stirpe è nato,

di lui che conosce il Padre,

sapienza che ha vinto il mondo.

Amen


Per la riflessione e la preghiera:

Vi propongo innanzitutto un itinerario nel salterio, uno scorrere proprio i vari salmi, a partire da quelli che conosciamo meglio, per individuare le due voci:

  • il grido del lamento: Svegliati perché dormi Signore? Non restare in silenzio, mio Dio, ecc.

  • e il grido della fede, della certezza: Tu sei il mio Dio, Tu sei il mio rifugio, Tu sei la mia forza, tu mi hai sollevato dalla fossa della morte…

Questo ci aiuta proprio a fare più nostra la preghiera dei salmi che ci accompagna tutti i giorni nella Liturgia delle ore.

Il secondo ambito di lavoro, sia personale che comunitario, potrebbe essere la compresenza della tenebra e della luce. Come vivo, come viviamo la presenza di ritardi, di ostacoli, di conflitti, di defezioni, di pesantezze quotidiane? Siamo capaci di cogliere i segni della vita lì dove sembra che non ci sia speranza? La Parola dentro la sua apparente assenza, il regno di Dio lì dove sembra che non ci sia spazio per esso? Sappiamo portare la contraddizione della nostra vita e della nostra storia, tenendo alta la Parola della fede? Come? Con quali strumenti? Cosa ci aiuta a muoverci verso il giorno?

Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro l’Egitto, e il popolo temette il Signore e credette in lui e in Mosè suo servo.
La fede che vede e che riconosce, che si fida di ciò che ancora non è ma che certamente sarà e la fede come frutto, esito dell’azione di Dio. La fede precede, accompagna ed è il frutto. E non è solo la fede in Dio, ma in Dio e nel suo servo Mosè. Non basta credere in Dio, perché nella Scrittura, lui si fa conoscere attraverso persone che ha scelto e gli sono testimoni. Nel Nuovo testamento i discepoli hanno imparato a credere in Dio e in Gesù: a Cana egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui (Gv 2,11). E Gesù stesso chiede la fede in lui:Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me (Gv 14,1)

 

Dice a tale proposito Daniel Attinger:

Come per Israele la fede in Dio passa attraverso la fiducia in Mosè, così per noi la fede in Dio implica la fede in Cristo.

E la fede in Cristo oggi implica per noi la fede in qualcuno, che è per noi testimone di Cristo, che può essere un padre spirituale, una madre spirituale, il marito o la moglie, anche i bambini, oppure un prete, ecc. Una persona concreta.

La mia fede in Cristo si manifesta nell’ubbidienza reciproca, in questo caso. Perché in questo caso il Dio in cui credo non è più un Dio che mi sono costruito, e l’obbedienza a quel Dio non è più l’obbedienza a me stesso, ma a un altro, che per la sua alterità attesta in un qualche modo il Cristo e Dio stesso.

La fede in Dio quindi implica sempre una concreta, reale obbedienza a qualcuno, altrimenti rischia di diventare ideologia.

Possiamo riflettere allora sul dono e la responsabilità di essere testimoni gli uni per gli altri di chi Dio è e anche chiederci quanto siamo liberi di accettare le mediazioni. Nel cammino formativo iniziale questo è un dato decisivo: l’accoglienza delle mediazioni, la maestra, la responsabile, è uno dei luoghi in cui si decide la maturazione della vocazione stessa. Accogliere la mediazione non vuol dire naturalmente canonizzare nessuno, ma saper discernere pur dentro i limiti e le qualità, dentro una creaturalità che rimane, la testimonianza della fede, l’azione e la parola di Dio per la mia vita.


Excursus I

Perché gridi verso di me?

Es 14,15

È molto interessante notare quello che il testo dice: il popolo gridò al Signore (Es 14,10), e Dio dice a Mosè: perché gridi verso di me (Es 14,15)?.

Questo è il grido di Israele davanti ai suoi oppressori, quello che Dio ascolta (Es 3,7), il grido di coloro che Dio chiama figli (Es 3,9), il grido di lutto dei padri cui viene tolto il domani dei loro figli (Es 11,6; 12,30).

È il grido del popolo, è il grido di Mosè. Mosè è un tutt’uno con il suo popolo e se il suo popolo grida, lui è in quel grido e quel grido è il suo. Giuseppe Flavio nelle Antichità giudaiche mette in bocca a Mosè questa preghiera:

Tu sai che scampare dai presenti pericoli è al di là delle forze e dell'ingegno umano. Se c'è una via di salvezza per questa moltitudine, che per Tuo volere ha lasciato l'Egitto, solo Tu ce la puoi offrire.

Noi diffidiamo di ogni altra speranza e di ogni rifugio, noi ci rifugiamo unicamente sotto la tua protezione, e stiamo aspettando dalla Tua provvidenza quel mezzo che valga a sottrarci dal furore degli Egiziani: noi guardiamo a Te. Giunga presto questo aiuto che ci manifesti la Tua potenza, solleva il cuore del popolo prostrato dalla disperazione nella quale è immerso, sollevalo alla serenità e alla fiducia nella salvezza.

Le angustie nelle quali ci troviamo in potere di altri, sono sotto il Tuo dominio. Tuo è il mare e Tua la montagna che ci circonda; aprilo, dunque, al Tuo comando. Il mare diventi terra asciutta, oppure facci sfuggire attraverso l'aria, se la Tua onnipotenza vuole che siamo salvati così.

Giuseppe Flavio, Libro II,335-7

I padri della Chiesa ci fanno fare un ulteriore passaggio riguardo alla comprensione di questo grido muto: esso è il grido stesso dello Spirito di Dio, quello che Dio ascolta, il grido che ci fa figli.

Mosè grida al Signore. Come grida? Non si sente alcuna voce di lui che gridi e tuttavia Dio gli dice: perché gridi a me? Vorrei sapere come i santi gridano a Dio senza emettere voce. L’apostolo insegna che Dio ha posto lo spirito del figlio suo nei nostri cuori che grida: Abba, padre!, E aggiunge: lo stesso spirito intercede per noi con gemiti inenarrabili. E ancora: colui che scruta i cuori sa che cosa desidera allo spirito, poiché secondo Dio prega per i santi.

Così dunque, per l’intercessione dello spirito Santo, si sente presso Dio il silenzioso grido dei santi.

Origene, Omelie sull’Esodo 5,4

Ambrogio commenta il momento che precede l’apertura del mare in cui gli israeliti gridano a Dio. Egli giudica questo grido un querulo lamento, un lamento che non portava un briciolo di sicurezza, ma comportava un’infinita offesa a Dio. A questo grido egli oppone il comportamento della preghiera di Mosè, e scrive:

Se ne stava dunque Mosè pieno di tristezza, di preoccupazione, di ansietà, sia per i pericoli che per i lamenti del popolo, in attesa del fedele compimento delle promesse del Cielo; e in silenzio tra sé meditava con quale risorsa alfine il signore sarebbe intervenuto, dimentico dell’offesa, memore del suo amore.

A lui dice il Signore: perché gridi a me?

Non riesco a percepire un suo suono, ma riconosco la sua voce:

io colgo il suo silenzio, avverto il grido che si nasconde nelle sue opere.

Il popolo gridava, eppure non era udito; Mosè taceva, eppure era udito.

Non al popolo è stato detto: perché gridi a me? Infatti non gridava Dio quel popolo che gridava ingiuria indegne di uomini. È stato invece detto a Mosè: perché gridi a me? In altre parole:

l’unico che grida a me sei tu, che riponi speranza in me;

l’unico che grida a me sei tu, che provochi la mia forza;

l’unico che grida a me sei tu, che non desideri altro che il mio nome venga annunciato per tutta la terra.

Gridava dunque Mosè col suo cuore, e ogni sapiente grida con il suo cuore.

Tant’è vero che la sapienza - con un programma bandito dai luoghi più elevati - invita a un brindisi da lei offerto, dicendo: abbandonate la stoltezza e cercate la sapienza! È un proclama che cade dall’alto, di forte timbro, questo che promette la sapienza agli stolti. Anche il Signore Gesù gridava: se qualcuno ha sete, venga beva! E gridava un annuncio veramente grande, perché invitava gli uomini al regno dei cieli, a quella venerabile bevanda che infonde il flusso della vita eterna.

Anche tu, quando preghi, prega per beni grandi, cioè prega per quei beni che sono eterni e non caduchi; prega per i beni che sono divine celesti, così da essere come gli angeli in cielo.

Non pregare per il denaro, che non è che una ruggine;

non pregare per l’oro, che non è che un metallo;

non pregare per i possedimenti che non sono che terra:

una preghiera così non arriva al Signore.

Dio non ascolta se non quanto reputa degno del suo intervento benefico; ascolta però una voce devota, piena di fedeltà e di amore.

Sant’Ambrogio, CommSal118, XIX,10