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Sr. Ch. Elisabetta di Maria
Lectio divina sul libro dell’Esodo_Colonna di nube, colonna di fuoco




COLONNA DI NUBE, COLONNA DI FUOCO: ES 13,21-22


Gli Israeliti partirono da Ramses alla volta di Succot, in numero di seicentomila uomini adulti, senza contare i bambini. Inoltre una grande massa di gente promiscua partì con loro e greggi e armenti in mandrie molto grandi.

Fecero cuocere la pasta che avevano portato dall’Egitto in forma di focacce azzime, perché non era lievitata: infatti erano stati scacciati dall’Egitto e non avevano potuto indugiare; neppure si erano procurati provviste per il viaggio.

La permanenza degli Israeliti in Egitto fu di quattrocentotrent’anni. Al termine dei quattrocentotrent’anni, proprio in quel giorno, tutte le schiere del Signore uscirono dalla terra d’Egitto. Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dalla terra d’Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione.

Es 12,37-42

 

Israele, il pane azzimo, esce dall’Egitto.

Un miracolo davvero. Un miracolo perché ci si slega dal dolore conosciuto e che è diventato casa, ci si slega dal luogo nel quale abbiamo conosciuto il nostro Dio, lo abbiamo sentito parlare, lo abbiamo visto agire. Normalmente siamo tentati a rimanere legati, a custodire i luoghi dell’incontro, le parole dell’incontro, e non partiamo più. Invece è un miracolo questa potenza della libertà offerta. Gli israeliti non rimangono a custodire quei luoghi divenuti santi, quelle case divenute altare, quella presenza che si è rivelata nella schiavitù: essi partono.

Non sono i custodi di una presenza, ma sono i custoditi da essa. Dio non è in un luogo che non lo potrebbe mai contenere, ma Lui è il luogo del mondo, Lui è il luogo nel quale tutto il mondo trova il suo significato. Non è il Dio del luogo, ma il Dio della relazione, della storia con il suo popolo. Lui è dove è il suo popolo.

 

 

DIO CON NOI

 

Il testo ci trasmette la cifra precisa di quanti partono: ci si conta per partire, perché non manchi nessuno. Erano in 70 quando scesero in Egitto 430 anni prima e ora sono 600.000 uomini, senza contare le donne, i bambini, e gli egiziani che si sono uniti a loro. Ma aggiunge che

 

Allora tutte le schiere del Signore uscirono dall’Egitto

Es 12,41

 

La tradizione ebraica ci insegna che queste schiere sono gli angeli di Dio, sono le potenze celesti, la corte celeste che accompagna il santuario di Dio. Sono queste che insieme al popolo di Israele escono dall’Egitto: Dio e tutte le sue schiere escono cono il popolo che esce. E conosciamo così che durante tutto il tempo in cui Israele stava in Egitto, Dio aveva trasferito la sua corte celeste in Egitto e tutti gli angeli stavano lì in Egitto, schiavo con gli schiavi, esiliato con gli esiliati.

Parte Israele: parte anche Dio e tutte le sue schiere.

Ovunque si trova il suo popolo, Dio è con lui. Potremmo dire anche di più: ovunque l’uomo, che è suo, si trova, Dio è con lui: quando è nell’angoscia, nella tristezza, quando è calpestato, quando è in fuga, quando è affamato, quando è nudo, Dio sta con lui, nudo anche lui, affamato anche lui, calpestato anche lui, senza casa anche lui. Ci ricordiamo in una delle prime lectio come Dio stava nella cesta di Mosè che piangeva, e la figlia del faraone lo vide con il bambino. Ovunque c’è tristezza e sofferenza, Dio sta lì, soffrendo insieme con i suoi:

 

Ogni qualvolta gli Israeliti vengono incatenati, anche la Šeḵînâh, cioè la gloria di Dio, è incatenata con loro. Sta scritto infatti: in tutte le loro angosce, anche Egli è in angoscia.

Queste parole si riferiscono all’angoscia della comunità. Da dove so che si riferiscono anche al singolo? Sta scritto: mi invocherà e gli risponderò, presso di lui sarò nella sventura (Sal 91,15).

Ovunque gli Israeliti furono esiliati, la Šeḵînâh fu esiliata con essi. Gli Israeliti furono esiliati in Egitto, a Edom, a Elam, e la Šeḵînâh fu esiliata con essi. E se un giorno gli israeliti ritorneranno, la Šeḵînâh ritornerà con essi.

Mekhiltà di Rabbi Ishmael

 

Ricordiamo che Israele è figura della Chiesa, il popolo nuovo, dal quale la sua signoria si estende a tutto il mondo, a tutti i tempi.

 

Tutto infatti egli ha messo sotto i suoi piedi e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose: essa è il corpo di lui, la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose.

Ef 1,22-23

 

Dio si compromette si compromette con il suo popolo, con gli uomini che ha scelto, con l’uomo che ha scelto.

 

La colonna di fuoco e di nube è il segno della compromissione di Dio con il suo popolo:

Lui lo ha ascoltato, lo ha osservato, è intervenuto con braccio potente, lo ha fatto uscire dall’Egitto e ora lo guida verso la terra promessa.

Dio esce dall’Egitto con le sue schiere, era schiavo con il suo popolo schiavo,

e ora è pellegrino con il suo popolo in cammino.

Dio dimora in mezzo al suo popolo, e va dovunque esso vada.

 

Abbiamo un’altra esperienza del genere nella Scrittura, in Ezechiele:

la gloria di Dio lascia il tempio di Gerusalemme distrutto dai babilonesi,

si dirige verso il monte degli Ulivi, da lì osserva la colonna dei deportati e si mette in fila con loro.

Ezechiele lo vedrà di nuovo sui canali, sui fiumi di Babilonia, deportato come il suo popolo.

 

I cherubini allora alzarono le ali e le ruote si mossero insieme con loro, mentre la gloria del Dio d’Israele era in alto su di loro. Quindi dal centro della città la gloria del Signore si alzò e andò a fermarsi sul monte che è a oriente della città. E uno spirito mi sollevò e mi portò in Caldea fra i deportati, in visione, per opera dello spirito di Dio.

Ez 11,22-24

 

Dio è il Dio con noi.

 

E questo vuole dire che siamo noi ciò che si può conoscere di lui.

La storia che intesse con noi è ciò che è conosciuto di lui.

Quello che accade a noi, le vie che percorriamo, le fatiche e le conquiste del cammino, l’edificarci come popolo, il coraggio di continuare, tutto questo racconta di lui e della sua grandezza

 

Mosè disse al Signore: «Gli Egiziani hanno sentito che con la tua forza hai fatto uscire questo popolo di mezzo a loro e lo hanno detto all'abitante di questa terra. Hanno udito che tu, Signore, sei in mezzo a questo popolo, che ti mostri loro faccia a faccia, che la tua nuvola sta sopra di loro, che con una colonna di nuvola cammini davanti a loro di giorno e con una colonna di fuoco di notte. Farai forse morire questo popolo come un sol uomo? Le nazioni che hanno sentito parlare della tua fama diranno: il Signore non ha potuto far venire questo popolo nella terra che gli aveva promesso con giuramento e li ha massacrati nel deserto. Ora sia magnificata la potenza del mio Signore secondo quanto hai detto.

Nm 14,13-17

 

Questo comporta un cammino nella fiducia e nella responsabilità:

noi siamo il luogo nel quale si incontra ciò che Dio è capace di fare per l’uomo.

Quale grandezza! E quale gioia!

Occorre davvero lasciare l’Egitto, ogni casa di schiavitù, e mettersi alla sua sequela,

senza ritardi, per noi e per chi attende di vedere, attende di conoscere, attende di poter credere.


NUBE E FUOCO

 

Il Signore andava davanti a loro di giorno con una colonna di nube per condurli nella strada, e di notte con una colonna di fuoco per illuminarli, perché potessero andare di giorno e di notte.

22 Né la colonna di nube di giorno né la colonna di fuoco la notte si ritirava dalla vista del popolo.

Es 13,21-22

 

Nube di giorno fuoco di notte.

Il cammino è in una tenebra luminosa o in una luce notturna.

Non è mai pieno giorno, non è mai profonda notte, e questa semioscurità, questa semiluminosità, è lo spazio della nostra libertà. È lo spazio della decisione, del rischio, dell’intuizione e dell’affidamento, del coraggio e della speranza.

Lo spazio del cammino di uomini liberi.

Per camminare non occorre aver chiara la strada e forse neanche la meta, ma essere liberi. Bisogna essere liberi per camminare, liberi di muovere i passi, liberi di seguire la strada, liberi per accettarne i pesi e le conseguenze.

Mentre si cammina nella notte vediamo la colonna di luce che pone un limite all’oscurità, e rinfranca i nostri passi.

Mentre camminiamo nel giorno vediamo la nube che ci rimanda a un altrove che ancora non vediamo, a un orizzonte più lontano dei nostri stessi sogni.

 

E dobbiamo camminare accettando di non vedere, perché sappiamo che Dio vede la strada. Ciò che importa non è conoscere la strada.

È non perdere di vista quella luce, quella nube che sa il cammino.


GUIDA E RIFUGIO, STRADA E DIMORA

 

Distese una nube a loro protezione, e un fuoco per illuminarli nella notte.

Sal 105,39

 

Roveto ardente, fuoco che avvolge il misero.

Colonna di fuoco, guida del cammino di chi è suo.

Colonna di nube, custode della vita del suo popolo.

 

Lampada per i miei passi è la tua Parola

Sal 119,105

 

La parola illumina la via, la manifesta, la rende sicura.

Come un servo chino sul sentiero perché il suo maestro non inciampi, perché non ritardi l’andare.

 

Fra i mortali, è il discepolo che porta la lanterna per il suo maestro, ma di Dio noi leggiamo: E il Signore camminava davanti a loro di giorno1.

Fra i mortali, è lo schiavo che lava il suo maestro, ma di Dio noi leggiamo: Ti lavai con acqua2.

Fra i mortali, lo schiavo veste il suo maestro, ma di Dio leggiamo Ti misi una veste variopinta3

Fra i mortali, lo schiavo mette I sandali al suo maestro, ma di Dio noi leggiamo: ti infilai calzature preziose.4

Fra i mortali, è lo schiavo che porta il suo maestro, ma di Dio leggiamo: Vi ho portato su ali di aquile.5

Fra i mortali, è il maestro che dorme, mentre lo schiavo fa la guardia stando fuori, ma Dio è il custode di Israele, perché è detto: Non si addormenta, non prende sonno il custode di Israele.6

[…] Da ciò: Non c’è nessuno come te fra gli dei e non c’è nessuno che uguagli le tue opere..”7

 

La Parola è luce.

Camminare a questa luce vuol dire anche comprendere quello che c’è dentro la via,

è dare nome alle cose, alle situazioni a partire da quella luce e non da altro.

È conoscere la salvezza che abita la nostra vita, scoprirne il senso alla sua luce, la provvidenza di amore che si prende cura di noi e ci fa diventare gli uomini e le donne migliori che siamo, immagine e somiglianza di Dio.

 

E anche la colonna di nube è il luogo da cui Dio parla non per conoscere la strada, ma per essere sicuri nel percorrerla.

 

Parlava con loro da una colonna di nubi; essi custodivano i suoi statuti e la legge che aveva loro consegnata.

Sal 99,7

 

Una Parola che rimane, che prende dimora, che abita con noi

 

E apparve il Signore nella tenda in una colonna di nube; la colonna di nube si fermò all'ingresso della tenda.

Dt 31,15

 

Una parola accessibile, che troviamo sulla soglia della dimora, vicina di tenda alla nostra tenda, custode e protezione, rifugio sicuro.

 

Camminare dietro questa colonna, alla sua presenza, ai suoi movimenti rispondere, muovere i passi.

Questa colonna è la misura dentro la quale valutare il cammino:

non è l’esperienza che forse guarda troppo indietro, a ciò che lascia, non è il riscontro economico che vede il fallimento già in partenza, non è la valutazione delle forze presenti che scoraggia anche solo il partire, ma è una Parola che ha parlato e che si mette alla guida di un gruppo di schiavi per fare di essi un popolo nuovo.

 

La colonna di fuoco e di nube viene rappresentata nella liturgia del cero nella notte di Pasqua, la notte in cui celebriamo il passaggio dalla morte alla vita del Signore Gesù. Questo evento è ciò che ora indica la strada, è il sigillo del coinvolgimento di Dio con l’uomo:

 

In questa notte di grazia accogli, Padre santo, il sacrificio di lode, che la Chiesa ti offre per mano dei suoi ministri, nella solenne liturgia del cero, frutto del lavoro delle api, simbolo della nuova luce.
Riconosciamo nella colonna dell'Esodo gli antichi presagi di questo lume pasquale che un fuoco ardente ha acceso in onore di Dio.
Pur diviso in tante fiammelle non estingue il suo vivo splendore, ma si accresce nel consumarsi della cera che l'ape madre ha prodotto per alimentare questa preziosa lampada.
Ti preghiamo, dunque, Signore, che questo cero, offerto in onore del tuo nome per illuminare l'oscurità di questa notte, risplenda di luce che mai si spegne.
Salga a te come profumo soave, si confonda con le stelle del cielo.
Lo trovi acceso la stella del mattino, questa stella che non conosce tramonto:
Cristo, tuo Figlio, che risuscitato dai morti fa risplendere sugli uomini la sua luce serena e vive e regna nei secoli dei secoli.
Amen.


PER LA RIFLESSIONE E LA PREGHIERA

 

Vi suggerisco un approfondimento serio, personale e fraterno insieme, sul passaggio così decisivo dal custodire ciò che è santo all’essere custoditi dal Santo. Le scelte che si fanno personalmente e come istituto hanno bisogno di essere scelte di sequela, una sequela che ci porta via da un conosciuto, da luoghi e parole che hanno fatto di noi quello che siamo, ma che dobbiamo lasciare perché Dio possa operare. È importante, importantissimo, limare le nostre scelte, i nostri cammini dentro un’appartenenza dinamica, un’appartenenza a un rapporto che ci fa continuamente nuovi, continuamente liberi, continuamente in cammino. Non siamo noi, in primis, a custodire Dio, ma è Dio che custodisce noi. Non siamo noi a dargli il nostro tempo, ma Lui dà il suo tempo a noi. Non siamo noi a dargli la vita, ma Lui dà la sua vita a noi. Lui è primo e noi siamo una secondità. Questo non è mai da sovvertire.

 

Dio è con il suo popolo ovunque esso sia. Sarebbe bello come preghiera di lode e di ringraziamento ripercorrere i nostri esodi, ricordando i gesti e le parole che ci hanno guidato, le tenebre luminose e le luci notturne dentro le quali abbiamo conosciuto i passi della salvezza. E di questo rendere grazie.

 

Dio è incatenato, affamato, nudo, in fuga con l’uomo incatenato, affamato, nudo, in fuga. Mai come oggi è attuale la parabola del pastore e re che si identifica con questi piccoli (Mt 25). Questo interpella da vicino e con urgenza il nostro essere nel mondo, un essere che è dove lui è. Quali presenze nostre, personali e comunitarie possono essere risignificate, riscoperte, scoperte per poter essere il segno visibile e accessibile di un Dio che è in mezzo ai suoi, un Dio che è vicino?


Excursus

I TEFÎLLÎN

In quel giorno tu spiegherai a tuo figlio: “È a causa di quanto ha fatto il Signore per me, quando sono uscito dall’Egitto”.

Sarà per te segno sulla tua mano e memoriale fra i tuoi occhi, affinché la legge del Signore sia sulla tua bocca. Infatti il Signore ti ha fatto uscire dall’Egitto con mano potente. Osserverai questo rito nella sua ricorrenza di anno in anno.

[…] Questo sarà un segno sulla tua mano, sarà un pendaglio fra i tuoi occhi, poiché con la potenza del suo braccio il Signore ci ha fatto uscire dall’Egitto.

Es 13,8-10.16

 

Una interpretazione tradizionale della parola šemôṯ, i Nomi, il titolo ebraico del libro dell’Esodo, è quella che afferma che questa parola sia composta con le iniziali di:

Šabbāṯ, Sabato,

Mîlâh, Circoncisione

Tefîllîn, Filatteri.

Lo Šabbāṯ pone il proprio rapporto con il mondo sotto la volontà di Dio.

La Mîlâh, pone ciò che nasce sotto la volontà di Dio.

I Tefîllîn, dimostrano la volontà di porre il proprio corpo sotto la volontà di Dio.

Questi tre precetti vengono definiti dalla Tôrâh come ôṯ, segno:

un segno per il domani, per il futuro, per l’eternità,ôṯ le‘ōlām, in Es 31,17 è lo Šabbāṯ;

un segno dell’alleanza,ôberîṯ, in Gen 17,11 è la circoncisione;

un segno per la mano e gli occhi, in Dt 6,8, sono i Tefîllîn.

Tre precetti, tre comandamenti, che qui diventano segno della libertà, e compongono addirittura la parola della liberazione.

 

È strano questo continuo intreccio che stiamo incontrando tra liberazione e osservanza dei comandamenti, tra libertà e riti da compiere, tra fine della schiavitù e nascita dell’appartenenza.

La libertà che qui è un dono di cui solo Dio è responsabile, ha evidentemente bisogno di essere custodita, come tutti i doni o, meglio ancora, di essere manifestata attraverso segni concreti e manifesti. Occorre ricordarsi di essa, porre gesti e parole che la rinnovino al nostro cuore e alle nostre vite, occorre raccontarla e continuamente significarla perché questi segni, queste parole, questi ricordi ci ricordino chi siamo, da dove siamo venuti, cosa è stato fatto a noi, in modo così gratuito e meraviglioso.

Il testo esodico parla di segno e ricordo.

La tradizione rabbinica insegna che il primo termine si riferisce al futuro mentre il secondo al passato. L’uscita dall'Egitto non è solo un ricordo del passato, ma è un segno di speranza per il futuro: come Dio è stato capace di liberare con braccio potente il suo popolo nel passato, così egli è e sarà artefice di ogni processo di liberazione e di salvezza, per il suo popolo e per l’umanità tutta.

 

Quale segno:l'uscita dall'Egitto sarà per te come un segno sul tuo braccio e memoriale tra i tuoi occhi, significando che questi brani (nei quali accenna alla liberazione dall’Egitto, siano legati sul capo e sul braccio.

Rashi

 

 

Cosa sono i Tefîllîn

 

 

I Tefîllîn sono degli astucci, dei contenitori di pelle, di colore nero, chiamati anche filatteri, dal greco fula,ssw,phulássō, custodire. La Scrittura li chiama ṭôṭāfôṯ, un termine tradotto con pendaglio. Il nome Tefîllîn è il modo in cui li chiama il Talmud che ne parla ampiamente.

Sono interamente fatti a mano e la loro lavorazione dura un anno ponendo attenzione a numerose regole e precetti.

Dalla base dei contenitori partono lunghe strisce di pelle nera, tramite i quali i Tefîllîn sono legati al braccio e alla testa. Per la tefillâh del braccio la striscia di cuoio ha una lunghezza tale da consentire, dopo aver assicurato la scatoletta contro il bicipite, di avvolgersi sette volte attorno al braccio fino a raggiungere la mano dove viene poi intrecciata, girando sul dito medio tre volte, secondo un’antica tradizione.

In molte comunità ebraiche si recita un versetto tratto dal profeta Osea mentre si lega la striscia di cuoio attorno al dito medio della mano più debole:

Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore.

Os 2,21-22

 

La tefillâh del braccio si lega sulloyāḏ kēhâh, sul braccio debole, quello sinistro (destro per i mancini), in modo da trovarsi di fronte al cuore, sede delle emozioni, a dire che è Lui a darti la forza di avere successo (Dt 8,18). L’esodo dall’Egitto avvenne perché era stata la mano di Dio a operare i prodigi mentre quella dell’uomo era stata debole. Nella debolezza possiamo ricordare quanto Dio ha fatto per il suo popolo e quanto continuerà a fare. La tefillâh del braccio è posta vicino al cuore ad indicare l'amore del Signore per il Suo popolo.

Bisogna prima indossare la tefillâh del braccio, rappresentante l’azione e il lavoro, e poi quella della testa rappresentante il pensiero: viene prima la volontà di compiere i comandamenti e poi, solo dopo, la capacità di comprenderli.

 

L’altra tefillâh viene posata sul capo, sede dell’intelletto, quindi non sulla fronte, e viene fissata in maniera da rimanere sul cervello in posizione mediana rispetto agli occhi.

 

La tefillâh della testa ha quattro scompartimenti per accogliere quattro testi biblici. Gli scompartimenti sono separati tra loro. La pergamena dei Tefîllîn deve  avere delle linee sulle quali bisogna scrivere con una piuma di gallina con un inchiostro vegetale indelebile. La pergamena va inoltre avvolta e chiusa con fili di coda di mucca.

I quattro testi sono quelli che trattano di questo precetto:

Es 13,1-10: il comandamento di ricordare la liberazione dall’Egitto ;

Es 13,11-16; il comandamento di insegnare questi precetti ai figli;

Dt 6,1-13; lo šema‘ yiśrā’ēl, l’affermazione che Dio è Uno;

Dt 11,13-21; la ricompensa per l’osservanza dei comandamenti

La tefillâh del braccio, quella vicina al cuore è invece fatta di un solo scomparto. Una sola pergamena che contiene tutti e quattro i testi, un solo amore. Nell’ambito del capo, della mente, possono infatti esserci opinioni e punti di vista diversi, ma in quello del braccio, dell’azione concreta, è l’unità a dover prevalere.

Su entrambi i lati del Tefîllîn per la testa è impressa la lettera ebraica Šin v.

Il nodo della cinghia della testa, nodo quadrato, forma la lettera dalet mentre la cinghia che passa nella tefillâh del braccio viene fermata con un nodo che ha la forma della lettera Yod. Queste tre lettere compongono uno dei nomi di Dio: ĕlšaddaye.

Essi non devono essere indossati prima dei tredici anni di età. Nel rito del BarMiṣwâh il ragazzo indossa prima i Tefîllîn, il giovedì, e poi il sabato legge la Parašâh, la porzione della Tôrâh di Mosè letta settimanalmente nel giorno di sabato.

 

Legati alla tôrâh

 

Il loro significato fondamentale è l’unione e l’attaccamento a Dio, al punto tale che sono paragonati all’intera Tôrâh: lo scopo della Tôrâh è l’unione con Dio e lo scopo dei Tefîllîn è l’unione con Dio. È essere legati a Dio attraverso la sua Parola, circondarsi di essa, lasciare che essa determini pensieri e azioni, plasmi l’intelligenza, orienti il cuore, provochi e sostenga i gesti e le scelte che conducono all’unione con Dio. Legandosi ai Tefîllîn si lega l’uomo a Dio.

Testa, cuore, braccio, mano: legare le parole della Tôrâh a questi organi del corpo esprime simbolicamente l’insegnamento di servire Dio con ogni pensiero, con ogni sentimento, con ogni atto.

 

La tradizione rabbinica insegna che i Tefîllîn sono una specie di Tôrâh ed è detto che chi indossa i Tefîllîn è come se leggesse nella Tôrâh: per questo colui che si occupa di Tôrâh è esente dai Tefîllîn.

 

Questo precetto che troviamo nel testo dell’Esodo, al momento della partenza ci dice che l’origine della possibilità dell’Esodo, la sua forza generatrice, è la Parola di Dio che riconosciamo come tale e alla quale va data l’obbedienza della fede. Una parola affidabile, vera, una parola che fa quello che dice, una parola che crea il mondo, lo rinnova, lo libera, lo salva.

Ed è anche vero il contrario, cioè che l’uscita dall'Egitto è la fonte della sottomissione alla Tôrâh: per quella esperienza noi possiamo credere ancora e sempre, possiamo sempre e di nuovo edificarci su di essa.


 


1 Es 13,21: Il Signore andava davanti a loro di giorno con una colonna di nube per condurli nella strada, e di notte con una colonna di fuoco per illuminarli.

2 Ez 16,19.

3 Ez 16,10.

4 Ez 16,10.

5 Es 19,4.

6 Sal 121,4.

7Midrash Rabbah - Exodus XXV,6