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Sr. Ch. Elisabetta di Maria
Lectio divina sul libro dell’Esodo_Il Signore vedrà il sangue




IL SIGNORE VEDRÀ IL SANGUE: ES 12,21-32

 

Nei capitoli 12 e 13 del libro dell’Esodo noi potremmo individuare cinque disposizioni liturgiche sulla Pasqua, cinque elementi successivi di rituale:

l’agnello (Es 12,3-11),

i pani azzimi (Es 12,15-20),

il sangue sugli stipiti e gli architravi delle porte (Es 12,7.21-23),

la Pasqua come memoriale (Es 12,14.24-27),

il riscatto dei primogeniti (Es 13,1-16),

con al centro la narrazione del decimo segno (Es 12,29-32).

 

Il sacrificio pasquale è l’elemento centrale del pasto della redenzione: un agnello arrostito per intero, mangiato in fretta nel segno del pane non lievitato, con le erbe amare che richiamano l’oppressione che i figli d’Israele si lasciano indietro.

A tutto questo si aggiunge un atto singolare e anche un po’ grottesco: l’architrave e gli stipiti delle porte sono segnati con il sangue dell’agnello, garante della salvezza di coloro che sono dentro le case, in attesa che passi la notte del terrore.

Vediamo cosa c’è dietro, dentro, questi gesti, il segno dell’agnello, i segni di sangue di quella notte.

 

IL SANGUE

 

Preso un po’ del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case nelle quali lo mangeranno…

Es 12,7

 

Mosè convocò tutti gli anziani d’Israele e disse loro: «Andate a procurarvi un capo di bestiame minuto per ogni vostra famiglia e immolate la Pasqua.

Prenderete un fascio di issòpo, lo intingerete nel sangue che sarà nel catino e spalmerete l’architrave ed entrambi gli stipiti con il sangue del catino. Nessuno di voi esca dalla porta della sua casa fino al mattino. Il Signore passerà per colpire l’Egitto, vedrà il sangue sull’architrave e sugli stipiti; allora il Signore passerà oltre la porta e non permetterà allo sterminatore di entrare nella vostra casa per colpire.

Es 12,21-23

 

È la prima volta nella Scrittura che viene comandato e fatto un rito del genere. È una novità assoluta. Abbiamo già visto nella lectio precedente come le case degli israeliti sono fatte altari in questo modo, luogo della presenza di Dio in mezzo al suo popolo.

Ma ancora, aiutati dal pensiero rabbinico, ci poniamo delle domande: Dio che tutto vede e tutto sa non ha certamente bisogno del segno del sangue sulle porte degli ebrei per riconoscere le loro case e passare oltre. Deve però vederlo.

E allora perché quel sangue, perché quel comando?

E ancora: con quel sangue erano segnati gli interni o gli esterni delle porte?

 

Le risposte della riflessione rabbinica si basano soprattutto su quanto il testo dice: il sangue servirà da segno per voi .

In effetti, noi abbiamo che l’espressione per voi , è ripetuta 11 volte al capitolo 12:

Per voi è il primo dei mesi, il tempo degli uomini liberi (Es 12,2),

per voi è l’agnello (12,5),

per voi va custodito (12,6),

per voi il suo sangue sarà un segno (12,13),

per voi questo giorno sarà un memoriale (12,14),

per voi sono le convocazioni sacre nei giorni degli Azzimi (12,16),

per voi è la terra che il Signore vi dà (12,25).

Tutta questa notte è per voi e i figli chiederanno:

che cosa è per voi questo rito? (12,26).

 

Impressionante come tutto questo è per voi .

Tutto ciò che è di Dio e da Dio è per voi .

Da questo per voi il pensiero rabbinico dà una serie di interpretazioni del sangue sugli architravi.

Una prima interpretazione dice che esso è un chiaro segno di polemica contro l’idolatria:

 

Ciascuno si procuri un agnello (Es 12,3)

È scritto: Si vergognino tutti gli adoratori di statue (Sal 97,7).

Quando il Santo, benedetto Egli sia, disse a Mosé di uccidere l’agnello pasquale, Mosé rispose: Signore dell’universo! Come posso farlo? Tu sai che l’agnello è uno degli dei dell’Egitto? Come è detto: Se noi facessimo, sotto i loro occhi, un sacrificio abominevole per gli Egiziani, forse non ci lapiderebbero? (Es 8,22). Dio replicò : per la tua vita, Israele non partirà di qui prima di macellare gli dei egiziani davanti ai loro occhi, perché possa insegnargli che i loro dei sono un nulla. E questo è quello che Egli fece; perché in quella stessa notte colpì i primogeniti dell’Egitto e in quella notte gli israeliti macellarono e consumarono il loro agnello pasquale. Gli egiziani videro i loro primogeniti morti e i loro dei uccisi e non poterono far nulla, come dice il versetto: Il giorno dopo la Pasqua, gli israeliti uscirono a mano alzata, alla vista di tutti gli egiziani, mentre gli egiziani seppellivano quelli che il Signore aveva colpiti fra di loro, cioè tutti primogeniti, quando il Signore aveva fatto giustizia anche dei loro dei (Nm 33,4).

Esodo Rabbâh XVI,3

 

Secondo questo miḏrāš, quello che Mosé aveva in un primo tempo considerato come un pericoloso atto di provocazione (Es 8,22) è qui comandato da Dio come una indicazione finale e decisiva che egli solo è il Signore del destino degli uomini e che non ci sono altri dei che si oppongono al suo volere.

Secondo questa spiegazione allora il sangue era sul lato esterno delle porte, di modo che potesse essere visibile a tutti gli egiziani.

 

Un’altra interpretazione, tipicamente ebraica, dice che il sangue sugli architravi, è l’atto, insieme alla circoncisione, attraverso il quale gli ebrei meritarono la redenzione. Credere nella redenzione non è sufficiente senza atti di fede, e gli atti di fede sono le mi ṣwōṯ, l’osservanza dei comandamenti.

Vedendo che il popolo ebraico era privo di mi ṣwōṯ , Dio diede loro questi due precetti, grazie ai quali furono redenti:

 

Perché Dio li protegge attraverso il sangue? Così che egli si ricordi in loro favore del sangue della circoncisione di Abramo.

A causa di due tipi di sangue Israele fu redento dall’Egitto, il sangue della Pasqua e il sangue della circoncisione, come è detto: Passai vicino a te, ti vidi mentre ti dibattevi nel sangue e ti dissi: Vivi nel tuo sangue (Ez 16,6).

E spalmerete l’architrave: per mezzo dei meriti di Abramo

E gli stipiti delle porte: nel merito di Isacco e Giacobbe.

È per i loro meriti che Egli vide il sangue e non permise allo sterminatore di entrare nella vostra casa per colpire.

Esodo Rabb âh XVII,3

 

Nella citazione di Ezechiele, fatta dal miḏrāš , il termine sangue è al plurale in ebraico e, con licenza poetica, si renderebbe con: ti vidi immersa nei tuoi sangui ( . b e ḏāmayiḵ ), vivi nei tuoi sangui ( . b e ḏāmayiḵ ).

E allora i commenti ebraici dicono che questo plurale si riferisce al sangue del sacrificio e a quello della circoncisione 1 . Grazie a tali due meriti quindi gli israeliti uscirono dall’Egitto.

Il sangue della circoncisione e quello dell’agnello sono i due segni che testimoniano l’unità di coloro che hanno lo stesso destino e la stessa appartenenza a Dio e a un popolo. Essi manifestano l’identità di un popolo che riconosce la signoria di Dio e aderisce al suo insegnamento.

Il sangue all’esterno allora è ciò che Dio ha chiesto ai figli di Israele per manifestare la loro diversità dall’ambiente in cui vivevano, come testimonianza per gli egiziani della loro appartenenza al popolo di Dio, che erano pronti a uscire dall’Egitto come popolo e a confidare in Dio nel loro cammino.

 

Una terza e ultima interpretazione afferma che l’agnello pasquale costituisce una protesta contro l’idolatria, non quella degli egiziani, ma quella degli israeliti. Soggiornare in Egitto per generazioni ha condotto i figli d’Israele ad adottare i loro credo erronei, a sentirsi attratti e condizionati dai facili e attraenti culti del Pantheon egiziano, così come gli ebrei del tempo dell’esilio furono attratti dai culti solenni e preziosi di Babilonia, fino al punto di non voler tornare a Gerusalemme. Di fronte a questa accessibilità della religione egiziana, la prospettiva di un Dio unico che offre il dono e il peso della libertà è sconvolgente e carico di timori. L’intervento di Dio ha demolito non solo la struttura di potere, politico e religioso, dei loro oppressori, ma anche il sistema di credo che gli stessi israeliti ormai avevano assunto.

Abbiamo due testi nell’Antico Testamento che riportano questa testimonianza, quella di una fatica a lasciare il credo assunto, gli idoli dell’Egitto:

 

Quando io scelsi Israele e alzando la mano giurai per la stirpe della casa di Giacobbe, apparvi loro nella terra d'Egitto e alzando la mano giurai per loro dicendo: "Io sono il Signore, vostro Dio". Allora alzando la mano giurai di farli uscire dalla terra d'Egitto e condurli in una terra scelta per loro, stillante latte e miele, che è la più bella fra tutte le terre. Dissi loro: "Ognuno getti via gli abomini che sono sotto i propri occhi e non vi contaminate con gli idoli d'Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio".

Ma essi mi si ribellarono e non vollero ascoltarmi: non gettarono via gli abomini dei propri occhi e non abbandonarono gli idoli d'Egitto.

Ez 20,5-8

 

Ora, dunque, temete il Signore e servitelo con integrità e fedeltà. Eliminate gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume e in Egitto e servite il Signore. Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli dèi degli Amorrei, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore".

Gs 24,14-15

 

Secondo il pensiero rabbinico, Dio impone una scelta al suo popolo: sacrificare il Dio-agnello dell’Egitto che essi adoravano, sciogliendo così il loro legame con l’idolatria, e dimostrare loro e, soprattutto dimostrare a loro stessi di essere pronti per la redenzione.

Mettere il sangue sulle porte è allora un simbolo di fede e non una provocazione agli egiziani. Questo segno non è posto quindi all’esterno delle porte perché fosse visibile agli egiziani, ma è più probabile che l’interno delle porte sia stato cosparso dal sangue, come un messaggio da interiorizzare, un segno esclusivo per i figli d’Israele.

 

Queste varie interpretazioni ci insegnano che la libertà così sperata e desiderata ha bisogno della cura dei primi passi, passi di scelta, di rinuncia, di distacco, di passi che dicono a noi stessi chi siamo e cosa vogliamo essere, segni che ci raccontano che cosa ci lasciamo dietro e cosa siamo disposti a vivere per entrare in ciò che abbiamo davanti con coraggio, fiducia e determinazione

 

IN FRETTA

 

Abbiamo visto nella lectio dello scorso mese l’origine del significato del termine Pesaḥ . C’è un terzo luogo da cui il pensiero rabbinico deduce il significato di questa parola :

 

Una voce, l’amato mio, eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline. L’amato mio somiglia a una gazzella o ad un cerbiatto. Eccolo, egli sta dietro il nostro muro, guarda dalla finestra, spia dalle inferriate.

Ct 2,8-9

 

Qui non c’è il verbo pāsaḥ , ma c’è la stessa idea: si evoca Dio che salta a grandi passi per le montagne per andare ad annunciare il giorno della redenzione, della liberazione.

Dio salta, balza, si precipita in fretta da una collina all’altra, da un monte all’altro per raggiungere il popolo e condurlo fuori dall’Egitto. È lui che si affretta, e si affretta per andare incontro ad Israele, perché ha fretta di salvare il suo popolo. La fretta quindi non è l’affrettarsi a partire, perché sono in fuga o per paura che gli Egiziani cambino idea. Come per la fine dell’esilio babilonese anche nella notte dell’esodo gli israeliti sono partiti al sicuro perché Dio era davanti, portando una lanterna come un servo, dice il miḏrāš , ed era dietro di loro. Essi non fuggono come ladri e briganti, ma escono tranquillamente perché Dio li protegge.

 

Che cosa intende la Scrittura quando dice: Lo mangerete in fretta? […]

Abba Ḥanin in nome di R. Eliezer dice: si riferisce alla fretta della Š e ḵînâh . E sebbene non vi siano prove a favore di questo vi è un testo che dice: Una voce! L'amato mio! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline. L'amato mio somiglia a una gazzella o ad un cerbiatto. Eccolo, egli sta dietro il nostro muro (Ct 2,8-9) . Si potrebbe pensare che nel futuro anche la liberazione sarà in fretta. Sebbene è detto: Voi non dovrete uscire in fretta né andarvene come uno che fugge, perché davanti a voi cammina il Signore, il Dio d'Israele chiude la vostra carovana (Is 52,12).

Mekhilta de Rabbi Ishmael, tratt. Pisḥa, cap. VII (Es 12,11-14)

 

Data questa fretta è strano allora che Dio comandi il rito dell’agnello, un rito che richiede tutto il suo tempo, occupa una sera intera, una notte. Perché è necessario che veda il sangue dell’agnello?

 

E quando vedo il sangue.

R. Ishmael usava dire: Non è tutto rivelato davanti a Lui, come è detto: Svela cose profonde e occulte e sa quello che è celato nelle tenebre (Dn 2,22)? E anche è detto: Nemmeno le tenebre per te sono tenebre, ecc. (Sal 139,12). Quale è allora il senso, il significato delle parole: E quando vedo il sangue? è solo questo: Come ricompensa per la tua osservanza di questo precetto io mi rivelerò e ti custodirò, come è detto: E io passerò oltre . Passare oltre significa semplicemente proteggere, come è detto: Come uccelli che volano, così il Signore degli eserciti proteggerà Gerusalemme; egli la proteggerà ed essa sarà salvata, la risparmierà ed essa sarà liberata". (Is 31,5)

E quando vedo il sangue.

Io vedo il sangue del sacrificio di Isacco 2 .

Perché è detto: E Abramo chiamò quel luogo “Il Signore vede” (Gen 22,14)

Allo stesso modo in un altro passo: Nell'atto di devastare, il Signore guardò e si pentì di quel male. Egli disse all'angelo devastatore: "Ora basta! Ritira la mano". (1Cr 21,15) Che cosa vide? Egli vide il sangue del sacrificio di Isacco, come è detto: Dio stesso vedrà l’agnello (Gen 22,8)

Io passerò oltre

R. Josia dice: non leggere ufasa ḥti (ti proteggerò), ma ufasa‘ti (Io passerò oltre). Dio saltò le case dei suoi figli in Egitto, come è detto: Una voce! L'amato mio! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline. L'amato mio somiglia a una gazzella o ad un cerbiatto. Eccolo, egli sta dietro il nostro muro; guarda dalla finestra, spia dalle inferriate. (Ct 2,8-9)

Mekhilta de Rabbi Ishmael, tratt. Pisḥa, cap. VII (Es 12,11-14)

 

Quello che Dio vede sugli stipiti delle porte è il sangue dell’agnello che è stato immolato al posto di Isacco. Vede e ricorda, ricorda che Isacco era disposto a morire perché la sua discendenza potesse vivere 3 .

E vede l’agnello che sarà sacrificato al posto di Isacco: quando Abramo e Isacco salivano sulla montagna Dio ha visto il sangue dell’agnello pasquale, che doveva essere versato molto più tardi, nella notte dell’uscita di Israele dall’Egitto.

Per quell’episodio l’agnello pasquale è segno dell’affrettarsi di Dio a salvare il suo popolo: egli corre, salta tra i monti e le colline per raggiungere il suo popolo, come il diletto del Cantico.

È un pensiero fondamentale per comprendere il senso dei sacrifici dell’antico Israele: l’efficacia dei sacrifici che si consumano ogni giorno si appoggia sulla memoria dell’accettazione di Isacco, che saliva il monte unito, perfettamente unito al suo padre Abramo.

 

UN SACRIFICIO ETERNO

 

Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne.

Es 12,14

 

Questa riflessione ci porta a comprendere e a riconoscere più profondamente il sacrificio del vero Agnello nel quale si compie tutta l’opera della salvezza, da Adamo il primo uomo, fino all’ultimo uomo della terra, la salvezza annunciata nell’Antico Testamento e nel Nuovo, quella piena e definitiva, l’Agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo, l’Agnello immolato fin dalla fondazione del mondo, il vero Isacco, una cosa sola con il suo Padre.

 

Questa è la vera Pasqua, in cui è ucciso il vero Agnello, che con il suo sangue consacra le case dei fedeli.

Questa è notte in cui hai liberato i figli di Israele, nostri padri, dalla schiavitù dell’Egitto, e li hai fatti passare illesi attraverso il mar rosso.

Questa è la notte in cui hai vinto le tenebre del peccato con lo splendore della colonna di fuoco.

Questa è la notte che salva su tutta la terra i credenti nel Cristo dall’oscurità del peccato e dalla corruzione del mondo, li consacra all’amore del Padre e li unisce nella comunione dei santi.

Questa è la notte in cui Cristo, spezzando i vincoli della morte, risorge vincitore dal sepolcro.

Preconio pasquale

 

È lui il vero agnello che ha tolto i peccati del mondo, è lui che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita.

Prefazio Pasqua

 

Alla vittima pasquale, s’innalzi oggi il sacrificio di lode.

L’agnello ha redento il suo gregge, l’Innocente ha riconciliato noi peccatori col Padre

Sequenza

 

Offrendo il suo corpo sulla croce, diede compimento ai sacrifici antichi, e donandosi per la nostra redenzione divenne altare, vittima e sacerdote.

Prefazio pasquale V

 

La figura dell’agnello nel Vangelo di Giovanni e nell’Apocalisse, è identificativa di Cristo.

L’agnello il cui corpo è vero cibo e il cui sangue è vera bevanda (Gv 6,55),

un sangue che non asperge più gli stipiti delle porte ma che, bevuto, diventa aspersione interiore (Gv 6,53-55):

lavare le proprie vesti nel sangue dell’Agnello è il segno definitivo dell’appartenenza a Lui (Ap 7,14).

L’agnello che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29.36) che muore mentre venivano presentati al tempio gli agnelli pasquali (Gv 19,14.31.42), dissetato con una canna d’issopo (Gv 19,26), l’agnello cui nessun osso è spezzato (Gv 19,31-37).

Egli è l’agnello immolato fin dalla fondazione del mondo (Ap 13,8), cioè in un atto eterno che non ha mai cessato di essere, che appartiene all’eternità e che quindi viene prima del peccato dell’uomo. L’atto eterno originato dall’amore e non dal peccato, come insegna la teologia di Duns Scoto.

Egli è immolato perché è Amore.

 

Agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi.

1Pt 1,19-20

 

Il memoriale di questa Pasqua, l’Eucarestia, non è semplicemente ripetizione o riproduzione di un evento storico, o ripresentazione come la teologia diceva in passato. Esso è la manifestazione visibile di un atto eterno, uno squarcio aperto su qualcosa che non ha mai cessato di essere: l’amore di Dio per noi.

La liturgia visibile non è che la rifrazione simbolica ma reale, sul piano della corporeità in cui l’uomo si trova durante l’esistenza terrena, della realtà invisibile di lassù, come la musica non è che l’espressione approssimativa, ha detto Marcel de Corte, di un silenzio essenziale. 4

 

In questo senso allora, questo giorno, è un memoriale .

Memoriale, zikkārôn , è diverso da memoria: non è il semplice ricordo di un evento importante, passato e rappresentato ritualmente, ma è la visibilità e l’attualizzazione qui e ora dell’evento dell’amore originario e originante della Pasqua, un evento che fonda ogni passato, ogni presente e ogni futuro. Quell’amore che in quella notte ha reso libero un popolo e che nella Pasqua di Gesù ha redento l’uomo, quell’amore che è all’origine di tutte le cose.

Ogni ebreo di tutti i tempi e di tutti i luoghi il giorno di Pasqua deve dire: oggi io esco dall’Egitto.

Rabbi Gamaliele, maestro dell’apostolo Paolo, diceva: In ogni generazione ciascuno deve farsi vedere, o magari considerarsi, come se egli stesso fosse uscito dall’Egitto .

Passato, presente e futuro. Il giorno senza tramonto, il kair ó s .

Dio è l’amore che è da sempre, che è ancora e che sarà per sempre.

Egli è colui che era, che è e che viene.

Egli è il Dio che interviene, che è intervenuto e che interverrà.

 

Annunciamo la tua morte, Signore … passato,

proclamiamo la tua resurrezione … presente,

nell’attesa della tua venuta … futuro.

 

 

 

LA MORTE DEI PRIMOGENITI

 

A mezzanotte il Signore colpì ogni primogenito nella terra d’Egitto, dal primogenito del faraone che siede sul trono fino al primogenito del prigioniero in carcere, e tutti i primogeniti del bestiame. Si alzò il faraone nella notte e con lui i suoi ministri e tutti gli Egiziani; un grande grido scoppiò in Egitto, perché non c’era casa dove non ci fosse un morto!

Il faraone convocò Mosè e Aronne nella notte e disse: «Alzatevi e abbandonate il mio popolo, voi e gli Israeliti! Andate, rendete culto al Signore come avete detto. Prendete anche il vostro bestiame e le vostre greggi, come avete detto, e partite! Benedite anche me!».

Es 12,29-32

 

Il Signore percosse ogni primogenito del paese d’Egitto: è l’esecuzione della promessa fatta al capitolo 4 dell’Esodo, là dove c’è il primo impatto col faraone di Mosè e Aronne:

 

Dirai al faraone: "Così ha detto il Signore: Israele è il mio figlio primogenito.

Ti avevo detto: Manda mio figlio, perché mi serva, e non hai voluto mandarlo via.

Ecco, io faccio morire il tuo figlio primogenito"

Es 4,22-23

 

Questo testo non è un testo di tipo giudiziale, come quello di Es 9,27, il racconto della settima piaga dopo il quale il Faraone si riconosce colpevole. Qui il Signore non si presenta come un giudice, ma come parte lesa: Egli considera un’offesa rivolta a lui stesso ogni offesa portata al figlio primogenito Israele e in questa offesa chiede giustizia. Otterrà giustizia dopo atti di pazienza e persuasione volti a sciogliere il cuore indurito del Faraone.

Questa è la promessa che si trova nel racconto della vocazione di Mosè, l’esecuzione è dopo le nove trattative, i nove segni.

Al capitolo 11 viene ancora annunciato e al capitolo 12,29 viene eseguito.

Tra la promessa e l’esecuzione ci sono 9 capitoli, nove segni dati al faraone perché possa lasciare libero il popolo.

 

Nel libro dell’Esodo la storia del popolo è iniziata con un ordine terribile del Faraone, un ordine che nel testo è ripetuto due volte nel giro di pochi versetti:

 

«Quando farete partorire le donne ebree, mirate al sedile per il parto: se è un figlio, uccidetelo; se è una figlia, lasciatela in vita».

Es 1,16

Ogni figlio che nascerà, gettatelo nel fiume: lasciate vivere invece le figlie.

Es 1,22

 

Figli gettati nella profondità del fiume, per togliere la speranza della vita, ogni domani, ogni memoria, ogni possibilità di diventare migliore, più forte.

E ci troviamo qui con un Faraone privato del figlio, un popolo privato di figli:

sembra quasi che compiere azioni di morte è in realtà decostruire il proprio destino, è condurre se stessi, la propria storia, il proprio domani, dentro quella stessa morte continuamente scelta per continuare a esistere.

Percepiamo lo stesso sapore, l’esito della spada, anche nella storia di Davide, dopo l’uccisione di Uria, quando troviamo nelle parole di Natan lo stesso giudizio:

 

Perché, dunque, hai disprezzato la parola del Signore compiendo ciò che è male ai suoi occhi? Hai colpito con la spada Uria l'hittita, ti sei preso per moglie la sua moglie e tu l'hai ucciso con la spada dei figli di Ammon. 10 Ma ora non si allontanerà mai più la spada dalla tua casa, perché mi hai disprezzato prendendo la moglie di Uria l'hittita per farla tua moglie".

2Sam 12:9-10

 

Con la morte dei primogeniti l’Egitto sprofonda nella morte, come i bambini ebrei erano sprofondati nel fiume, una morte scelta e provocata dalle azioni del Faraone e dall’indurimento del suo cuore che non è riuscito a ritornare sui suoi passi nel tempo della pazienza di Dio.

 

Anche nei Vangeli troviamo questa stessa dinamica del cuore indurito che condurrà alla morte del Primogenito, di Gesù:

 

Allora, volgendo su di loro lo sguardo con sdegno e rattristato per la durezza del loro cuore, disse all'uomo: «Stendi la mano!». Quello la stese e la sua mano fu risanata. 6 Ma i farisei, usciti di lì, tennero subito consiglio con gli erodiani contro di lui, per vedere come farlo perire. .

Mc 3,5-6

 

Al grido del primogenito Israele corrisponde così il grido degli egiziani:

 

I figli d'Israele gemevano per la schiavitù: gridarono, e la loro invocazione di aiuto dalla schiavitù salì fino a Dio. 24 Dio udì il loro lamento, si ricordò della sua alleanza con Abramo, con Isacco e con Giacobbe.

Es 2:23-24

 

Mosè disse: «Così ha detto il Signore: "A metà della notte io uscirò in mezzo all'Egitto, e morirà ogni primogenito in terra d'Egitto, dal primogenito del faraone che siede sul suo trono fino al primogenito della serva che sta dietro alla mola, e ogni primogenito del bestiame. Ci sarà un grande grido in tutto il paese d'Egitto, come non c'era mai stato e come non ci sarà.

Es 11,4-6

 

Il faraone si alzò di notte, lui, tutti i suoi servi e tutto l'Egitto, e ci fu un grande grido nell'Egitto, perché non c'era casa dove non ci fosse un morto.

Es 12,30

 

Il testo non dice in che modo il Signore abbia fatto morire i primogeniti: il colpire, @gn , nāḡaf, rimane infatti indeterminato.

 

Il Signore passerà per colpire l'Egitto, vedrà il sangue che è sull'architrave e sui due stipiti, passerà oltre la porta e non farà entrare il distruttore nelle vostre case per colpire.

Es 12,23

 

La parola distruttore, sterminatore, hammašḥîṯ , si trova in pochi altri luoghi dell’Antico Testamento.

Ancora riferito alla vicenda di Davide in 2Sam 24,16 e 1Cr 21,15, troviamo l’ hammašḥîṯ , che per la colpa di Davide punisce con la peste Gerusalemme. L’intercessione di Davide ferma la mano dell’angelo proprio nel luogo dove sarebbe sorto il Tempio.

La parola distruttore, sterminatore, hammašḥîṯ , si ritrova ancora in 1Sam 13,17 e la CEI lo traduce con pattuglia di assalto , designando con hammašḥîṯ uno squadrone preparato per la guerriglia. Da qui alcuni hanno dedotto che ci siano state azioni di guerriglia, di resistenza, che hanno seminato violenza e morte. Potrebbe essere, se lo deduciamo anche da quanto avviene in Medio Oriente e come sia facile reagire alla violenza con la violenza.

 

Ma nel tentativo di renderci ragionevole questo testo che ci scandalizza per la sua violenza, e mette in discussione l’idea di un Dio buono e misericordioso, rischiamo di nascondere quello che il testo dice. Il testo non vuole raccontare un atto di terrorismo o di guerriglia che, se anche ci fosse stato, non è tuttavia letto in questo modo. Il testo rivela l’agire di Dio che è attore unico di questo evento, anche se tramite l’ hammašḥîṯ . E se viene da Dio ha lo stesso significato, lo stesso scopo, degli altri segni.

Le piaghe, abbiamo visto, sono segni che rivelano la presenza e l’azione del Signore. Sono quindi gesti della pedagogia di Dio e non gesti punitivi: da essi Israele apprende che il Signore è per lui un salvatore (Es 8,19; 9,4; 11,7).

Anche questo ultimo segno appare come l’ultimo atto della pedagogia divina e in tal modo è letto dal Faraone stesso. Esso provoca una reazione del Faraone molto particolare, accanto alla sua delibera di lasciar partire il popolo:

 

E chiamò Mosè ed Aronne di notte e disse:

«Alzatevi ed uscite dal mezzo del mio popolo, voi e i figli d'Israele, e andate a servire il Signore, secondo quanto avete detto. Prendete anche il vostro gregge e il vostro armento, come avete detto, andate e benedite anche me».

Es 12,31-32

 

Benedite anche me.

Il Faraone, dentro un evento terribile, riconosce l’agire di Dio 5 che ha risparmiato Israele da ciò che invece ha colpito il suo popolo, e riconosce Israele come benedetto da Dio, gli riconosce un ruolo che è proprio di colui che è redento e cioè che prega per gli altri, si fa intercessore.

 

In mezzo all’Egitto che è il lievito c’è un pane azzimo, che è Israele, un puro che manifesta Dio nella sua verità e che perciò diventa benedizione anche per gli altri, anche per l’Egitto.

Daniel Attinger

 

Israele se ne va dall’Egitto, ma l’Egitto non è abbandonato da Dio: per mezzo di Israele, chiede di essere da lui benedetto. Questo è il vero scopo dell’elezione divina: essere mediatore per gli altri della stessa salvezza, della stessa conoscenza di Dio, della benedizione di Dio, dello stesso amore con cui lui ha avvolto quel roveto che è Israele.

 

R. Hunia anche diceva in nome di Resh Lakish: La Comunità di Israele disse davanti al Santo, benedetto Egli sia: “Sovrano dell’universo, tu hai afflitto gli Egiziani nei loro primogeniti, hai portato amarezza in molte loro anime, ma per me egli riposa tra i miei seni (Ct 1,13) . Come? Un Egiziano aveva detto a un Israelita “Nascondi questo primogenito tra i tuoi bambini” e l’israelita lo aveva preso e nascosto, ma l’angelo venne e lo colpì; ma per me, egli riposa tra i miei seni (Ct 1,13) , cioè è avvolto dal mio amore.

Midrash sul Cantico dei Cantici, 1,60

 

 

PER LA RIFLESSIONE E LA PREGHIERA

 

Vi suggerisco di tornare ancora a riflettere sulla forza del rito in relazione alla nostra sequela del Signore. Occorre ritrovare i segni rituali attraverso i quali raccontare la scelta eterna che Dio fa del suo popolo e l’adesione del popolo al suo Dio. Questo è importante: il rito ha un altro linguaggio, che non è quello dell’annuncio e non è quello della vita fraterna. È un linguaggio simbolico, efficace, che racconta attraverso la forza del simbolo quello che la parola non può dire e la storia non esprime da sola.

Il rito ci aiuta a comprendere e a ritrovare ogni volta il significato di salvezza, la lettura di fede della storia, a riconoscere la misura alta della vita.

 

E poi vi suggerirei di rimanere nella contemplazione dell’Agnello, di questo sacrificio eterno che ha la sua origine nell’amore eterno di Dio per noi. Un sacrificio che non è motivato in prima istanza dal peccato, ma dalla necessità dell’amore che ha bisogno di amare, dell’amore che ci ha definitivamente scelto come suoi. Egli è il Dio per noi: e questo senza necessità e condizioni al di fuori di questo amore.

Sarebbe bello che possiate percorrere i vangeli alla ricerca della decisione di Dio per l’uomo, continuamente proposta, detta e significata dalla vita del Figlio, il vero agnello, il vero primogenito, la cui morte ha dato a noi la vita.

 

Naturalmente il lavoro da fare è sempre quello di andare a riprendere i testi citati e averne un’esperienza personale, senza la mediazione di questa lectio che, a un certo punto, deve essere lasciata.

 


1 Al cap 12,43ss si parla di circoncidere gli stranieri che partecipano al pasto pasquale. La circoncisione è un requisito fondamentale per celebrare la cena pasquale di quella notte: nessun incirconciso ne potrà mangiare (Es 12,48).

2 La prontezza di Isacco a dare il suo sangue come un sacrificio, perché in effetti alcuna goccia del sangue di Isacco fu offerta in sacrificio, ma come dice Genesi Rabbah: Dio stesso vedrà il sangue del sacrificio (Gen 22,5), è interpretato come: Dio vedrà che Isacco era pronto ad essere l’agnello per il sacrificio.

3 Nella lettura ebraica di Gen 22 viene messa in evidenza una duplice interpretazione della risposta di Abramo a suo figlio.

Isacco si rivolse a suo padre Abramo e disse: «Padre mio!». Rispose: «Eccomi, figlio mio!». Riprese: «Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov'è l'agnello per l'olocausto?». 8 Rispose Abramo:

«Dio si provvederà da sé l'agnello per l'olocausto, figlio mio!».

( ’ĕlōhîm yir’ệh haśśệh l e ‘olâh )

E proseguirono tutt'e due insieme. ( Gen 22,7-8)

La frase ’ĕlōhîm yir’ệh haśśệh l e ‘olâh b e nî, si può tradurre legittimamente in due modi: Dio vedrà l’agnello per l’olocausto, figlio mio

oppure

Dio vedrà l’agnello per l’olocausto: mio figlio.

Una risposta che lascia intravvedere due possibili esiti, colti da un Isacco consenziente che sceglie di continuare a salire insieme a suo padre: E andarono tutti e due insieme, quello per legare e questo per essere legato, questo per scannare e per essere scannato (Bereshit Rabba, LVI,4).

4 C. Rusconi, Le nozze dell’agnello, Pazzini Editore, Villa Verucchio 2008, p. 218.

5 Il confronto con il faraone era iniziato con la sua domanda: «Chi è il Signore, perché io ascolti la sua voce e lasci andare Israele? Non conosco il Signore, né lascio partire Israele» ( Es 5,2) . E durante la vicenda delle piaghe torna questa promessa che è nel cuore di esse, cioè che sia gli egiziani che gli israeliti in esse possono riconoscere che Dio è il Signore : Con questo saprai che io sono il Signore ( Es 7,17) ; In modo che tu sappia che io sono il Signore in mezzo al paese ( Es 8,18) ; E sappiate che io sono il Signore ( Es 10,2) .