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Uscì verso i suoi fratelli:
l’esodo di Mosè

 

Esistono due esodi che si compiono prima dell’esodo dei figli di Israele:

l’esodo di Mosè verso i suoi fratelli,

l’esodo di Dio verso il suo popolo.

La vita del popolo d’Israele, la sua libertà, nasce dalle azioni di un uomo che sceglie di essere fratello, e da Dio che ascolta il grido di chi è schiavo e scende in mezzo al suo popolo per trarlo alla libertà.

Vediamo il primo esodo, l’uscita di Mosè dalla casa del Faraone.

 

Nella casa del nemico

 

Quando il bambino fu cresciuto,

(Yochebed) lo condusse alla figlia del faraone.

Egli fu per lei come un figlio e lo chiamò Mosè, dicendo:

"Io l'ho tratto dalle acque!".

 

Il testo biblico ci presenta Mosè come un uomo che nasce in una terra dove i suoi sono schiavi, e la sua nascita ha con sé un decreto di morte.

La sua vita è affidata un fiume dove bambini ebrei senza numero furono affogati:

ora diviene il fiume da cui viene salvato colui che salverà il suo popolo, e il fiume sarà il luogo del primo confronto fra il Faraone indurito nel cuore e la guida di un popolo, una guida armata solo del bastone e della parola di Dio.

Non può crescere nella sua famiglia, che non conosce, ma riceve il suo nome da una straniera e diventa grande nella casa dei suoi nemici.

I suoi non lo riconoscono e dall’Egitto deve fuggire. In Egitto è l’ebreo che difende dall’egiziano i suoi fratelli, a Madian è un uomo egiziano,   ’îš miṣrî , che difende le donne madianite da una violenza ingiusta.

Risiede nella terra di Madian, la terra dei nemici di Israele [1] , e in questa terra rimane comunque sempre uno straniero:

lo ricorderà per sempre nel nome di suo figlio, gērśōm .

Non appartiene in fondo a nessuno, neppure a quella terra in cui non entrerà.

 

Egli appartiene solo a quella voce che lo prende per sé, e gli chiede di far uscire il suo popolo dalla terra di schiavitù, verso una terra di libertà.

 

La casa del Faraone, la sorgente di così tanti decreti di male, di sofferenza, diviene luogo che salva e educa il futuro salvatore del popolo schiavo:

Mosé è salvato dal suo nemico, è chiamato per nome dal suo nemico viene fatto crescere nella casa del suo nemico.

I commentatori rabbinici hanno a lungo discusso di questa contraddizione. È indicativo per tutti il commento di Abraham Ibn Ezra (Shemot 2,4). Egli scrive:

 

I pensieri di Dio sono profondi; che può conoscere il suo segreto? Solo per lui il disegno è chiaro. Forse Dio ha provocato il fatto che Mosé potesse crescere nel palazzo reale così che il suo spirito fosse abituato ad esistere ad alti livelli, e non fosse umiliato e abituato a essere schiavo in una casa di schiavi.

Non vediamo forse che egli uccide l’egiziano per opporsi a un atto di ingiusta violenza?

E ancora egli salva le figlie madianite dai pastori perché essi commettevano una violenza ingiusta nell’abbeverare i loro greggi con l’acqua cui avevano attinto le figlie di Re‘û’ēl.

E ancora: se egli fosse cresciuto tra suoi fratelli, così che essi avrebbero potuto conoscerlo sin dalla sua giovinezza, essi non ne avrebbero avuto timore, perché lo avrebbero considerato come uno di loro.

 

                Sicuramente la Provvidenza di Dio intesse una storia di salvezza dentro la storia degli uomini.

Il testo dell’Esodo ci insegna a riconoscere i segni della vita e della libertà proprio lì dove sono negati: il vangelo in esso contenuto è che il male e la morte, le oscurità della storia, non hanno il potere di prevalere e di opporsi al disegno di Dio e alla sua volontà salvifica,

cosicché il cammino di libertà inizia là dove siamo schiavi,

la vita fiorisce là dove viene decisa la morte,

un fratello è riconosciuto là dove è straniero e nemico.

La libertà, la vita, la fraternità non sono possibili solo quando cessa la schiavitù, la morte viene vinta, cessa la lontananza tra gli uomini,

ma nel cuore  della schiavitù,

nel cuore  della morte,

nel cuore  dell’inimicizia

troviamo già i segni della salvezza che si compie.

La salvezza non è condizionata da ciò che vorrebbe impedirgli di realizzarsi.

Non ci sono condizioni sfavorevoli alla salvezza, o tempi inopportuni: essa è legata unicamente alla volontà - che è amore - di Dio per gli uomini.

E questa volontà, questo amore, si compie e si compie dentro le contraddizioni e i buchi neri della storia.

 

"Così è il regno di Dio:

come un uomo che getta il seme sul terreno;

27 dorma o vegli, di notte o di giorno,

il seme germoglia e cresce.

Come, egli stesso non lo sa.

28 Il terreno produce spontaneamente

prima lo stelo,

poi la spiga,

poi il chicco pieno nella spiga;

29 e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce,

perché è arrivata la mietitura".

Mc 4,26-29

 

Fratello

In quei giorni Mosè, cresciuto in età, uscì verso i suoi fratelli e vide i loro lavori forzati.

Vide un Egiziano che colpiva un Ebreo, uno dei suoi fratelli.

12 Voltatosi attorno e visto che non c'era nessuno, colpì a morte l'Egiziano e lo sotterrò nella sabbia.
Es 2,11-12

 

Il testo dell’esodo per due volte dice che Mosé era divenuto grande, crebbe, wayyiḡdal : la prima volta al versetto 10 e la seconda volta qui al v. 11.

Rashi, nel suo commento riporta l’opinione di rabbi Giuda figlio di ‘Ilai che disse: la prima volta si riferisce alla statura e la seconda volta alla nobiltà. Il faraone l’aveva nominato capo della sua casa.

                È il pensiero, l’interpretazione che troviamo anche negli Atti degli Apostoli:

 

Mosè venne educato in tutta la sapienza degli Egiziani ed era potente in parole e in opere.                At 7,22

 

È un divenire grande, quindi, in ordine alla potenza, alla responsabilità del proprio ruolo, alla dignità conferita, ed è anche, allo stesso tempo, un divenire grandi in funzione di una scelta.

La storia di Mosè si distende lungo una serie di intrecci e di contraddizioni, di paradossi, di situazioni che minerebbero alla radice ogni forma di umanità, ogni possibilità di maturare in modo sano come uomo.

Ma non è così.

 

Mosè divenne grande, crebbe:  la sua maturazione in umanità coincide con una crescente identificazione con i suoi fratelli schiavi, con un’accresciuta sensibilità alla loro condizione, al loro pianto.

Egli cresce,

egli esce verso i suoi fratelli,

egli vede i loro lavori pesanti.

I protagonisti in questa storia non hanno nomi: c’è l’egiziano, c’è l’ebreo e anche Mosé non è chiamato per nome:

egli  uscì,

egli  si è semplicemente unito ai suoi fratelli

ed è diventato uno di loro, un senza nome.

 

Dietro l’agire di Mosè non c’è solo curiosità, non solo una protesta contro l’ingiustizia, non solo un desiderio di aiutare il perseguitato e il debole, ma una profonda identificazione con i suoi fratelli.

In altre parole Mosè in questa storia non è solo un paradigma di giustizia, ma è colui che si è fatto fratello. L’esodo inizia qui, inizia quando un uomo sceglie di farsi fratello.

 

Il Miḏrāš Rabba sull’Esodo scrive:

Dio disse: Tu hai lasciato da parte i tuoi affari personali e sei andato a osservare la sofferenza d’Israele, trattandoli come fratelli. Perciò, io lascerò da parte le creature del cielo e della terra per parlare con te.

Questo è il significato del testo: Dio vide che egli si era avvicinato per guardare (Es 3,4)? . Dio vide che Mosè lasciò da parte i suoi propri affari per vedere le loro sofferenze. Perciò, egli lo chiamò dal roveto.

 

Il testo continua dicendo che Mosè vede  due volte:

vede i loro pesi,

vede  un egiziano colpire un ebreo

Il secondo vedere  è sicuramente un vedere qualcosa come dato oggettivo, ma il primo è più profondo. Riguardo al primo Rashi commenta:

egli ha preparato i suoi occhi il suo cuore a provare dolore per loro.

Questo primo vedere non è la pura percezione, la registrazione di un fatto oggettivo, ma la forma grammaticale dell’ebraico dice wayyare ’ besiḇlōṯām [2]  : egli vide nei  loro pesi, egli vide nelle  loro sofferenze.

La sofferenza non è l’oggetto diretto del suo vedere (avremmo avuto ’eṯ   seḇālôṯ , complemento oggetto), ma egli wayyare’ be, vide in,  vide dentro  le loro sofferenze.

Rashi spiega che non si parla della pura percezione del senso della vista, ma  vedere in,  significa capire, scavare dentro,  include il concetto di riconoscimento, un aprire non solo gli occhi, ma il proprio cuore a ciò che si è visto,.

Scrive Rashi che egli si rivolse a loro con gli occhi con il cuore per soffrire con loro.  E nel Miḏrāš Rabbah  sull’Esodo in 1,27 è scritto:

chi osservava le loro sofferenze, piangendo diceva:

mi dispiace per voi, oh potessi morire per voi!

 

Mosè vede dentro le sofferenze del suo popolo e lo riconosce:

egli non sta di fronte a schiavi che chiedono libertà, a stranieri che attendono il riconoscimento dei diritti e della giustizia, ma sta davanti ai suoi fratelli,  li vede, li riconosce come suoi, e si conosce come parte di loro.

Egli è fratello, egli esce verso i suoi fratelli.

Il primo esodo avviene in Mosé ed è l’uscita verso il fratello promesso, la vera terra che gli è data e a cui appartiene.

 

Egli esce verso i suoi fratelli, wayyeṣê’ ’el ’eḥāyw  egli sta cercando i suoi fratelli e per questo commisera le loro sofferenze nel vedere i loro pesi.

Perché è fratello reagisce di fronte all’ingiusta violenza colpendo l’egiziano a morte. Naturalmente il libro dell’Esodo non legittima la violenza, per manifestare o  difendere la propria adesione a un altro, o a Dio: non esistono motivi di alcun genere che legittimino alcun tipo di violenza. Essa necessiterà di tutto il cammino nel deserto e ad essa sarà dato un limite dalla Tôrâh che indicherà la via della giustizia attraverso l’osservanza dei comandamenti dati da Dio.[3]

 

In quei giorni, bayyāmîm hāhēm , l’espressione con cui inizia il versetto 11, non significa quindi nei giorni in cui è cresciuto nella casa del Faraone, nei giorni in cui è stato svezzato, nei giorni in cui è chiamato Mosè, nei giorni in cui è il figlio della figlia del faraone, ma in quei giorni  in cui egli è uscito verso i suoi fratelli verso coloro nei quali si è conosciuto fratello, trovando così la sua identità.

In quei giorni sono i giorni in cui il cuore di Mosè batte con il cuore dei suoi fratelli, e non come un risultato naturale di una educazione culturale, ma perché ha scelto di identificarsi con chi era disprezzato, con chi era nella sofferenza.

In quei giorni:  i giorni in cui si è fatto fratello di chi è schiavo.

 

23 Quando compì quarant'anni, gli venne il desiderio di fare visita ai suoi fratelli, i figli d'Israele. 24 Vedendone uno che veniva maltrattato, ne prese le difese e vendicò l'oppresso, uccidendo l'Egiziano.

At 7,23-24

 

Giudice
 

13 Il secondo giorno uscì di nuovo ed ecco due Ebrei che litigavano; disse a quello che aveva torto: "Perché percuoti il tuo compagno?". 14 Quegli rispose: "Chi ti ha costituito capo e giudice su di noi? Pensi forse di potermi uccidere, come hai ucciso l'Egiziano?". Allora Mosè ebbe paura e pensò: "Certamente la cosa si è risaputa". 15 Il faraone sentì parlare di questo fatto e fece cercare Mosè per metterlo a morte.

Es 2,13-15

 

I rabbini notano che qui la Tôrâh non dice che egli vide e non è mai usata la parola fratello . Mosè non si pone come fratello, e non interpella i due come fratelli, ma come compagni: il tuo compagno,   rē‘eḵā .

Egli esce e interpella quello che aveva torto: e disse a quello malvagio, wayyô’mer lārāšā‘ .

Mosé esce come il giorno prima, ma non agisce in base ai sentimenti del giorno prima anche se la spontaneità di Mosé nell’assumere il ruolo di un maestro di morale deriva dai suoi sentimenti di responsabilità come fratello.

Il giorno prima Mosé cercava il fratello, il secondo giorno in un modo che non è spiegato nel testo, identifica la parte colpevole, discrimina, cerca chi è responsabile piuttosto che prendere automaticamente le difese del suo fratello.

Quello malvagio

Mosè esce e interviene lì dove una fraternità è compromessa. Esce e individua ciò che impedisce di essere fratello: questo è il male.

Abbiamo in nuce  ciò che costituirà l’ossatura di fondo di tutto il libro dell’Esodo e di tutta l’azione di Mosè:

il confronto con il potere del Faraone, con l’Egitto e tutto il processo di liberazione del popolo,

e l’azione legislativa che farà di un insieme di tribù scollate fra di loro, disperse, un popolo solo.

Farsi fratello e vivere perché la fraternità sia alla base di ogni relazione, di ogni nazione e popolo, di ogni incontro tra popoli, denunciando e individuando ciò che impedisce l’incontro, il divenire un noi.

E allora, anche qui, ovunque c’è un uomo che dà la vita per costruire un noi, una famiglia, una comunità, una Chiesa, lì inizia l’esodo di un intero popolo verso la libertà.

 

Come avverrà lungo il libro dell’Esodo, qui, in questo agire, Mosè incontra le resistenze dei suoi, le accuse, le rimostranze: l’ebreo, quello malvagio, accusa Mosè di non essere suo fratello, ma un giudice, provocandone la fuga.

La frase enigmatica, la parola/fatto è conosciuta,   ’āḵēn nôḏa‘ haddāḇār , ha dato luogo a molte interpretazioni midrashiche. Sintetizzando, direi che essa include non semplicemente il fatto di aver ucciso l’egiziano, ma ciò che giace sotto ad esso, e cioè che Mosè ha scelto di unirsi nel cuore e nell’anima con i suoi fratelli.

Questo è risaputo dal Faraone, questo fa di lui un ribelle e non semplicemente un delinquente che, appartenendo alla casa del Faraone, presumibilmente non sarebbe stato punito troppo severamente per le sue azioni.

Quindi il testo ci presenta i due volti di Mosè:

Mosè fratello

e Mosè legislatore e giudice.

In entrambi i casi egli deve uscire dalla casa del Faraone.

Esce la prima volta verso i suoi fratelli,

esce la seconda volta perché i suoi siano fratelli tra loro.

 

Lontano dal Faraone

 

Allora Mosè fuggì lontano dal faraone e si fermò nel territorio di Madian e sedette presso un pozzo.

Es 2,15

                

Non è importante che Mosè fugge nella terra di Madian, ma che fugge lontano dal volto del Faraone, wayyiḇraḥ mōšệh mipp e nê far‘ôh .

 

Il rabbino Netziv (1816-1893), nota infatti che l’espressione, Mosè fuggì dal Faraone,  non è necessaria all’economia del versetto, che anzi si leggerebbe meglio se fosse solo: Mosè fuggì verso il paese di Madian.

Ma nulla nella Tôrâh è accidentale o superfluo: evidentemente questa sottolineatura vuole mettere in evidenza non tanto uno spostamento geografico, ma il taglio, la rottura che si fa definitiva con la casa reale egiziana.

Mosè fugge lontano dal Faraone: questo manifesta la rottura completa e compiuta del suo legame con l’Egitto.

                Un’altra scelta: rompere con il male, distaccarsi completamente per stabilirsi in un altro luogo. È necessario il passaggio della rottura con il male: esso non è qualcosa che può o non può avvenire.

Prima occorre andare lontano dal Faraone

E poi ci si stabilisce nella terra di Madian.

È un processo che nella sua interezza si chiama conversione.

 

La parola si fermò  significa che egli abitò là, così come leggiamo: e Giacobbe dimorò (Gen 37,1) . Quella parola si fermò  significa che si mise seduto. Egli aveva imparato da Giacobbe, che aveva incontrato la sua futura moglie dopo essersi seduto al pozzo.

Rashi, Commento all’Esodo 2,15

 

Sedette, wayyēšeḇ   nel territorio di Madian

e sedette, wayyēšeḇ   presso un pozzo.

Abbiamo ancora una volta il doppio uso di uno stesso verbo, yāšaḇ,  nel giro di poche parole. Un verbo che in riferimento a un paese si traduce con dimorare, abitare, risiedere  e in riferimento al pozzo si traduce con sedersi, fermarsi.

I commentatori rabbinici notano uno strano movimento del testo: Mosè dimora prima nella terra che poi si siede presso il pozzo, quando sarebbe più logico il contrario. Egli è solo fuggito dall’Egitto e non ha ancora compiuto alcuna azione che gli permetta di stabilirsi nella terra di Madian, un’azione come quella di salvare le donne madianite.

Ma qui il sedersi presso il pozzo è semplicemente l’esplicitazione di cosa significa dimorare nel paese di Madian.

Il pozzo è fuori della città: Mosè è uno straniero senza casa, non ha un luogo suo in cui potersi fermare e in questo modo abita e rimane in quella terra.

 

Mosè fuggì e andò a vivere da straniero nella terra di Madian, dove ebbe due figli.

At 7,29

 

 

Salvatore

 

16 Il sacerdote di Madian aveva sette figlie. Esse vennero ad attingere acqua e riempirono gli abbeveratoi per far bere il gregge del padre. 17 Ma arrivarono alcuni pastori e le scacciarono. Allora Mosè si levò a difendere le ragazze e fece bere il loro bestiame. 18 Tornarono dal loro padre Reuèl e questi disse loro: "Come mai oggi avete fatto ritorno così in fretta?". 19 Risposero: "Un uomo, un Egiziano, ci ha liberato dalle mani dei pastori; lui stesso ha attinto per noi e ha fatto bere il gregge". 20 Quegli disse alle figlie: "Dov'è? Perché avete lasciato là quell'uomo? Chiamatelo a mangiare il nostro cibo!". 21 Così Mosè accettò di abitare con quell'uomo, che gli diede in moglie la propria figlia Sipporà. 22 Ella gli partorì un figlio ed egli lo chiamò Ghersom, perché diceva: "Vivo come forestiero in terra straniera!".

Es 2,16-22

 

Nella prima uscita dalla casa del Faraone la radice dell’azione di Mosé è la fraternità.

Nella seconda uscita la radice è la giustizia.

In questo episodio la radice dell’agire di Mosè è la salvezza: egli si leva e le salva, wayyāqām mōšêh wayyôši‘ān

Qui Mosè non sorge  per aiutare i suoi fratelli,

non ammonisce il malvagio,

non punisce i pastori,

non li ammonisce:

egli semplicemente salva  le donne madianite.

                Il verbo salvare, yāša‘ ,  che è la radice del nome Gesù,  significa: portare via da una condizione di limite, di chiusura, di prigionia, da un’angustia, verso orizzonti ampi e sconfinati, orizzonti di libertà.

In ultima analisi essere salvati, fare esperienza di Gesù quindi, è passare dalla morte alla vita, dall’inimicizia alla fraternità, dal peccato alla grazia, dall’odio all’amore, dalle tenebre alla luce.

 

                Mosé accettò di abitare con l’uomo , lāšeḇeṯ   ’eṯ hā’îš . È il terzo uso del vero yāšaḇ, dimorare, sedersi. Qui è coniugato in modo tale da indicare l’unirsi a una famiglia, il muoversi in direzione di una famiglia, unirsi a un clan, unione sigillata dal suo matrimonio con ṣippōrāh .

                Ma, letteralmente, egli accetta di abitare con l’uomo, presso l’uomo,  presso un’umanità fatta di relazioni fraterne e sponsali, paterne e filiali, fatta di lavoro e di semplicità, fatta di appartenenza reciproca, di condivisione, di accoglienza.

 

Si compie così il percorso di crescita di Mosè:

sceglie di essere fratello,

lotta perché si viva da fratelli,

fugge dal volto del Faraone,

salva il debole che chiede aiuto,

accetta di abitare con l’uomo .

Così si diventa grandi, così si cresce:

in quei giorni Mosè divenne grande.

E la Parola di Dio dal roveto lo trova così, come un terreno pronto per accogliere il seme e farlo fruttificare.

 

Disse R. Berekjah: Mosè è più amato di Noè. Noè dopo che fu chiamato uomo giusto  è chiamato agricoltore ; Mosè dopo che fu chiamato uomo egiziano  (Es 2,19), è chiamato uomo di Dio  (Dt 33,1)

Bereshit Rabba XXXVI,3

 

 

 

Indicazioni per la preghiera

 

1) Mosè figura del Cristo

 

In Mosè noi contempliamo la profezia, la figura del vero salvatore del mondo, colui che, uscito dal seno del Padre è venuto ad abitare in mezzo a noi.

La luce che le tenebre non hanno vinto, che il mondo non ha riconosciuto

e che i suoi non hanno accolto.

E che dentro tutto questo si è fatto carne per la sola forza di quell’amore

con cui Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio:

 

In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini;

5 la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta.

9 Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.

10 Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;

eppure il mondo non lo ha riconosciuto.

11 Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto.

12 A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio:

a quelli che credono nel suo nome,

13 i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.

14 E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.

 

Potrebbe essere importante rileggere il Vangelo proprio cercando i gesti di Gesù uscito dal seno del Padre per essere il Dio con noi, cercare i gesti del suo essere dato agli uomini, del suo coinvolgersi con i figli degli uomini per poter percorrere anche noi le sue stesse vie.

Nel Vangelo di Giovanni il verbo evxe,rcomai, uscire , è usato con una frequenza sorprendente soprattutto nel racconto della settimana della Pasqua di Gesù (13 volte).

La sua uscita  dal Padre si manifesta come Amore crocifisso che ama i suoi sino alla fine [4] , è l’uscire dell’Uomo coronato di spine [5], verso il Calvario [6], nell’Amore dato oltre la morte come sangue e acqua [7].

 

2) Mosè figura del cristiano

                Ripercorriamo il cammino di maturazione umana di Mosè nelle sue cinque tappe fondamentali:

sceglie di essere fratello,

lotta perché si viva da fratelli,

fugge dal volto del Faraone,

salva il debole che chiede aiuto,

accetta di abitare con l’uomo .

                Ritroviamo in questo cammino la nostra identità umana, il terreno sul quale si appoggia ogni vocazione e ogni missione. È un passaggio importante anche per i nostri criteri formativi: passare da criteri che misurano le condizioni storiche, le appartenenze, le situazioni familiari che garantiscono la possibilità della maturazione di una vocazione all’accompagnamento dentro scelte che formano una identità umana e vocazionale, quella di fratello.

 

La parola di papa Francesco

 

È solo uno dei tanti testi del papa sulla denuncia di situazione di povertà e violenza:

 

Dalle parole del Santo Padre Francesco alla “Cerimonia per la firma della Dichiarazione contro la schiavitù da parte dei leaders religiosi”  2 dicembre 2014)

                Lo sfruttamento fisico, economico, sessuale e psicologico di uomini e donne, bambini e bambine attualmente incatena decine di milioni di persone alla disumanità e all’umiliazione. Ogni essere umano – uomo, donna, bambino, bambina – è immagine di Dio; Dio è amore e libertà, che si dona nelle relazioni interpersonali; quindi ogni essere umano è una persona libera, destinata a esistere per il bene degli altri, in uguaglianza e fraternità.

                Malgrado i grandi sforzi di molti, la schiavitù moderna continua ad essere un flagello atroce che è presente, su larga scala, in tutto il mondo, persino come turismo.

                (…) Chiedo al Signore che ci conceda oggi la grazia di convertire noi stessi nel prossimo di ogni persona, senza eccezioni, offrendo aiuto attivamente e sempre a coloro che incontriamo sulla nostra strada - si tratti di un anziano abbandonato da tutti, di un lavoratore ingiustamente schiavizzato e disprezzato,  di una rifugiata o di un rifugiato catturati dai lacci della malavita, di un giovane o di una giovane che cammina per le strade del mondo vittima del commercio sessuale, di un uomo o di una donna indotti alla prostituzione con l’inganno da gente senza timore di Dio, di un bambino o di una bambina mutilati degli organi - e che richiamano la nostra coscienza, facendo eco alla voce del Signore: Vi dico che ogni volta che l’hanno fatto a uno dei miei fratelli, lo hanno fatto a me» .

 

 

 

 

 

Preghiera

 

Spirito di Dio,

facci capire che i poveri sono “i punti di entrata” attraverso i quali tu, spirito di Dio, irrompi in tutte le realtà umane e le ricrei.

Preserva, perciò, la tua sposa dal sacrilegio di pensare che la scelta degli ultimi sia indulgenza alle mode di turno, e non invece la feritoia attraverso la quale la forza di Dio penetra nel mondo e comincia la sua opera di salvezza.

 

Spirito Santo, dono del Cristo morente,

fa’ che la Chiesa dimostri di averti ereditato davvero.

Trattienila ai piedi di tutte le croci. Quelle dei singoli e quelle dei popoli.

Ispirale parole e silenzi, perché sappia dare significato al dolore degli uomini. Così che ogni povero comprenda che non è vano il suo pianto, e ripeta con il salmo: le mie lacrime, Signore, nell’otre tuo raccogli.

Rendila protagonista infaticabile di deposizioni del patibolo, perché i corpi schiodati dei sofferenti trovino pace sulle sue ginocchia di madre. In quei momenti poni sulle sue labbra canzoni di speranza.

E donale di non arrossire mai della croce, ma di guardare ad essa come all’antenna della sua nave, le cui vele tu gonfi di brezza e spingi con fiducia lontano

 

Don Tonino Bello


[1]  Sono i più antichi nomadi cammellieri noi noti e nel libro dei Giudici sono i temuti nemici dell’Israele insediatosi in Palestina: cfr. Gdc 6,1ss.

[2]   seḇālôṯ   è usato solo nei primi sei capitoli del libro dell’Esodo per sei volte (Es 1,1; 2,11; 5,4-5; 6,6-7) ed è tradotto dalla bibbia CEI 2008 con lavori forzati .

[3]  Anche il pensiero rabbinico tenta in qualche modo di collocare la reazione di Mosè dentro un contesto di grande ingiustizia. Rashi scrive: Vide un egiziano che percuoteva uno degli ebrei:  lo percuoteva e lo tiranneggiava. Era il marito di Shelomit, la figlia di Divrì. L’aguzzino egiziano aveva posto gli occhi su di lei. Durante la notte quello costrinse il marito ad alzarsi e a lasciare la sua dimora. Poi entrò in casa dell’ebreo ed ebbe rapporti con sua moglie che riteneva di stare con il marito. L’uomo ritornò e comprese ciò che era accaduto; quando l’egiziano si accorse che egli si era reso conto della cosa, lo percosse e lo seviziò tutto il giorno (Rashi, Commento al libro dell’esodo).

[4]  Gv 13,1-5: Prima della festa di Pasqua, sapendo Gesù che era venuta la sua ora per passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già posto in animo a Giuda di Simone Iscariota di tradirlo, sapendo che il Padre aveva messo tutto nelle sue mani e che da Dio era uscito (evxe,rcomai) e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose il mantello e, preso un panno, se ne cinse. Versò quindi dell' acqua nel catino e incominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con il panno del quale si era cinto.

[5]  Gv 19,5 Uscì (evxe,rcomai) dunque Gesù fuori, portando la corona di spine e il manto di porpora. E disse loro: «Ecco l' uomo!».

[6]  Gv 19,17 Egli, portando la croce da sé, uscì (evxe,rcomai) verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Golgota,

[7]  Gv 19,34 ma uno dei soldati con un colpo di lancia gli trafisse il fianco e ne uscì (evxe,rcomai) subito sangue ed acqua.