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Sr. Ch. Elisabetta di Maria
Lectio divina sul libro dell’Esodo – Silenzio e grido

In quei giorni, quelli lunghi:  silenzio e grido

 

Gli anni nascosti
 

Dopo molto tempo il re d'Egitto morì.

Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio.

Dio ascoltò il loro lamento, Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe.

Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero.         Es 2,23-24

 

ḇayyāmîm hārabbîm, in quei giorni, quelli lunghi.

Il molto tempo  sono i giorni, quelli lunghi.

 

La Scrittura non ci dice per quanto tempo Mosé sia rimasto nel deserto, per quanti anni abbia lavorato come pastore del gregge: sono solo lunghi giorni.  Secondo la tradizione ebraica passano anni e anni, decadi addirittura, dalla sua fuga al suo ritorno in Egitto.

 

C’è un silenzio degli anni nascosti sul quale la Tôrâh fa silenzio.  Mosé scompare. Non sappiamo più nulla di lui, cosa vive, cosa pensa. Tutto è sommerso nel vuoto nel silenzio.

 

Tutta la costruzione della sua maturità umana, il suo sviluppo spirituale che abbiamo visto esplodere nei versetti precedenti, si infrange e si perde in questi lunghi giorni, lunghi mesi, lunghi anni di silenzio e di deserto.

Non sappiamo nulla di come cambia il Mosè che fugge dal faraone al Mosè che dal rovento ardente viene mandato a liberare il suo popolo.

Anche di Abramo non sappiamo nulla prima della chiamata di Dio, ma dal momento in cui si inizia a parlare di lui c’è sempre una continuità nel descrivere le sue azioni, gli eventi della sua vita. Non ci sono buchi neri nella storia del patriarca, ma piuttosto un periodo che precede l’inizio della sua storia e che non conosciamo, e il tempo che ne fa seguito.

Non è la stessa cosa per Mosé.

La Tôrâh accompagna Mosé dalla sua nascita fino alla sua morte. Di lui conosciamo l’infanzia e la giovinezza quasi nei più piccoli particolari, nei gesti più semplici, come quelli di una madre che si prende cura del suo bambino. E ciò che fa seguito al roveto ardente continua in quest’attenzione sino alla fine, sino al monte Nebo.

Il silenzio della Tôrâh sulla vita di Mosé non è prima o dopo la chiamata come in Abramo, ma si pone proprio in mezzo a una storia che è già cominciata, che già tende a svilupparsi.

Il silenzio del testo è la forma della Parola con la quale la Tôrâh ci racconta il silenzio della vita di Mosé: la non-storia qui è storia.

Non manca un capitolo della vita di Mosé, ma esso è detto in pienezza attraverso il silenzio, esprimendo con esso la sostanza di ciò che Mosé vive in questo periodo nel deserto e nella solitudine.

In queste due parole, in quei giorni, quelli lunghi, il silenzio in essi contenuti ci racconta il silenzio della vita di Mosé

Questo passaggio della vita di Mosé è importante tanto quanto gli eventi precedenti: Mosé deve scomparire.

Deve arrivare al limite del deserto, a percepire in qualche modo anche il limite delle sue buone intenzioni, del suo altruismo, della sua passione, di ciò che vuole decidere.

Perdersi, finirsi. Quasi rinchiudersi in un bozzolo che nasconde alla vista ogni trasformazione.

 

In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 25 Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. 26 Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.

 

In Gesù questo andare, questo ritirarsi per fare spazio a una nuova azione di Dio avviene in modo volontario:

Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi.                             Gv 16,7

 

Per Mosè, per noi, avviene nella passività. La vita, inesorabilmente, sembra strapparci il meglio che siamo.

Ed è così, nella logica del potare il tralcio che porta frutto. Per diverse vicende approdiamo tutti prima o poi alla fine, il limite di ogni cosa, al deserto, per andare oltre il deserto.

 

Non è qui il deserto delle grandi processioni di un popolo che avanza verso la libertà, verso la rivelazione di Dio sul monte, non è il deserto delle grandi battaglie, ma è un deserto inglorioso,  umile, fatto di solite voci, di passi piccoli, di gesti ripetuti.

Uno spazio vasto e immenso che ci riduce, che riduce quello che pensavamo di essere.

Arriviamo anche al limite dei nostri sogni e delle speranze e della forza di volontà per scoprire che essi non bastano.

 

E allora, solo allora, lì si apre lo spazio del sacro, di Dio che parla. Solo allora il monte ci viene incontro, come dice un miḏrāš ebraico, e possiamo ricominciare, possiamo rinascere, dall’alto questa volta, siamo pronti cioè, per quello che Dio fa. Pronti a ripartire di nuovo, ma non dal nostro cuore: dal suo.

 

"In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio". 4 Gli disse Nicodèmo: "Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?". 5 Rispose Gesù: "In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6 Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. 7 Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall'alto. 8 Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito".                                           Gv 3,3-8

 

Le possiamo chiamare crisi vocazionali, crisi d’identità, crisi affettive, crisi dei quarant’anni. Qualunque sia il loro nome sono i luoghi nei quali, dentro i quali, impariamo che Dio è altro da noi.

Esse ci predispongono a farci discepoli di un amore, di una speranza, di un servizio più grande di noi e del nostro cuore, capace di superare anche le nostre stesse forze, la stessa evidenza.

 

Qui finisce Mosé e qui inizia Dio. Oltre il deserto.

 

Giorni che si fanno attesa, giorni che fanno spazio a Lui che ascolta con efficacia il grido di tutti.

Dobbiamo sopportare lo scandalo di quei lunghi giorni, di silenzio e di grido. Di silenzio di azioni che sono solo nostre e che devono necessariamente entrare nello spazio sacro di Dio.

Lunghi giorni  in cui impariamo i tempi di Dio, la forma del suo amore per gli uomini, dove impariamo quello che il suo cuore impara degli uomini.

 

Ed è un imparare nella compassione, un imparare che diventa memoria del piccolo, che ci fa servi, che ci fa un tutt’uno con quel grido che sale a Dio.

 

Il grido

 

Gli Israeliti gemettero alzarono grida di lamento  e il loro grido  salì a Dio. Dio ascoltò il loro lamento.

 

Quattro parole diverse per dire il grido.

Verbi o sostantivi legati da una forma grammaticale ebraica (il waw  consecutivo con l’imperfetto) che indica un’azione compiuta in un tempo preciso nel passato: un momento preciso e non un semplice sentore di qualcosa che accade e che è inafferrabile. C’è un evento, una situazione precisa individuabile nella storia, volti, voci, persone, tempi e luoghi precisi che gridano.

 

Il primo grido  è il verbo ’ānaḥ  : gli israeliti gemettero.

Ricorre 12 volte nella Scrittura e ha nella sua radice significati  legati all’esperienza dell’attesa, del tempo dell’indigenza che mendica la pienezza dei tempi, il compimento delle promesse.

 

Ha in sé la domanda dolorosa e scandalizzata del fino a quando? È il sospiro dei popoli dominati dagli empi [1]   Il gemito dei cuori nel tempo in cui languisce la vigna e il mosto è insipido [2]   Il lamento del bestiame che non ha più pascolo [3]  Il gemito delle doglie del parto  [4] .

 

Nel libro delle Lamentazioni è il nuovo nome degli abitanti di Sion, i ne’ĕnāḥîm meḇaqqešîm leḥem , gementi, cercatori di pane, [5] :  in mezzo alla devastazione il gemito dei sacerdoti [6] , il pianto di Gerusalemme [7] .

 

È il gemito del profeta Ezechiele per la rovina di Gerusalemme [8] , e il pianto di coloro che gemono per il male che in essa si compie, coloro che verranno segnati con il tau, segno della salvezza [9]  

 

Il secondo grido è il verbo zā‘aq , il gridare del misero che piangendo  implora aiuto, il grido fatto con le lacrime [10]

È usato tantissime volte in una frase tecnica gli Israeliti alzarono il loro grido al Signore che poi suscita per loro un liberatore come   Otniel, figlio di Kenaz, fratello minore di Caleb [11] , o Eud, figlio di Ghera, della tribù di Beniamino [12] , oppure un profeta e poi Gedeone [13]

È il pianto nell’angustia [14] , il pianto di chi è sotto gli eccessi dell’oppressione[15]  il pianto che chiede il perdono dei peccati [16] , il grido di Samuele che intercede in favore del suo popolo [17]   il pianto di Davide per la morte del figlio Assalonne. [18]

È la voce dell’orante dei salmi che grida al Signore

Con la mia voce al Signore grido aiuto, con la mia voce supplico il Signore,

davanti a lui effondo il mio lamento, al suo cospetto sfogo la mia angoscia.

Mentre il mio spirito viene meno tu conosci la mia via.                        Sal 142,2-3

E lo confessa come suo rifugio, sua sorte, suo unico bene:

Io grido a te, Signore! Dico: "Sei tu il mio rifugio,

sei tu la mia eredità nella terra dei viventi". Sal 142,6

 

                La LXX traduce questo verbo con il greco   avnaboa,w usato un’unica volta in tutto il Nuovo Testamento, in un grido che riassume le lacrime del mondo:

 

Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: Elì, Elì, lemà sabactàni  ?, che significa:

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato  ?.                      Mt 27,46

 

Il terzo grido è espresso dal sostantivo šaw‘âh , un sostantivo che indica l’implorazione di aiuto, fatta con clamore, il grido di aiuto proveniente da una condizione di miseria. È legato strettamente alla radice del verbo yāša‘ , salvare, con cui si forma il nome di Gesù: yēšûa E .

È il grido di chi implora: salvami! È presente 11 volte, in testi che sono quasi tutti delle preghiere:

 

Nell'angoscia invocai il Signore, nell'angoscia gridai al mio Dio: dal suo tempio ascoltò la mia voce, a lui, ai suoi orecchi, giunse il mio grido  [19] .

Ascolta la mia preghiera, Signore, porgi l'orecchio al mio grido, non essere sordo alle mie lacrime, perché presso di te io sono forestiero, ospite come tutti i miei padri.[20]

Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido.[21] Signore, ascolta la mia preghiera, a te giunga il mio grido di aiuto. [22]  Ho invocato il tuo nome, o Signore, dalla fossa profonda.

Tu hai udito il mio grido: "Non chiudere l'orecchio al mio sfogo". [23]

Gli occhi del Signore sui giusti, i suoi orecchi al loro grido di aiuto. [24]

Appaga il desiderio di quelli che lo temono, ascolta il loro grido e li salva.[25]

 

Il quarto grido è il gemito orante, ne’āqâh , presente solo 4 volte in tutta la Scrittura. La LXX lo traduce con stenagmo,j, un termine che nel Nuovo Testamento troviamo solo 2 volte, nel discorso di Stefano in At 7,34, una citazione indiretta di Es 2,24, e soprattutto in Rm 8,26, i gemiti inesprimibili  dello Spirito:

 

Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente,  ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.                                                                                       Rm 8,26-27

 

Lo Spirito grida.

                All’inizio di tutte le cose c’è il grido dello Spirito, che geme con gemiti inesprimibili,geme invocando il Padre, geme e soffre perché quanto vive, esista come figlio.

 

La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.                                                       Gen 1,2

 

Nel libro della Genesi la presenza dello Spirito sul caos è una presenza di speranza, perché sappiamo che dentro ogni espressione del nulla c’è un grido che sale continuamente a Dio, un desiderio che lo attende, un amore che riconosce la strada per la vita di tutte le cose:

 

All’inizio di ogni esperienza della salvezza divina troviamo sempre un grido che viene dalla profondità creaturale: è il grido del popolo d’Israele tormentato in terra d’Egitto. È il grido di morte del Cristo abbandonato sulla croce dei romani, ed è un grido che sale dalla profondità della nostra miseria e a cui Dio presta ascolto; egli conduce il suo popolo dalla schiavitù alla libertà della terra promessa; e il suo Cristo dalla morte alla vita del mondo futuro. Oggi, dal mondo distrutto di questa nostra terra sale a Dio il gemito delle creature che vogliono vivere e invece sono costrette a morire: tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto (Rm 8,22). Essa soffre per la potenza del tempo che la schiaccia, muore subendo la violenza della morte e procede verso la presenza del Dio eterno, nella quale può vivere e rimanere.

Oggi dal mondo distrutto di questa nostra terra, sta salendo un’aspettativa, l’invocazione diretta ad un Dio capace di liberare e d’infondere nuova vita. In questo grido la creazione minacciata già si apre alla venuta dello Spirito di Dio. Tutta questa terra irredenta è avvolta dal dolore ma al medesimo tempo anche dall’attesa. Così, in questi gemiti e grida, rivolti verso la forza divina che può salvarci, avvertiamo già l’approssimarsi dello Spirito che intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili (Rm 8,26)    [26] .

 

 

Gridare a Dio in tutti i modi possibili. Gridare nel grido di Dio.

 

E ovunque c’è un uomo che piange, che geme, c’è un cammino che inizia perché Dio ascolta.  E il cammino inizia perché si diventa capaci di gridare.

 

Il grido materno accompagna la vita che nasce, il grido del figlio risuona nel venire alla vita, e nel grido dell’uomo, dei popoli, scopriamo ancora e sempre la voce dello Spirito che attende la nuova creazione e il grido, quello ultimo, che inaugura il ritorno a casa dei figli:

 

Ma Gesù, dando un forte grido, spirò .

Mc 15,37

 

Gesù, gridando a gran voce, disse:

"Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito ". Detto questo, spirò.

Lc 23,46

 

Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.

Mt 27,50

 

             Qui nel testo dell’Esodo la situazione in se stessa grida. L’oppressione, la riduzione della persona a forza lavoro, la riduzione dell’uomo a proprietà di un altro uomo di per se stessa, senza bisogno di qualcuno che preghi per questo, grida al cospetto di Dio.

             Troviamo altri testi nella Scrittura in cui veniamo a contatto con questo modo di pensare, per esempio nell’omicidio del primo uomo:

             

Che hai fatto?

La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!                                      Gen 4,10

 

E ancora nello stesso libro dell’Esodo, nell’ambito del codice dell’Alleanza, un testo depositario di un modo di pensare alternativo, che denuncia ogni tipo di usura, e quella illegale e quella legale, i sistemi economici, di debiti, di crediti, di interessi, che producono povertà e violenza, ingiustizia e sfruttamento.

 

Non maltratterai la vedova o l'orfano. 22 Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l'aiuto, io darò ascolto al suo grido, 23 la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani. Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all'indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse.

25 Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, 26 perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo?

Altrimenti, quando griderà verso di me, io l'ascolterò, perché io sono pietoso.

Es 22, 21-27

 

             Anche nel Nuovo Testamento troviamo gli stessi accenti e lo stesso principio, la stessa rivelazione di un Dio che non rimane insensibile all’ingiustizia: la situazione di oppressione in quanto tale, ogni abuso nei confronti dell’uomo, grida al cospetto di Dio.

 

Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte agli orecchi del Signore onnipotente .        

                                                                                                                          Gc 5, 4

 

             Le applicazioni e le conseguenze di testi come questi sono enormi e fanno del credente colui che non può tacere davanti alle situazioni di oppressione dell’uomo sull’uomo.

 

L’alleanza

 

Dio ascoltò il loro lamento, Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero.

Es 2,24

 

             Vediamo che in questi pochi versetti, che sono di transizione, un testo cerniera tra una introduzione e l’inizio della prima parte del libro dell’Esodo, c’è condensata una riflessione sapienziale straordinaria su tutta la storia della salvezza.

             Qui in questi due versetti irrompe sulla scena la decisione di intervenire da parte di Dio.

E si rivela qui come il Dio degli oppressi, il difensore dei diritti delle persone calpestate, il giudice degli oppressori, il vindice degli afflitti, un Dio che ascolta, si ricorda, vede, conosce.

Quattro verbi che rispondono a quattro grida: verranno ripetuti ancora dalla voce nel roveto ardente.

Altre due volte si dirà che Dio ode il grido , in Es 3,7.9, due volte negli stessi versetti Dio vede l’oppressione  del suo popolo , e un’altra volta, al v. 7, che  conosce le sue angosce.

 

E poi: Dio si ricorda.

Dio si ricorda della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe, wayyizkōr ’ělōhîm ’eth-b e rîtô ’eth-’abhrāhām ’eth-yishāq w e ’eth-ya‘ăqōb.

 La stessa espressione si trova in quattro testi AT, in contesti simili.

Il ricordarsi di Dio rivela la sua compassione per chi è in pericolo di morte, o la sperimenta come sterilità e schiavitù e introduce l’azione salvifica di Dio.

Dio si ricordò di Noè, wayyizkōr ’ělōhîm ’eth-nōāh e questo pone fine al diluvio e l’arca trova nuovamente un approdo sicuro sulla terra.

In Gen 19,29 dove si narra della salvezza di un singolo, Lot, dalla distruzione di Sodoma  e delle altre città, perché Dio si ricordò di Abramo, wayyizkōr ’ělōhîm ’eth-’abhrāhām

In Gen 30,22 Dio si ricorda si Rachele,  wayyizkōr ’ělōhîm ’eth-rāhēl,  ed esaudisce la sua preghiera ponendo fine alla sua sterilità rendendola feconda di Giuseppe.

 

E quindi scende  perché salga il suo popolo.  Ora è il momento dell’Esodo di Dio.

 

 

Per la preghiera

 

1)       Entrare in questo testo vuol dire farsi supplica, grido, implorazione.

Vi invito perciò a scorrere il libro del salterio per individuare i versetti, i testi, con i quali possiamo gridare a Dio.

Potete anche fare, come Francesco di Assisi, una vostra compilation di testi salmici, una preghiera quindi che diventa vostra, che corrisponde alla vostra sensibilità.

Vi propongo uno dei salmi dell’Ufficio della Passione di Francesco, il salmo III, come esempio. Notate come Francesco si rivolge a Dio: alcuni studiosi hanno notato che in questo ufficio egli fa sua la voce del Cristo:

 

1 Abbi pietà di me, o Dio, abbi pietà di me, perché la mia anima confida in te (Sal 56,2).

2 Mi porrò pieno di speranza all'ombra delle tue ali, finché sia passato il turbine dell'iniquità (Sal 56,2).

3 Griderò verso il santissimo padre mio, I'altissimo Signore, che mi ha beneficato (Sal 56,3).

4 Dal cielo ha mandato il mio liberatore, ed ha gettato nella confusione coloro che mi calpestavano (Sal 56,4).

5 Il Signore ha mandato la sua misericordia e la sua verità (Sal 56,4-5); ha strappato la mia vita dai miei nemici, che erano fortissimi, e da quanti mi odiavano, perché si erano fatti forti contro di me (Sal 17,18).

6 Hanno teso un laccio ai miei piedi ed hanno piegato la mia vita (Sal 56,7).

7 Hanno scavato una fossa davanti a me, ma vi sono caduti (Sal 56,7). 8 Il mio cuore è pronto, o Dio; il mio cuore è pronto:  voglio cantare e intonare un salmo (Sal 56,8).

9 Ridestati, mia gloria; svegliati, salterio e cetra;  io mi leverò all'aurora (Sal 56,9).

10 Ti loderò tra i popoli, o Signore, canterò un salmo a te in mezzo alle genti (Sal 56,10).

11 Perché fino ai cieli si è levata la fama della tua misericordia,  fino alle nubi la voce della tua verità (Sal 56,11).

12 Sii esaltato sopra i cieli, o Dio,  e su tutta la terra la tua gloria (Sal 56,12).

 

 

2)       Il secondo percorso che potete fare è la riflessione sul capitolo secondo della Evangelii Gaudium  di papa Francesco, soprattutto i numeri 186-196.

 

Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pienamente nella società; questo suppone che siamo docili e attenti ad ascoltare il grido del povero e soccorrerlo. È sufficiente scorrere le Scritture per scoprire come il Padre buono desidera ascoltare il grido dei poveri: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo … Perciò va’! Io ti mando» (Es 3,7-8.10), e si mostra sollecito verso le sue necessità: «Poi [gli israeliti] gridarono al Signore ed egli fece sorgere per loro un salvatore» (Gdc 3,15). Rimanere sordi a quel grido, quando noi siamo gli strumenti di Dio per ascoltare il povero, ci pone fuori dalla volontà del Padre e dal suo progetto, perché quel povero «griderebbe al Signore contro di te e un peccato sarebbe su di te» (Dt 15,9). E la mancanza di solidarietà verso le sue necessità influisce direttamente sul nostro rapporto con Dio: «Se egli ti maledice nell’amarezza del cuore, il suo creatore ne esaudirà la preghiera» (Sir 4,6)….

 

 


[1]  Pr 29,2.

[2]  Is 24,7.

[3]  Gl 1,18.

[4]  Ger 22,23.

[5]  Lam 1,11.

[6]  Lam 1,4.

[7]  Lam 1,8.21.

[8]  Ez 21,11-12.

[9]  Ez 9,4.

[10] Is 30,19.

[11]  Gdc 3,9.

[12]  Gdc 3,15.

[13]  Gdc 6,6-8.34.

[14]  Sal 22,6; Gridarono al Signore nella loro angustia:  107,13.19.

[15]  Gb 35,9.

[16]  Gdc 10,10; 1Sam 12,10; .

[17]  1Sam 7,9.

[18]  2Sam 19,5.

[19]  Sal 18,7 ; cfr. 2Sam 22,7.

[20]  Sal 39,13.

[21]  Sal 40,2.

[22]  Sal 102,2.

[23]  Lam 3,55-56.

[24]  Sal 34,16.

[25]  Sal 145,19.

[26] J. Moltmann