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Sr. Ch. Elisabetta di Maria
Lectio divina sul Libro dell’Esodo_E vide che era bello


E vide che era bello

 

 

1 Un uomo della casa di Levi andò a prendersi in moglie una figlia di Levi. 2 La donna concepì e partorì un figlio: vide che era bello e lo nascose per tre mesi. 3 Ma non potendolo più tenere nascosto, prese una cesta di papiro, la cosparse di bitume e pece, vi mise il bambino, e lo pose nel canneto sulla riva del fiume. 4 La sorella del bambino si appostò a distanza per sapere che cosa gli sarebbe successo. 5 La figlia del faraone scese per prendere un bagno al fiume, mentre le sue ancelle se ne andavano lungo la sponda del fiume: vide la cesta in mezzo al canneto e mandò la sua serva a prenderla.   6 Aprì e vide dentro il bambino: era un fanciullo che piangeva. Ne ebbe compassione e disse: «Costui è un bambino ebreo». 7 La sorella del bambino disse alla figlia del faraone: «Vado a chiamarti una donna che allatti tra le ebree: allatterà per te il bambino». 8 Le disse la figlia del faraone: «Va'». La giovane andò a chiamare la mamma del bambino. 9 La figlia del faraone le disse: «Prendi questo bambino e allattalo per me: ti darò il tuo salario». La donna prese il bambino e lo allattò.

Es 2,1-9

 

Nel commento ai primi versetti del libro della Genesi, la tradizione ebraica scrive:

 

Rabbi Shimon afferma che la parola luce appare nel testo cinque volte per rappresentare ognuno dei cinque libri della Torah, paragonata alla luce.

Da ciò impariamo che esistono cinque tipi di luce:

con la prima fu creato il mondo (Genesi),

la seconda è la luce della redenzione (Esodo),

la terza è riservata a coloro che si pentono (Levitico),

la quarta è il santo Tempio (Numeri),

la quinta è la Torah con i suoi insegnamenti (Deuteronomio).

Il versetto “E Dio disse: sia la luce”,

insegna che Dio ha creato il mondo attraverso la luce,

perché dopo queste parole iniziò a plasmarlo.

 

Tornando al libro dell’Esodo, il libro della luce della redenzione , ci domandiamo: che cosa fa Dio nella situazione di oppressione e di dolore del suo popolo?

Di lui finora si è parlato pochissimo e solo per dire che le levatrici non fecero quello che chiedeva il Faraone  perché temevano Dio (Es 1,17). E Dio allora si prese cura di loro e diede loro numerosa famiglia.

 

Certamente Dio che opera sempre (Gv 5,17), il Padre che conta i capelli del nostro capo (cfr. Lc 21,18), non si è dimenticato del suo popolo, ma vede, ascolta e agisce.

Il segno dell’azione di Dio è:

 

 

Un uomo della famiglia di Levi

andò a prendere una moglie, discendente di Levi.

Es 2,1

 

È qualcosa di ordinario: nessun intervento roboante, miracolistico per salvare Israele. Abbiamo solo che un uomo trova una donna e si sposa.

Il primo matrimonio dell’Esodo.

Sapremo poi in Es 6,20 che l’uomo si chiama ‘amrām  e la moglie yôḵeḇeḏ  .

Si sposano e hanno dei figli, ma stranamente non si nomina né la prima figlia, né il primo figlio e si arriva direttamente al terzo.

Solo dopo in Es 2,4 scopriamo che Mosè aveva una sorella e ancora più avanti in Es 4,14 sappiamo che c’è anche un fratello che ha 7 anni più di lui e si chiama ’ahărōn .

Nasce il bambino e, cosa del tutto normale, la madre quando lo vede dice le parola di ogni madre su suo figlio e cioè, che è bello, ṭôḇ:

 

wattērệ’ ’ōṯô kî ṭôḇ hû’

lo vide ed era bello

Es 2,2

 

È un’esclamazione normale per una madre, ma la tradizione rabbinica ci insegna che se il libro dell’Esodo sottolinea questo particolare, ci deve essere qualcosa di speciale.

Nei primi versetti del libro della Genesi si trova un’espressione molto simile: Dio, all’inizio della creazione del mondo fece la luce

 

e Dio vide la luce e disse che era bella,

wayyar e ’ ’ĕlōhîm ’eṯ hā’ôr kî ṭôḇ

Gen 1,4

 

Le espressioni sono molto simili. La tradizione ebraica dice allora che questo neonato era bello di una bellezza speciale, in lui risplendeva qualcosa della luce primordiale, quella della creazione.

La luce primordiale di cui parla Gen 1,3 non è la luce proveniente dagli astri - che saranno creati il quarto giorno - ma la luce primordiale, luce di gloria, riflesso della bellezza stessa di Dio:

 

La luce creata nel primo giorno non è la stessa luce che vediamo adesso.

In quel giorno il Signore creò una luce potente e brillante e di una tale radiosità che a suo confronto la luce del nostro sole sembra tenebre. In seguito il Signore celò questa luce celeste e il quarto giorno fornì alla terra la luce del sole e della luna.

Perché Dio nascose la luce originale?

Egli disse: I malvagi del futuro, le generazioni del diluvio e della dispersione, non meriteranno di godere la luce intensa creata il primo giorno. Perciò la riservò per i giusti nel mondo che verrà. Ad Adamo, nel Paradiso, fu permesso di beneficiare di questa luce. Grazie ad essa, riusciva a vedere da un capo all’altro del mondo. Questa luce speciale era di tipo spirituale: emanava infatti dalla gloria della Shekinah che i giusti godranno nel futuro. Saranno ricompensati con il godimento della luce della Shekinah per aver studiato la Torah che è paragonata alla luce stessa.

Midrash Haggadol Genesi, I,4.

 

                Questa luce è nascosta perché è il tempo della generazione malvagia. Essa verrà ridata al mondo con l’avvento del Messia.

 

Disse Rabbi Jehuda bar Shimon: “La prima luce è come un re che vede una bella città e dice: Questa è per mio figlio. Così il Santo, benedetto egli sia, quando vide quella luce, la prese e la seminò per i giusti a venire, come è detto: Una luce è seminata per il giusto (Sal 97,11) . E riguardo ad essa Davide disse: Sovrano del mondo, illuminaci con quella luce, come è detto: Dio è il Signore, ci illumini! (Sal 118,27) . Gli disse il Santo, benedetto sia: Non è per il tempo presente. Disse Davide davanti a lui: Signore mio, per quando allora, quando verrà?.

Verrà quando giungerà la fine e Sion sarà riedificata, in un istante: Allora si dirà:  Alzati, risplendi, perché viene la tua luce” (Is 60,1).

E qual è la luce che l’assemblea di Israele attende? È la luce del Messia, come è detto: “Dio vide che la luce era buona”. Ciò insegna che il Santo, benedetto Egli sia, guardò il Messia e le sue opere prima che il mondo fosse creato, e nascose la luce per il suo Messia e per la sua generazione, sotto il suo trono di gloria.

Questa è la luce preparata davanti al Santo, benedetto Egli sia, per la risurrezione dei morti

(Pesiqta rabbati)

                La luce del primo giorno è stata nascosta sotto il trono di Dio in attesa del giusto sul quale questa luce potrebbe risplendere.

E di fatto avviene a quel neonato la stessa cosa della luce primordiale: la madre ha visto che era bello, quindi non lo fa morire, ma lo nasconde, come ha fatto Dio con la luce primordiale.

E solo più tardi la luce brillerà su quell’uomo: nel momento in cui incontrerà Dio sul Sinai il suo volto sarà raggiante.

 

Quando Mosè scese dal monte Sinai, le due tavole della testimonianza erano in mano sua, mentre scendeva dal monte, e Mosè non sapeva che la pelle del suo viso era raggiante, per avere parlato con Dio.

Aronne e tutti i figli d'Israele videro Mosè, ed ecco, la pelle del suo viso era raggiante; ebbero paura di avvicinarsi a lui.

Es 34,29-30  

 

 

Quando Mosè ebbe finito di parlare con loro, si mise un velo sul volto.

Quando Mosè entrava davanti al Signore per parlare con lui, toglieva il velo fino alla sua uscita: poi usciva e diceva ai figli d'Israele quello che gli era stato ordinato.  I figli d'Israele, guardando il volto di Mosè, vedevano che la pelle del suo volto era raggiante. Poi Mosè rimetteva il velo sul suo volto, fino a quando entrava a parlare con lui.

Es 34,33-35  

 

E poi riapparirà nel Vangelo, nella luce del Cristo trasfigurato nella sua gloria.

Quindi davvero per Lui la luce è stata seminata.

 

Ma non potendo tenerlo nascosto più oltre,

prese un cestello   di papiro,

lo spalmò di bitume e di pece,

vi mise dentro il bambino

e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo.

Es 2,3

 

Finora questo neonato non ha nome ed è tenuto nascosto per un po’ di tempo, fino al momento in cui non è più possibile nasconderlo.

yôḵeḇeḏ  nasconde questo bambino in un cestello  che andrà a deporre sul Nilo.

Anche qui c’è qualche particolarità.

La cesta di giunche, spalmata di pece e di bitume, che servì per esporre Mosè sulle acque del Nilo è indicata con il termine ebraico tēḇâh   usato solo 28 volte nella Scrittura: 2 volte qui in Es 2,3.5 e 26 volte nella Genesi per designare l’arca costruita da Noè,

  Mosè accompagnerà e guiderà il suo popolo nel passaggio dalla schiavitù alla terra promessa.

Noè permetterà a un piccolo resto di umanità di attraversare le acque del diluvio ed entrare in una nuova alleanza, una terra riconsegnata in cui di nuovo costruire.

                Il racconto del diluvio si colora con le tinte della pasqua: un attraversamento del mare per lasciare ciò che si corrompe e che umilia l’essere uomo.

                Il racconto dell’Esodo è il racconto della pasqua da ciò che umilia e asserve l’uomo, alla libertà, dalla dispersione alla costituzione di un popolo.

 

La tēḇâh  di Noè,

la tēḇâh  di Mosè.

L’uno e l’altro stanno sull’acqua,  e nell’uno e nell’altro sta la salvezza.

La salvezza dell’umanità nell’Arca di Noè

la salvezza dei b e nê yiśrā’ēl  nella persona di Mosè, i 70 che qualificano tutta l’umanità: anche nella tēḇâh  di Mosè sta la salvezza di tutta l’umanità.

 

 

Il Dio con noi

 

Ora la figlia del faraone scese al Nilo per fare il bagno, mentre le sue ancelle passeggiavano lungo la sponda del Nilo. Essa vide il cestello fra i giunchi e mandò la sua schiava a prenderlo.

6  L`aprì e vide il bambino: ecco, era un fanciullino che piangeva. Ne ebbe compassione e disse: "E` un bambino degli Ebrei".

Es 2,5-6

 

Anche in questo testo c’è una particolarità al v. 6 che la tradizione rabbinica non trascura.

Cosa vede in realtà la figlia del faraone?

Il testo ebraico dice:

L’aprì e lo vide il bambino

wattiftaḥ wattir’ēhû ’eṯ hayyeleḏ

 

I rabbini [1]  si chiedono perché non sia scritto semplicemente, L’apri e vide il bambino , piuttosto che l’aprì e lo vide il bambino.

Abbiamo in ebraico una parola, ’eṯ ,  che può essere tradotta in due modi diversi: può introdurre il complemento oggetto,

e quindi avremo: lo vide, il bambino;

o può significare  con, insieme a

e quindi avremo: lo vide con il bambino.

Ma vide chi ?

Per un ebreo quando si parla di lui, egli, lo, è sempre riferito a uno solo: Dio stesso.

Cioè la figlia del Faraone apre la cesta dove sta il bambino e vede Dio stesso insieme con il bambino che piangeva.

Ciò vuol dire che Dio sta sempre là dove il suo popolo sta nella tristezza, nell’angoscia, nella sofferenza.

Dio sta là dove il suo popolo soffre.

Sta insieme con lui, soffre con lui.

 

Ogni qualvolta gli Israeliti vengono incatenati,

anche la Šeḵînâh è come incatenata con loro.

Esodo Rabbah

 

Šeḵînâh  è, nella tradizione rabbinica, cioè nella Tôrâh orale, il nome della gloria di Dio che si rimpicciolisce in mezzo agli uomini, la presenza di Dio che pone la sua tenda fra gli uomini, la presenza che abita la Dimora nel deserto, il Tempio nella terra promessa.

Il compimento di questo agire divino è nell’evento dell’Incarnazione: il Verbum abbreviatum,  un amore, quello di Dio, che discende, si riduce fino alle più basse umiliazioni possibili.

 

E il Verbo si fece carne

e venne ad abitare in mezzo a noi;

e noi vedemmo la sua gloria,

gloria come di unigenito dal Padre,

pieno di grazia e di verità.

Gv 1,14

 

…spogliò se stesso,

assumendo la condizione di servo

e divenendo simile agli uomini;

apparso in forma umana,

umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte

e alla morte di croce.

Fil 2,7-8

 

Contempliamo anche l’inizio della sua vita pubblica, la sua intronizzazione regale, che si compie sulle acque del Giordano, in quella pozzanghera fangosa che è il Giordano, tra una folla di poveri e di miseri, di piccoli, di perduti che chiedono perdono.

Gesù viene e si fa lui peccato, prende su di sé il peccato del mondo, si immerge nel Giordano e si fa un tutt’uno con i peccatori. Fa sua la loro umiliazione, prende su di sé il peso di questa umiliazione che l’uomo sperimenta a motivo del suo peccato. Diventa lui stesso il Giordano, il fiume di acqua viva che ci introduce nel regno, nella terra promessa, diventa lui stesso il luogo del battesimo definitivo. Il luogo del perdono che inizia là dove noi sperimentiamo l’umiliazione e il peso che l’altro porta a motivo del suo male.

L’antica etimologia di Giordano  indica proprio il discendere e i primi cristiani lo hanno subito letto come il nuovo nome del Cristo.

 

Chi mai può essere questo fiume…se non il nostro Salvatore? I rivi di questo fiume  “che è disceso” allietano la città di Dio che non è la Gerusalemme sensibile, ma l’irreprensibile Chiesa di Dio, edificata sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendone lo stesso Cristo Gesù Signore nostro la pietra d’angolo. Nel fiume Giordano pertanto si deve vedere raffigurato il Logos di Dio, che si è fatto carne e ha abitato tra noi; in Gesù colui che ha chiamato a parte dell’eredità l’umanità da lui assunta, che è anche pietra d’angolo…

Egli riceve lo Spirito che si ferma su di lui per poter battezzare in questo Spirito, che rimane in lui, quelli che vengono a lui. Giovanni poi battezza al di là del Giordano, in Bethabara, cioè in territori che tendono già oltre i confini della Giudea: egli è così, il precursore di colui che è venuto a chiamare non i giusti ma i peccatori, che insegna come non i sani hanno bisogno del medico, ma gli ammalati. Il battesimo infatti è conferito anche per la remissione dei peccati. [2]

 

Questo è davvero segno della grandezza di Dio:

Dio che è così grande da mettersi in fila con chi è perduto, esiliato, schiavo,

così grande da potersi mettere nei panni dei più piccoli,

anche all’interno di una cesta dove sta un bambino che piange.

 

 

Salvatore perché salvato

 

La sorella del bambino disse allora alla figlia del faraone: "Devo andarti a chiamare una nutrice tra le donne ebree, perché allatti per te il bambino?". Và", le disse la figlia del faraone. La fanciulla andò a chiamare la madre del bambino. La figlia del faraone le disse: "Porta con te questo bambino e allattalo per me; io ti darò un salario". La donna prese il bambino e lo allattò. Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse alla figlia del faraone. Egli divenne un figlio per lei ed ella lo chiamò Mosè , dicendo: "Io l’ho salvato dalle acque!".

 

Finora il bambino non ha nome.

Il nome gli viene dato dalla figlia del Faraone quando il bambino finalmente viene introdotto nella casa del Faraone:

 

e lo chiamò Mosè, dicendo: io l’ho tratto dalle acque.

wattiqrâ’ šemô mōšệh wattô’mer kî min hammayim mešîṯihû

 

Abbiamo in ebraico un gioco di parole tra il verbo māšâh, trarre fuori [3] ,  e il nome ebraico Mōšệh , che è il participio attivo di māšâh, traducibile quindi con  Salvatore, mentre noi ci saremmo aspettati che il suo nome fosse quello di Māšû,   Salvato .

Come mai il nome che gli viene dato è invece Mōšệh , all’attivo, come se fosse lui che salva?

Egli è un salvato e il suo nome dice che è un salvatore.

Non è prima di tutto un salvatore, un uomo forte, un uomo che sfida ogni cosa, ma è un salvato e proprio perché salvato da un altro può diventare fratello, compagno, anche guida, una guida carica di speranza, per coloro che sono suoi fratelli.

È un tratto profetico della figura di Mosè: è colui che ha sperimentato di sé la povertà radicale, l’impotenza a salvarsi da solo e ci annuncia che la vita è esperienza radicale di un essere salvati da un altro.

 

Noi troviamo quest’esperienza di povertà radicale e di affidamento radicale al Signore nella vita di Gesù. Nel Vangelo di Luca, dal capitolo nove in poi inizia il grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme, verso la sua condanna, la sua passione, morte e risurrezione.

Gesù va a morire a Gerusalemme perché nessun profeta può morire fuori di Gerusalemme [4] ,

perché questa è la parola che ci dice quanto siamo preziosi per Dio:

Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito [5] .

È questa la parola che deve essere pronunciata, deve essere data, detta.

Siamo autorizzati quindi a leggere dentro questo decisione di Gesù che  indurì il suo volto nell’andare a Gerusalemme [6] ,  a leggere tutto quello che Luca racconta in questo cammino dentro la sua Pasqua.

Al capitolo 11 Gesù insegna ai suoi discepoli a pregare. È un insegnamento fatto con autorità, così come ci raccontano i Vangeli. Ciò non vuol dire che insegnava in modo diverso, ma che quello che diceva era autorevole per l’esperienza che era sua. Il suo non era un insegnamento, cose dette perché sapute e quindi trasmesse, insegnate, ma la condivisione di un’esperienza, la sua  esperienza di ascolto del Padre, la sua esperienza di consegna al Padre, il suo conoscerlo, il suo amarlo e da lui essere amato.

Nell’insegnarci il Padre nostro Gesù prima di tutto non c’insegna cosa dobbiamo chiedere noi a Dio, ma ci sta trasmettendo la sua esperienza, quello che lui chiede al Padre in questo suo andare alla morte per noi.

E sa che il Padre lo ascolta : Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto [7] .

Quello che chiediamo nel Padre nostro si compie, si realizza per noi, ci viene dato proprio perché si è realizzato per lui che è morto e risorto per noi:

-           sia santificato il tuo nome: Gv 17,6.11-12.26

-           venga il tuo regno: Gv 18,33-37; 19,3.14-15.19

-           sia fatta la tua volontà: Lc 22,42ss

-           dacci il nostro pane quotidiano: Gv 6

-           rimetti a noi i nostri debiti: Lc 22,34

-           non ci indurre in tentazione: Lc 22,35-39

 

Gesù entra a Gerusalemme come colui che ha sperimentato il dono di poterci entrare, ricevendo dal Padre il suo dare la vita, nello stesso Spirito:

 

Esulta grandemente figlia di Sion,

giubila, figlia di Gerusalemme!

Ecco, a te viene il tuo re.

Egli è giusto e vittorioso (let.: salvato, è  nôšā‘ )  

umile, cavalca un asino, un puledro figlio d`asina.

Zc 9,9

 

Le tentazioni sulla croce, in Luca, sono in realtà una sola: i capi del popolo, i soldati, il ladrone crocifisso con lui gli chiedono di salvarsi da solo (Cfr. Lc 23,35ss):  ma lui non si salva, non scende dalla croce, non vuole salvare se stesso da sé, ma dirci che è il Padre a salvare, che è capace di salvarlo dalla morte: e con lui, primogenito di molti fratelli, anche noi.

Effettivamente fu salvato, ma non dalla  morte, bensì attraverso  la morte: soltanto accettando di essere salvato da Dio, e quindi rifiutando di salvarsi da sé, Gesù è diventato quel salvatore potente  che ha cantato Zaccaria, nel Benedictus  (Cfr. Lc 1,69).

 

E ancora, proseguendo nel cap. 11 di Luca, Gesù continua nel trasmettere agli apostoli la sua esperienza di preghiera che scopriamo essere l’esperienza di un mendicante:

 

chiedete e vi sarà dato;

cercate e troverete;

bussate e vi sarà aperto. [8]

 

Chiedere, cercare, bussare, sono le tre azioni tipiche di un mendicante.

Gesù ha mendicato il sia fatta la tua volontà , mendicato il venga il tuo regno . Mendicante di quell’amore che ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio  (vedi Ebrei 5,7) e insegna ai suoi apostoli questa mendicanza, una mendicanza che sa che gli sarà dato quello che chiede, che troverà quello che cerca, anzi che lo ha già trovato, e che gli sarà aperto nel momento in cui bussa.

 

Perché chiunque chiede ottiene,

chi cerca trova,

a chi bussa viene aperto [9] .

 

Invita i suoi discepoli a fare altrettanto, a entrare nella sua esperienza del Padre e invita anche loro a chiedere lo Spirito, cioè quello stesso Amore che lo ha spinto a dare la vita a Gerusalemme:

 

il Padre vostro celeste

darà lo Spirito Santo

a quelli che glielo chiedono [10] .

 

 

Per la preghiera:

 

Essendo il testo molto ricco ci concentriamo intanto solo un aspetto della lectio, quello che ci colpisce di più dopo una prima lettura e seguire solo quella via che ha incontrato il nostro cuore.

                Essendo tre gli argomenti in cui possiamo dividerla, possiamo percorrere una delle seguenti vie nella preghiera:

 

a)      Vide che era bello

 

Grazie alla tradizione ebraica e alla parola dell’Antico Testamento riguardo alla luce primordiale, possiamo cogliere meglio lo spessore di alcuni testi evangelici, dove la luce diviene il segno della fine del dominio del peccato, della vita segnata dalla generazione malvagia e il segno dell’avvento del messia. Poniamoci di fronte ad essi, per cogliere la parola antica che essi ci dicono sul Cristo.

La parola dell’Antico testamento illumina il Nuovo: rileggere il vangelo cercando in tutte le Scritture ciò che si riferisce a Cristo è l’esperienza del Risorto sulla via di Emmaus, nel Cenacolo:

 

Venne nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo

Gv 1,9

 

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea,

lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare,

nel territorio di Zàbulon e di Nèftali,

perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:

Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,

sulla via del mare, oltre il Giordano,

Galilea delle genti!

Il popolo che abitava nelle tenebre

vide una grande luce,

per quelli che abitavano in regione e ombra di morte

una luce è sorta.

Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire:

«Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».

Mt 4,12-17

 

«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo

vada in pace, secondo la tua parola,

perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,

preparata da te davanti a tutti i popoli:

luce per rivelarti alle genti

e gloria del tuo popolo, Israele».

Lc 2,29-32

 

E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo,

ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce,

perché le loro opere erano malvagie.

Chiunque infatti fa il male, odia la luce,

e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate.

Invece chi fa la verità viene verso la luce,

perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Gv 3,19-21

 

 «Io sono la luce del mondo;

chi segue me, non camminerà nelle tenebre,

ma avrà la luce della vita».

Gv 8,12

 

Io sono venuto nel mondo come luce,

perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre.

Gv 12,46

 

E Dio, che disse: «Rifulga la luce dalle tenebre»,

rifulse nei nostri cuori,

per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio

sul volto di Cristo.

2Cor 4,6

 

Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa,

popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui,

che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.

1Pt 2,9

                

b)      Il Dio con noi

 

Propongo una riflessione sui numeri 71-75 della Evangelii gaudium  in uno scendere nella città come uno scendere nel Giordano.

 

La nuova Gerusalemme, la Città santa (cfr Ap 21,2-4), è la meta verso cui è incamminata l’intera umanità. È interessante che la rivelazione ci dica che la pienezza dell’umanità e della storia si realizza in una città. Abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze. La presenza di Dio accompagna la ricerca sincera che persone e gruppi compiono per trovare appoggio e senso alla loro vita. Egli vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia. Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata. Dio non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero, sebbene lo facciano a tentoni, in modo impreciso e diffuso.

EG 71

 

c)       Salvatore perché salvato

 

Qui propongo un lavoro sulla propria persona: una riflessione che ci permette di ritornare alle radici della nostra missione e del nostro servizio, cioè all’esperienza personale che abbiamo fatto del Signore.

Rileggere  la nostra vocazione come luogo in cui abbiamo sperimentato la misericordia di Dio, il suo essersi chinato sulle nostre vite.

Dalla memoria al rendimento di grazie  perché non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.

Una riprogettazione  del nostro servizio e della nostra opera a partire da ciò che abbiamo ricevuto, dal dono che ci è stato fatto: passaggio dalla logica del dare a quella della condivisione.

 

 


[1] Cfr. Trattato di Sotà, 12b. Rabbì Josè beRabbì Chaninà suggerisce che la figlia del Faraone vide la Presenza Divina (la Šeḵînâh ) con il bambino. La Ghemarà dice che il testo avrebbe dovuto usare wattērệ’ e non wattir’ēhû. Rashi scrive: Che vide ella? Il bambino. Questo è il senso letterale del suffisso lo  vide. Un’interpretazione midrashica (che dà all’espressione ebraica ’eṯ   non il valore di complemento di termine, ma quello di complemento di compagnia, cioè con ) sostiene che ella vide la Šeḵînâh, cioè la Divinità immanente che stava con lui (Rashi, commento all’Esodo 2,6).

[2] Origene, ComGv VI,25,219-221.

[3] Rashi (CommEs 2,10) scrive: “Nel targum aramaico questa parola è tradotta: l’ho estratto. Il termine ricorre nel Talmud (Berachot 8a): Come uno che estrae un capello dal latte”.

[4] Lc 13,33.

[5] Gv 3,16.

[6] Lc 9,51.

[7] Gv 11,41-42.

[8] Lc 11,9.

[9] Lc 11,20.

[10] Lc 11,13.