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Sr. Ch. Elisabetta di Maria
Lectio divina sul Libro dell’Esodo_Questi sono i nomi

Lectio 2

Questi sono i nomi
Esodo 1, 1 – 13

 

1 Questi sono i nomi dei figli d`Israele entrati in Egitto con Giacobbe e arrivati ognuno con la sua famiglia:

2 Ruben, Simeone, Levi e Giuda, 3 Issacar, Zàbulon e Beniamino,

4 Dan e Neftali, Gad e Aser.

5 Tutte le persone nate da Giacobbe erano settanta, Giuseppe si trovava già in Egitto.

6 Giuseppe poi morì e così tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione.

7 I figli d`Israele prolificarono e crebbero, divennero numerosi e molto potenti e il paese ne fu ripieno.

 

Nell’ebraismo il libro dell’Esodo, come tutti i libri della tôrâh viene chiamato con la parola con cui inizia, šemôṯ, i Nomi.

Si tratta di nomi e non di cifre,

di una storia personale,

della storia di un popolo

e non di statistiche.

Chiamare per nome è una relazione che coinvolge, che mette in dialogo.

Il libro dell’Esodo inizia dicendoci che si tratta di persone, del rapporto personale con il quale Dio si coinvolge, di un processo di liberazione dalla schiavitù e di redenzione che coinvolge tutti e ciascuno.

 

Con l’inizio del capitolo uno abbiamo il passaggio dalla storia dei patriarchi a quella del popolo di Israele.

L’espressione figli d’Israele (benê yiśrā’ēl), che nel primo verso significa ancora i figli di Giacobbe, dal v. 7 designa costantemente gli Israeliti, che sono ormai l’oggetto della azione storica, salvifica di Dio.

Iniziando così, il libro ci informa che esso è una continuazione, il culmine di tutto ciò che Dio ha iniziato nella storia patriarcale e che lì è stato concepito: esso ci racconterà il divenire di un popolo. Uno dei nomi dati al libro dell’esodo è Sefer Ha-sheni, Libro Secondo. I rabbini insegnano che l’unicità di questo libro è data dal fatto che è il secondo libro rispetto al primo, perché in esso c’è la pienezza del fine di tutta la creazione, cioè l’uscita dall’Egitto e il dono della tôrâh fatto da Dio al suo popolo (Netziv).

Esso non ci racconterà solo la fuga dall’Egitto, ma la storia che Dio intesse con i benê yiśrā’ēl e che passa per la liberazione dalla schiavitù, per giungere al dono della tôrâh e alla presenza di Dio in mezzo ad essi con la Shekinah.

 

Pronunciando i nomi, che ci riportano una relazione personale, individuale di Dio con i benê yiśrā’ēl, noi assistiamo al passaggio di questa relazione all’intero popolo:

Dio ha agito storicamente in favore dei figli di Giacobbe,

Dio agisce storicamente in favore dei figli d’Israele, il suo popolo.

Il libro dell’esodo cita per nome coloro che sono morti, li ricorda ancora quando riferisce della loro morte per dimostrare quanto erano cari a Dio, in quanto che essi furono paragonati alle stelle che il Signore fa uscire ed entrare contandole e citandole per nome, come è scritto: “colui che fa uscire una per una, numerandole, le schiere celesti”. (Rashi)

La storia di un popolo si intreccia con la storia di persone,

il grande si specchia nel piccolo,

il collettivo nell’individuale.

La storia dei popoli, di un popolo, si appoggia, ritrova la sua origine, nella storia dei patriarchi, e dei loro figli, chiamati per nome, e nel chiamarli per nome noi possiamo ricordare l’amore che di loro si è preso cura: nella lista dei nomi dei figli di Giacobbe non c’è ordine cronologico, ma sono dati i nomi secondo le madri.

I primi 6 figli, Ruben e Simeone, Levi e Giuda, Issacar e Zàbulon (v. 2) sono dalla prima moglie: Lia.

Poi segue Beniamino, secondo figlio di Rachele, moglie preferita da Giacobbe.

Poi vengono i nomi dei due figli della serva di Rachele, Dan e Neftali.

poi ancora i due figli della serva di Lia, Gad e Aser

Si segue allora un ordine legato al valore, all’amore:

prima moglie,

seconda moglie, l’amata,

poi vengono i figli della serva di questa,

e infine i figli della serva della prima.

Giuseppe, primogenito di Rachele, seconda moglie, viene nominato alla fine perché lui non è venuto insieme agli altri in Egitto: divenuto un personaggio importante, era stato lui che aveva fatto venire Giacobbe e i suoi figli in Egitto.

Dall’individuo a un popolo,

da un popolo all’umanità.

Tutte le persone nate da Giacobbe erano settanta, (v. 5, vedi anche Gen 46,27)

Il numero 70 è un numero perfetto: per la tradizione di Israele 70 designa tutto l’universo, si parla di 70 popoli per indicare tutti i popoli del mondo.

Quindi in questa cifra possiamo vedere un’allusione al fatto che tutti i figli di Giacobbe arrivati in Egitto sono potenzialmente tutta l’umanità.

 

6 Giuseppe poi morì e così tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione.

 Essi sono morti, quindi questo tempo è finito. Sta per iniziare qualcosa di nuovo.

Sono morti nonostante si dica che i figli di Israele sono diventati numerosi e molto potenti “al punto che il paese ne fu ripieno” (v. 7).

Certamente tutto il paese è il paese d’Egitto, e vuol dire che erano diventati una forza importante nel paese d’Egitto, ma il termine hā’āreṣ, è usato per indicare la Terra di Israele.

Quindi dire che tutta la hā’āreṣ è piena di queste 70 persone che si sono moltiplicate, è come dire che tutte le genti stiano per salire in Israele.

 

2 Alla fine dei giorni,

il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti

e sarà più alto dei colli;

ad esso affluiranno tutte le genti.

3 Verranno molti popoli e diranno:

"Venite, saliamo sul monte del Signore,

al tempio del Dio di Giacobbe,

perché ci indichi le sue vie

e possiamo camminare per i suoi sentieri".

Is 2,2-3

 

È finita la generazione dei figli di Giacobbe,

ma c’è la premessa di qualcosa di nuovo che alla fine dei tempi porterà tutta l’umanità nella Terra d’Israele.

                L’esodo di un popolo diventa profezia di quanto avverrà per tutti i popoli.

Accanto alla descrizione di un incubo abbiamo l’intuizione di una promessa, di un sogno.

 

I segni del potere e i segni della vita

 

8 Allora sorse sull`Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe.

 9 E disse al suo popolo: "Ecco che il popolo dei figli d`Israele è più numeroso e più forte di noi. 10 Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese". 11 Allora vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerli con i loro gravami, e così costruirono per il faraone le città-deposito, cioè Pitom e Ramses.

12 Ma quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e cresceva oltre misura; si cominciò a sentire come un incubo la presenza dei figli d`Israele.

13 Per questo gli Egiziani fecero lavorare i figli d`Israele trattandoli duramente. 14 Resero loro amara la vita costringendoli a fabbricare mattoni di argilla e con ogni sorta di lavoro nei campi: e a tutti questi lavori li obbligarono con durezza.

 

La storia di Israele comincia nel dolore e nella schiavitù, nell’esilio.

Sin dall’inizio siamo portati dentro questo scenario di sofferenza.

E sin dall’inizio il testo racconta anche della nascita di colui che sarà strumento della liberazione. Nello scenario del male ci sono già i segni del suo rimedio:

la redenzione, la liberazione, nasce proprio lì dove il popolo è schiavo,

nel fiume dove sono annegati i primogeniti degli ebrei viene salvato Mosé,

il liberatore nasce da un popolo schiavo,

la sua nascita fa seguito, coincide con il decreto di morte del faraone,

lì proprio dove l’oppressione stringe con i suoi legami,

si apre la via per la libertà,

quando risuona la parola dell’oppressione e della violenza,

Dio agisce per la libertà e la salvezza.

 

Il libro dell’Esodo nasce dalla schiavitù come quello della Genesi nasce dal caos:

in quest’ultimo la parola del Creatore pone in esistenza tutte le cose liberandole dalla notte, dal ṯōhû wāḇōhû, l’informe e il deserto, dall’abisso, dalle acque.

Qui la parola del Dio liberatore pone in esistenza il suo popolo liberandolo dalla schiavitù opprimente e dalla morte, esiti del potere e della paura di perderlo.

Il caos è l’altro nome quindi del potere faraonico per il quale i benê yiśrā’ēl non sono i figli amati, non sono conosciuti (v. 8: non conosceva Giuseppe), ma un incubo, una fonte di paura e di instabilità, che dà seguito alla schiavitù, alla violenza, l’ingiustizia, la paura, l’oppressione sotto ogni forma, la persecuzione, la morte.

Il testo ci dà un’informazione preziosa indicando la radice di ogni oppressione, di ogni regime tirannico: la paura che genera il terrore.

E chi ha paura tende ad opprimere l’altro.

Occorre attendere tutta la storia della salvezza perché risuoni il Non temere del Risorto, e perché quell’amore si sostituisca alla paura:

 

Nell’amore non c’è timore,

al contrario l’amore perfetto scaccia il timore,

1Gv 4,18

 

A questo potere, il più grande del mondo antico, il testo biblico oppone l’agire di Dio con i segni della vita scelta, gesti dentro i quali Dio pone in esistenza un popolo:

 

due donne scelgono la vita (le due levatrici, Sifra e Pua: Es 1,15-21),

un uomo della famiglia di Levi andò a prendere in moglie una figlia di Levi (Es 2,1),

una madre concepisce e partorisce un figlio (Es 2,2),

la figlia del Faraone ha compassione di un bimbo straniero (Es 2,6).

 

I gesti dell’umanità più bella e più semplice e più quotidiana sono la base del cammino di liberazione, ne sono addirittura il principio, il luogo dove Dio pronuncia la sua parola di salvezza.

In principio…l’umanità. E l’umanità sia.

 

 

 

Per la preghiera:

 

1) Vi propongo una riflessione/preghiera che aiuti a fissare lo sguardo sul piccolo, sull’individuo, sull’attimo, per cogliere in esso lo specchio delle cose più grandi. Facciamo memoria anche di eventi piccoli, piccoli incontri, piccole parole, che hanno aperto orizzonti più grandi, strade nuove e di tutto rendiamo grazie.

 

Vi scrivo da Nazaret.

Anzi, dal cuore di Nazaret.

Vicino a quel cratere misterioso dove Dio si è fatto uomo e da dove è partito tutto.

 

Assorto dinanzi alla grotta del «sì» di Maria,

scavo con gli occhi  lo spessore del tempo,

nella speranza di poggiare lo sguardo su quella patina di roccia

dove colui che era fin dal principio ha  poggiato i piedi.

 

Ma non riesco a forare  le stratificazioni di venti secoli,

per met­tere a nudo il livello di calpestio dei suoi passi.

Gli archeologi ci sono riusciti. Io no.

E’ un’avventura al limite dell'assurdo, che mette in crisi la mia fede.

 

Perché è difficile che tra quelle pietraie abbia collocato la sua dimora

colui che cavalca i cherubini, e si libra, sulle ali del vento,

e fa delle nubi il suo carro,

e stende il cielo come una tenda,

e costruisce sulle acque la sua dimora...

 

Mi lascio sedurre dalle risonanze dei salmi.

 

Mi accorgo, così, che il problema non è scavalcare a ritroso duemila anni

e raggiungere quel punto zero della storia

che ha registrato il momento dell'incarnazione del Figlio di Dio.

 

Tutto sommato, anche se è da ingenui voler scorgere sui sassi

le impronte digitali di Gesù

o disseppellire i ciottoli sui quali ha im­presso le sue orme

è già una incredibile soddisfazione spirituale

poter contemplare i monti di Galilea, e poter dire:

lo stesso profilo di monti che entra nelle mie pupille è entrato anche nelle pupille di Gesù.

 

Egli ha visto, nelle sue notti insonni, le medesime costellazioni che vedo io stasera.

E come me, anch’egli ha percepito l’acre profumo di pervinca che mi ha perseguitato tutto il giorno. E ha contemplato anche’egli come me, lui con cento presagi, io con mille rimorsi,

gli stami della passiflora.

 

Il problema vero, piuttosto, è coprire la distanza che separa il punto zero

da quel “principio” in cui “era il Verbo” come dice Giovanni.

 

Dov’è questo  “ principio”?

Dove sono i colli eterni da cui Egli è partito?

In quale abisso siderale di luce sprofonda il suo esistere da sempre?

In quali falde misteriose risiedono le sorgenti la cui acqua è venuta a lambire la terra?

E’ proprio su questa battigia desolata?

A quale arcano disegno d’amore ha inteso obbedire quando,

attraversata la compattezza dei secoli dei secoli,

lui, l’increato che i cieli  non possono contenere,

è venuto ad arenarsi in questa insenatura calcarea che stava davanti a me?

Ed è mai pensabile che il disegno universale di salvezza,

scritto sui rotoli di Dio fin dall’eternità,

abbia trovato qui, in questi tuguri di pecorai, il bandolo da cui si è dipanato?

 

Péguy parlava di carnalità della grazia!

E forse devo adattarmi a leggere in questa frase l’unica risposta

capace di placare il tumulto delle mie forsennate domande

 

Carnalità della grazia!

Salvezza che ci raggiunge solo attraverso interstizi di grembi.

Sollecitudini trinitarie che possono farci trasalire mediante sorrisi umani

e inflessioni di parole

e curvature di carezze.

Circuiti celesti d’amore che toccano i nostri corpi terreni

solo per via di lampeggiamenti di occhi,

di fragranze di sudori,

di brividi sulla pelle,

di lacrime sul viso.

 

Sentieri fioriti dell’eterno che, per incrociare l’uomo, si fanno viottole terrene,

e passano dai nostri pozzi,

e si sfilacciano nelle nostre valli,

e si inerpicano sui nostri colli,

e sfiorano le nostre case.

Come questa casupola di Maria, nella quale il respiro di Dio,

prima di farsi rantolo di morente,

si è fatto alito di bambino,

profumato di latte materno e di basilico.

 

Se vuoi essere universale, parlami del tuo villaggio.

Forse, chi ha detto così ha proprio pensato alla Nazaret di Gesù,

questa incredibile concentrazione di povertà,

che ha rivestito del suo dialetto i linguaggi universali di Dio

e ha circoscritto nell’umiltà delle sue saggezze paesane la Sapienza del Verbo.

 

Cari catechisti, finisco qui per non fare naufragio.

Ma se un annuncio di gioia posso darvelo anch’io,

come l’ha dato Gabriele, voglio dirvi così:

Non temete!

Se colui che è da principio non ha disdegnato questi sassi,

non disprezzerà neppure i macigni del vostro povero cuore.

Sappiate offrirglieli, perché stabilisca in mezzo agli uomini il suo domicilio.

 

E continuerà, anche per il vostro “sì”, l’avventura della redenzione.

 

(don Tonino Bello)

 

b) Come seconda proposta, una ricerca del Non temere nella Scrittura (68 versetti).

Guardiamo bene chi pronuncia questa parola, in quale circostanza e per condurre dove.

Consideriamo i luoghi della paura, dove si insinua nelle scelte grandi e piccole, nel discernimento sugli eventi e le persone e chiediamo al Signore di celebrare la pasqua, il passaggio dal timore all’amore in tutte le cose.

 

Per facilità vi offro le citazioni. Sarebbe bene che sceglieste gruppi di libri, per esempio i sapienziali, oppure i cinque libri della Tôrâh, oppure i libri profetici, oppure le citazioni dal Nuovo testamento:

 

Gen 15:1; 21:17; 26:24; 35:17; 46:3;

Dt 10:12; 31:13;

Gs 1:9; 8:1;

Gdc 4:18; 6:10, 23;

Rt 3:11;

1Sam 4:20; 23:17;

2Sam 9:7;

1Re 17:13;

2Re 1:15; 6:16; 19:6;

1Cr 22:13; 28:20;

Sal 49:17; 91:5;

Pr 3:25;

Is 7:4; 10:24; 37:6; 40:9; 41:10, 13f; 43:1, 5; 44:2; 54:4, 14;

Ger 1:8; 30:10; 46:27f;

Lam 3:57;

Dn 10:12, 19;

Gl 2:21;

Sof 3:15f;

Gdt 10:16; 11:1;

Sir 7:35; 22:22; 23:18; 40:7; 41:3;

2Mac 7:29; 8:16; 15:8

 

Mt 1:20;

Mc 5:36;

Lc 1:13, 30; 5:10; 8:50; 12:32;

Gv 12:15;

At 18:9; 27:24;

Ap 1:17;

 

A partire da questi testi o da altri in cui troviamo lo stesso invito, magari sotto la forma del Non temete, e componiamo la nostra preghiera, per noi o per le situazioni, le persone, le comunità che ci sono affidate.