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Lectio06_Esodo di Dio.doc

Sono sceso per liberarlo: l’Esodo di Dio

(Es 3,1-4,17)

Otto azioni di Dio raccontano il suo esodo:

vedere ho visto,

ho ascoltato il pianto,

conosco le sue sofferenze,

sono sceso a liberarlo,

per farlo salire

Ho visto come gli Egiziani opprimono.

ti mando dal Faraone

Mosé esce verso i suoi fratelli.

Il popolo sale verso una terra che Dio gli darà.

Dio scende a liberare il suo popolo

Il movimento di Dio è verticale, dall’alto al basso, dai cieli alla terra. È la forma dell’amore di Dio, lui che è il ponentesi nell’alto a sedere è anche il chinantesi a guardare nei cieli e sulla terra. E al suo movimento discendente corrisponde il salire di chi è piccolo e disprezzato: eglisolleva il misero dal letame, il povero dalla miseria, mette al governo della casa la sterile che non ha figli.

Chi è come il Signore, nostro Dio, che siede nell'alto e si china a guardare sui cieli e sulla terra?

Solleva dalla polvere il debole, dall'immondizia rialza il povero, per farlo sedere tra i prìncipi, tra i prìncipi del suo popolo. Fa abitare nella casa la sterile, come madre gioiosa di figli.

Sal 113,5-9

        Il Dio di Mosé non è affidabile perché sa la strada, perché impone la sua forza o la sua luce, perché tuona per convincere, o perché fa segni potenti davanti al faraone, ma è affidabile perché è un Dio capace di essere accanto al suo popolo, di ascoltarlo, di vedere la sua oppressione, e di scendere per lui.

       Il fuoco che non consuma

Mentre Mosé stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l'Oreb,har hā’ĕlōhîm, ḥōrēḇâh

Es 3,1

Il Mosé che incontra Dio vaga con il gregge di suo suocero madianita, in un paese ancora sconosciuto, e scopre nel deserto un luogo dove Dio gli appare.

Il luogo di questo avvenimento è la montagna di Dio nella terra dei Madianiti. È la terra dei madianiti ed è la montagna di Dio (cfr. Es 18,5).

Così come la terra abitata dai Cananei è la casa di Dio[1].

Sembra quasi che siano luoghi in cammino, luoghi che conducono a scoprire un Dio che pone la sua dimora in ogni lontananza, in ogni terra straniera fino a che la possiamo chiamare casa, luogo in cui siamo attesi, e addirittura luogo da cui trae origine tutto ciò che siamo chiamati ad essere. Dove rinasciamo a quello che siamo.

L’incontro di Mosé con Dio è fatto di una visione e di un ascolto, un’apparizione e una missione a lui affidata.

L'angelo del Signore gli apparve nel cuore di una fiamma, belabbaṯ ’ēš, dal mezzo di un roveto[2]. Egli guardò ed ecco:

il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava, wehassenệh ’ênennû ’ukkāl  Mosè pensò:

"Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo:

perché il roveto non brucia?".

Il Signore vide che si era avvicinato per guardare

Es 3,2-4

La prima parte del racconto è segnata dal verbo vedere, rā’âh, che ricorre nove volte in tutto il capitolo 3. Tre volte è riferito a Mosè e sei a Dio:

v. 2: L'angelo del Signore si fece vedere

(Mosé) guardò

v. 3: Voglio spostarmi a guardare

v. 4: Vide il Signore che (Mosé) si era spostato per guardare

v. 7: Vedere ho visto l’oppressione del mio popolo

v. 9: Ho visto l’oppressione

v. 16: Sono venuto a visitarvi e vedere ciò che viene fatto a voi in Egitto.

Prima ancora di una voce da ascoltare, c’è un luogo da riconoscere, uno spettacolo cui assistere. Siamo chiaramente nell’ambito della visione.

Sembra quasi una visione reciproca:

l’uomo che vede Dio scendere,

Dio che vede l’uomo avvicinarsi.

È così che avviene sempre.

È importante che prima ancora  di ogni obiezione e fragilità, di ogni resistenza, di ogni balbuzie, Mosé è il riconoscitore, il visionario, di uno spettacolo più grande, non misurabile né dalla sua esperienza, né dalla sua fragilità.

Mosé è colui che è disposto a vedere quello che Dio fa, nella consapevolezza della propria fragilità naturalmente, ma nella consegna a qualcosa che non possiede e non può misurare.

La parola ebraica per roveto senệh, che qui viene usata, è la designazione, nota a molte lingue semitiche, di un determinato arbusto spinoso, e in arabo nella forma sin a significare precisamente il cespuglio spinoso della Cassia Obovata che oggi si trova in Palestina nei dintorni del Mar Morto.

C’è un gioco di parole tra Sinai sînay e senệh, che i rabbini ci aiutano a notare: quest’esperienza di Mosé è un preludio della successiva grande teofania sul Sinai caratterizzata anch’essa dal fenomeno del fuoco.

Dio ha scelto un simbolo per rivelarsi a Mosé: una fiamma in mezzo a un roveto che non si consuma. Nel Deuteronomio, alla fine del cammino esodico troviamo scritto:

Il Signore, tuo Dio, è fuoco divoratore, un Dio geloso.

Dt 4,24

Se Dio è un fuoco divoratore, ’ēš ’oḵlâh, egli sceglie qui di essere fuoco che non consuma, ma che avvolge il roveto con la sua luce.

Una fiamma che non distrugge, non consuma, non brucia, ma illumina, cioè parla.

Nel racconto della creazione il vento di Dio, il vento impetuoso si trattiene, riduce la sua potenza. Dio acquieta la sua potenza e ne fa parola: Dio disse. Dio è un Dio che contiene la propria potenza e la trasforma, la investe, la impegna in una parola efficace, creatrice:

Sia luce

yehî ’ôr

Questa espressione gioca solo con le aspirazioni e con vocali. Un vento di tempesta che sconvolge l’abisso e pian piano si acquieta e diventa una parola appena articolata, una parola che è luce, che illumina le cose.

Rinunciare alla forza è divenire parola, anche per l’uomo che è immagine e somiglianza sua. Come ha fatto Dio così farà Mosè: Dio gli darà la parola e non la spada per andare dal Faraone, la parola e solo la parola per far diventare gli israeliti il popolo di Dio.

Il roveto avvolto dal fuoco è Dio che si fa un tutt’uno con il suo popolo.

Ecco qui Dio e il popolo uniti insieme nell'ardente roveto!

È il roveto la piccola e modesta pianticella, è il roveto l'immagine della umile condizione di Israele in Egitto; un fuoco circonda ed avvolge questo roveto che è Israele: è il fuoco di Dio che non consuma e non distrugge, ma anzi riscalda, illumina e infiamma alle cose sacre; Dio avvolge il roveto col suo amore inestinguibile perché è vicino a Israele nell'ora della sventura, gli è vicino a sicura garanzia di salvezza e di protezione.

Rav R. Pacifici

Sia la parola che la visione dicono il coinvolgimento di Dio con la storia del suo popolo.

In mezzo a un roveto.

E non in un altro albero, perché è scritto:

Io sono con lui nella sventura.

Rashi

Dal cuore della fiamma che avvolge il roveto la voce arriva al cuore della storia di un popolo; come nel cuore del roveto, così egli abita la storia individuale e comunitaria dell’uomo.

Nel cuore, dal cuore della storia Dio parla.

Il Dio d’Israele non è un Dio degli spazi, è un Dio della storia,

un Dio che si conosce nella relazione personale con lui,

nel coinvolgimento dell’intera esistenza con la sua volontà salvifica,

è il Dio che si trova nella relazione con il suo popolo:

questo è l’inizio dell’esodo simboleggiato nella fiamma che avvolge e custodisce il roveto, e questo è il compimento dell’esodo, il tempio, cioè il luogo dove Israele si consegna al suo Dio nell’offerta e nella lode e dove Dio è colui che dimora in mezzo al suo popolo.

È questa la vera terra promessa: l’Amore che ha scelto di abitare con noi.

Il roveto è la dimora dell’Altissimo, al punto che si potrà dire che Dio è

Colui che abita nel roveto, šōḵnî senệh

Dt 33,16

Il Dio nel quale Israele crede è un Dio che si è manifestato nel roveto, la cui piccola dimora è questo roveto spinoso.

E questo segno diventa talmente grande che nella tradizione cristiana il roveto ardente è diventato simbolo di Maria stessa, il roveto ardente che porta nel grembo il Figlio di Dio.

Il roveto diventa il luogo della rivelazione di un amore,

il deserto diviene una terra Santa.

La terra santa

Davanti a Dio non si tratta di capire, ma si tratta di adorare ed è anzi attraverso l’adorazione  che si potrà capire.

In Gs 5,15, mentre il popolo di Israele che ha attraversato il Giordano sta davanti a Gerico e si appresta a entrare in guerra per conquistare la terra, Giosuè improvvisamente si trova di fronte a un guerriero che gli dice:

Il capo dell'esercito del Signore rispose a Giosuè:

«Togli dai piedi i sandali, perché questo luogo dove stai è santo».

Giosuè obbedì prontamente.

Quindi tutto il racconto  dell’Es, da prima dell’uscita dall’Egitto fino all’ingresso nella Terra Santa a Gerico, è compreso tra questi due  ordini di adorare.

Tutto l’Esodo diventa in qualche modo il contenuto dell’adorazione di Israele.

Dio gridò a lui dal roveto: "Mosé, Mosé!".

Rispose: "Eccomi!".

Riprese: "Non avvicinarti oltre!

Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!".

Es 3,4b-5

Questo luogo è un luogo santo e si può calpestare soltanto a piedi nudi.

Alcuni passi occorre farli a piedi scalzi, aderendo alla via, facendo esperienza della strada.

Mosé si toglie i calzari ed entra in una terra Santa cioè nella stessa orbita del fuoco e del roveto.

I suoi primi passi sono nello stesso spazio che Dio ha scelto, sono nello spazio della scelta di Dio di diventare uno con il suo popolo.

Egli si muoverà su questa dimensione, sulla strada cioè che Dio ha scelto, quella di essere per il suo popolo. Tutto di Mosé condurrà su questa strada.

Mosé muove i suoi primi passi nello spazio di Dio che scende per avvolgere di amore il suo popolo.

Sono passi incerti, guidati da un altro, passi di chi si affida, passi che non si impongono passi di chi cammina in una terra mai conosciuta.

Entra scalzo in uno spazio non suo, ma che lo fa suo.

Entra senza imporre il suo passo, ma lasciando che sia la voce, il fuoco del roveto a illuminare la via.

È molto diverso da quanto accaduto in Egitto.

Mosé ora non si muove più per il suo istinto di giustizia o di salvezza, ma perché lo chiama Dio.

Non basta quello che abbiamo nel cuore, anche se Dio si appoggia sul bene del nostro cuore: la via è di un Altro le parole e gesti sono di un Altro, la speranza è di un Altro un Altro cui ci affidiamo ancora e sempre insicuri, inadeguati, balbuzienti, ma scelti e amati.

Non siamo noi a sposare il nostro popolo, la nostra gente:

è Dio che vede, ascolta, scende, si ricorda della sua alleanza e ogni consacrazione alla missione è solo sequela di un amore altro che per primo ha scelto di dare se stesso.

Di quel dono lì e solo di quel dono Mosè è mediazione, memoria e sacramento.

Il Dio dei padri

E disse:

"Io sono il Dio di tuo padre,

il Dio di Abramo,

il Dio di Isacco,

il Dio di Giacobbe".

Mosé allora si coprì il volto,

perché aveva paura di guardare verso Dio.

Es 3,6

In questa autopresentazione di Dio viene restituita una storia: egli è un Dio da ritrovare nella storia, nei nostri padri, nella memoria di ciò che è stato: egli è un Dio che c’è sempre stato.

Quello che dice di sé è una novità già detta nella storia dei nostri padri.

Per cui non si tratta di conoscere, ma di riconoscere colui che ha già parlato, che già ha visto, che già ha udito nella storia dei nostri padri.

E questo è una forza: la forza della memoria che scatena la profezia, la forza della memoria che sa e quindi crede.

Troviamo quest’esperienza anche nei Vangeli. L’inizio del Vangelo di Marco, del Vangelo che è Gesù, il Cristo, il figlio di Dio, è subito richiamato dalla parola antica: come sta scritto.

Una novità, una nuova creazione che è già stata annunciata, preparata, già in opera nella storia che ci ha preceduto.

Anche il Vangelo di Matteo inizia con le generazioni e così anche il Vangelo di Luca: un’esperienza, quella della salvezza ricevuta consegnata da padre a figlio, di generazione in generazione.

È il Dio che c’è da sempre, il Dio del presente: Io-sono l’Accanto-a-te, da sempre, il Dio che adesso scende.

È il Dio che ci sarà, farà uscire dalla umiliazione: colpirà l’Egitto.

"Io so che il re d'Egitto non vi permetterà di partire, se non con l'intervento di una mano forte. 20Stenderò dunque la mano e colpirò l'Egitto con tutti i prodigi che opererò in mezzo ad esso, dopo di che egli vi lascerà andare. 21Farò sì che questo popolo trovi grazia agli occhi degli Egiziani: quando partirete, non ve ne andrete a mani vuote. 22Ogni donna domanderà alla sua vicina e all'inquilina della sua casa oggetti d'argento e oggetti d'oro e vesti; li farete portare ai vostri figli e alle vostre figlie e spoglierete l'Egitto".

Es 3,19-22

Un profeta come Mosé

Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè, che il Signore conosceva faccia a faccia,

Dt 34,10

Perché Dio gli parla da sveglio, non in sogno come Giuseppe, in visione come ad Abramo o a Giacobbe.

E non in termini dubbi.

Alla visione segue il mandato.

Mosé è inviato come messaggero di Dio a Israele: egli deve annunciare la liberazione e portar fuori dall’Egitto il popolo di Dio.  

Egli è mediatore e profeta, con la differenza che mentre i profeti annunciano un giudizio imminente di Dio, egli annuncia un’opera salvifica di Dio a favore del suo popolo

È interessante cogliere l’importanza della mediazione:

la mediazione della fiamma e del roveto, del messaggero e della voce, della parola, di Mosé.

Credere alla mediazione dei sensi,

credere alla mediazione dell’uomo:

l’esodo è possibile solo dentro questa possibilità di credere a un Dio che si riduce in ciò che noi vediamo e ascoltiamo di lui, e in ciò che di lui ci trasmette un uomo.

Mosé è un inviato: sette volte in sei versetti si afferma che Dio manda Mosé, adoperando lo stesso verbo, šālaḥ che più tardi anche i profeti useranno per caratterizzare la loro missione (cfr. Ger 26,12.15).

3,10: E ora va’: ti invio dal faraone,

3,12: Io ti ho inviato,

3,13: Il Dio dei vostri padri mi ha inviato a voi

3,14: Io sono mi ha inviato a voi

3,15: Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe mi ha inviato a voi.

4,13: Manda chi vuoi mandare

È importante questa sottolineatura, questa ripetizione del testo perché ci indica qual è la forza che sostiene una missione ed è molto importante sapere che Dio è l’origine di tutto.

È un’obbedienza a Dio e quindi vuol dire che la possibilità di realizzarla non dipende dalle circostanze, ma dalla libera volontà di Dio, dall’aver compreso questa volontà e ad essa essersi consegnati: questa volontà è il fondamento del successo della missione.

A Mosé viene dato l’ordine di portar fuori, far uscire, yāṣâ’, Israele dall’Egitto,

3,10: ti mando per far uscire il mio popolo,

3,11: Chi sono io…per far uscire i figli d’Israele…

3,12: quando avrai fatto uscire il popolo dall'Egitto...

ma è anche lo stesso Signore che vuole far salire,‘ālâh, Israele verso una terra buona e bella:

v. 8: farlo salire da quella terra a una terra buona e vasta…,

v. 17: vi faccio saliredall'oppressione dell'Egitto alla terra del Cananeo, dell'Hittita, dell'Amorreo, del Perizzita, dell'Eveo, del Gebuseo, alla terra dove scorre latte e miele".

Dio è l’artefice dell’esodo, è lui che ha condotto Israele fuori dall’Egitto, ma Mosé è strumento dell’opera di Dio in questa liberazione, uno strumento fragile e dubbioso e Dio si prende cura di lui, lo chiama, gli parla, gli dà il bastone, il segno della guarigione, la parola e la voce, un fratello.

Le cinque obiezioni di Mosè

        Le obiezioni che Mosè pone alla missione affidatagli da Dio sono causa di passaggi importanti, di doni nuovi, occasioni di crescita nella fede e nella conoscenza di sé, sono percorsi di liberazione necessari per chi è chiamato a essere il liberatore.

La prima obiezione

Mosè disse a Dio:

«Chi sono io, perché vada dal faraone e faccia uscire i figli d'Israele dall'Egitto?».  

Rispose: «Io sarò con te, e questo è il segno che io ti ho inviato:

quando avrai fatto uscire il popolo dall'Egitto, servirete Dio su questo monte».

Es 3,11-12  

Chi sono io?

Io sarò con te.

Interessante questo cercare nella propria identità le ragioni che si trovano nell’identità di un altro.

È quasi come voler cercare dentro di sé il principe capace di condurre un popolo, mentre invece occorre scoprire di chi si è servo, chi è il suo Signore.

Mosè è colui con il quale Dio è.

Rashi, grande esegeta ebreo medievale, divide la domanda di Mosè in due parti:

E disse Moshe’ a D.: ‘Chi sono proprio io da andare dal Faraone e sì che faccia uscire i figli d’Israele dall’Egitto?" (Es 3,11)

“Chi sono proprio io: Che importanza ho da poter parlare con i re?

e sì che faccia uscire i figli d’Israele dall’Egitto: Ed anche se io fossi importante, per cosa hanno meritato Israele che gli si faccia un miracolo e li si faccia uscire dall’Egitto?”

Secondo questo commento Mosé si preoccupa di ricercare le cause per le quali il popolo abbia meritato la redenzione, mentre Dio si occupa dello scopo. La redenzione avviene non perché ci siano dei meriti, ma in vista dello scopo: servirete Dio su questo monte, per ricevere la liberazione, la rivelazione di Dio sul Sinai, e il dono della Tôrâh.

Il motivo della redenzione non è dietro l’uomo è davanti: è poter conoscere un amore da uomini liberi, è conoscere di essere oggetto della cura di Dio.

È interessante mettere a confronto i gesti di Yôḵeḇeḏ nei confronti del suo piccolo Mosè con i gesti di Dio nei confronti del suo popolo, entrambi gesti che raccontano un amore materno:

2 La donna concepì e partorì un figlio:

vide che era bello e lo nascose per tre mesi. 3 Ma non potendolo più tenere nascosto, prese una cesta di papiro, la cosparse di bitume e pece, vi mise il bambino, e lo pose nel canneto sulla riva del fiume. …La donna prese il bambino e lo allattò.

Es 2,2-3.9  

Parte del Signore è il suo popolo, Giacobbe è porzione della sua eredità.  

10Lo trova nella terra del deserto, nel disordine urlante delle solitudini; lo circonda, lo alleva, lo custodisce come la pupilla dei suoi occhi. 11 Come un'aquila incita la sua nidiata e aleggia sopra i suoi piccoli, egli spiega le ali, lo prende e lo porta sulle sue penne.  12 Il Signore è solo a condurlo, non c'è con lui dio straniero.  

13Lo fa cavalcare sulle alture della terra, gli fa mangiare i prodotti dei campi, gli fa succhiare il miele della roccia e l'olio dalla pietra di silice, 14 latte cagliato di vacca e latte di pecora, col grasso degli agnelli, gli arieti di Basan e capri, con la polpa del frumento, e il sangue del grappolo, che bevi spumeggiante.

Dt 32,9-14  

Il libro dell’Esodo non racconta solo la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, ma anche il dono della Legge sul Sinai e l’entrata nella terra promessa, luogo nel quale si compie il cammino esodico.

Lo scopo dell’esodo è il dono della terra, il paese bello e spazioso, dove scorre latte e miele.

Non basta venir via dall’Egitto, ma il testo scritturistico si domanda che cosa succede quando qualcuno diventa libero, come gestisce questa libertà, dove lo porta. La redenzione non è fine a se stessa, ma è piuttosto la condizione indispensabile per l’accoglienza del dono della Parola che Dio farà sul Sinai.

L’esodo è venir via da una schiavitù per acquisire da liberi la rivelazione di un amore e poter vivere secondo questo dono.

La liberazione è in funzione dell’amore perché l’amore di per se stesso è tale solo in un contesto di libertà.

La seconda obiezione

Mosè disse a Dio:

"Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: ‘Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi’.

Mi diranno: ‘Qual è il suo nome?’ E io che cosa risponderò loro?".

14Dio disse a Mosè: "Io sono colui che sono!". E aggiunse: "Così dirai agli Israeliti: "Io-Sono mi ha mandato a voi"". 15Dio disse ancora a Mosè: "Dirai agli Israeliti:

"Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi". Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione.

Es 3,13-15

Abbiamo già visto nella prima lectio del nostro percorso, cui vi rimando, il significato del tetragramma, del nome di Dio.

Egli è il Ci-sono, l’Accanto-a-te.

Egli è un Dio che provoca la vita e la libertà, che crea, segna cammini di liberazione e di redenzione.

Qui voglio sottolineare che questo nome può essere declinato anche al futuro:

sarò quel che sarò

Quello che Dio è qui sarà per sempre.

Io sarò quel che sarò qui, sottolineano i rabbini. Da quello che avviene qui noi conosciamo quello che sarà per sempre: il Dio che è con il suo popolo in ogni esperienza di sofferenza, schiavitù, l’esilio.

Occorrerà sempre tornare alla notte di Pasqua ad ogni generazione per ricordare come Dio agisce, per riconoscere i segni della vita, la strada che ci conduce al Monte dove lo serviremo da uomini liberi.

È la Pasqua a misurare la storia e non il contrario,

è la Pasqua il fondamento della speranza di oggi.

Quello che Dio ha fatto nell’esodo per il suo popolo lo farà per sempre

La terza obiezione

Mosè replicò dicendo: "Ecco, non mi crederanno, non daranno ascolto alla mia voce, ma diranno: "Non ti è apparso il Signore!"".

Il Signore gli disse: "Che cosa hai in mano?". Rispose: "Un bastone". Riprese: "Gettalo a terra!".

Lo gettò a terra e il bastone diventò un serpente, davanti al quale Mosè si mise a fuggire. Il Signore disse a Mosè: "Stendi la mano e prendilo per la coda!". Stese la mano, lo prese e diventò di nuovo un bastone nella sua mano. "Questo perché credano che ti è apparso il Signore, Dio dei loro padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe".

Il Signore gli disse ancora: "Introduci la mano nel seno!". Egli si mise in seno la mano e poi la ritirò: ecco, la sua mano era diventata lebbrosa, bianca come la neve. Egli disse: "Rimetti la mano nel seno!". Rimise in seno la mano e la tirò fuori: ecco, era tornata come il resto della sua carne. "Dunque se non ti credono e non danno retta alla voce del primo segno, crederanno alla voce del secondo! Se non crederanno neppure a questi due segni e non daranno ascolto alla tua voce, prenderai acqua del Nilo e la verserai sulla terra asciutta: l'acqua che avrai preso dal Nilo diventerà sangue sulla terra asciutta".

Es 4,1-9

Alla terza obiezione di Mosè,  non mi crederanno e non daranno ascolto alla mia voce, Dio mostra due segni: il serpente e la mano lebbrosa.

Prendere il serpente trasformandolo nel bastone, mettere in seno la mano perché ritorni sana.

Mosè è colui che Dio ha scelto per  trasformare l’istinto del male che abita nel cuore dell’uomo nell’adesione a Dio nella sua Tôrâh, nei suoi comandamenti.

Mosé è colui che darà la Tôrâh al popolo che permette di passare dall’istinto del male alla relazione con Dio, dalla lebbra alla sanità: lui farà passare il suo popolo dal male al bene, dalla morte alla vita insegnando al suo popolo la legge di Dio.

Dal serpente al bastone, dal male all’obbedienza alla sua parola.

La quarta obiezione

Mosè disse al Signore: "Perdona, Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono stato né ieri né ieri l'altro e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua".11Il Signore replicò: "Chi ha dato una bocca all'uomo o chi lo rende muto o sordo, veggente o cieco? Non sono forse io, il Signore? 12Ora va'! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire".

Es 4,10-12

Sembra quasi un’accusa a Dio stesso, che ha fatto male Mosé fino al punto che non sa parlare. In realtà Dio ha preparato la bocca di Mosé  in tal modo che possa essere realmente adatta a quello che deve fare.

Mosé non sa parlare e il suo mandato è di parlare.

Parlare al popolo

parlare al faraone

parlare con Dio faccia a faccia.

Tutto avviene attraverso la parola che lotta, convince, apre, mette in cammino, incontra.

Una parola da dire e da ascoltare e questa parola è creazione di Dio.

È parola data da lui, ricevuta interamente da lui.

Il Signore che fa uscire il suo popolo dall’Egitto è il creatore del cielo e della terra. Colui che ha dato origine a ogni cosa saprà trovare la via per il suo popolo e la parola per il suo mediatore, colui che chiama l’uomo saprà dargli quanto è necessario per l’adempimento del compito affidatogli: in questo caso la dottrina, la sapienza di ciò che dovrà dire nel momento decisivo.

Anche questo aspetto richiama alla memoria i profeti che in generale non avevano pronto il contenuto del loro messaggio, ma di volta in volta ricevevano la parola che dovevano pronunciare (cfr. Ger 28,11 ss)

Mosé non è chiamato a dire la sua parola: se fosse un  buon parlatore direbbe quel che vuole, perché  non avrebbe problemi di lingua. Invece se  non è un buon parlatore, non potrà dire che le parole che gli sono dette da Dio.

Quindi proprio perché è impacciato di bocca  Mosè potrà diventare un vero portavoce della parola stessa di Dio.

Questo è il vero profeta: quello che non dice la sua parola,  ma che è strumento attraverso cui Dio può dire la sua Parola. Un pensiero che trova compimento in Gesù che non dice le sue parole, ma quelle che ha ricevute dal Padre:  

Le parole che mi hai dato io le ho date a loro

Gv 17,8

La quinta obiezione

Mosè disse: "Perdona, Signore, manda chi vuoi mandare!".

14Allora la collera del Signore si accese contro Mosè e gli disse: "Non vi è forse tuo fratello Aronne, il levita? Io so che lui sa parlare bene. Anzi, sta venendoti incontro. Ti vedrà e gioirà in cuor suo. 15Tu gli parlerai e porrai le parole sulla sua bocca e io sarò con la tua e la sua bocca e vi insegnerò quello che dovrete fare. 16Parlerà lui al popolo per te: egli sarà la tua bocca e tu farai per lui le veci di Dio (lett.: e tu sarai per lui Dio.) . 17Terrai in mano questo bastone: con esso tu compirai i segni".

Es 4,13-17

È strano che pur dopo tutte le assicurazioni, Mosè continui a resistere a Dio.

Ma non si può rifiutare la vocazione, perché la volontà di Dio è ciò che di più profondo desidera la nostra volontà.

La via per imparare questo però è l’obbedienza.

Se c’è una violenza di Dio è perché ci vuole liberi, ci vuole noi stessi.

Così come Mosè imparerà obbedendo, perché costretto, cos’è la vera libertà, così anche Israele imparerà che la salvezza è liberazione dall’Egitto, ma per servire Dio, il quale è là dove si trova la vera libertà.

Se è strano che Mosè continui a resistere è ancora più strano che Dio non si allontani da chi continua a porre davanti a lui il proprio limite.

Dio esiste nella relazione con l’uomo, con l’essere umano al quale si vuol comunicare. Fin dall’inizio  è “Emmanuele”, come lo chiamerà il profeta Isaia, e come verrà riproposto all’inizio del Vangelo di Matteo, quando si parlerà di Gesù come quello che manifesta il Dio con noi.

Questo qualcuno con cui Dio sta, è sempre implicato nella manifestazione di Dio e questa relazione è la vocazione  di ogni essere umano: essere il segno, la manifestazione che Dio è con noi.

La vocazione non è soltanto il fatto che Dio manda qualcuno a fare qualcosa, ma è il rapporto che Dio crea con un uomo perché questo uomo o questa donna diventi il segno, manifestazione del Dio nel quale si crede.

La vocazione è il momento in cui Dio non soltanto entra in rapporto con qualcuno, ma è il momento in cui Dio si consegna a qualcuno perché possa essere conosciuto dagli altri.

Egli si consegna alla nostra debolezza per manifestare la sua potenza.

La potenza di Dio è consegnata alla nostra debolezza.

Dio si consegna a colui che lui stesso ha reso autorevole.

Dio in qualche modo è costretto a farci forza, però il paradosso è che quando noi tocchiamo l’assoluta inadeguatezza a quanto ci chiede, Lui si mette nelle nostre mani, nella nostra bocca, si appoggia sul bene del nostro cuore, sulla nostra intelligenza e volontà, sui nostri piedi, e accetta le conseguenze della scelta che ha fatto.

Dio vede e conosce la sofferenza dei suoi miseri e si affida un uomo per liberarli.

A questa obiezione il Signore risponde con il dono di se stesso e con il dono del fratello: Aronne gioisce di Mosè nel suo cuore e gli viene incontro.

Mosé era uscito verso i suoi fratelli.

Ora il fratello gli viene dato in dono e il loro sorriso è il punto di partenza della  redenzione.

Secondo la tradizione rabbinica, la preghiera finale di Mosé, manda Chi vuoi mandare, è la richiesta a Dio perché mandi Colui che è l’atteso delle genti, il Messia.

Mi piace che questo incontro tra il Signore e Mosé, il primo, si concluda con la preghiera che venga il Messia, con questo Maranathà dell’Antico Testamento.

Noi, fatti roveto

Nel roveto c’è il fuoco.

Un fuoco che parla.

Esso brucia, ma senza consumare, cioè, senza arrivare al compimento.

Quello che rivela il roveto è rivelato dal Figlio.

Mosè ed Elia parlavano del suo esodo, che si sarebbe compiuto a Gerusalemme[3].

Lì il roveto si consuma,

l’olocausto viene bruciato,

il sacrificio viene mangiato, nel Figlio.

Il roveto si consuma nel dono della Sua vita.

Dio ode il grido perché è il grido del Figlio[4].

Ho udito, sono sceso. Questo roveto conosce il dolore[5]

E il Padre ode la Sua voce.

L’amore vede il Figlio, ascolta il dolore dell’uomo dei dolori.

E scende a liberarlo.

Il Servo è cresciuto come una radice in terra arida, un roveto nel deserto.

E davanti all’Uomo dei Dolori ci si copre la faccia[6],  come Mosè davanti al roveto.

Noi lo giudicavamo percosso da Dio, umiliato[7]

All’alba del giorno che risplende per sempre nelle tenebre, il volto non si copre più

e si volge di nuovo verso Dio non più nel deserto, ma in un giardino[8], nel giardino ritrovato[9], quello del principio di tutte le cose, quello dove abita l’uomo nuovo, rifatto a immagine e somiglianza del Figlio[10] e il roveto arde per sempre nel cuore di chi ha incontrato il risorto, lungo la via, lungo la vita.[11]

Il roveto ardente ora è la Parola che arde nel cuore.

Cuore del profeta che arde di un fuoco incontenibile[12].

Cuore del discepolo che arde della Parola della Pasqua.

Non più Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, ma Dio mio e Dio vostro, Padre mio e Padre vostro[13].

Da Mosè, che crede nella possibilità di essere liberi a Maria, l’esperienza amante dell’amore che vince la morte.

Quelle cose che orecchio non udì e occhio non ha visto, queste sono rivelate a coloro che lo amano[14]

Stare davanti al roveto,

e ascoltare la sua voce,

e riconoscerci suoi[15],

vuol dire stare davanti all’amore crocifisso e lì ascoltare la Parola che ci manda all’incontro, che ci fa amanti, e capaci di essere liberi nel dare la vita come Lui.

Indicazioni per la preghiera

Evidentemente non ho potuto spezzare il testo in due lectio distinte perché è bene cogliere l’insieme. Ma per il lavoro personale consideriamo questo testo in due parti, da approfondire in due mesi diversi:

a) il racconto della teofania,

  • Il fuoco che non consuma
  • La terra santa
  • Il Dio dei padri

b) il racconto della missione

- un profeta come Mosè

- le cinque obiezioni di Mosè

L’ultimo capitolo, (noi fatti roveto), è una contemplazione che richiama sia la prima parte che la seconda.

Per la riflessione, il materiale è talmente vasto che potete soffermarvi con abbondanza su qualsiasi capitolo, ma inviterei soprattutto a stare su due sottolineature,

Per la prima parte:

  1. Il Dio che abbiamo veduto con i nostri occhi

Questo testo è sicuramente un’occasione per poter ritornare a quello che abbiamo visto e udito, quello che le nostre mani hanno toccato, per ritornare a quella visione e a quell’ascolto che hanno segnato i nostri primi passi nella vocazione.

Un elemento importante della vocazione di Mosè è la visione, prima ancora dell’ascolto.

Quello che abbiamo visto di Dio: chi è il Dio che abbiamo visto e quello che continuiamo a vedere. Ci sono luoghi personali per ciascuno, luoghi di riconoscimento di una presenza, di una Parola: identifichiamo e chiamiamo per nome questi luoghi che si fanno vedere per noi e ci raccontano chi è Dio. È importante capire che cosa sono abilitati a vedere i nostri occhi perché impariamo così a cosa siamo chiamati.

Per la seconda parte

  1. le nostre obiezioni come cammini di liberazione

Potremmo qui fare un lavoro di attenzione sulle fragilità e l’inadeguatezza che poniamo di fronte a Dio per cogliere quali sono i doni che ad essa vengono dati, i punti di forza che trasformano la resistenza in consegna.


[1] Cfr. Gen 12,6-7.

[2] Il testo ebraico dice “in mezzoalroveto”, come se questo fosse già conosciuto da tutta l’eternità.

[3]Lc 9,30-31 Ed ecco due uomini venire a parlare con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella loro gloria, e parlavano del suo esodo che stava per compiersi a Gerusalemme.

[4]Mt 27,50 Ma Gesù emise di nuovo un forte grido ed esalò lo spirito. Cfr. anche Mc 15,37.

[5]Is 53,3 Uomo dei dolori che conosce il patire.

[6]Is 53,3 Disprezzato, ripudiato dagli uomini, uomo dei dolori, conoscitore della sofferenza, simile a uno davanti al quale ci si copre la faccia, disprezzato, sì che non ne facemmo alcun caso.

[7]Is 53,4 Eppure, egli portò le nostre infermità, e si addossò i nostri dolori. Noi lo ritenemmo come un castigato, un percosso da Dio e umiliato.

[8]Gv 20,13-16 «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l'abbiano posto». Detto ciò, si voltò indietro, e vide Gesù che stava lì, ma non sapeva che era Gesù. Egli le disse: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Quella, pensando che fosse l'ortolano, rispose: «Signore, se lo hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo». Le disse Gesù: «Maria!». Quella, voltatasi, gli disse in ebraico: «Rabbunì!» (che significa «maestro»).

[9]Gen 2,8 Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva modellato.

[10]1Cor 15,22 come tutti muoiono in Adamo, così tutti saranno vivificati in Cristo.

[11]Lc 24,32 Si dissero allora l'un l'altro: «Non ardeva forse il nostro cuore quando egli, lungo la via, ci parlava e ci spiegava le Scritture?».

[12]Ger 20,9 Perciò pensavo: «Non voglio ricordarlo e non parlerò più in suo nome!». Ma ci fu nel mio cuore come un fuoco divampante compresso nelle mie ossa; cercavo di contenerlo, ma non ci riuscii.

[13]Gv 20,17 Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre. Va' piuttosto dai miei fratelli e di loro: "Salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro"».

[14]1Cor 2,9.

[15]Gv 10,2-4 Chi invece entra per la porta è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre, le pecore ascoltano la sua voce e chiama le proprie pecore per nome e le fa uscire. Quando ha spinto fuori tutte le proprie, cammina davanti a loro e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce.