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Sposo di sangue


Es 4,18-26

 

Mosè partì, tornò da Ietro suo suocero e gli disse: "Lasciami andare, ti prego: voglio tornare dai miei fratelli che sono in Egitto, per vedere se sono ancora vivi!". Ietro rispose a Mosè: "Va' in pace!".

19Il Signore disse a Mosè in Madian: "Va', torna in Egitto, perché sono morti quanti insidiavano la tua vita!". 20Mosè prese la moglie e i figli, li fece salire sull'asino e tornò nella terra d'Egitto. E Mosè prese in mano il bastone di Dio.

21Il Signore disse a Mosè: "Mentre parti per tornare in Egitto, bada a tutti i prodigi che ti ho messi in mano: tu li compirai davanti al faraone, ma io indurirò il suo cuore ed egli non lascerà partire il popolo. 22Allora tu dirai al faraone: "Così dice il Signore: Israele è il mio figlio primogenito. 23Io ti avevo detto: lascia partire il mio figlio perché mi serva! Ma tu hai rifiutato di lasciarlo partire: ecco, io farò morire il tuo figlio primogenito!"".


Israele, mio figlio primogenito


Mosè parte per tornare in Egitto e confrontarsi con il faraone, a nome del Dio degli oppressi, del Dio della storia, del Dio riscattatore del suo popolo che interviene a suo favore togliendolo dall’oppressione.
Qui Dio chiama Israele il suo figlio primogenito.
Redentore, padre, sposo nei profeti: Dio si lega sempre di più e sempre più strettamente all’uomo, al suo popolo, fino al grande evento dell’incarnazione.
Significativo che il v. 20 è preso da Mt per Gesù, il nuovo e definitivo Mosè :


Va', torna in Egitto, perché sono morti quanti insidiavano la tua vita!


"Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va' nella terra d'Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino".
Mt 2,20


La paternità di Dio non è rivelata quindi dal Nuovo Testamento, come si crede erroneamente, ma è già presente nell’Antico. Il Nuovo Testamento collocherà l’essere figli in Cristo, ma già qui Israele è figlio, già qui è la prima rivelazione di questo rapporto filiale che si ripeterà ancora nella Scrittura, soprattutto nei profeti:
Ma, Signore, tu sei nostro padre;
noi siamo argilla e tu colui che ci plasma,
tutti noi siamo opera delle tue mani.
Is 64,7


Perché così dice il Signore:
"Ecco, io farò scorrere verso di essa,
come un fiume, la pace;
come un torrente in piena, la gloria delle genti.
Voi sarete allattati e portati in braccio,
e sulle ginocchia sarete accarezzati.
Come una madre consola un figlio,
così io vi consolerò;
a Gerusalemme sarete consolati.
Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore,
le vostre ossa saranno rigogliose come l'erba.
Is 66,12-14


Io pensavo:
"Come vorrei considerarti tra i miei figli
e darti una terra invidiabile,
un'eredità che sia l'ornamento più prezioso delle genti!".
Io pensavo: "Voi mi chiamerete: Padre mio,
e non tralascerete di seguirmi...
Ritornate, figli traviati,
io risanerò le vostre ribellioni".
Ger 3,19.22


Quando Israele era fanciullo,
io l'ho amato
e dall'Egitto ho chiamato mio figlio.
Os 11,1


Il figlio onora suo padre e il servo rispetta il suo padrone.
Se io sono padre, dov'è l'onore che mi spetta?
Se sono il padrone, dov'è il timore di me?
Dice il Signore degli eserciti
Ml 1,6


Anche l’alleanza userà questa formula della filialità nella promessa a Davide di un suo discendente che sarà figlio primogenito di Dio, cioè re Messia, in un testo bellissimo:

Quando i tuoi giorni saranno compiuti
e te ne andrai con i tuoi padri,
io susciterò un tuo discendente dopo di te,
uno dei tuoi figli, e renderò stabile il suo regno.
Egli mi edificherà una casa
e io renderò stabile il suo trono per sempre.
Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio;
non ritirerò da lui il mio amore,
come l'ho ritirato dal tuo predecessore.
Io lo farò stare saldo per sempre nella mia casa e nel mio regno;
il suo trono sarà reso stabile per sempre.
1Cr 17,11-14


Parlando di figlio primogenito e non unico, l’elezione di Israele viene qui espressa in un modo che non esclude la salvezza degli altri popoli. Essa è inclusiva degli altri popoli.
L’elezione non è un privilegio, ma una porta aperta, un dono dato perché Dio sia accessibile a tutte le genti. Quanto accadrà nell’Esodo sarà un annuncio per tutti e per tutti i tempi.


L’aggressione di Dio


24Mentre era in viaggio, nel luogo dove pernottava,

il Signore lo affrontò e cercò di farlo morire.
25Allora Sipporà prese una selce tagliente,
recise il prepuzio al figlio e con quello gli toccò i piedi e disse:

"Tu sei per me uno sposo di sangue".
26Allora il Signore si ritirò da lui.
Ella aveva detto "sposo di sangue" a motivo della circoncisione.


Uno stranissimo episodio di difficile interpretazione.
Dio incontra, wayyifḡešēhû, Mosè in un termine che evoca intimità e amicizia insieme a ostilità:
lo incontra come si incontra Giacobbe con Esaù[1],
come Aronne incontrerà subito dopo suo fratello Mosè[2],
come si abbracciano misericordia e fedeltà[3].
Ma è anche l’aggressione dell’orsa privata dei cuccioli[4],
l’incappare dei sapienti nella notte[5]


È comunque un incontro decisivo e intenso, un incontro che decide della vita e della morte.
Mosè non è circonciso, come non lo è il figlio.
Era appena stato eletto, ma se non veniva circonciso, lui e il suo figlio maschio, non poteva appartenere al popolo di Dio: vita e morte si decidono in questo segno.
La moglie di Mosè, ṣippōrâh, intuisce che cosa bisogna fare e lo fa: circoncide il figlio e poi tocca i piedi[6] di Mosè, cioè fa con Mosè la stessa cosa, cioè la circoncisione.
Il legame tra l’elezione e la prova nella Bibbia si ripete, è qualcosa di abbastanza stabile: l’eletto per l’investitura che riceve deve passare per una prova, per una lotta.

Un episodio molto simile si ha per Giacobbe in Gen 32:

Durante quella notte egli si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici bambini e passò il guado dello Iabbok. 24Li prese, fece loro passare il torrente e portò di là anche tutti i suoi averi. 25Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell'aurora. 26Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all'articolazione del femore e l'articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. 27Quello disse: "Lasciami andare, perché è spuntata l'aurora". Giacobbe rispose: "Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!". 28Gli domandò: "Come ti chiami?". Rispose: "Giacobbe". 29Riprese: "Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!". 30Giacobbe allora gli chiese: "Svelami il tuo nome". Gli rispose: "Perché mi chiedi il nome?". E qui lo benedisse. 31Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuèl: "Davvero - disse - ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva".
32Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuèl e zoppicava all'anca..
Gen 32,23-32


Di notte, mentre sta andando dove Dio lo conduce, qualcuno gli si para davanti ed entra in lotta con lui, in un reciproco riconoscersi, in un cercare il nome dell’altro. In quel momento Giacobbe conosce il suo nome nuovo: viene chiamato Isra’El, colui che ha lottato con Dio e ha vinto.


Lotta davvero terribile, quando è Dio in persona a combattere; in tale lotta egli si oppone a noi come nemico, quasi volendoci sottrarre la vita… Cosa accadde in quel momento oscuro? È probabile che quell’essere misterioso abbia detto qualcosa di simile: Giacobbe, tu devi morire? Tu non sei colui che ha ricevuto la promessa!... Questo fu il momento più terribile della lotta, in cui più che le braccia faticò la fede. Giacobbe insistette a ripetere; No, no! È Dio che ha comandato e chiamato, che mi ha fatto partire per tornare in patria! Non voglio crederti, non voglio darti ragione! E anche se Dio mi uccidesse, ebbene mi uccida pure! Tuttavia, io vivrò!
Lutero


Ciò che ha vinto è il divino in Giacobbe, ciò che di lui appartiene a Dio, ciò che di lui viene da Dio. È una lotta per vivere dentro questa consapevolezza. E ne esce come padre spirituale di un intero popolo.


Anche Gesù dopo l’incontro teofanico nel Battesimo ricevuto da Giovanni deve affrontare la prova. Al racconto epifanico dell’investitura di Gesù da parte della voce, Tu sei mio figlio, l’amato, dice il vangelo:

E subito lo Spirito lo sospinse (lett.: lo scaraventò) nel deserto 13e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Mc 1,12-13


Marco ci dice subito che cosa significa concretamente essere chiamato figlio e ricevere lo Spirito Santo. Il primo frutto, il primo segno, la prima esperienza che Gesù fa dell’essere il Figlio e del fatto che ha ricevuto lo Spirito è che viene scaraventato nel deserto. Il termine utilizzato è un verbo che a volte viene utilizzato per i demoni scacciati: potremmo dire che Gesù viene scacciato nel deserto e l’autore di questa azione è lo Spirito Santo.
Essere figlio vuol dire innanzitutto fare esperienza della tentazione, della lotta, del combattimento, essere figlio vuol dire essere tentato per poterlo essere:


Figlio, se ti presenti per servire il Signore,
prepàrati alla tentazione.
Abbi un cuore retto e sii costante ,

non ti smarrire nel tempo della prova.
3Stai unito a lui senza separartene,

perché tu sia esaltato nei tuoi ultimi giorni.
4Accetta quanto ti capita

e sii paziente nelle vicende dolorose,
5perché l'oro si prova con il fuoco
e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore.

Nelle malattie e nella povertà confida in lui.
6Affìdati a lui ed egli ti aiuterà,
raddrizza le tue vie e spera in lui.
Sir 2,1-6


La figliolanza, la vocazione, il ricevere lo Spirito non sono esenzione dalla prova, ma esperienza di lotta, di combattimento proprio perché figli.


Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche,
con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e,

per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito.

8Pur essendo Figlio, imparò l'obbedienza da ciò che patì 9e, reso perfetto,

divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono,
10essendo stato proclamato da Dio
sommo sacerdote secondo l'ordine di Melchìsedek.
Eb 5,5-7


Gesù va nel deserto per capire che cosa significa essere figlio, va a cercare e trovare la sua figliolanza. E il deserto, così come è avvenuto per Israele, è il luogo dell’esperienza del Dio unico, ma anche il luogo dell’esperienza della paternità di Dio.


E così Mosè: dopo l’elezione è aggredito da Dio, è posto dentro una lotta dove imparerà che Dio è Dio, dove imparerà a riceversi da lui e ad essere per il suo popolo sposo di sangue.


La circoncisione


La circoncisione che sarà il segnale e il sigillo sul corpo dell’alleanza e dell’elezione di Israele come popolo viene anticipata in questo racconto così come è stata già anticipata ad Abramo.
Dal testo che racconta la circoncisione di Abramo possiamo capire che cosa significa questo gesto, questo segno dell’alleanza.


1 Quando Abram ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse:
"Io sono Dio l'Onnipotente, ’ănî ’ēl šadday,

cammina davanti a me e sii integro.
2Porrò la mia alleanza tra me e te
e ti renderò molto, molto numeroso".
3Subito Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui:
4"Quanto a me, ecco, la mia alleanza è con te:
diventerai padre di una moltitudine di nazioni.
5Non ti chiamerai più Abram,
ma ti chiamerai Abramo,
perché padre di una moltitudine di nazioni ti renderò.

6E ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te usciranno dei re. 7Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. 8La terra dove sei forestiero, tutta la terra di Canaan, la darò in possesso per sempre a te e alla tua discendenza dopo di te; sarò il loro Dio".

9Disse Dio ad Abramo: "Da parte tua devi osservare la mia alleanza, tu e la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione. 10Questa è la mia alleanza che dovete osservare, alleanza tra me e voi e la tua discendenza dopo di te: sia circonciso tra voi ogni maschio. 11Vi lascerete circoncidere la carne del vostro prepuzio e ciò sarà il segno dell'alleanza tra me e voi.


Il Signore che si presenta ad Abramo chiedendogli il segno della circoncisione è ’ēl šadday. Occorre analizzare il significato di questo nome per comprendere il segno dell’alleanza:
Dagli scritti rabbinici veniamo a conoscere che questo nome esprime sempre, nella Scrittura, l’idea della potenza sufficiente di Dio:


’ēl šadday, cioè Colui che ha sufficiente potere
per dare qualunque cosa di cui si necessiti
e per donare la sua misericordia.
Rashi


Egli è colui nella cui Divinità c’è sufficienza per ogni creatura[7], Egli è colui nelle cui mani, c’è sufficiente potere di dare[8].
Il termine šadday, Onnipotente, si scompone in še + day, che basta.


Abramo, ti basti che Io e te siamo nel mondo…
ti basti che io sono il tuo Dio,
ti basti che io sono il tuo Sovrano.
Io sono il Dio onnipotente.
Sono Io che ho detto al mio mondo: Basta;
al cielo e alla terra: Basta.
Perché se Io non avessi detto loro: Basta,
finora si sarebbero andati espandendo. ..
Io sono colui, che il mondo e ciò che contiene
non sono sufficienti per contenere la mia divinità.
Genesi Rabbah


Questo nome pone l’uomo nella condizione e nella libertà di poter essere un uomo, di poter vivere nel limite: per questo la riduzione di un organo è il simbolo del suo patto con Dio (circoncisione).
Circoncidete il vostro cuore[9]: è il comando di riconoscersi creature, finite, che tutto ricevono dal loro creatore. Una piccolezza che si fa spazio per ricevere, per accogliere il tutto che viene da Dio. E riconoscere che è suo.
Chiara di Assisi vede in questa relazione la madre del Signore:


«Stringiti alla sua dolcissima Madre,
che nel piccolo chiostro del suo sacro seno raccolse
e nel suo grembo verginale portò
Colui che i cieli non potevano contenere»
Chiara di Assisi 3LettSAg 18: FF 2890

Conclusione

Allora questo episodio ci dice in modo così strano che Mosè ha dovuto veramente riceversi da Dio per poter essere Mosè, per poter compiere la missione datagli da Dio, in un rapporto dove è chiaro chi è il Signore e chi il servo, chi il Padre e chi il figlio, chi Dio e chi l’uomo, chi il Creatore e chi la creatura.


E infine una parola, ultima, per ṣippōrâh, una delle sette figlie di Ietro salvate da Mosè al pozzo, appena giunto nella terra di Madian, una figura appena accennata, eppure così decisiva della vita e della morte di Mosè.
Una parola per una donna che, come tante altre donne nella bibbia, riesce a discernere cosa è opportuno fare, cosa può fare e lo fa. Con gesti immediati, sicuri.
È lei, straniera, capace di riconoscere che suo marito è legato indissolubilmente a Dio, legato al suo popolo nel segno di un’alleanza che lo trascende e che trascende i rapporti familiari più stretti.
Le uniche parole che pronuncia sono: tu sei per me sposo di sangue.
Mosè è per lei sposo in questo sangue, sposo nel segno di questa alleanza, suo in quanto lo riconosce in un legame altro: una conoscenza dell’anima che solo una sposa può intuire.
E restituendolo a questa appartenenza, atto sponsale, può lasciarlo alla sua missione, e torna indietro da Ietro insieme a suo figlio.
E Mosè e Aronne continuano da soli verso l’Egitto.


27Il Signore disse ad Aronne: "Va' incontro a Mosè nel deserto!".

Egli andò e lo incontrò al monte di Dio e lo baciò.

28Mosè riferì ad Aronne tutte le parole con le quali il Signore lo aveva inviato e tutti i segni con i quali l'aveva accreditato.

29Mosè e Aronne andarono e radunarono tutti gli anziani degli Israeliti. 30Aronne parlò al popolo, riferendo tutte le parole che il Signore aveva detto a Mosè, e compì i segni davanti agli occhi del popolo.
31Allora il popolo credette.
Quando udirono che il Signore aveva visitato gli Israeliti
e che aveva visto la loro afflizione,
essi si inginocchiarono e si prostrarono.
Es 4,27-31


Indicazioni per la preghiera


1. La lectio apre alla riflessione sulle prove e le lotte che si inseriscono nel nostro percorso vocazionale. A volte non sappiamo dare il nome giusto a quanto ci accade, fino al punto di sembrare che Dio si faccia nemico, che sconfessi addirittura la stessa vocazione che Lui ci ha dato.
Sarebbe necessario rivisitare queste prove notturne e ambigue per cercare di cogliere, con la grazia di Dio, il luogo dove ci hanno condotto, la maturazione che hanno provocato, il segno lasciato nella nostra fede.
E anche benedire il Signore per chi si è fatto accanto riconoscendo l’agire di Dio per noi.


1. Vi inviterei a fare un percorso nei vangeli alla ricerca della figura del servo, dei servi. Osservarli in ciò che viene loro chiesto e dato, ciò che fa di loro i servi buoni e fedeli e cosa fa di loro i servi malvagi e infingardi, cosa viene affidato ai servi, quali preghiere sono fatte dai servi e per i servi.


1. Un altro percorso è quello nei salmi, soprattutto il salmo 119 (118), il salmo della legge, dove molte espressioni sono preghiere che hanno come soggetto il servo, i servi. È bene chiedere al Signore quello che fa di noi coloro che lo servono e lo riconoscono Signore.


________________
[1] Gen 32,18 e 33,8.
[2] Es 4,27.
[3] Sal 85,11.
[4] Os 13,8 e Pr 17,12.
[5] Gb 5,14.
[6] Piedi è un eufemismo per indicare i genitali.
[7] Rav Saadiah Gaon
[8] Rashi
[9] Dt 10,16.