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 Pier Giorgio M. Di Domenico


 

 

 

Alle radici del nostro carisma

 

4

 

La dimensione secolare

 

A cura del Regnum Mariae

 

1. «Tutte le cose sono state create per un fine» (Sir 39,21)

 

Parola per la lectio: «Dio vide tutte le cose che aveva fatto, ed erano assai buone» (Gen 1, 31)

Regola di Vita RM 46: «Viviamo la nostra secolarità operando in modo diretto e concreto nelle realtà temporali, in cui siamo inserite, per ordinarle a Dio per mezzo di Cristo»

 

 

Lo studio comunitario di quest’anno mette al centro la riflessione sul mondo, creato “buono” da Dio, e sul nostro rapporto con esso: un tema centrale, appartenente “alle radici del nostro carisma” di persone che dedicano la loro vita al Vangelo restando immerse nelle realtà mondane. Questo studio è in continuità con quanto è stato approfondito nel corso degli ultimi tre anni. Nel primo anno abbiamo cercato di capire, attraverso la lettura della Legenda de origine, come la nostra vocazione di «silenziose portatrici di Cristo» nel mondo si coniughi con l’eredità spirituale della famiglia dei Servi. Nel secondo anno abbiamo attinto dalla Regola di sant’Agostino, fondamento della nostra Regola di Vita, l’ispirazione per una vita di servizio nel mondo illuminata dalla contemplazione gratuita della Bellezza. Nel terzo, infine, la stessa santa Vergine Maria, di cui la nostra famiglia desidera prolungare nella storia della salvezza «la presenza attiva e silenziosa», ci ha guidati alle fonti della vera Vita e della creazione rinnovata.

In questa prima scheda raccoglieremo dal capitolo primo del libro di Genesi quegli elementi utili per la comprensione e l’attuazione dell’art. 46 della Regola di vita.

 

I capitoli di Genesi sulla creazione (1-11) narrano le origini del mondo non per documentare quello che è effettivamente avvenuto - sappiamo ormai bene che la Bibbia non è un libro scientifico e non vuole proporre ricostruzioni scientifiche -, bensì per mostrare quello che sta alla radice della nostra vita e della nostra storia, cogliere cioè il senso di questo mondo e dell’uomo che vi abita. Per questo abbiamo posto a titolo di questa scheda Sir 39, 21. Origini del mondo, quindi, che non ci portano al passato, ma sono alla base per un discorso sul nostro presente, sul mondo in cui siamo stati chiamati a vivere e operare.

La narrazione biblica delle “origini del mondo” si serve del linguaggio mitologico proprio dei popoli dell’antico Oriente mesopotamico. Che “mito” non voglia dire “favola” è anche questo un dato acquisito da tutti. Il mito è un modo per spiegare la storia; è, come dice il filosofo Ricoeur, una «interpretazione narrativa dell’enigma dell’esistenza». Perché siamo? Perché esiste questo mondo? A queste domande la Bibbia cerca di rispondere ricorrendo non a concetti filosofici, ma a racconti. La cultura semitica, infatti, non è capace di parlare per astrazioni; il suo è un linguaggio realistico-simbolico; attraverso la descrizione di fatti giunge a esprimere un concetto.

Quando si trova di fronte a concetti difficili da spiegare, come “creazione” o “nulla”, la Bibbia adotta il linguaggio mitologico proprio delle culture a lei vicine. Nel primo capitolo di Genesi non troviamo la formula “creazione dal nulla”; essa ricorrerà solo più tardi, e precisamente nel secondo libro dei Maccabei (metà del II secolo a.C.), in un’epoca cioè in cui l’incontro con la civiltà greca ha fornito nuove possibilità espressive. In questo libro leggiamo: «Sappi che Dio ha fatto (il cielo e la terra) non da cose che erano» (7, 28).

 

 

Deserto e Spirito

 

Senza entrare in questioni troppo complicate, come è quella della “teoria documentaria” del Pentateuco, oggi del resto sottoposta a revisioni e ripensamenti, ricordiamo solo che il capitolo primo di Genesi fa parte della cosiddetta “tradizione sacerdotale”, cioè un complesso di testi redatti in ambiente sacerdotale in epoca post-esilica, verso il 400 a.C1 .

«In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque» (Gen 1, 1-2). L’autore immagina così il nulla caotico iniziale: la terra era un deserto senza vita, una piattaforma, coperta interamente dall’acqua e sostenuta da colonne che si innalzano dall’abisso, immerso nella tenebra. Così dice il Salmo 104,5-6: «Ha fondato la terra sulle sue basi, mai potrà vacillare./L’oceano l’avvolgeva come un manto,/le acque coprivano le montagne». L’acqua è il simbolo di quel nulla che è il grande nemico della creazione, un nemico perennemente in agguato, che solo Dio può tenere a bada: «Chi ha chiuso tra due porte il mare,/quando erompeva uscendo dal seno materno,/quando lo circondavo di nubi per veste/e per fasce di caligine fosca?/Poi gli ho fissato un limite/e gli ho messo chiavistello e porte/e ho detto: “Fin qui giungerai e non oltre/e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde» (Gb 38, 8-11; cfr anche Pr 8, 29).

«Sulla faccia delle acque» aleggia, o volteggia o si libra lo Spirito di Dio2 . L’ebraico rûach può indicare sia il “vento” sia lo “spirito”, cioè il soffio vitale divino o umano. Ad alcuni esegeti piace di più pensare al vento e, considerando come un superlativo il complemento di specificazione “di Dio”3 , traducono: un vento impetuoso, o una terribile tempesta agitava le acque. In questo senso, quindi, rûach sarebbe un altro elemento indicatore del caos o nulla primordiale. Ma è proprio questo carattere negativo del vento, che non si ritrova nelle altre concezioni cosmogoniche orientali, dove il vento è invece alleato delle forze creatrici contro il caos, a far propendere per l’interpretazione tradizionale, come del resto è posto in rilievo da altri passi biblici4 . In questo senso, allora, il testo sacro pone un contrasto tra la prima parte (deserto, tenebra, abisso) e la seconda parte (lo Spirito di Dio) del versetto 2 di Gen 1. Potremmo allora rendere così il versetto: «la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso, ma lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque».

Con lo Spirito santo, cioè l’Amore di Dio che già pervade il caos primordiale, la storia della creazione del mondo diventa storia di salvezza, storia nostra cioè, storia dell’amore di Dio per noi immersi nelle tenebre. L’esegesi, che Agostino ha elaborato a proposito di questo versetto di Genesi, coglie questa nostra realtà di tenebra e di nulla su cui però aleggia lo Spirito creatore di Dio. «Ed ecco apparirmi in un enigma la Trinità, ossia tu, Dio mio. Tu, il Padre, creasti il cielo e la terra nel principio della nostra sapienza, che è la tua Sapienza, nata da te, uguale e coeterna con te; cioè nel tuo Figlio. Ho parlato lungamente del cielo del cielo, della terra invisibile e confusa, dell’abisso tenebroso, vagabondaggio delirante per l’informe creatura spirituale, quando non si fosse rivolta all’Autore di ogni forma di vita, che con la sua illuminazione la rendesse vita splendida, e cielo di quel cielo che venne creato più tardi fra acqua e acqua. Ormai coglievo nel nome di Dio il Padre che creò, nel nome di principio il Figlio in cui creò; e credendo, come credevo, nella trinità del mio Dio, la cercavo nelle sue sante parole. Ed ecco il tuo Spirito era portato sopra le acque. Ecco la Trinità Dio mio: Padre, Figlio e Spirito santo, creatore di tutto il creato»5 . «Poiché il tuo Spirito era portato sopra l’acqua, la tua misericordia non abbandonò la nostra miseria e dicesti: “Sia fatta la luce. Fate penitenza, poiché il regno dei cieli è vicino. Fate penitenza. Sia fatta la luce”. [...] Provammo disgusto delle nostre tenebre e ci volgemmo verso di te e fu fatta la luce. Ed eccoci un tempo tenebre, ora invece luce nel Signore»6 .

 

 

Parola creatrice

 

Deserto, abisso, acque, tenebra sono le espressioni del nulla spaventoso, su cui si libra l’Amore creativo di Dio. Ora Dio parla e la sua parola vince il nulla. «Dio disse: “Sia la luce”. E la luce fu» (Gen 1, 3). Il mondo esce dal nulla attraverso il “dire” di Dio: questo dire divino occupa tutto il primo capitolo di Genesi (vv. 3.6.9.11.14.20.24.26.28.29). La parola è all’inizio della creazione e la parola è ancora presente quando la creazione raggiungerà la sua pienezza. «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14). Il Verbo è il Figlio diletto che il Padre ordina di ascoltare (cfr Mt 17, 5).

Fin dall’inizio è affermato chiaramente che non importa vedere; ciò che dà vita è ascoltare il dire di Dio. Per questo Mosè, che pure è amico di Dio e parla con lui «bocca a bocca» (Nm 12, 8), non può vedere Dio (cfr Es 33, 20-23). Per questo Gesù proclama: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno» (Gv 20, 29). Dio parla e la creatura ascolta: in questo dialogo è la vita. Il mondo esiste perché Dio ha parlato. Esiste cioè per libera volontà divina. Il mondo è possesso assoluto di Dio. Dio è il suo Signore (cfr Sal 33, 6; 148, 5), e solo nel riconoscimento di questa signoria il mondo trova salvezza.

Se è la sua parola a creare, allora Dio non crea soltanto alle origini del mondo. La sua parola è eterna e continua a creare: a creare cieli nuovi e terra nuova, a creare un popolo nuovo che si libera da schiavitù che lo hanno mortificato. È l’esperienza del profeta senza nome, noto come il Secondo Isaia, che nella rinascita del popolo, liberato dalla prigionia dell’esilio, vede un atto creatore di Dio (Is 41, 8-20; 45, 8-13; 48, 12-15; 65, 17-18). Forse il Secondo Isaia profetizza prima ancora che sia scritto Genesi 1: se fosse davvero così, è l’esperienza della rinascita personale a suscitare la fede in Dio creatore del mondo. Il miracolo della Parola che rinnova la vita è più stupendo ancora del miracolo della nascita del mondo. Perciò il Secondo Isaia chiude la sua profezia con la contemplazione della potenza della Parola di Dio: «Come la pioggia e la neve/scendono dal cielo e non vi ritornano/senza aver irrigato la terra,/senza averla fecondata e fatta germogliare,/perché dia il seme al seminatore/e pane da mangiare,/così sarà della parola/uscita dalla mia bocca:/non ritornerà a me senza effetto,/senza aver operato ciò che desidero/e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55, 10-11).

 

 

Separazione

 

In Gen 1 l’azione creatrice della Parola divina è espressa con diversi verbi: Dio “fa” il firmamento (v. 7), gli astri (v. 16) gli animali terrestri (v. 25), l’uomo (v. 26), tutto il creato (v. 31); “crea” il cielo e la terra (v. 1), i pesci e gli uccelli (v. 21), l’uomo e la donna (v. 27); “dà” in cielo gli astri (v. 17) e “dà” l’erba all’uomo come nutrimento.

Questo fare creativo è accompagnato da un’azione di “separazione”: Dio separa la luce dalla tenebra (v. 4) e le acque che sono sotto il firmamento da quelle che sono sopra (vv. 6-7), separa la terra asciutta dal mare (v. 9); gli astri, posti in cielo, separano il giorno dalla notte (vv. 14.18); le varie specie vegetali e animali sono create distinte fra di loro «secondo la loro specie» (vv. 11-2.21.24-25). Separazione altamente significativa, perché rivela come la diversità faccia parte del disegno di Dio. Dio ha creato l’universo in una molteplice e variegata diversità. Perciò, se si vuole avere un giusto rapporto con Dio e con il mondo, bisogna rispettare profondamente questa diversità. È la diversità che crea l’armonia del creato; quando la diversità non è più rispettata, allora il mondo piomba nuovamente nel caos del nulla indifferenziato. Le acque tornano a sommergere tutto: è il diluvio che travolge e confonde tutti gli esseri viventi: «eruppero tutte le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo si aprirono … Perì ogni essere vivente che si muove sulla terra, uccelli, bestiame e fiere e tutti gli esseri che brulicano sulla terra e tutti gli uomini. Ogni essere che ha un alito di vita nelle narici, cioè quanto era sulla terra asciutta morì» (Gen 7, 11.21-22). Potenza distruttiva dell’uniformità che cancella ogni possibilità di comunicazione e di comunione, come suggerisce il racconto della torre di Babele (cfr Gen 11, 1-9).

Non possiamo dimenticare che con questo stesso verbo “separare” (bdl) si indica la distinzione del popolo di Israele rispetto agli altri popoli. «Io il Signore vostro Dio vi ho separati dagli altri popoli. … Sarete santi per me, poiché io, il Signore, sono santo e vi ho separati dagli altri popoli, perché siate miei» (Lv 20, 24.26; cfr anche Esd 9, 1; 10, 11). È una separazione, una distinzione che deriva dall’alleanza e che rende Israele “solitario” (cfr Nm 23, 9) in mezzo alle nazioni, non per isolarsi da esse, ma essere, in forza appunto della sua diversità, fermento di vita nuova. Se Israele dimentica la sua identità, si smarrisce in un deserto senza vita (cfr Ez 20, 32-35).

Questa separazione è anche il primo atto di liberazione compiuto da Dio per l’uomo. Le acque, come s’è già accennato, sono nella Bibbia e nel vicino Oriente antico simbolo del male; separandole dalla terra asciutta Dio preannuncia la futura salvezza dell’umanità dalla forze negative che la minacciano. Abbiamo citato Gb 38, 8-11. Si vedano anche il Salmo 104, 9 («Hai posto un limite alle acque: non lo passeranno,/non torneranno a coprire la terra») e Ger 5, 22 («Non tremerete dinanzi a me,/che ho posto la sabbia per confine al mare,/come barriera perenne che esso non varcherà?/Le sue onde si agitano ma non prevalgono,/rumoreggiano ma non l’oltrepassano»). Sull’orizzonte della storia del mondo non è la distruzione. L’uomo potrebbe provocarla con un uso sbagliato delle sue enormi possibilità; ma il termine della storia sarà comunque solo Dio, come ci rivela l’Apocalisse: «Vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più» (21, 1).

 

 

Creazione dell’uomo

 

Nel capitolo primo di Genesi l’uomo è visto in stretto legame con il mondo animale: è infatti creato nello stesso giorno degli animali del campo (cfr Gen 1, 24-31), riceve una benedizione che viene data anche ai pesci e agli uccelli perché si riproducano (cfr Gen 1, 21 e 28), a lui viene dato lo stesso nutrimento destinato agli animali del campo (Gen 1, 29-30). Tuttavia ci sono differenze che ne mettono in rilievo la posizione particolare.

«Bestiame, rettili e bestie selvatiche» sono fatti dalla terra: «Dio disse: “La terra produca esseri viventi secondo la loro specie”» (Gen 1, 24). L’uomo invece è “fatto” in seguito a una decisione di Dio: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza» (1, 26). E il v. 27 insiste significativamente su questa creazione dell’uomo senza intermediari: «Dio creò l’uomo a sua immagine;/a immagine di Dio lo creò;/maschio e femmina li creò».

La benedizione, che l’uomo riceve, non riguarda solo la procreazione e la fecondità, come per gli animali, ma comporta la signoria sul creato: «Siate fecondi … riempite la terra; soggiogatela e dominate …» (1, 28; vedi anche v. 26). Nella seconda scheda ci fermeremo più a lungo sul senso di questa signoria dell’uomo sul creato; qui diciamo soltanto che con l’espressione “creato a immagine e somiglianza” il testo sacro rileva la partecipazione tutta particolare che l’uomo ha con l’essere di Dio. È un sigillo indelebile che Dio ha posto su di noi: l’uomo potrà anche intraprendere strade sbagliate che lo portano lontano da Dio, ma questo sigillo resta a testimonianza di un Amore che non tradisce mai. Infatti è consolante notare come in Gen 5, 1-3 e 9, 6 si affermi che l’uomo è immagine di Dio anche dopo il suo peccato. I doni di Dio sono irrevocabili (cfr Rm 11, 29); «se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2Tm 2,13). Dio ha creato l’uomo perché partecipi alla sua vita piena ed eterna: «Sì, Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura» (Sap 2, 23). Dio ci ha creati perché siamo suoi per sempre.

 

 

Era cosa molto buona

 

Sette volte (Gen 1, 4.10.12.18.21.25.31) ritorna nel capitolo il ritornello «Dio vide che questo era buono». Dio è come un artista che si ferma a guardare la sua opera ed esprime la sua soddisfazione per il lavoro ben riuscito. “Buono” (tôb in ebraico) è un termine con un campo assai vasto di significati7 ; tra questi emerge in particolare il significato di “bello” che nella Bibbia è intimamente connesso con il termine “buono” e anzi spesso si identifica. La ripetizione, in Genesi, del ritornello «Dio vide che questo era buono» vuole sottolineare che nel mondo creato da Dio non c’è negatività, ma solo armonia e bellezza. Esso è espressione della bontà che è Dio stesso. «Gustate e vedete quanto è buono il Signore» (Sal 34, 9); «sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi» (Sal 27, 13). L’uomo perciò ha il dovere di amare e rispettare questa armonia. Dalla bellezza del creato egli arriva a contemplare il Creatore e ne loda la bontà, insieme a tutto il creato (cfr Sal 148): bontà di Dio perennemente creatore di un mondo nuovo e di una storia nuova, come canta il grande hallel pasquale che è il salmo 136: «Lodate il Signore perché è buono:/eterna e la sua misericordia».

Il ritornello di Gen 1 culmina nell’espressione «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco era cosa molto buona» (Gen 1, 31). Che cosa vuole significare questo superlativo finale? Ascoltiamone la spiegazione che ne dà ancora sant’Agostino: «Finalmente vedesti, o Dio, tutte le cose che avevi creato; ed eccole buone assai. Anche noi le vediamo ed eccole tutte buone assai. L’una e l’altra, in ognuno dei generi delle tue opere, dopo aver detto ad esse di esistere, ed esistettero, vedesti che erano buone. Sette volte8 ho calcolato che fu scritto che tu vedesti come la tua opera fosse buona. L’ottava è quando vedesti tutte le tue opere, ed eccole non solo buone, ma anche assai buone, come tutte insieme. Una per una erano soltanto buone; tutte insieme erano buone e assai. Lo si dice anche di ogni corpo bello: un corpo costituito di tutte membra belle, è di gran lunga più bello delle singole membra che con la loro armoniosissima riunione formano il complesso, sebbene anch’esse siano, singolarmente, belle»9 . Ogni cosa è “bella” in sé; ma tutte sono “belle assai” quando sono nell’unità e nell’armonia delle loro diversità.

 

 

Servizio nel mondo

 

Dalla Scrittura abbiamo evidenziato i seguenti punti:

la creazione ha aperto una storia di salvezza

Dio parla e crea perennemente: è sempre possibile dare alla storia un inizio nuovo

sulla diversità degli esseri si fonda l’armonia del cosmo

la creatura umana conserva la sua dignità oltre ogni errore e fallimento.

Alla luce di quanto abbiamo saputo trarre dalla lettura di Gen 1, possiamo ora tentare di cogliere le modalità con cui, secondo la Regola di vita, si attua il nostro servizio nel mondo.

L’articolo 46 affida ad ogni sorella il compito di ordinare le realtà temporali a Dio per mezzo di Cristo. Si tratta di aiutare a scoprire nelle vicende della vita personale e del mondo un disegno d’amore. Per questo ogni sorella «è portata a comprendere, a sollevare e a valorizzare le umane sofferenze» (art. 7), a condividere con i più poveri il «faticoso cammino di liberazione» (art. 52), lottando contro ogni forma di male che mortifica la persona, a rimanere accanto con predilezione alle sorelle provate dalla sofferenza (art. 38).

Al centro di questo servizio di amore e di misericordia sarà la Parola di Dio, posta continuamente a confronto con le situazioni concrete del vivere quotidiano (art. 22). È la Parola che permette un inserimento giusto nella società (art. 7), offrendo un modo nuovo di valutare le cose e quindi una più reale capacità di discernimento.

Il servizio al mondo non teme di affrontare le diversità. Sono esse il banco di prova dove si impara a vivere «unite in vicendevole carità» (art. 3), ad aprirsi «al dialogo con tutti nella carità» (art. 12), ad essere lieti «dei doni posseduti dagli altri» (art. 16), ad aiutarsi «a scoprire e a far fruttificare i carismi che ognuna ha ricevuto dal Signore» (art. 37), a «stabilire un dialogo con le diverse culture» con cui si può essere a contatto, e «a discernere e a realizzare ciò che in esse è conforme al Vangelo» nella certezza «che Dio guida la storia degli uomini al compimento del Regno» (art. 62).

Come tema di riflessione si può anche valorizzare quanto è stato accennato relativamente al significato del verbo “separare”. Dio ha separato gli esseri viventi, perché ciascuno sia se stesso, e ha separato anche Israele dagli altri popoli perché con la sua particolare identità di “popolo di Dio” possa far lievitare nel mondo una realtà nuova. La Regola di vita ricorda questo impegno di fedeltà alla propria identità e di separazione, che fa della vita di ogni sorella un modello alternativo a quello dominante nella attuale realtà socio-culturale. Dice l’articolo 18: «Conduci nel tuo ambiente una vita sobria, preferendo in ogni circostanza la semplicità evangelica». E nell’articolo 54 è delineata una strada che è quella stessa di Cristo: «Come lui potrai talvolta essere segno di contraddizione per gli altri, sino a perdere la tua vita per amore».

 

A IMMAGINE E SOMIGLIANZA DI DIO

 

Parola per la lectio: «Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gen 2, 15)

Regola di Vita RM 48: «Vivi il tuo lavoro come liturgia»

 

C’è uno stretto legame tra la somiglianza con Dio e il compito che noi abbiamo ricevuto nei riguardi della creazione. Dicendo che l’uomo-donna è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, la Scrittura intende affermare che la persona umana deve configurarsi alla propria immagine originaria e che quindi anche il rapporto che la lega alle creature deve corrispondere al comportamento di Dio. Dio benedice e dichiara buone tutte le cose, cioè le rispetta in quello che esse sono, è geloso della loro libertà e si prende cura del loro benessere. Anche la persona umana dovrà necessariamente comportarsi alla stessa maniera.

 

Potenza e mitezza

 

In Gen 1, 28 Dio benedice l’uomo e la donna, dicendo: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra: sottomettetela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra». Con la benedizione Dio affida all’umanità il compito di sottomettere e dominare la terra e gli animali che vi abitano. È importante stabilire il senso di questi verbi, per comprendere in che modo l’uomo lavora sulla terra per renderla sempre più umana e armoniosa.

Il primo capitolo della Genesi disegna un’immagine di Dio allo stesso tempo potente e mite. Nella scheda precedente ci siamo fermati a considerare l’azione creatrice di Dio sugli elementi del caos iniziale: le tenebre, l’abisso e forse anche il vento. Questi elementi non vengono eliminati dalla parola creatrice di Dio; sono soltanto delimitati e collocati in un ordine entro il quale trovano posto tutti gli esseri viventi. Il caos è dominato dalla parola di Dio; la sua violenza è come costretta per una strada che porta alla luce e alla vita. La potenza di Dio è la forza dell’Amore, più forte di ogni male, di ogni disordine.

La forza mite di Dio si rivela inoltre nel ritornello ripetuto sette volte: «Dio vide che era buono». Come già s’è detto nella prima scheda, Dio si ferma ad ammirare quanto è uscito dalle sue mani. Egli canta il suo stupore di fronte alla creatura con la parola che sarà poi la lode liturgica di Israele: «Lodate il Signore perché è buono!» (Sal 100, 5; 106, 1; 136, 1; 1Cr 16, 34). Dio, cioè, crea anche guardando e ammirando la bellezza della sua opera. La creazione non è solo un atto di potenza esclusivamente divina; è anche uno sguardo che si posa sulla creatura con amore e con rispetto. Nessuno di noi potrebbe esistere se non è guardato da nessuno, se non è considerato come persona.

Alla fine il Creatore si riposa: «nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro» (Gen 2, 2). La creazione è completa quando Dio “si riposa”; anche qui si rivela la mitezza di Dio: si riposa perché ora possa subentrare l’uomo con la sua attività. Infatti «Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato tutta la sua opera che aveva creato per fare» (Gen 2, 3). Dio crea “per fare”, cioè crea perché anche l’uomo possa poi “fare” liberamente. La mitezza di Dio sta in questa fiduciosa consegna della sua creazione all’attività libera dell’uomo. È come se Dio lasciasse incompiuta la creazione perché sia l’uomo a continuarla.

Questa idea di incompiutezza risalta sulla base di un’osservazione interessante. Il ritornello «e Dio vide che era cosa buona» è omesso due volte: dopo la separazione delle acque che sono in basso da quelle che sono in alto per mezzo del firmamento (Gen 1, 8), e dopo la creazione dell’uomo (Gen 1, 26-27). Nel primo caso l’omissione si comprende perché l’opera della separazione delle acque non si compie al secondo giorno, ma solo quando le acque che sono sotto il cielo si raccolgono in un solo luogo, cioè il mare, e appare la terra ferma (Gen 1, 9-10). Anche l’omissione relativa all’uomo, perciò, può suggerire l’idea che l’uomo è di per sé “incompiuto”. Tale incompiutezza sarebbe confermata da un altro elemento. Al v. 26a «Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza». L’esegesi antica, come quella di Origene e Basilio di Cesarea, ha visto in questa espressione la rivelazione che l’uomo è, sì, creato a immagine di Dio, ma ancora non gli assomiglia; ha il compito quindi di “farsi”, di somigliare sempre più perfettamente all’immagine che porta in se stesso.

La prima pagina della Bibbia, dunque, presenta l’immagine possente e insieme mite di Dio. Dio solo crea (si ricordi che il verbo bara’ = creare è nella Bibbia esclusivo di Dio), però non fa tutto. All’uomo, fatto a sua immagine e somiglianza, lascia un compito da svolgere nei riguardi della sua crescita personale e della creazione. Dio ha benedetto l’uomo e la donna e ha detto loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; sottomettetela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra» (Gen 1, 28). “Sottomettere” e “dominare”: due verbi che possono essere compresi solo alla luce dell’immagine di Dio che è stata delineata nel primo capitolo.

 

Dominio dell’uomo

 

Nella Bibbia il termine “sottomettere” (kabaš) è collegato soprattutto a gesti di violenza e brutalità, come la sottomissione, attraverso la guerra, di un territorio (cfr Nm 32, 22.29; Gs 18, 1; 1Cr 22, 18) o di nazioni (cfr 2Sam 8, 11), la riduzione a schiavitù (cfr Ger 34, 11.16; 2Cr 28, 10; Ne 5, 5), la violenza contro la donna (cfr Est 7, 8). Ma c’è un passo significativo in cui il verbo è unito all’azione misericordiosa di Dio; è la conclusione della profezia di Michea: «Quale dio è come te,/che toglie l’iniquità/e perdona il peccato/al resto della sua eredità;/che non serba per sempre l’ira,/ma si compiace di usar misericordia?/Egli tornerà ad aver pietà di noi,/calpesterà le nostre colpe./Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati./Conserverai a Giacobbe la tua fedeltà,/ad Abramo la tua benevolenza,/come hai giurato ai nostri padri/fino dai tempi antichi» (7,18-20).

Anche il secondo verbo “dominare” (radah) è unito ad azioni di violenza e di guerra. Indica l’oppressione nemica (cfr Lv 26, 17; Nm 24, 19; Ne 9, 28; Is 14, 2; Ez 29, 15), il duro dominio di Babilonia che non lascia respiro (cfr Is 14, 6), o anche il governo senza misericordia e sollecitudine dei pastori di Israele (cfr Ez 34, 4) e dei sacerdoti (cfr Ger 5, 31). Può anche riferirsi al severo giudizio di Dio che è come chi pigia l’uva in un tino (cfr Gl 4, 12).

La Scrittura ricorda anche che Israele non può dominare su un fratello approfittando della sua povertà e neanche sul forestiero: «Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria e si vende a te, non farlo lavorare come schiavo … Non dominerai su di lui con asprezza» (Lv 25, 39.43; cfr anche v. 46 e 53). E c’è infine il dominio del re-Messia che è però dominio di giustizia e di pace: «nei suoi giorni fiorirà la giustizia/e abbonderà la pace,/finché non si spenga la luna./E dominerà da mare a mare,/dal fiume fino ai confini della terra» (Sal 72, 7-8; cfr 110, 2).

Sono questi significati positivi che possono confermare il valore di non-violenza contenuto nei verbi di Gen 1, 28. Bisogna anche fare attenzione al regime di alimentazione rigorosamente vegetariano (Gen 1, 29-30) che la Bibbia attribuisce all’uomo prima del diluvio (cfr Gen 9, 1-3). Il cibo dell’umanità sono «le erbe che seminano semi» - probabilmente i cereali - e i frutti degli alberi. Questo tipo di alimentazione viene dato dopo l’ordine di dominare gli animali e quindi suggerisce l’idea che si possono dominare gli animali senza ucciderli: un dominio, certo, ma senza violenza e nel rispetto della vita. Un dominio derivante dal fatto che solo l’uomo, anche se modellato come gli animali dal fango (cfr Gen 2, 7a.19), riceve il soffio di Dio, che fa di lui un essere che parla, a immagine di Dio che crea parlando. Poi l’uomo dà il nome ad ogni animale, riconoscendogli la qualità di “essere vivente” (2, 20) e lasciandogli uno spazio vitale.

Anche gli animali ricevono un cibo del tutto vegetale, «ogni erba verde» (Gen 1, 30). Sembrerebbe un cibo diverso da quello degli uomini: una diversità che vuole far intendere come uomini e bestie non debbano lottare per procurarsi il cibo. Certamente tutto questo ha un valore metaforico per dire che sia il mondo umano che quello animale deve essere improntato a mitezza, pace e armonia.

In conclusione si può dire che, in forza del modello divino, esula completamente dal testo ogni intenzione di dominio tirannico.

 

Lavoro come servizio

 

Continuando a leggere il racconto della Genesi si colgono altri aspetti di questo dominio dell’uomo sul mondo.

«Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata - perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo e faceva salire dalla terra l’acqua dei canali per irrigare tutto il suolo - » (Gen 2, 4b-6). Prima dell’inizio della creazione mancavano, oltre ai cespugli della steppa e all’erba della campagna, la pioggia e l’uomo. La pioggia è sufficiente per alimentare la steppa; ma il lavoro dei campi esige la presenza dell’uomo. Non è certo privo di valore il fatto che qui il lavoro appaia come l’unica attività che dia un significato alla presenza dell’uomo e sia intimamente connesso con la creazione.

Il verbo “lavorare” indica anche l’attività dell’uomo nel giardino: «Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato … Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse» (Gen 2,8.15). L’ebraico ‘avad - “lavorare” (o “coltivare” come dice la Bibbia CEI) - ha come significato fondamentale quello di “servire” e, in ambito religioso, di “rendere culto”, “onorare”. Indica cioè il rapporto del servo con il padrone, del suddito con il re, del fedele con Dio.

In particolare, l’Antico Testamento utilizza volentieri il verbo “servire” (‛abad) e il sostantivo “servizio” (‛abada) per designare il culto. La liturgia è il servizio per eccellenza. Questo è assai significativo: vuol dire che il culto non può non avere relazione con la vita; esso abbraccia sempre obbedienza e fedeltà. In Gs 24 l’adesione totale a Dio (quindi un’adesione che comprende tutto l’essere della persona) è espresso con il verbo “servire”.

Dio lo si incontra nel tempio, ma la Bibbia insiste nel dire che Dio è interessato a ciò che si svolge fuori, interessato alla vita e al mondo. Quando si sale al tempio, cantando la gioia profonda dell’incontro con Dio (cfr Sal 84), non ci si interroga sul comportamento nel tempio, ma su quello tenuto nella vita (cfr Sal 24; 15; 40, 7-9; 50). Si tratta di servire Dio con tutta la vita: «Obbedire è meglio del sacrificio, la docilità vale più del grasso degli arieti» (1Sam 15, 22; cfr i profeti Am 4 e 5; Os 6, 6; Mi 6, 7-8; Is 1, 10-20; Ger 7; Is 58; e anche Pr 15, 8; Sir 34, 18-35, 24). Non si nega il valore del culto, ma si vuole portare il culto dentro la vita. Il culto deve essere espressione di una vita donata al servizio.

In conclusione: con il verbo ‛abad in Gen 2,15 ancora una volta non emerge l’idea di dominio. Non si tratta di esercitare un potere; si tratta di servire. Il giardino dell’Eden non è un luogo speciale, ma la terra stessa così come Dio l’ha concepita e creata nella sua lussureggiante ricchezza: una terra che accoglie l’uomo come nella sua casa, gli dà protezione e sicurezza, e che a sua volta l’uomo deve servire, cioè custodirla e salvaguardarla. C’è quindi un rapporto di simbiosi e di alleanza tra l’uomo e il cosmo. Dio ha dato in dono all’uomo la creazione: l’uomo risponde a questo dono custodendo la creazione. Lavorare per custodire la terra è il compito della vita dell’uomo.

Questo compito però non è ancora arrivato al suo termine; anzi l’egoismo ha alterato lungo la storia il rapporto di solidarietà e di comunione tra l’uomo e il creato. Paolo afferma che «tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto» (Rm 8, 22), perché «è stata sottomessa alla caducità [o nullità, vacuità] – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8, 20.21). Chi ha reso schiava la creazione, che pure doveva essere il giardino lavorato e custodito dall’uomo? La storia dell’esegesi biblica risponde: è stato l’uomo stesso. E tuttavia questo travaglio vive sotto il segno della speranza. La creazione infatti «nutre la speranza di essere … liberata …; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo la primizia dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto non è più speranza; infatti, ciò che uno vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza» (Rm 8, 20.21.23-25). Chi sospira e spera è l’intera creazione e insieme ad essa l’uomo non ancora pienamente redento. Ma lo stesso Spirito di Dio - e questo è l’aspetto decisivo - «intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (Rm 8, 26-27). La voce dello Spirito è una supplica cosmica al Creatore in vista della liberazione. Questo Spirito è lo Spirito di Gesù Cristo (Rm 8, 9) e anche «lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti» (Rm 8, 11). La struttura trinitaria del testo è evidente; in questo modo per tutta la creazione si profila una comunione divina di vita e di amore.

In questa comunione ci rinnoviamo secondo l’immagine divina in noi. «Vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo che si rinnova per una piena conoscenza ad immagine del suo Creatore» (Col 3, 9-10). Questo uomo nuovo è Gesù Cristo; egli è l’immagine di Dio (cfr Col 1, 15; 2Cor 4, 4), quella che noi indossiamo nel battesimo. In questo modo Gen 1, 26-28 si realizza pienamente in Cristo: configurandoci a lui, con la nostra attività e il nostro lavoro nel mondo riproduciamo l’immagine di Dio, Creatore potente e insieme Signore mite e rispettoso della libertà dell’uomo.

 

 

Lavoro come liturgia

 

L’attività dell’uomo è vista quindi come un servizio, un servizio sacro, una liturgia. A questo concetto fa allusione un importante articolo della Regola di Vita: «Vivi il tuo lavoro come liturgia, sapendo che anche il servizio più umile ha valore salvifico per i fratelli ed è rendimento di culto e di lode a Dio. Impégnati nell’attività professionale con responsabilità e considera quale primo apostolato l’adempimento serio dei compiti che ne derivano» (articolo 48). Possiamo scorgere nello sfondo di questo articolo alcuni passaggi delle lettere di san Paolo ai Filippesi e ai Romani, che applicano la terminologia anticotestamentaria, relativa al culto, alla vita di fede e al servizio che i fratelli si offrono. «Anche se il mio sangue deve essere versato in libagione per il sacrificio e la liturgia [CEI: offerta] che è la vostra fede, sono contento» (Fil 2, 17). Epafrodito è «messaggero e liturgo [CEI: inviato per sovvenire] del bisogno» di Paolo (2, 25); egli ha rischiato la vita per «compensare la vostra assenza in una liturgia [CEI: servizio] per me» (2, 30). La presenza di Epafrodito e i doni che porta a Paolo a nome dei Filippesi sono «profumo soave, offerta sacrificale accolta, gradita a Dio» (4, 18). Il servizio di amore ha la stessa dignità dell’antica liturgia.

Questa liturgia della vita viene ulteriormente sviluppata nella lettera ai Romani, nella parte esortativa, che inizia con l’appello all’amore di Dio e per il quale i cristiani sono esortati a «offrire i vostri corpi come un’offerta sacrificale vivente, santa, gradita a Dio: il vostro culto “logico” a Dio» (Rm 12, 1). Culto “logico”, cioè conforme alla Parola (logos) di Dio, il culto che corrisponde alla volontà di Dio; culto ”logico” come l’ha vissuto il Logos eterno di Dio che si è incarnato. Il Nuovo Testamento è in profonda continuità con l’Antico; però ora la novità inaudita è data dall’evento Cristo, che è insieme gesto definitivo di Dio e risposta perfetta dell’uomo. Sulla croce Dio muore per noi in un gesto di alleanza eterna, e l’uomo si offre a Dio in un dono di totale obbedienza. L’offerta sacrificale del “corpo” - cioè tutta la realtà della persona nelle sue relazioni molteplici - diventa davvero una liturgia di tutta l’esistenza. L’offerta della vita a Dio non sfuma in un atteggiamento intimistico, non toglie l’uomo dalla sua realtà: quest’offerta implica il rifiuto di accettare dall’ambiente in cui il cristiano vive quelle proposte di valori che sono antievangeliche («non conformatevi a questo secolo», Rm 12, 2a), e positivamente un rinnovamento continuo della mente per poter cogliere, nella concretezza della vita, la volontà di Dio, sempre nuova (Rm 12, 2b).

Il capitolo 12 della lettera ai Romani, alla luce di questo culto che è vita, chiede un «amore senza ipocrisia» (12, 9) e di impegnarsi nell’ambito di una situazione politica particolare (Rm 13, 1-7) e nell’ambito della comunità (Rm 14 e 15). In questo ultimo ambito, fondamentale è il rispetto del ritmo di crescita proprio della fede altrui: un rispetto che è la conseguenza di un amore che sposta verso l’altro il baricentro dell’interesse: l’altro è più importante di me (Rm 14, 1 ss). L’amore che si espropria di sé per farsi dono è stato l’amore tipico di Cristo (Rm 15, 3).

 

A disposizione di tutti

 

Siamo partiti da Genesi e dal compito o lavoro che Dio ci ha affidati, e siamo arrivati, speriamo per un percorso non troppo contorto, all’espressione della Regola di Vita: il lavoro è una liturgia. Una dichiarazione estremamente impegnativa. Da una parte essa ci porta nuovamente alle nostre radici di Servi e Serve di santa Maria, alla Regola di sant’Agostino che nel lavoro vede una forza che crea la comunità quando i suoi frutti diventano proprietà di tutti. Dall’altra ci inserisce nel cuore stesso della vocazione “secolare”: nascosta nell’ambiente dove vive e opera, essa lavora per creare una umanità a immagine e somiglianza di Dio.

 

Per il tema trattato in questa scheda si considerino anche i seguenti articoli della Regola di Vita:

Articolo 4 «Ciascuna attua la consacrazione restando nel suo ambiente, impegnata in attività comuni a tutti gli uomini. Il nostro apostolato di testimonianza è vivere in Cristo tutte le realtà umane e adempiere, in spirito di servizio, il mandato sociale con responsabilità e competenza»

 

Articolo 17 «Consapevole che i doni ricevuti devono essere condivisi con i fratelli, metti te stessa a disposizione delle tue sorelle e di tutti …»

 

Articolo 18 «Vivi del tuo lavoro ed accettane la durezza, condividendo così la fatica e la insicurezza della maggior parte degli uomini …»

 

Articolo 19 «I beni della Famiglia appartengono a tutte noi e sono posti a servizio nostro e dei poveri. Impégnati a dare un contributo concreto alla Famiglia, quale segno di comunione, e, quale segno di misericordia, a chiunque nel tuo ambiente sia nel bisogno».

 

* * *

 

Per l’esegesi di Genesi 1-2 sono stati tenuti presenti:

 

G. Von Rad , Genesi. Traduzione e commento, Paideia, Brescia ²1978.

A. Wénin , Non di solo pane … Violenza e alleanza nella Bibbia, EDB, Bologna 2004.

 

 

 

 

Insegnaci a contare i nostrigiorni

 

Parola per la lectio: «Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò» (Gen 2, 3)

Regola di Vita RM 47: «Agisci nella pace, senza l’ansia di chi crede solo nel suo fare»

 

Questa terza scheda raccoglie alcuni elementi dalla Scrittura per una riflessione sul valore del tempo. La Bibbia ripete continuamente che il tempo è di Dio e che la nostra esistenza è dono suo, ed è questa fede a fondare la nostra speranza e insieme la possibilità di scorgere nello scorrere del tempo l’azione di Dio, vale a dire il senso ultimo che Egli ha posto nella storia.

 

 

Il settimo giorno

 Anno, mese, settimana, giorno, ora, sono gli spazi in cui il credente si incontra con Dio, non secondo un ciclo ripetitivo di eventi sempre uguali, ma nella perenne novità degli interventi di Dio. Soprattutto il “giorno” è un termine ricorrente; il settimo giorno, il sabato, occupa un posto del tutto speciale. Dice la forma più antica del comandamento relativo all’osservanza del sabato: «Per sei giorni lavorerai, e nel settimo ti riposerai» (Es 34, 21). Il sabato è giorno di riposo «poiché in sei giorni il Signore fece il cielo e la terra … e il settimo si riposò» (Es 20, 11).

Secondo il racconto della creazione in Gen 1, 1-2, 3, nel sesto giorno Dio crea l’uomo e nel settimo si riposa. In questo modo risulta che il primo giorno dell’uomo creato è un giorno di riposo; solo dopo il riposo egli comincia a lavorare. Il tempo del lavoro non ha significato se non è preceduto dalla giornata di riposo, in cui ogni azione umana è sospesa, è radicalmente relativizzata. La legge del riposo al termine dei giorni della creazione ridimensiona ogni pretesa di dominio sul mondo da parte dell’uomo. Ricorda all’uomo che egli non è padrone, ma custode della creazione. E gli ricorda anche che ha in sé la possibilità di esercitare un potere molto più grande, cioè il potere di comandare al proprio lavoro, così da non divenire schiavo del suo lavoro.

Es 20, 11 continua: «Allora Dio benedisse il sabato». Questa benedizione si collega a Gen 2, 3. Dio benedice prima gli animali dell’acqua, gli uccelli e l’uomo (cfr Gen 1, 22.28), i quali ricevono così la forza e la capacità di essere fecondi e di moltiplicarsi. La benedizione data anche al giorno di riposo infonde in questo giorno una forza vitale. È come se il tempo fosse sempre nuovo, fresco e fecondo. Questo vuol dire che il nostro tempo non va alla deriva, senza un senso e uno scopo. «Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò», cioè lo separò dagli altri giorni, così come aveva separato la luce dalla tenebre. Come la luce ha aperto la via alla creazione, così il sabato apre all’uomo le fonti di una vita sempre rinnovata.

In Dt 5, 12-15 il comandamento del giorno del riposo riceve questa motivazione: «Osserva il giorno di sabato per santificarlo … Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro, ma il settimo giorno è il sabato per il Signore tuo Dio: non fare lavoro alcuno né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né alcuna delle tue bestie, né il forestiero, che sta dentro le tue porte, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino con te. Ricordati che sei stato schiavo in Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha tratto di là … Perciò il Signore … ti comanda di osservare il giorno del riposo». Il sabato è anche il memoriale della libertà ricevuta come dono: libertà che ci rende tutti uguali, di una stessa dignità e con identici diritti; libertà da tutte le schiavitù in cui possiamo cadere; libertà da un tempo che potrebbe schiavizzarci e che invece Dio ha creato a servizio della crescita dell’uomo.

Il comandamento del sabato è un comandamento che libera. Tutti i comandamenti di Dio ci liberano: non sono una imposizione, ma un dono. Per questo, come dice san Giovanni, «i comandamenti di Dio non sono gravosi» (1Gv 5, 3): non ci impongono pesi, anzi vogliono liberarci da ogni peso.

È interessante notare come la creazione del settimo giorno non si concluda, come gli altri sei giorni, con una sera: «e fu sera e fu mattina …» (Gen 1, 5.8.13.19.23.31). Il settimo giorno è un giorno che non tramonta, un giorno che porta in sé una perfezione ancora da raggiungere, un “segno” che ci rimanda sempre oltre. Ci porta fuori dalla precarietà del fluire del tempo e ci rende partecipi di quella pienezza che è solo in Dio. «Esso è un segno perenne fra me e gli Israeliti, perché il Signore in sei giorni ha fatto il cielo e la terra, ma nel settimo ha cessato e ha respirato» (Es 31, 17). Questo “respirare” di Dio, che il testo sacro aggiunge al suo riposo, è da sottolineare perché contiene un’indicazione preziosa. È come se Dio tirasse un sospiro di sollievo alla fine della sua attività creatrice. Egli ha fatto davvero tutto quello che era necessario fare per l’uomo; Dio ha infuso nella creazione tutto il suo amore, ha dato all’uomo tutto di sé, secondo quella totalità che può essere solo divina e che Gesù sulla croce sigillerà con l’offerta della sua vita: «È compiuto» (Gv 19, 30). Se Dio ha dato tutto, tocca ora a noi dare, servendo la creazione, amandola, rispettandola e soprattutto condividendone i beni. Infatti di sabato anche uomini e bestie dovranno respirare a pieni polmoni: «Per sei giorni farai i tuoi lavori, ma nel settimo giorno farai riposo, perché possano goder quiete il tuo bue e il tuo asino, e possano respirare i figli della tua schiava e il forestiero» (Es 23, 12; cfr 2Sam 16, 14).

Il comandamento del sabato vuole dire in definitiva che la vita non dipende dalla nostra attività, ma dall’attività di Dio. Ecco perché i profeti, che pure hanno polemizzato contro i pellegrinaggi e il culto, esigono l’osservanza del sabato. Amos condanna quanti aspettano che sia passato il sabato per riprendere la loro attività disonesta ai danni dei più poveri (Am 8, 4-6). E il profeta anonimo del dopo esilio, che s’è convenuto di chiamare il “Terzo Isaia”, proclama: «Se tratterrai il piede dal violare il sabato, dallo sbrigare affari nel giorno a me sacro, se chiamerai il sabato delizia e venerando il giorno sacro al Signore, se lo onorerai evitando di metterti in cammino, di sbrigare affari e di contrattare, allora troverai la delizia nel Signore» (Is 58, 13-14).

La nostra vita non trova la sua sicurezza nel lavoro senza soste che finisce invece per renderci più poveri. È questo il messaggio del capitolo 16 di Esodo. Per il giorno di sabato, «riposo assoluto consacrato al Signore» (Es 16, 23) Mosè ordina al popolo di raccogliere il doppio della manna e di conservarlo fino al mattino, ma di non uscire di sabato a prenderne ancora. Tuttavia «nel settimo giorno alcuni del popolo uscirono per raccoglierne, ma non ne trovarono» (Es 16, 27). Un’attività senza soste è alla fine un lavoro perfettamente inutile. Vana è l’attività che si preoccupa solo di sé; per questo, ancora in Esodo, si dice che quanti hanno raccolto una quantità maggiore di manna, se la sono vista imputridire (16, 17-20). Il lavoro è fruttuoso se non perde di vista i valori che rendono pienamente umana la vita: la gratuità, il dono, la fiducia, la condivisione. Perciò nella nostra attività dobbiamo lasciare spazio all’attività di Dio: così ci liberiamo da noi stessi e ci poniamo al servizio degli altri.

 

 

Per ogni cosa c’è il suo momento …

 Ogni momento ha il suo valore se è incontro con Dio e quindi anche con ogni persona. Uno dei testi biblici più significativi a questo proposito è il capitolo 3 di Qoèlet. «Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante …» (3, 1 ss). Ogni tempo non è mai vuoto, è sempre l’occasione per un evento. «Tutto quello che fa è bello al suo tempo; anche il “senso della durata” ha dato nei loro cuori; solo che l’uomo non trova l’opera che Dio fa dall’inizio alla fine» (Qo 3, 11). Dio, quindi, ha stabilito per ogni ora la sua occupazione e questa, appunto perché fatta a suo tempo, è bella. Solo lui stabilisce i tempi e ha dato a noi la coscienza del tempo nell’estensione di tutti i suoi momenti particolari. Traduco, come suggerisce la TOB, con “senso della durata” quello che l’ebraico chiama ‘olam. Questo termine non indica l’eternità; è una dimensione appartenente all’esistenza umana ma ad essa trascendente, una dimensione che abbraccia l’intera estensione del nostro tempo. Nel nostro cuore Dio ha posto la possibilità di interrogarci sul nostro passato e sul nostro futuro: una possibilità che, però, diventa una pena per noi in quanto siamo incapaci di cogliere nel suo insieme l’attività di Dio e anche la ragione del perenne mutamento dei tempi. «Ho visto anche sotto il sole che non è degli agili la corsa, né dei forti la guerra e neppure dei sapienti il pane e degli accorti la ricchezza e nemmeno degli intelligenti il favore, perché il tempo e il caso raggiungono tutti. Infatti l’uomo non conosce neppure la sua ora: simile ai pesci che sono presi dalla rete fatale e agli uccelli presi al laccio, l’uomo è sorpreso dalla sventura che improvvisamente si abbatte su di lui» (Qo 9, 11-12). Ci troviamo di fronte a realtà più grandi di noi, impossibili da spiegare: «Ciò che è, già da tempo ha avuto un nome; e si sa che cos’è un uomo: egli non può competere con chi è più forte di lui. Chi sa quel che all’uomo convenga durante la vita, nei brevi giorni della sua vana esistenza che egli trascorre come un’ombra? Chi può indicare all’uomo cosa avverrà dopo di lui sotto il sole?» (Qo 6,11-12).

In questa radicale impossibilità che cosa ci resta? Solo la fede che ci apre all’azione misteriosa di Dio. È quello che il Qoèlet nel suo linguaggio chiama “timore del Signore”. «Riconosco – egli dice – che qualunque cosa Dio fa è immutabile; non c’è nulla da aggiungere, nulla da togliere. Dio agisce così perché si abbia timore di lui» (3,14). E ancora: «Osserva l’opera di Dio: chi può raddrizzare ciò che egli ha fatto curvo? … Tutto ho visto nei giorni della mia vanità: perire il giusto nonostante la sua giustizia, vivere a lungo l’empio nonostante la sua iniquità. Non esser troppo scrupoloso né saggio oltre misura. Perché vuoi rovinarti? Non esser troppo malvagio e non essere stolto. Perché vuoi morire innanzi tempo? È bene che tu ti attenga a questo e che non stacchi la mano da quello, perché chi teme Dio riesce in tutte queste cose» (7,13.15-17). E conclude: «Temi Dio e osserva i suoi comandamenti perché questo è tutto l’uomo» (13,13; cfr anche 5,6).

Il fluire del tempo resta per noi un enigma; ma nell’intricato groviglio degli eventi la fede ci fa scorgere un disegno d’amore. Per questo alla fine il libro di Qoèlet diventa una grande invocazione di aiuto a Dio e si capisce perché la voce di questo sapiente, apparentemente scettico e privo di speranza, sia stata accolta nella Scrittura come voce di una fede certo faticosa, travagliata, e tuttavia sempre abbandonata all’azione misteriosa di Dio. In questa voce avvertiamo l’eco dei salmi:

«Rivelami, Signore, la mia fine;

quale sia la misura dei miei giorni

e saprò quanto è breve la mia vita …

Ora, che attendo, Signore?

In te la mia speranza» (Sal 39,5.8).

 

«Io confido in te, Signore;

dico: Tu sei il mio Dio,

nella tua mano i miei tempi» (Sal 31,15-16).

 

 

Da sempre e per sempre tu sei, Dio

 Ci sembra di risentire la voce di Qoèlet soprattutto in un salmo, che è molto vicino all’epoca in cui egli è vissuto. È il salmo 90, una delle rare testimonianze dell’Antico Testamento che si pone esplicitamente il problema del tempo. Facciamo una lettura essenziale dei versetti 1-12.

 

«Signore, tu sei stato per noi un rifugio

di generazione in generazione.

Prima che nascessero i monti

e la terra e il mondo fossero generati,

da sempre e per sempre tu sei, Dio.» (vv. 1-2).

 

Nell’introduzione del salmo sono da una parte le generazioni umane che passano e dall’altra l’eternità immutabile di Dio. E a questa eternità si contrappone l’inconsistenza dell’uomo che è “polvere”:

 

«Tu fai ritornare l’uomo in polvere

e dici: “Ritornate, figli dell’uomo”.

Ai tuoi occhi, mille anni

sono come il giorno di ieri che è passato,

come un turno di veglia nella notte.

Li annienti: li sommergi nel sonno;

sono come l’erba che germoglia al mattino:

al mattino fiorisce, germoglia,

alla sera è falciata e dissecca.» (vv. 3-6).

 

Può essere utile ricordare che il termine ebraico dakka’, “polvere”, indica propriamente il processo di “polverizzazione”, quindi l’intero arco della vita umana destinata a ritornare in polvere. Fragile e povera è la vita umana; per questo la Bibbia greca e la Volgata traducono dakka’ con “umiliazione”, “povertà”, humilitas. Una povera vita non lasciata però a se stessa, ma sostenuta dalla forza della Parola di Dio; infatti «tu dici: ritornate, figli dell’uomo». Anche il nostro ritorno alla polvere, cioè la nostra morte, non è un evento abbandonato a se stesso, bensì momento confortato e illuminato dalla promessa di Dio.

Il rapporto tra mille anni e un giorno o un turno di veglia esprime l’infinita distanza tra l’eternità di Dio e la condizione mortale dell’uomo. Mille anni, una durata che nessuno di noi potrà mai sperimentare, davanti a Dio sono come il giorno di ieri che è passato; anzi un tempo più breve ancora, come un turno di veglia nella notte. Breve è la vita e si conclude con la morte, evocata dal sonno. La morte è la debolezza radicale dell’uomo, che al mattino appare fiorente come erba fresca; ma poco dopo, la sera stessa, è già disseccata (per l’immagine dell’erba cfr anche Gb 14, 1-2; Sal 102, 12; 103, 15-16; Is 40, 6-8).

 

«Poiché siamo distrutti dalla tua ira,

siamo atterriti dal tuo furore.

Davanti a te poni le nostre colpe,

i nostri peccati occulti alla luce del tuo volto.

Tutti i nostri giorni svaniscono per la tua ira,

finiamo i nostri anni come un soffio.» (vv. 7-8).

 

Esperienza della propria fragilità di creatura e insieme esperienza di quella fragilità più abissale ancora, e fonte di profonda sofferenza, che è il peccato. L’ira di Dio, cioè il modo con cui Egli reagisce al peccato, non è comunque l’ultima parola. Dio infatti pone i nostri peccati davanti alla “luce” del suo volto. E questa luce evoca la sua misericordia e il suo amore che restano per sempre, come canta il Salmo 30, 6: «La sua ira [è] un istante, la sua bontà una vita./ Alla sera pernotta il pianto (= il pianto trova dimora per una notte soltanto), ma al mattino il canto di gioia».

Alla triste situazione del peccato si intreccia ancora l’esperienza della precarietà della vita umana: tutto questo non è un ostacolo nel cammino verso Dio, anzi apre sempre di più alla fiducia in Dio:

 

«Gli anni della nostra vita sono settanta,

ottanta per i più robusti,

ma quasi tutti sono fatica, dolore;

passano presto e noi ci dileguiamo.

Chi conosce l’impeto della tua ira,

tuo sdegno, con il timore a te dovuto?

Insegnaci a contare i nostri giorni

e giungeremo alla sapienza del cuore» (vv. 10-12).

 

Accettando la nostra temporalità e insieme accogliendo il limite del nostro peccato, dei nostri errori e debolezze, possiamo scoprire la presenza di Dio nella nostra vita, possiamo lasciare che Egli agisca misericordiosamente verso di noi.

 

 

La giornata di Gesù

 

Molto ha da insegnarci riguardo al modo di vivere nel tempo la descrizione che l’evangelista Marco fa di una giornata di Gesù (Mc 1,14-45).

La giornata si apre con il momento dell’annuncio: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo» (1,15). La bella notizia che Dio ci ama cambia completamente l’orientamento della nostra vita. Il tempo che Dio ci dà è per scoprire e accogliere il suo amore.

C’è poi il momento della chiamata (Mc 1, 16-20) che conferisce un senso nuovo all’attività della giornata. «Vi farò diventare pescatori di uomini» (Mc 1, 17): è un lavoro nuovo a servizio degli altri, un lavoro che investe tutta la vita (“vi farò”) e i cui risultati non saranno sempre gratificanti. Il servizio richiede pazienza e fiducia.

C’è il tempo della parola che si concretizza in gesti di solidarietà e di partecipazione. Gesù guarisce nella sinagoga un uomo dalla psiche profondamente turbata, ridandogli pace (Mc 1, 21-27). Poi entra nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni e guarisce la suocera di Simone e questa si mette a servirli (Mc 1, 29-31). Davanti alla porta della casa si raduna tutta la città, e Gesù guarisce molti che erano afflitti da varie malattie e scaccia molti demoni (Mc 1, 32-34). Gesù ha insegnato la verità di Dio servendo, guarendo, prendendo su di sé i pesi degli altri.

C’è il tempo della solitudine e della preghiera. Gesù esce, quando ancora è buio, e si ritira in un luogo deserto. Simone e quelli che sono con lui lo inseguono, non capendo la ragione di un simile comportamento, e lo invitano, anzi quasi gli ordinano di tornare in città perché tutti lo cercano. Ma Gesù risponde diversamente: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono uscito» (Mc 1, 38). La preghiera, quando è desiderio di aderire totalmente alla volontà del Signore, ci apre gli occhi per vedere che nella nostra vita si nasconde un disegno di Dio.

Marco ci presenta Gesù che passa attraverso luoghi e tempi diversi. In questa diversità tutto è però unificato dall’azione della grazia di Dio, che Gesù annuncia con parole e rende palpabile con gesti d’amore. In un mondo come il nostro, dove i tempi appaiono tutti ridotti a una uniformità senza senso (che differenza c’è tra giorni feriali e giorni festivi?), sarà importante da parte nostra sentire che ogni momento ha il suo valore e la sua ricchezza particolare. Ogni tempo contiene una parola che ci interpella: nel mezzo delle nostre attività la potremo intendere se resta vivo in noi il desiderio di quel silenzio in cui lasciamo spazio a Dio e dove Gesù stesso ha maturato la sua scelta e ha reso forte la sua fedeltà.

 

 

«…attiva e silenziosa»

 

Ora, come d’abitudine, un rapido sguardo alla Regola di vita per cercarvi, riguardo al tempo e al lavoro, le ispirazioni che abbiamo tratte dalla Scrittura. E subito, nel prologo, ci viene incontro la Vergine Maria. Le appartenenti al “Regnum Mariae”, si dice, «desiderano prolungare nella storia della salvezza la presenza attiva e silenziosa della Madre di Gesù». È significativo l’accostamento di questi due aggettivi: attiva e silenziosa. L’attività di Maria assume valore dal suo silenzio, dal “sabato” continuo che è stata la sua vita, e che dovrebbe essere anche la nostra, tutta cioè del Signore.

Ogni tempo è tempo in cui deve crescere l’amore per le sorelle: la nostra famiglia infatti deve essere «amata con fedeltà nelle ore liete e in quelle tristi» (art. 2).

I voti, che ci legano al Signore, ci mettono nella disponibilità ad accogliere i vari momenti della vita come luogo dell’incontro con Cristo. La castità, in quanto è «dono d’amore totale» (art. 10), costituisce «un richiamo per tutti gli uomini a vivere nell’attesa del Signore che viene» (art. 8). La povertà, che mette la propria sicurezza in Dio (cfr art. 14), rende pronti «ad assumere con semplicità le varie situazioni della vita» (art. 16). L’obbedienza, quale «ricerca costante» e «compimento fedele del disegno amoroso e salvifico di Dio» su ciascuno di noi (art. 21), si incarna anch’essa concretamente «accogliendo con amore, di giorno in giorno, le varie situazioni che la vita … presenta» (art. 23).

Ci sono poi gli articoli dedicati alla preghiera e alla meditazione: articoli di grande impegno, che ricordano come la consacrazione “nel secolo” finisca per perdere la sua radice e il suo senso mancando la dimensione orante che fu parte essenziale della giornata di Gesù in mezzo alla gente. «Per vivere in continuo atteggiamento orante riserva nella tua giornata e nella tua vita alcuni tempi da dedicare esclusivamente all’incontro con Dio» (art. 30). «Vivi intensamente i vari tempi dell’anno liturgico; - santifica mattino e sera con la celebrazione di lodi e vespri; - poni al centro della tua giornata la celebrazione eucaristica …» (art. 31). È ancora la santa Vergine Maria a guidarci nella fedeltà al silenzio e alla solitudine, condizioni senza le quali la persona non cresce. «Sii fedele ad un incontro personale quotidiano e prolungato con il Signore … La meditazione, sull’esempio della Vergine, ti aiuterà a … cogliere … negli avvenimenti … i richiami di Dio e il suo amore» (art. 32).

Non si dimentichi l’art. 59!

Santa Maria, “attiva e silenziosa”, ispira il servizio nel mondo: «Ispìrati al servizio che Maria ha reso e rende al mondo, ed agisci nella pace, senza l’ansia di chi crede solo nel suo fare» (art. 47). È la pace del sabato, direbbe sant’Agostino, la pace di chi non si affida a quello che fa, ma all’azione di Dio. È la testimonianza di una vita «integra nella fede, paziente nella speranza e perseverante nella carità» (art. 56).

 

Fedeltà al mondo

 

Parola per la lectio: «Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo» (Gv 17, 18)

Regola di Vita RM 68: «Chi desidera consacrarsi a Dio nel mondo secondo lo spirito del “Regnum Mariae” deve avvertire … l’invito ad una presenza nascosta nel mondo, nella stima profonda degli autentici valori umani che vi si trovano, e la capacità di una testimonianza solitaria»

 

 

 

Il mondo è il luogo proprio della testimonianza nascosta e silenziosa della vocazione secolare. Per cercare di comprenderne il valore, e quindi l’impegno che esso comporta, raccoglieremo in questa scheda alcune indicazioni forniteci dal capitolo 17 del vangelo di Giovanni, dove, soprattutto nei versetti 9-20, si condensa il termine kosmos, cioè “mondo”. L’opera giovannea (vangelo e lettere) si mostra particolarmente interessata a tale vocabolo: nel vangelo esso ricorre quasi un’ottantina di volte e nelle lettere 24 volte.

 

 

La gloria del Padre e del Figlio

 

Il capitolo 17 è chiamato tradizionalmente la “preghiera sacerdotale” di Gesù, perché in essa Gesù svolge la funzione del sacerdote che intercede per il popolo. È una preghiera tanto ricca di suggerimenti e ispirazioni per chi, avendo scelto di vivere nel mondo la consacrazione al vangelo, partecipa, in forza di questa stessa vocazione, al «sacerdozio profetico e regale di Cristo» (Regola di Vita, art. 6), offre cioè a Dio il mondo redento da una forza d’amore così grande da vincere ogni male. «Compi ogni cosa nel nome del Signore Gesù», dice ancora l’articolo 29 della Regola. «Per la partecipazione al suo sacerdozio, la tua vita diventa preghiera e rendimento di lode al Padre».

La preghiera di Gesù riprende vari temi del capitolo 13, con cui forma come una cornice che chiude i capitoli 14-16 (il discorso di addio ai discepoli), e si lega idealmente anche con il prologo (Gv 1, 1-18).

Il discorso di Gesù ai suoi, incentrato sulla sua partenza da questo mondo e insieme sull’assicurazione di una comunione che permane oltre l’assenza fisica, si è concluso con questa luminosa parola colma di speranza: «Voi avete tribolazione nel mondo, ma abbiate coraggio; io ho vinto il mondo» (16, 33). Gesù vince e rimane vittorioso anche se sta avviandosi alla passione, cioè a una sconfitta secondo il pensare umano. Egli vince proprio perché offre la sua vita per la salvezza del mondo. L’amore è più forte dell’odio. Perciò «la luce brilla nelle tenebre e le tenebre non sono riuscite a sopraffarla» (Gv 1, 5). Il chicco di grano, caduto in terra, se muore, produce molto frutto (cfr Gv 12, 24). Come Gesù, anche il discepolo riporta la vittoria: «questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Questi è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue» (1Gv 5, 4-6). Gesù è venuto con l’acqua e con il sangue, tutta la sua vita cioè, dal battesimo alla passione, è stata una reale condivisione della vita del mondo. Così egli ha vinto il mondo, e così vinciamo anche noi.

La preghiera, che Gesù ora rivolge al Padre, e quindi anche la nostra preghiera, si fonda sulla certezza di questa vittoria. Essa inizia così: «Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano [letteralmente: sopra ogni carne], perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato» (17, 1-2). È giunta l’ora di passare da questo mondo al Padre: è “il passaggio”, cioè la Pasqua di Gesù (pasqua vuol dire passaggio), che si attua nell’amare i suoi fino al dono totale di se stesso. «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino all’estremo» (Gv 13, 1). È questa l’ora della glorificazione (cfr Gv 12, 23; 13, 31), cioè della rivelazione piena della realtà luminosa di Dio che rifulge nella vita del Figlio. «Noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità» (1, 14). La gloria del Padre si manifesta nell’amore di Gesù fedele fino alla morte. Non è la gloria mondana che cerca se stessa (cfr Gv 7, 18; 8, 50), ma la gloria che deriva dal dono della vita. Questo è il «potere sopra ogni carne» che il Padre ha dato al Figlio: un potere salvifico, un potere che alimenta la vita. Il Verbo s’è fatto lui stesso carne (cfr Gv 1, 14), è diventato uno di noi, addossandosi i nostri pesi e quindi dando la vita a tutti, la vita eterna, cioè la vita nella sua pienezza, la vita che è davvero tale.

«Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17, 3). La vita è conoscere personalmente Dio («conoscere la tua potenza», si dice nel libro della Sapienza 15, 3, «è radice di immortalità»), e Gesù può comunicare questa conoscenza perché in lui è la Vita e la vita è la luce degli uomini (cfr Gv 1, 14). Venendo nel mondo, il Verbo ha avuto da Dio un’opera da compiere e Gesù dichiara, nella preghiera al Padre, di averla compiuta: «Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo». Il nome è quello che Dio ha rivelato a Mosè al roveto ardente: “Io sono colui che sono”, cioè “Io sono colui che sarà con te” (cfr Es 3, 14.12). La realtà contenuta in questo nome ora in Gesù diventa chiara: «Ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17, 26). Il nome di Dio, cioè la sua realtà più profonda, è l’amore (cfr anche 1Gv 4, 16): una realtà immensa che mai potrà essere scandagliata fino in fondo; perciò Gesù dice che ha fatto conoscere il nome ma che ancora lo farà conoscere: è una conoscenza che non si esaurisce. Ed è una conoscenza che solo tramite Gesù possiamo avere; infatti «Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (1,18). Nessuno ha visto Dio: Egli è l’Invisibile, l’Inconoscibile. Solo Gesù che è nel seno del Padre, in una comunione intima e profonda con lui, ci indica la via per conoscere che Dio è amore e che solo nell’amore possiamo sapere chi Egli sia. «Amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio; chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama, non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore ...; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1Gv 4, 7-8.16).

«E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse» (Gv 17, 5). Compiuta la sua opera, Gesù ritorna alla gloria che egli aveva da sempre, divenuta ora dono per la salvezza che con la sua vita egli ha dato all’umanità. Il Padre è l’origine e la meta ultima della missione di Gesù: «Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo: ora lascio di nuovo il mondo e torno al Padre» (Gv 16, 28). La vita del Verbo è racchiusa entro l’obbedienza totale al Padre.

 

 

Venne nella sua casa ...

 

Gesù dichiara di aver fatto conoscere il Padre agli uomini che Dio gli ha dato “dal mondo”. Emerge qui una distinzione tra quelli che appartengono a Gesù e il mondo. Una distinzione che va chiarita bene per evitare opposizioni e dualismi che non sono nel pensiero dell’evangelista.

Il mondo, nel quarto vangelo, è prima di tutto l’insieme della creazione operata da Dio per mezzo del suo Verbo: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv 1, 1-3). Il mondo, appunto perché creato da Dio, è cosa buona in sé; è un’opera di Dio e dipende da Dio. Già questo mostra come la concezione giovannea di “mondo” sia lontana dalle teorie gnostiche che vedevano il kosmos come opera di forze demoniache e malvagie. Il vangelo vede il mondo nella prospettiva di Gen 1, 1-5. Tutto è buono, perché uscito dalle mani di Dio.

Il mondo è spesso inteso come la terra dove l’uomo abita nel tempo tra la sua nascita e la sua morte. Nel mondo si viene (cfr Gv 16, 21) e dal mondo si parte (cfr Gv 13, 1). Il mondo quindi è una realtà transitoria e tuttavia ha una funzione importante, quella di essere orientata al servizio dell’uomo. Tutto è stato fatto per l’utilità del genere umano. Come già in Gen2, 7-20 e 1, 27-30, così anche l’inizio del Vangelo proclama che la vita, di cui il Verbo è sorgente, è la luce degli uomini.

Il mondo è anche e soprattutto il luogo dove il Verbo ha posto la sua dimora. «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo e il mondo fu fatto per mezzo di lui» (Gv 1, 9-10). Così Marta confessa Gesù: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo» (11, 27). Il mondo è il luogo dove Cristo rende la testimonianza alla verità: «Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità» (18,37), e dove egli porta la vita: «Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui» (1Gv 4,9). Il mondo è inteso come il luogo della vita e della salvezza, il luogo in cui Dio si rivela e la persona deve decidersi per lui o contro di lui. Per questo il termine kosmos va oltre il significato di “terra abitata” e sfocia in quello di “umanità”, oggetto dell’amore di Dio che crea e salva (cfr Gv 1, 13; 3, 17; 13, 1; 1Gv 4, 8-10.14-16).

Il mondo, quindi, ha un valore altamente positivo per il quarto vangelo, perché è in esso che si rivela l’amore creatore e redentore di Dio. Quest’amore, però, esige una risposta e provoca necessariamente una divisione, un “giudizio”, tra chi l’accoglie e chi lo rifiuta. Il mondo non è cattivo in sé; lo diventa in base alla scelta che fa la persona: «la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce» (Gv 3, 19). «Il mondo ... odia me, perché di lui io attesto che le sue opere sono cattive» (Gv 7, 7). Ogni uomo è libero di immergersi nelle tenebre (cfr Gv 3, 19; 9, 39) o di rivolgersi verso la luce (Gv 3, 21; 8, 12), di restare sotto la collera di Dio (Gv 3, 36) o di evitare il giudizio (Gv 3, 18; 5, 24), di morire nei propri peccati (Gv 8, 21-24) o di passare dalla morte alla vita (Gv 5, 24).

La cosa terribile sta proprio nel fatto che l’uomo può resistere all’appello divino e dimorare nelle tenebre della propria autosufficienza (la “notte” di Giuda Iscariota: Gv 13,30): «Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano» (Gv 15, 6).

 

 

Scelti dal mondo

 

È da questo mondo dell’incredulità che i discepoli di Gesù devono uscire, in un esodo di liberazione che li porta alla consapevolezza di essere proprietà esclusiva del Signore. «Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola» (Gv 17, 6). Anzi, quanti hanno accolto la Parola diventano figli di Dio, «i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (1, 13). Tra i figli di Dio e il mondo incredulo vi è una opposizione irriducibile; il mondo li odia perché vede in essi una realtà che lo contraddice e lo contrasta. «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detto: un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato» (Gv 15, 18-21).

Questa opposizione tra mondo e credenti emerge netta nella preghiera di Gesù: «Non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi» (Gv 17, 9). La non fede è infatti un ostacolo insormontabile; se l’uomo non vuole aprirsi, la Parola non riesce a penetrare in lui. «Sebbene avesse compiuto tanti segni davanti a loro, non credevano in lui ... E non potevano credere, per il fatto che Isaia aveva detto: Ha reso ciechi i loro occhi/e ha indurito il loro cuore,/perché non vedano con gli occhi/e non comprendano con il cuore, e si convertano/e io li guarisca!» (Gv 12, 37.39-40).

In pratica il mondo è la conseguenza dell’indurimento dell’uomo. Esso non corrisponde a determinate persone. Storicamente si possono individuare persone e gruppi come espressioni di questo mondo, ma tale appartenenza è sempre momentanea. Si tratta di un atteggiamento o di una scelta morale che va al di là del mondo giudaico, oltrepassa l’epoca di Cristo e della chiesa apostolica. Nel vangelo di Giovanni i giudei, nemici e persecutori di Gesù, sono il simbolo di una chiusura senza via d’uscita.

Il mondo sono quelli che resistono alla luce (Gv 1, 5) e camminano nelle tenebre (Gv 8, 12.23; 12, 35), non riconoscono il Verbo (1, 10), non possono ricevere lo Spirito di verità (Gv 14, 17), non possono “vedere” il Risorto (Gv 14, 17), non hanno ricevuto Cristo né accolto le sue parole né interpretato giustamente le sue opere (Gv 8, 23-24.47-48; 14, 22; 16, 8-11). Il mondo sono quelli che odiano i discepoli e si rallegrano di perseguitarli (Gv 16, 20). Sono quelli che amano solo i propri seguaci (Gv 15, 19).

Questo comportamento può coinvolgere gli stessi cristiani se ricadono nell’incredulità. I discepoli non possono essere sicuri nella scelta che hanno fatto, perché la ricaduta nell’incredulità è un pericolo a cui sono continuamente esposti. Il vangelo e le lettere di Giovanni alludono spesso al tradimento dei convertiti. «Non ho forse scelto io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo» (Gv 6, 70; cfr anche Gv 6, 64-65; 13, 21.38; 18, 15-27; 1Gv 2, 18-19; 4, 1-3). La decisione umana non è stabile né nel bene né nel male. Il mondo dunque è una realtà fluttuante di cui non è possibile determinare le persone che vi appartengono. Esso è ispirato da un potere tenebroso (cfr Gv 8, 23-24) e si concretizza nell’odio e nella condanna contro Gesù e la sua comunità: «Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo» (Gv 17, 14; 1Gv 3, 10-15). Il credente è esposto continuamente al rischio di essere separato da Cristo (cfr Gv 6, 59-60.66-71; 12, 48; 13, 21; 15, 6) e di dissolvere, con il suo comportamento, l’unità della vita fraterna (1Gv 2, 19).

I credenti, afferma Gesù, «non sono del mondo, come io non sono del mondo». E tuttavia «non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno» (Gv 17, 15). In questa preghiera, che riecheggia il Padre nostro (cfr Mt 6, 13), Gesù ci fa capire che noi non siamo nel mondo come una specie di esiliati in un paese che non è il nostro e in cui dobbiamo sentirci estranei e lontani. Viviamo invece nel mondo che Dio ha creato per metterlo a servizio dell’uomo, quindi viviamo nel mondo con l’impegno di renderlo sempre più conforme alla volontà del Signore. Nello stesso tempo, però, possiamo essere assorbiti dalla mentalità di un mondo che si chiude a Dio e al suo dono. Perciò Gesù continua a pregare il Padre dicendo: «Santificali nella verità. La tua parola è verità. Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo; per loro io santifico me stesso, perché siano anch’essi santificati nella verità» (Gv 17, 17-18). Essere santi vuol dire essere diversi: si sta nel mondo con una identità che ci distingue dagli altri, non per isolarci da loro, ma per essere in mezzo a loro fermento di una vita nuova.

Il nostro impegno nel mondo è allora quello di restare fedeli alla nostra identità di consacrati alla verità, di amici di Dio, di appartenenti alla comunità di Gesù, dove il primo comandamento è l’amore: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15, 12-15). Ai suoi amici Gesù ha fatto conoscere il nome del Padre; egli prega che questa conoscenza cresca sempre di più. Ricordiamo ancora una volta la conclusione della preghiera: «Io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17, 26). Quest’amore del Padre per il Figlio è il legame stesso dello Spirito, è l’Amore trinitario nel quale la comunità dei credenti è immersa, si muove e si sviluppa.

 

 

Perfetti nell’unità

 

L’amore di Dio è più forte di ogni odio, di ogni chiusura. Gesù dice che non prega per il mondo, ma solo per quelli che Dio gli ha dati (Gv 17, 9). Non è la dichiarazione di una condanna definitiva del mondo, perché lo spazio della conversione resta aperto e l’appello di Dio continua a risuonare: «Ancora per poco tempo la luce è con voi. Camminate mentre avete la luce, perché non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tenebre non sa dove va. Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce» (Gv 12, 35-36; cfr anche Gv 7, 31.40.41.50-51; 8, 30-32; 10, 21; 11, 45; 12, 9). Gesù è il giorno della salvezza che Abramo ha visto e di cui si è rallegrato (Gv 8, 51-57); quello che Mosè ha scritto di lui (Gv 1, 45) adesso si compie (Gv 5, 45-46; 19, 36); egli viene come luce del mondo: «Io come luce sono venuto nel mondo perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre» (Gv 12, 46). La volontà di Dio è sempre e solo volontà di salvezza: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1, 9; cfr anche 6, 14; 11, 27; 18, 37; 1Gv 4, 8-10.14.16).

Gesù è l’Agnello di Dio che porta su di sé, distruggendolo, il peccato del mondo, cioè la sua incredulità (cfr Gv 1, 29). Solo l’amore salva il mondo. «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3, 16-17).

Il compito di questo amore, più forte di ogni morte, è consegnato ora ai discepoli di Gesù, che devono immettere nel mondo, attraverso la loro vita fraterna, una corrente nuova. «Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me» (Gv 17, 23). Gesù non prega per il mondo, in quanto espressione di una realtà chiusa alla salvezza; però affida a noi la responsabilità verso questo mondo che deve essere vinto tramite il nostro amore. «Non prego per questi soltanto, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me» (Gv 17, 20). L’amore di Dio è per tutti ed è la forza di questo amore a conquistare il mondo intero: «Ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore» (Gv 10, 16).

 

 

Testimoniare l’Evangelo ... rimanendo nel mondo

 

È l’impegno che ogni sorella, scegliendo di far parte del Regnum Mariae, si assume, come dichiara subito la Regola di Vita all’articolo 1. Va sottolineata fortemente l’espressione “rimanendo nel mondo”: è un rimanere che indica una fedeltà al mondo, un’adesione alla realtà in cui si vive e che si vuole trasformare assumendola con lo stesso amore di Cristo, come ribadisce l’articolo 4: «Ciascuna attua la consacrazione [la santificazione, secondo il significato biblico] restando nel suo ambiente, impegnata in attività comuni a tutti gli uomini. Il nostro apostolato di testimonianza è vivere in Cristo tutte le realtà umane e adempiere, in spirito di servizio, il mandato sociale con responsabilità e competenza». Cfr anche articolo 28: «Tu ... desideri amare il mondo come Cristo stesso lo ama», e art. 46: «Viviamo la nostra secolarità consacrata operando in modo diretto e concreto nelle realtà temporali, in cui siamo inserite, per ordinarle a Dio per mezzo di Cristo». In questa fedeltà al mondo si attua la sequela di Cristo (cfr art. 55).

Come s’è visto riflettendo sul capitolo 17 di Giovanni, è l’unità la via attraverso la quale possiamo rendere presente Dio nel mondo. «Memori delle parole di Cristo: “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv13, 35), viviamo unite in vicendevole carità» (art. 3). Mediante la nostra unità il mondo scopre che anch’esso è chiamato ad attuare una fraternità universale: «Compi il tuo servizio nel mondo quale espressione della fraternità universale che ti lega ad ogni creatura a motivo della medesima origine da Dio Padre e della comunione operata dalla riconciliazione di Cristo» (art. 54).

Vivendo uniti nell’amore si rinnova il nostro rapporto con il mondo. «Ognuna vive con amore il mistero della Chiesa e si fa espressione e sollecitazione del rapporto sempre nuovo di essa col mondo» (art. 5). Il mistero della Chiesa è la comunione con Gesù e con i membri della sua comunità. La comunione è il lievito nascosto che trasforma il mondo e lo rende sempre più conforme al progetto di Dio. La comunione con Gesù forma l’identità del cristiano e gli dà la forza di restare autenticamente nel mondo, senza assorbire una mentalità che è estranea al vangelo. Santa Maria ci è maestra in questo; è infatti dalla sua intima unione con Gesù di Nazareth che noi apprendiamo il senso del nostro inserimento nella società (cfr art. 6).

La “secolarità consacrata” porta silenziosamente nel mondo la realtà di Cristo, lo annuncia cioè senza parole, ma con la sua stessa vita. Il suo anelito profondo è quello di far nascere Cristo «nel cuore degli uomini ed essere per i ... fratelli luogo in cui Dio continua a riconciliarli a sé per renderli partecipi della sua gloria» (art. 11).

 

 

5. Fedeli a cristo e alla sua missione

 

Parola per la lectio: «Cristo è la nostra pace, ... per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo» (Ef 2, 14.15)

Regola di Vita RM 54: «Compi il tuo servizio nel mondo quale espressione della fraternità universale»

 

 

Nelle schede precedenti abbiamo riflettuto sulla bontà del mondo come è uscito dalle mani di Dio, sul nostro compito in questo mondo in quanto creati a immagine e somiglianza di Dio, e sul valore del tempo, come dimensione che ci fa scoprire l’amore di Dio e insieme il nostro limite di creatura. Nella quarta scheda, sulla base del vangelo di Giovanni, s’è ricordato come noi siamo autenticamente nel mondo, non conformandoci alla sua mentalità ma risvegliandolo a un modo nuovo di vivere, che consiste essenzialmente nel costruire una umanità unita e fraterna. La presente scheda continua questo discorso sulla base della lettera agli Efesini, che costituisce per le sorelle del Regnum Mariae un testo ispirativo di particolare importanza, dato che l’epilogo della Regola di vita è la citazione di Ef 3, 14-21, un brano che si riprenderà in una delle schede future.

 

 

La radice della chiesa

 La lettera agli Efesini – che sia stata scritta da Paolo o da un suo discepolo ha per la nostra ricerca poca importanza – pone al centro dell’attenzione il tema ecclesiologico: la ekklesia non indica la singola comunità locale, bensì la totalità dei fedeli che formano una sola grande comunità. In questa comunità universale trovano posto persone provenienti da diversi ambiti religiosi e culturali, così come viene indicato dalle categorie spesso ricorrenti del “noi” e del “voi” (cfr Ef 1, 12-13; 2, 1.3.11.13.17.22; 3, 1). Il “noi” identifica l’autore della lettera e il gruppo a cui egli appartiene, vale a dire i cristiani provenienti dal giudaismo; il “voi” sono i cristiani convertiti dal paganesimo. Il pericolo della comunità è quello del prevalere di un gruppo su di un altro, con la conseguente rottura dell’unità, preoccupazione principale dell’autore della lettera. Da notare che il termine “unità” appare solo in Ef 4, 3.13 in tutta la Bibbia.

È probabile che il gruppo proveniente dal paganesimo fosse il più consistente e più forte. C’era il pericolo che la comunità dimenticasse quella che era la sua radice (cfr Rm 11, 18). Per questo si insiste sulla grande dignità di Israele nel disegno salvifico di Dio. «Ricordatevi - dice l’autore rivolto agli ex-pagani - che un tempo voi, pagani per nascita, chiamati incirconcisi da quelli che si dicono circoncisi perché tali sono nella carne per mano di uomo, ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d’Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo» (Ef 2, 11-12). Qui sono elencati i doni che Dio ha dato a Israele e che permangono sempre, perché Dio è fedele, doni che vengono ora partecipati anche a quelli che provengono dal paganesimo. Questi doni sono il Cristo, cioè il Messia; la cittadinanza di Israele, specificata subito in rapporto ai “patti della promessa”, cioè il vincolo particolare con Dio; poi la speranza, come tensione e attesa del compimento finale della storia della salvezza; e infine Dio stesso.

L’oscurità più grave per un non credente è proprio questa lontananza da Dio. Perciò troviamo nella lettera una accorata esortazione: «Vi dico e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani nella vanità della loro mente, accecati nei loro pensieri, estranei alla vita di Dio a causa dell’ignoranza che è in loro, e per la durezza del loro cuore» (4,17-18). Estranei alla vita di Dio: questa mancanza o alienazione, fonte di infelicità e di disorientamento, è vinta mediante la partecipazione ai “privilegi” di Israele, cioè al legame profondo che unisce Dio all’uomo e l’uomo a Dio. Israele, infatti, è il segno di quella pienezza di senso che viene dalla fede; egli è il simbolo della fede come comunione profonda con l’invisibile Iddio. Secondo l’etimologia tanto significativa di Filone d’Alessandria, Israele vuol dire “l’uomo che vede Dio”.

Quante volte nei salmi troviamo espressi il desiderio ardente di Dio e la gioia della comunione con lui.

Una cosa ho chiesto al Signore,

questa sola io cerco:

abitare nella casa del Signore

tutti i giorni della mia vita,

per gustare la dolcezza del Signore

ed ammirare il suo santuario (Sal 27, 4).

 

Chi altri avrò per me in cielo?

Fuori di te nulla bramo sulla terra.

Vengono meno la mia carne e il mio cuore;

ma la roccia del mio cuore è Dio,

è Dio la mia sorte per sempre ...

Il mio bene è stare vicino a Dio (Sal 73, 25-27).

 

O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco ...

poiché il tuo amore vale più della vita ...

esulto di gioia all’ombra delle tue ali (Sal 63, 2.4.8)

 

L’anima mia languisce

e brama gli atri del Signore.

Il mio cuore e la mia carne

esultano nel Dio vivente.

Anche il passero trova la casa,

la rondine il nido

dove porre i suoi piccoli,

presso i tuoi altari ... (Sal 84, 3-4).

 

Quale gioia quando mi dissero:

“Andremo alla casa del Signore”.

E ora i nostri piedi si fermano

alle tue porte, Gerusalemme! (Sal 122, 1-2).

 

Poiché Israele ha avuto il dono prezioso della fede, si capisce che chi è lontano da Israele è lontano anche da Dio: “i lontani” (2, 13) sono anche “esclusi” (2, 12), “estranei” (2, 12). Non che i pagani, diventando cristiani, debbano farsi giudei. Anche per i giudei è abbattuto il muro divisorio della legge, intesa come quel complesso di precetti umani che si sono sovrapposti alla Torah di Dio e che hanno fatto del popolo ebraico un mondo a parte, diviso dagli altri. Il superamento di ogni alienazione e divisione è dato ora unicamente da Cristo Gesù.

 

 

Cristo nostra pace

 

«In Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani, siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo» (Ef 2, 13). La volontà di Dio per il mondo è quella di «ricapitolare tutte le cose in Cristo» (1, 10). Il mondo intero è luogo della signoria di Cristo: «Tutto [Dio] ha sottomesso ai suoi piedi» (1, 22). Però solo la Chiesa è “corpo” di Cristo (cfr Ef 1, 23; 2, 16; 4, 4.12.16; 5, 23.30), quindi una realtà che appartiene in modo specialissimo a Cristo. Da Lui «tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità» (4, 16). Mondo e chiesa sono sottoposti alla stessa signoria di Cristo; ma solo la chiesa è «pienezza di lui che riempie totalmente ogni cosa» (1, 23), il luogo dove già opera la potenza di Cristo (cfr 3, 19). Questa unione profonda viene spiegata con il simbolo nuziale (cfr Ef 5, 25-27), secondo l’antico linguaggio profetico (cfr in particolare Osea) e con quello di “tempio santo” (2, 21) che cresce sul “fondamento degli apostoli e dei profeti”. Il traguardo di tutta la vita della chiesa è il raggiungimento della «piena maturità di Cristo ... vivendo secondo la verità nella carità» (Ef 4, 13.15).

In questa chiesa, che è una realtà composta di persone provenienti da esperienze religiose e culturali diverse e dove quindi è sempre in atto una tensione ecumenica, Cristo «è la nostra pace, colui che ha fatto dei due uno solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, annullando per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia» (2, 14-16). Cristo, che di due realtà ha fatto una cosa sola, è la nostra pace non in senso psicologico, cioè come pace dell’anima, ma in senso sociale ed ecumenico, come superamento dell’inimicizia che separava prima le genti e i giudei. Si superano, in Cristo, le differenze dei popoli; non c’è più un popolo superiore a un altro; ma, eliminata la barriera religiosa, culturale e razziale, tutti sono una cosa sola. Questa è l’umanità nuova creata da Cristo. Questo è l’unico passo della Scrittura in cui si parla di Cristo non solo come mediatore dell’azione creatrice di Dio, ma anche come soggetto di una creazione sua propria.

È la croce di Cristo l’inizio di questa creazione nuova: umanità non più estranea a Dio e riconciliata con se stessa. Poiché l’umanità è riconciliata con Dio è anche in pace con tutti. Il corpo in cui i due blocchi dell’umanità, separati dal muro dell’odio, sono riconciliati tra loro, è anche il corpo in cui sono riconciliati con Dio. Forse possiamo scorgere qui l’eco di ciò che la tradizione evangelica dice a proposito dei due comandamenti di Dio e del prossimo. Un dottore della legge aveva chiesto a Gesù che cosa dovesse fare per avere la vita eterna; Gesù lo rimanda alla Parola di Dio dove si legge: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso». E Gesù conclude: «Fa’ questo e vivrai» (Lc 10, 25-28 e paralleli).

 

 

La famiglia di Dio

 

È per mezzo di Cristo che «entrambi abbiamo l’accesso al Padre in un solo Spirito» (v. 18). Il termine tradotto con “accesso” ha nel greco del tempo vari significati: indica l’approdo di una nave giunta al porto, l’ammissione di qualcuno al cospetto del re, la comparsa di un accusato davanti al giudice, e infine l’atto di offerta cultuale a Dio (per questo confronta nel greco biblico, per esempio, Es 29, 4.10; Lv 1, 2; 8, 24; Nm 8, 9-10). Questo ultimo significato è presente nella lettera agli Efesini, come può vedersi dal passo parallelo di Col 1, 21-22: «Anche voi, che un tempo eravate esclusi e nemici ..., ora egli vi ha riconciliati per mezzo della morte del suo corpo di carne, per presentarvi santi, immacolati e irreprensibili al suo cospetto». Il linguaggio qui è chiaramente liturgico e ricorre, nell’Antico Testamento, a proposito di cose e persone offerte al Signore (cfr Dt 12, 18; 16, 16) o semplicemente a proposito del servizio svolto dai sacerdoti nel tempio (cfr Dt 10, 8; 18, 5.7). Solo Cristo ci presenta al Signore Dio come offerta pura, purificata dal suo sangue. Non possiamo avvicinarci a Dio se non in Gesù; è solo lui infatti che «ci dà il coraggio di avvicinarci in piena fiducia per la fede in lui» (Ef 3, 12). Tutti i credenti in Cristo possono ormai «accostarsi con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia» (Eb 4, 16).

Scoprire che in Cristo noi siamo in comunione piena con il Padre è una gioia grandissima. L’eco di tale gioia risuona nella lettera ai Romani: «Per suo mezzo [di Gesù Cristo] abbiamo ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia, nella quale ci troviamo» (Rm 5, 2); e ancora nella prima lettera di Pietro: «Cristo una volta per tutte morì per i peccati, giusto per gli ingiusti, al fine di farvi accedere a Dio» (3, 18).

Questo “accostarsi” a Dio in Cristo non si riferisce più soltanto alla sfera cultuale; investe l’intera esistenza che nella sua umile quotidianità illuminata dall’amore di Cristo diventa una liturgia vivente. Per questo nel Nuovo Testamento si parla della vita cristiana come di un culto spirituale (cfr Rm 12, 1; 1Pt 2, 5).

Possiamo ora accostarci al Padre “in un solo Spirito”. L’espressione indica la profondità della comunione. Nella preghiera di Ef 3, 14-21 – quella che è stata assunta come epilogo della Regola di Vita – si chiede «di essere potentemente corroborati nell’uomo interiore per mezzo dello Spirito» (3, 16). L’uomo interiore è la persona dal cuore rinnovato dallo Spirito, l’uomo nuovo (cfr Ef 4, 24) che in forza dello Spirito è con Dio in una relazione filiale, dove non esiste più la paura ma solo tanta gratitudine per l’amore che è stato donato.

“In un solo spirito” (non più con la esse maiuscola) potrebbe anche alludere all’unità di tutti quelli che fanno ora parte dell’unica comunità ecclesiale. E di fatto la parte esortativa della lettera insiste sulle nuove relazioni umane. La comunità canta concordemente salmi, inni e cantici ispirati, celebra il Signore con tutto il cuore, rendendo grazie per ogni cosa (cfr Ef 5, 19-20); ma tutto questo ha senso se si traduce in una vita in cui brilla la luce stessa di Dio: «Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce; il frutto della luce consiste in ogni bontà. giustizia e verità» (Ef 5, 8-9).

Dopo aver presentato Cristo come fonte di riconciliazione e di pace in una Chiesa che vive intensamente la comunione, l’autore della lettera agli Efesini, rivolgendosi ai cristiani provenienti dal paganesimo, può concludere: «Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù» (Ef 2, 19-20).

Si noti la posizione antitetica dei versetti 12 e 19:

eravate / siete

esclusi dalla cittadinanza d’Israele / non più stranieri ... ma concittadini

estranei alle promesse / familiari di Dio”.

Chi raggiunge, in Cristo, l’intimità con Dio, non è più estraneo a nessuno di questo mondo. L’affermazione «voi non siete più stranieri né ospiti» può suonarci in contraddizione con quello che si legge, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, sulla condizione di straniero che è propria non solo del credente (cfr per es. 1Pt 1, 1 e 2,1 o Eb 11, 13-14; 13, 14) ma dell’uomo in quanto tale (cfr Sal 39, 13). Ma qui la lettera agli Efesini vuole comunicarci l’abbattimento di ogni barriera nell’amore di Gesù Cristo.

 

 

Vivere con amore il mistero della Chiesa

 

Dio creatore, che tutto “ricapitola” nel Cristo crocifisso e risorto, vuole la Chiesa come immagine dell’umanità riconciliata e come profezia del Regno. Questa verità, che si trova al centro della lettera agli Efesini, ha per ogni sorella del Regnum Mariae un particolare valore: amando la Chiesa, con il desiderio di renderla più bella con la santità della propria vita, ogni sorella si inserisce autenticamente nel mondo e vi porta quelle energie di bene che aprono la via a Cristo.

L’articolo 5 dice che ogni sorella deve amare “il mistero della Chiesa”, il mistero che si rivela nella Chiesa. Questo mistero è il piano di Dio che in Cristo ha riconciliato tutti gli uomini. Perciò bisogna non stancarsi nel cercare tutte le strade possibili che portano alla pace, all’accoglienza reciproca, al perdono.

Questo amore alla Chiesa si esprime certo anche attraverso la collaborazione fattiva con «la missione di quanti nella Chiesa sono chiamati ad esercitare il sacerdozio ministeriale» (art. 6 e art. 45), e mediante l’obbedienza al magistero della Chiesa (art. 25); ma è sorretto soprattutto da una vita interiore intensa. È, questa, come s’è visto, l’esigenza primaria della Chiesa, “corpo di Cristo”, e tuttavia mai pienamente identificata con lui; e perciò chiamata a essere docile all’azione dello Spirito che la spinge incessantemente a colmare questa distanza dal suo Signore. La Chiesa è se stessa quando vive nello Spirito la relazione intima con Dio. Questo non vuol dire spiritualizzare la Chiesa, allontanarla dal suo impegno nel mondo; al contrario, essa si inserisce realisticamente nel mondo se resta pienamente fedele a Cristo e alla sua missione.

Perciò sapientemente la Regola di Vita insiste sulla dimensione interiore della vocazione secolare. Proprio perché immersa nella realtà e nelle attività di questo mondo, la vocazione secolare esige che il Vangelo penetri nella profondità dei cuori. Così leggiamo negli articoli 9 e 10 che nel «dono d’amore totale, esclusivo e reciproco», segno appunto dell’azione dello Spirito in noi, il nostro essere trova pienezza e armonia con tutto il creato. L’articolo 17 ricorda che nella povertà interiore, consapevolezza che tutto è dono e tutto deve essere quindi condiviso, troviamo sempre la forza per accogliere, ascoltare, dialogare. La «profonda e costante comunione col Signore» (art. 28) si alimenta attraverso la preghiera, cioè nella ricerca incessante del volto del Padre sotto l’impulso dello Spirito. Così la preghiera trasforma la vita intera in una liturgia perenne (artt.29 e 48).

Poiché la vocazione secolare «si perpetua in un costante invito e in una continua risposta, fino a raggiungere la piena statura di Cristo (cfr Ef 4,13)» (art. 55), suo compito principale è quello di accompagnare il «cammino di tutta l’umanità verso quella fraternità universale che sarà completa solo nella casa del Padre» (art. 44), e il suo servizio nel mondo sarà autentico nella misura in cui è «espressione della fraternità universale che ci lega ad ogni creatura a motivo della medesima origine da Dio Padre e della comunione operata dalla riconciliazione di Cristo (art. 54). Come si vede, l’eco del messaggio della lettera agli Efesini è costante e ci ripete il motivo per cui siamo insieme, come sorelle e fratelli di una sola famiglia, e continuiamo ad esserlo, tenacemente, nonostante le difficoltà. Venire meno a questa fedeltà sarebbe un tradire le attese del mondo.

 

 

 

6. TESTIMONI DI SPERANZA E DI CARITA’

 

 

Parola per la lectio: «… pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3, 15)

Regola di Vita RM 11: «Ricorda che quale silenziosa portatrice di Cristo potrai contribuire alla sua nascita nel cuore degli uomini»

 

 

 

 

Cristo è la ragione profonda della speranza che testimoniamo con la nostra vita e la nostra parola: è questo uno dei temi principali della prima lettera di san Pietro indirizzata agli “eletti -stranieri della diaspora” (1Pt 1, 1), cioè a tutti noi che ci troviamo dispersi nel mondo come stranieri alla ricerca di una patria. Troviamo in questa lettera motivi e ispirazioni che ci incoraggiano nella fedeltà alla nostra vocazione “secolare”.

 

 

In un mondo ostile

 

Nel saluto finale troviamo indicato lo scopo della lettera: «Vi ho scritto, come io ritengo, brevemente per mezzo di Silvano10 , fratello fedele, per esortarvi a attestarvi che questa è la vera grazia di Dio. In essa state saldi!» (1Pt 5, 12). La “vera grazia” sono le difficoltà stesse che i cristiani delle chiese dell’Asia stanno subendo e che contengono in sé una promessa: «Il Dio di ogni grazia, il quale vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo, egli stesso vi ristabilirà, dopo una breve sofferenza vi confermerà e vi renderà forti e saldi» (1Pt 5, 10). Non si tratta probabilmente di una persecuzione vera e propria, ma di quelle sofferenze causate dall’ostilità dell’ambiente circostante. Più di una volta, infatti, la lettera vi fa accenno: «Siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po’ afflitti da varie prove» (1, 6). «Se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio» (2, 20). «Se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! ... È meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male» (3, 13.17). «Non siate sorpresi per l’incendio11 che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. Ma nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo rallegratevi» (4, 12-13). La lettera di Pietro, dunque, è un’esortazione a cristiani che hanno bisogno di essere incoraggiati e sostenuti. Essi sono una minoranza che conduce un tipo di vita diverso e perciò incompreso da una società che ha ben altri interessi.

In questa azione di sostegno la lettera fa frequente ricorso alla parola di Dio: non solo all’Antico Testamento, ma anche ad alcune espressioni in cui sentiamo risuonare la voce stressa di Gesù. La parola del Signore è, prima di ogni altra cosa, il sostegno più sicuro e la luce più limpida nel cammino spesso oscuro per le vie del mondo.

Dell’Antico Testamento diverse sono le citazioni esplicite, secondo la versione greca della Settanta. In 1, 24, a proposito della «parola di Dio viva ed eterna» che ci rigenera per una vita di fraternità e di comunione, si cita il bel passo di Isaia 40, 6-8: «tutti i mortali sono come l’erba/e ogni loro splendore è come fiore d’erba./L’erba inaridisce e i fiori cadono,/ma la parola del Signore rimane in eterno».

In 1, 16 per ravvivare l’impegno della santità, sul modello del Santo che ci ha chiamati, viene ricordato l’invito di Dio come è scritto nel libro del Levitico «Voi sarete santi, perché io sono santo» (19, 2). Dio è santo perché è il totalmente “Altro”; così il cristiano nel mondo è santo perché è diverso ed è questa diversità la fonte dell’incomprensione e dell’ostilità. Ma se non fosse diverso, il cristiano non sarebbe più lievito.

In 2, 6-7 la costruzione dell’edificio della comunità fondato sulla pietra che è Cristo, trova ispirazione in Isaia 28, 16 («Ecco io pongo in Sion/una pietra angolare, scelta, preziosa/e chi crede in essa non resterà confuso») e nel Salmo 118, 22 («la pietra che i costruttori hanno scartato/è divenuta la pietra angolare,/sasso d’inciampo e pietra di scandalo»). Questa comunità è «la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo di Dio che si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui»; quello che un tempo era non-popolo, ora è popolo di Dio; quello che un tempo era escluso dalla misericordia, ora invece ha ottenuto misericordia. Così Dio stesso ha assicurato, come si legge in Esodo 19, 5-6; Isaia 43, 20-21 e Osea 1, 6-9 e 2, 3.25.

In questa comunità, cui Dio ha elargito il suo amore, i fratelli non rendono male per male o offesa per offesa, ma al contrario rispondono benedicendo, «poiché a questo sono stati chiamati per avere in eredità la benedizione» (1Pt 3, 9). È infatti la comunità dei poveri e dei piccoli, come ricorda il Salmo 34, 13-17, il salmo cioè dell’umile che cerca e teme Dio, in lui trova appoggio e si tiene lontano da ogni forma di male, cercando unicamente la pace. Per esortare alla «umiltà gli uni verso gli altri» (1Pt 5, 5) si cita Proverbi 3, 34 («Dio resiste ai superbi,/ma dà grazia agli umili»).

Altre allusioni sono al libro di Genesi (1Pt 3, 20), ai Salmi (cfr 1Pt 2, 3; 5, 7.9), ai Proverbi (1Pt 2, 17; 3, 15; 4, 18), al Siracide (1Pt 5, 7), e ancora al secondo Isaia (1Pt 1, 19-21).

Significativi sono i richiami a Matteo e Luca (cfr 1Pt 1, 2.4.11.12.13; 2, 4.12.23; 3, 9.13). La figura di Gesù come pastore (cfr 1Pt 2, 25) e il tema della rigenerazione (cfr 1Pt 1, 23) rimandano alla tradizione giovannea.

Fortissimi sono anche i legami con le lettere di Paolo ai Romani e agli Efesini e le lettere “pastorali” (si confrontino i passi paralleli indicati nella Bibbia di Gerusalemme). Mancano i temi centrali della teologia paolina, come quelli della giustificazione e della legge; ma l’autore della 1Pt conosce espressioni tipicamente di Paolo come grazia, elezione, salvezza, libertà, e soprattutto l’intensa espressione «in Cristo».

Ancora di maggior rilievo sono i rapporti con la lettera di Giacomo. Già l’inizio è molto affine (1Pt 1, 1/Gc 1, 1); ma si confrontino poi 1Pt 1, 6/Gc 1, 2-3; 1Pt 1, 23/Gc 1, 18; 1Pt 2, 1/Gc 1, 21; 1Pt 2, 11/Gc 4, 1; 1Pt 2, 19/Gc 5, 7-11; 1Pt 4, 8/Gc 5, 20; 1Pt 4, 13/Gc 1, 2-3; 1Pt 5, 5/Gc 4, 6-10. Questi reciproci richiami indicano che ambedue vivono in una stessa atmosfera spirituale, attingono a una stessa tradizione che poi utilizzano secondo le necessità dell’ambiente in cui vivono.

In ultimo sono da evidenziare anche i legami con la lettera agli Ebrei, per quanto riguarda il tema del popolo in cammino (cfr 1Pt 1, 9; 2, 11; Eb 11), del sangue dell’aspersione (1Pt 1, 2/Eb 12, 24), della morte salvifica di Cristo avvenuta «una volta per sempre» (1Pt 3, 18/Eb 9, 28).

Come si vede, la prima lettera di Pietro è tutta immersa in questa ricca tradizione e la propone ai suoi destinatari perché nelle difficoltà che provengono da un mondo ostile essi possano prendere coscienza del loro radicamento vitale “in Cristo”, fonte della speranza.

 

 

Stranieri e pellegrini

 

È la speranza il centro ispiratore dell’intera lettera che inizia appunto così: «Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva» (1, 3). Con questa speranza, dopo essere stati rigenerati in Cristo mediante il battesimo, iniziamo il nostro cammino in questo mondo: «Dopo aver preparato la vostra mente (lett.: dopo aver cinto i fianchi della vostra mente) all’azione, siate vigilanti, fissate ogni speranza in quella grazia che vi è data nella rivelazione di Gesù Cristo» (1, 13). La grazia, cioè l’amore gratuito di Dio, già donataci in Cristo, attende da noi una risposta che implica un lungo cammino, dal momento che il dono di Dio è una grandezza inesauribile, una novità perenne che chiede a noi un’adesione generosa. Infatti «su questa salvezza indagarono e scrutarono i profeti che profetizzarono sulla grazia a voi destinata cercando di indagare a quale momento o a quali circostanze accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando prediceva le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che dovevano seguirle. E fu loro rivelato che non per se stessi, ma per voi, erano ministri di quelle cose che ora vi sono state annunciate da coloro che hanno predicato il vangelo nello Spirito Santo mandato dal cielo: cose nelle quali gli angeli desiderano fissare lo sguardo» (1Pt 1, 10-12). La realtà dell’amore divino è così grande da non essere esaurita neanche dalla contemplazione degli angeli. È questo il bel significato che san Tommaso d’Aquino attribuisce alla finale del versetto 12: non che gli angeli siano privati della conoscenza di Dio, ma che essi non si stancano mai di contemplare Dio; sono come bruciati dal desiderio di penetrare una realtà che non ha fine.

Un desiderio di conoscere Dio che deve infiammare anche la nostra vita, così che sia la vita stessa a parlare di lui. Un desiderio e una ricerca che ci rendono estranei a questo mondo, che fonda la sua vita su altre basi. La vita di noi credenti, secondo l’autore della prima lettera di Pietro, è il «tempo della nostra condizione di stranieri» (1Pt 1, 17). Il termine greco paroikia significa letteralmente “situazione di chi è straniero in un luogo”. La Bibbia CEI traduce “pellegrinaggio”; ma ora la nuova versione ufficiale, più aderente al significato letterale dell’espressione, dice: «comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri». Paroikia si trova ancora una volta nel Nuovo Testamento e precisamente in Atti 13, 17, che è l’inizio del discorso tenuto da Paolo nella sinagoga di Antiochia di Pisidia: «Il Dio ... d’Israele scelse i nostri padri ed esaltò il popolo durante il suo esilio (paroikia) in terra d’Egitto e con braccio potente li condusse via di là». Nel discorso di Paolo si evidenza l’evento dell’uscita dall’Egitto come liberazione dalla condizione di straniero; in Pietro, invece, i cristiani continuano a rimanere in tale condizione. Essi non ne escono fuori, ma devono restarvi «con timore», ricordandosi però che essi sono stati liberati «con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia» (1Pt 1, 19). Qui si fonda la speranza che sostiene il nostro cammino di stranieri in questo mondo.

 

 

In Cristo

 

L’ultima parola, che chiude la prima lettera di Pietro, è «in Cristo» (1Pt 5,14; cfr anche 3, 16; 5, 10). Come s’è detto, questa espressione, breve ma di una intensità immensa, richiama il linguaggio di Paolo ed esprime l’identità profonda del cristiano: egli è tale perché è “in Cristo”, perché solo in lui, che è come l’ambiente vitale in cui si muove, trova il senso del suo vivere e del suo operare. In Cristo si trovano rinnovati motivi di fiducia in mezzo alle prove e soprattutto quella libertà e quel coraggio che ci rendono testimoni umili e coerenti della verità che portiamo dentro di noi.

Per amore di Cristo viviamo nella società, sottomessi ad ogni istituzione umana; lo siamo però «come liberi ... servitori di Dio» (1Pt 2, 16).

È ancora l’amore di Cristo che trasforma dal di dentro i rapporti familiari (cfr 1Pt 3, 1-7) e ci dà la forza per rispondere con mitezza a chi vorrebbe con prepotenza prevalere su di noi. A questo proposito è significativo lo spazio che la prima lettera di Pietro dedica ai rapporti tra servi e padroni. «State soggetti – si dice riguardo ai servi – con profondo rispetto ai vostri padroni, non solo a quelli buoni e miti, ma anche a quelli difficili. È una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo ingiustamente; che gloria sarebbe infatti sopportare il castigo se avete mancato? Ma se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio» (1Pt 2, 18-20). La motivazione di questo atteggiamento è sempre e solo l’esempio di Cristo. «Anche Cristo patì per voi,/lasciandovi un esempio,/perché ne seguiate le orme:/egli non commise peccato/e non si trovò inganno sulla sua bocca,/oltraggiato non rispondeva con oltraggi,/e soffrendo non minacciava vendetta,/ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia./Egli portò i nostri peccati nel suo corpo/sul legno della croce,/perché, non vivendo più per il peccato,/vivessimo per la giustizia;/ dalle sue piaghe siete stati guariti» (1Pt 2, 21-25). Sullo sfondo di Isaia 53 (il servo sofferente del Signore) è qui descritto il comportamento di Gesù nella sua passione, come viene raccontata nei vangeli. Gesù, l’innocente, oltraggiato dai giudei e dai pagani, dai capi e dalla gente (cfr Mc 14, 65; 15, 16-20.29-32), rimane in silenzio (cfr Mc 14, 61; 15, 5; Lc 23, 9), senza opporre resistenza, fedele a quanto aveva insegnato ai suoi discepoli: «Io vi dico di non opporvi al malvagio» (Mt 5, 39). Si rimette totalmente nelle mani di Dio, a cui chiede non giustizia per i peccatori ma perdono (cfr Lc 23, 34.46). In questo modo, come già era stato profetizzato nell’Antico Testamento, la morte del servo del Signore diventa strumento di solidarietà e di salvezza. A tal punto Cristo si è addossato la nostra situazione di peccatori da offrire la sua stessa vita: questo è il dono che ci redime.

«Dalle sue piaghe siete stati guariti». L’autore della lettera, dopo aver descritto il comportamento di Cristo, torna a rivolgersi agli schiavi in situazione di oppressione: essi sono stati guariti dall’amore di Gesù perché siano a loro volta capaci di testimoniare un amore altrettanto forte e fedele. Qui bisogna fare molta attenzione: la lettera non ci invita alla rassegnazione o all’accettazione passiva di un ordinamento ingiusto, ma ci propone un altro modo di reagire, che è quello di Cristo. Siamo chiamati a «seguire le orme» - un’espressione unica nel Nuovo Testamento - di colui che ci ha lasciato un esempio, quello di continuare ad amare nonostante l’odio degli uomini. Al male si risponde «facendo il bene» e cercando coraggiosamente tutte le vie possibili per vincere il male con l’amore. L’esempio di Cristo, dunque, aiuta i cristiani ad accogliere, in un mondo che non sempre li capisce, la possibilità della sofferenza ingiusta, superando la logica mondana che fa corrispondere un premio all’azione buona e una punizione all’azione cattiva.

Nel mondo il cristiano soffre non solo per il nome che porta (cfr 1Pt 4, 16) o per la professione della propria fede, ma appunto per una logica nuova che dirige il suo modo di vivere. In questo senso va intesa l’affermazione: «se anche dovete soffrire per la giustizia, beati voi!» (1Pt 3, 14). La giustizia è la fedeltà all’ideale di vita insegnato dal vangelo. Una fedeltà possibile per chi porta Cristo nel proprio cuore: «Poiché Cristo soffrì nella carne, anche voi armatevi degli stessi sentimenti; chi ha sofferto nel suo corpo ha rotto definitivamente col peccato, per non servire più alle passioni umane, ma alla volontà di Dio, nel tempo che gli rimane in questa vita mortale. Basta col tempo trascorso nel soddisfare le passioni del paganesimo ... Per questo trovano strano che voi non corriate insieme con loro verso questo torrente di perdizione e vi oltraggiano» (1Pt 4, 1-4). «Trovano strano»: il mondo non comprende questo stile di vita dei cristiani che ai suoi occhi appaiono «stranieri e pellegrini».

 

 

Fraternità

 

Siamo stranieri, ma non lontani da questo mondo. La nostra coerenza di vita non è un’affermazione di noi stessi, ma è solo per la salvezza del mondo. Perciò la nostra condotta deve essere «irreprensibile, perché mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre opere buone giungano a glorificare Dio nel giorno del giudizio» (2, 12).

Viviamo nel mondo senza muri protettivi; l’unica difesa è quella che ci viene dal fare il bene, dal vivere in Cristo. «Chi vi potrà fare del male, se sarete ferventi nel bene?» (1Pt 3, 13). Questo ci libera da ogni paura: «Non vi sgomentate per paura ... né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo» (1Pt 3, 14-16).

Quelli che sono in Cristo formano, all’interno del mondo, la «casa di Dio» (1Pt 4, 17), sono le «pietre vive» con cui è costruita la «casa spirituale» (1Pt 2, 5) dove si offrono «sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo». Il termine “spirituale” non vuole dare l’idea di una opposizione con ciò che è materiale. Spirituale è tutto ciò che si compie sotto l’impulso dello Spirito santo, cioè dell’amore di Dio. Tutta la nostra vita, in ogni sua espressione, diventa sacrificio spirituale gradito a Dio se animata dall’amore: «Conservate tra voi una grande carità (agape), perché la carità copre una moltitudine di peccati. Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare. Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio» (1Pt 4, 8-10). Per la prima lettera di Pietro la Chiesa è prima di tutto “agape”, cioè amore senza distinzioni e senza limiti, ed è anche “fraternità”, secondo la bella definizione che viene suggerita dopo l’invito a lottare con tutte le forze contro il “nemico”: «Resistetegli saldi nella fede, sapendo che le stesse sofferenze sono imposte nella vostra fraternità (sparsa) per il mondo» (1Pt 5, 9). Certamente è un grande conforto sapere che nel cammino di fedeltà al vangelo tanti fratelli e sorelle lottano insieme a me. La comunione è il grande baluardo contro le forze ostili del male. Questo è il messaggio che la Chiesa-fraternità lancia al mondo; questo è il modo con cui noi, pur essendo “estranei” per il mondo, ci sentiamo intimamente solidali con l’umanità e l’amiamo profondamente “in Cristo”.

 

 

«Sospinta dall’amore di Cristo ...»

 

Essere «in Cristo», idea centrale nella prima lettera di Pietro, risuona anche nella Regola di Vita. Infatti subito viene precisato che «il nostro apostolato di testimonianza è vivere in Cristo» tutte le realtà di questo mondo (art. 4). Il nome di Cristo riempie tutta la Regola: il nostro cuore è rivolto a Cristo, «colui che tu amerai sopra tutte le cose» (art. 9), è lui che noi seguiamo nella sua povertà (art. 14); è sul suo esempio che offriamo a Dio la nostra volontà (art. 21) e, nell’obbedienza, costruiamo l’unità voluta da Cristo (art. 24; cfr anche art. 36)). Come Maria, «che nella cosciente disponibilità al volere di Dio ha generato il Cristo» (art. 26), ogni sorella, «quale silenziosa portatrice di Cristo» contribuisce alla sua nascita nel cuore degli uomini (art. 11). È Cristo, nel quale viviamo e nel cui nome compiamo ogni cosa (artt. 29 e 61), che ci insegna ad amare il mondo come lo ama lui (art. 28): egli infatti è venuto «non per essere servito, ma per servire» (Mt 20, 28) e per accrescere la vita nei suoi (art. 39). Sospinti dall’amore di Cristo-servo e rivestendoci di lui, possiamo liberarci da atteggiamenti di difesa e da pregiudizi per andare incontro agli altri con semplicità e disponibilità (artt. 52 e 58).

La comunione con Cristo crea quella fraternità in cui consiste il nostro vero servizio nel mondo. Una fraternità esigente, in quanto non è sentimento ma crescita in comune nella fedeltà al vangelo. Perciò come Cristo, potremo «talvolta essere segno di contraddizione per gli altri» e incontrare incomprensioni e ostilità. Ma quello che conta è saper perdere la vita per amore (art. 54).

 

 

7. LIBERI PER AMARE

 

 

Parola per la lectio: «Il disegno (di Dio): … ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» (Ef 1, 10)

Regola di Vita RM 62: «Secondo le tue capacità, cerca di stabilire un dialogo con le diverse culture con le quali sei a contatto e con sensibilità profetica impara a discernere e a realizzare ciò che in esse è conforme al Vangelo, certa che Dio guida la storia degli uomini al compimento del Regno»

 

 

Ritorniamo a riflettere sulla lettera agli Efesini (cfr quinta scheda) che costituisce per il Regnum Mariae un testo ispirativo importante. Ef 3, 14-21 costituisce l’epilogo della Regola di Vita, la quale contiene ancora altre allusioni alla lettera: cfr gli articoli 5 (il mistero della Chiesa: Ef 5, 32), 9 e 10 (Cristo nei nostri cuori: Ef 3, 17); 21 (il disegno della volontà di Dio: Ef 1, 9 ss.; 3, 3-11); 36 (l’unità: Ef 4, 2); 55 (la piena statura di Cristo: Ef 4, 13); 58 (rivestirsi di Cristo, l’uomo nuovo: Ef 4, 24).

Una presenza così significativa della lettera agli Efesini nella nostra regola non è fortuita, considerato che al centro della lettera è l’idea dell’unità come meta finale verso cui è incamminata l’intera creazione, e della comunità ecclesiale che di questa unità è segno con la sua vita di comunione con Cristo e con i fratelli.

 

 

L’amore del Diletto

 

Il versetto su cui si incentra questa settima scheda fa parte del prologo della lettera (Ef 1, 3-14): un inno che certo apre la lettera in maniera inusuale e che nella sua struttura grammaticale presenta molteplici difficoltà. Si tratta praticamente di un solo periodo, con sei verbi in forma finita e il resto legato con participi e gerundi. È come se l’autore volesse abbracciare, in un solo respiro, l’ampiezza di una benedizione che, superando i limiti di spazio e tempo, raggiunge l’infinità stessa del disegno divino di salvezza.

Per orientarci e quasi per riprendere fiato in quest’unica frase grammaticale - che nella traduzione italiana è giustamente suddivisa in vari periodi -, facciamo nostro il suggerimento offerto da Luís Alonso Schökel che coglie nella frase tre “ondate”, ciascuna conclusa in tre riferimenti alla “lode” (vv. 6.12.14). Nella prima ondata ci sono quattro riferimenti a Cristo (v. 3: «Padre del Signore nostro Gesù Cristo … benedizione in Cristo»; v. 5: «per opera di Gesù Cristo»; v. 6: «la grazia che ci ha dato nel Diletto»); nella seconda due (v. 10: «ricapitolare in Cristo»; v. 12: «noi che abbiamo sperato per primi in Cristo»); nella terza una (v. 13: «in Lui avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo»).

Il testo appartiene al genere delle benedizioni, frequente nella liturgia ebraica: l’uomo benedice Dio, ringraziandolo dei benefici ricevuti. Il testo è trinitario. All’origine è Dio, il Padre di Gesù Cristo e Padre nostro per adozione, il quale realizza il suo disegno per mezzo di Cristo. In Cristo ci viene dato lo Spirito, «sigillo e caparra».

La prima ondata inizia con il titolo di Cristo, cioè “Unto”, “Messia”, l’atteso. In Lui Dio ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale: cioè tutta la ricchezza di Dio è scesa a noi tramite il suo Spirito, il suo amore, per il quale Egli ci ha scelti prima della creazione del mondo. Ci si spalanca davanti un orizzonte infinito. Mai noi fummo pensati dalla Sapienza divina fuori di Cristo: la nostra esistenza non è solo uno stare nel mondo come semplici creature, ma è sempre un “essere nel Cristo”. Dall’eternità siamo stati scelti da Dio per vivere e trovare nel Figlio suo il senso del nostro esistere.

L’elezione divina ha un fine: «essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità». L’essere santi vuol dire partecipare alla vita stessa di Dio, il Santo; l’essere immacolati allude ai sacrifici che sono degni di Dio quando sono puri, quando cioè sono l’offerta di quello che c’è di meglio nel creato e con questa offerta testimoniano l’assoluta signoria di Dio a cui tutto appartiene. Dio ci ha scelti, quindi, per essere suoi, come è suo il popolo santo d’Israele (cfr Es 19, 6), come sono suoi i «santi dell’Altissimo» (Dn 7, 22.27).

«Predestinandoci a essere suoi figli adottivi» (Ef 1, 5): La predestinazione riguarda l’adozione a figli; non è una scelta arbitraria, per cui alcuni sono presi e altri abbandonati al loro destino, non è una minaccia che ci getta nello scoraggiamento e nella disperazione. La predestinazione è il dono di Dio che ci ha scelti come figli. Suo figlio è Israele (cfr Es 4, 23; Is 1, 2; Os 11, 1, ecc.); suoi figli sono i credenti nel nome di Cristo, «i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Gv 1, 13). «Quale grande amore ci ha dato il Padre – esclama l’autore della prima lettera di Giovanni – per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!» (1Gv 3, 1). E come tutti i doni di Dio, anche tale figliolanza non è solo un privilegio inaudito ma anche un impegno; difatti non può essere chiamato figlio di Dio «chi non fa la giustizia e non lo è chi non ama il suo fratello» (1Gv 3, 10). Ho evidenziato la congiunzione “e” perché qui essa deve essere intesa in senso esplicativo, come se fosse scritto: “chi non fa la giustizia, cioè chi non ama il suo fratello”. Fare la giustizia – cioè la volontà di Dio – vuol dire amare il proprio fratello. Il dono della figliolanza di Dio ci apre quindi all’impegno della fraternità. La grazia di Dio è data non in vista semplicemente della perfezione personale, ma perché tutti crescano insieme verso Dio. Infatti Egli ci ha predestinati, tutti insieme, come fratelli: è l’amore - non riti speciali di purificazione - a renderci santi e immacolati davanti a Dio.

E tutto questo «a lode e gloria della sua grazia che ci ha dato nel suo Figlio diletto». Letteralmente: «a lode e gloria della sua grazia (=il suo amore gratuito) di cui ci ha gratificati nel Diletto». Si insiste sulla gratuità assoluta del dono del “Diletto”, di Colui che così è stato chiamato al momento del battesimo, quando su di lui scende lo Spirito, cioè la pienezza dell’amore divino: «Tu sei il Figlio mio diletto, in te mi sono compiaciuto» (Mc 1, 11). Gesù, nella preghiera al Padre, ci attesta che anche noi, come lui, il Figlio dell’amore, siamo inondati da questo stesso amore: «Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me» (Gv 17, 23). Dio ama noi come il Figlio; anche noi nel Diletto siamo suoi diletti.

 

Ricapitolazione

 

La seconda ondata (vv. 7-12) comprende il riscatto, cioè la liberazione dal peccato mediante il sangue di Cristo, «secondo la ricchezza del suo amore gratuito (charis)» che ha riversato su di noi «sapienza e intelligenza», doni divini che ci rendono capaci di comprendere il «disegno segreto» (il mistero) come si realizza nella pienezza dei tempi, cioè quando «Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4, 4).

Il disegno di Dio è quello di «ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra». Cielo e terra indicano nella Scrittura l’intero universo creato - come appare, ad esempio, in Dt 32, 1 («Ascoltate, o cieli: io voglio parlare:/oda la terra le parole della mia bocca») o in Is 1, 2 («Udite, cieli; ascolta, terra»), o anche il mondo divino e il mondo umano, come in Sal 135, 6 - «Tutto ciò che vuole il Signore,/egli lo compie in cielo e sulla terra» - o in Is 55, 9 - «Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie». Il “mistero” è quindi il disegno di creare in Cristo una comunità universale degli uomini, in pace con Dio e in pace tra di loro, una comunità che sia il segno dell’unità che regge il creato nella infinita varietà dei suoi elementi.

Il verbo difficile e raro (anakephalaiousthai) significa innanzitutto “riassumere”, “ricapitolare”. Il latino lo traduce con instaurare nel senso di rafforzare, ribadire. Esso ha in sé il vocabolo che indica la testa, kephalé, termine che la lettera agli Efesini attribuisce più volte a Cristo. Egli è infatti «capo della Chiesa» (1, 22; cfr Col 1, 18), verso il quale tutti cresciamo: «vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità» (4,15-16). È una frase ridondante, tipica dello stile della lettera. La «verità nella carità» è la verità evangelica, il cui annuncio può avvenire solo nell’amore, come solo nell’amore si edifica il corpo di Cristo, la Chiesa, la cui unità ha come sorgente lo Spirito di Dio, il suo Amore (4,3). Grazie all’amore di Cristo, che è la pietra angolare (2,20) il corpo intero della Chiesa, tenuto strettamente unito dalla collaborazione delle singole membra, ciascuna con la sua propria attività e caratteristica, cresce e si sviluppa. Tutto si riassume nell’amore, come Paolo afferma nella lettera ai Romani, quando dichiara che esiste per noi un solo debito da pagare e questo è l’«amarsi gli uni gli altri, perché chi ama l’altro [il diverso da sé] ha adempiuto la legge» (Rm 13, 8). Ogni comandamento della legge, infatti, «si riassume (anakephalaiousthai) [nel senso che è incluso e trova il suo senso pieno] in questa parola: Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Rm 13, 9). Vivendo questo amore, come accoglienza di tutti nella loro diversità, «arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4, 13). La meta è l’unità che nasce dalla fede, cioè dalla conoscenza di Cristo, dall’esperienza dell’amore di Lui. In questa unità consiste la “perfezione” o la maturità del cristiano, non più prigioniero del groviglio delle sue passioni e dei suoi sentimenti, ma divenuto lui stesso partecipe della pienezza di Cristo.

È il messaggio di Gesù, il messaggio del discorso della montagna, dove Gesù pone in chiara luce che la radice della legge, ossia della Parola di Dio, è soltanto l’amore, un amore senza limiti che si estende fino ai nemici e ci rende partecipi della stessa perfezione del Padre (cfr Mt 5, 43-48).

In Cristo, continua l’inno, «siamo stati fatti eredi» (Ef 1, 11). Questo “noi” è Israele a cui Paolo appartiene: Israele che ha avuto da Dio in eredità la terra (cfr Es 23, 30; Dt 19, 3; Is 14, 1). Il dono della terra prefigurava il dono di Cristo. Infatti «noi [Israele]… per primi abbiamo sperato in Cristo» (Ef 1, 12), dal momento che Cristo è presente in tutta la storia d’Israele: presente nella legge e nei profeti (cfr Rm 3, 21), presente nella promessa fatta ad Abramo (cfr Gal 3, 16), nascosto nella Roccia che seguiva Israele nelle sue peregrinazioni nel deserto (cfr 1Cor 10, 4). È da Israele che Cristo è venuto secondo la carne (cfr Rm 9, 5).

«Siamo stati fatti eredi» si può anche intendere che Israele è stato scelto come eredità di Dio. (cfr Dt 9, 29; 32, 9; Sal 78, 71), appartenente a Lui in maniera speciale. Ora in Cristo questa appartenenza si allarga in quanto include non solo Israele, ma anche i pagani, il “voi” del versetto 13 che apre la terza ondata (vv. 13-14). I pagani, pur non avendo sperato in un messia promesso, hanno tuttavia accolto «la parola della verità», ossia «la bella notizia della … salvezza» e vi hanno creduto ricevendo così il sigillo dello Spirito santo, promesso a tutti, ebrei e pagani, e divenuto la garanzia o il pegno del pieno riscatto di coloro che «Dio si è acquistato» (v. 14) come sua esclusiva proprietà. Di due popoli Cristo ha creato un solo uomo nuovo (cfr Ef 2, 15), abbattendo ogni differenza religiosa, culturale e razziale. Per mezzo di Cristo «possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito» (Ef 2, 18). A Dio ormai si accede solo in Cristo, nuovo tempio, dove il vero culto non consiste più nei riti ma nell’incontro dell’umanità nella pace.

 

Il comandamento dell’amore

 

La perfezione della persona umana consiste quindi nella crescita verso «l’uomo perfetto» che è Cristo. In lui è la pienezza dell’amore di Dio che vuole condurre l’universo ad essere in Lui una sola cosa.

La nostra comunità si costruisce con persone disposte ad amare come Cristo. Per questo la regola, si può dire quasi in ogni articolo, ricorda il comandamento dell’amore. Essa ricorda subito, all’inizio, che noi ci troviamo insieme «per portare alla sua pienezza il comandamento della carità» (art. 1). Siamo entrati nella famiglia del Regnum Mariae solo per amore; è per accrescere l’amore che abbiamo deciso di legarci ad altre sorelle e fratelli. E possiamo realizzare una «fraternità evangelica» soltanto «mediante un contributo di amore» (art. 2) e restando «memori», cioè conservando ben radicate nel cuore «le parole di Cristo: “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 35)» (art. 3).

L’«amore» ci fa capire e vivere il «mistero della Chiesa» (art. 5), che è mistero d’amore, rivelazione del progetto divino per l’umanità. E questo amore si concretizza in un «servizio» che arriva «fino al sacrificio»: è così che ogni sorella, sull’esempio di santa Maria, si realizza «pienamente come donna» (art. 7; cfr anche art. 57), raggiunge quella maturità umana che scaturisce unicamente dalla capacità di amare e di donarsi.

I voti di castità, povertà e obbedienza hanno valore se sono espressioni di amore. La castità è un «dono d’amore totale, esclusivo e reciproco», mediante il quale il nostro essere «trova la pienezza e l’armonia con se stesso, con i fratelli e con tutto il creato» (art. 10).

Come Gesù, «che per amore si fece povero» (art. 14), mettiamo noi stessi «a disposizione … di tutti» (art. 17). Non cose dobbiamo dare agli altri; ma noi stessi, le nostre energie, le nostre capacità, il nostro tempo.

L’obbedienza è sincera e autentica quando esprime l’amore con cui ogni giorno accogliamo le diverse situazioni della vita. Per amore ci sentiamo responsabili della comunità familiare, civile ed ecclesiale (cfr art. 23), obbediamo alla regola di vita, alle decisioni comunitariamente assunte, alle indicazioni delle responsabili e a quelle emerse negli incontri fraterni (cfr art. 24).

La preghiera alimenta e sostiene l’amore al mondo, che deve essere amato «come Cristo stesso lo ama» (art. 28). Dalla preghiera attingiamo la luce che ci permette di cogliere nelle Scritture, «negli uomini, negli avvenimenti e in tutto il creato i richiami di Dio e il suo amore» (art. 32).

Il «profondo amore verso la Famiglia» esige «lealtà e disponibilità» (art. 36), cioè sincerità con se stessi e con gli altri, grande trasparenza e distacco dai propri interessi. Ogni sorella, «sospinta dall’amore di Cristo e libera da atteggiamenti di difesa e da pregiudizi», va «incontro agli altri con semplicità e disponibilità» (art. 52). La libertà da noi stessi ci mette nella condizione di avere un «dialogo sincero e paziente con tutti» (art. 22; cfr anche art. 12) e ci apre all’accoglienza e alla comprensione delle «diverse culture» per scoprirvi i semi di verità che l’Amore di Dio ha sparso ovunque (art. 62). Il nostro lavoro quotidiano è quello di stroncare in noi ogni pregiudizio che ci chiuda agli altri e imparare a guardare “con simpatia” le diversità in cui si esprime la ricchezza dell’umanità.

 

Questo amore, che abbraccia l’universo, si verifica nell’ambiente concreto in cui viviamo; perciò la regola dice che «il gruppo locale è il primo luogo in cui concretizziamo l’amore fraterno» (art. 40).

«Ricordando che saremo giudicate sull’amore» ognuna di noi vivrà il compito dell’accoglienza e dell’ospitalità soprattutto rimanendo «accanto con predilezione alle sorelle provate dalla sofferenza» (art. 38). Già per noi è difficile, talora, condividere in semplicità le gioie; quanto più arduo è “rimanere accanto”, nel senso di prendere su di sé come ha fatto Gesù (cfr Mt 8, 16-17), le sofferenze degli altri. Ma è proprio qui il senso del nostro stare insieme: aiutarci a guarire dalle nostre ferite, a fiorire come persone libere per poter amare di più.

La famiglia «sostiene le sorelle con la propria fede e il proprio amore» (art. 65). Il suo impegno è una forza enorme che dà a tutti il desiderio di risollevarsi da cadute e tristezze e di riprendere il cammino.

Chi ha compiti di responsabilità deve ricordarsi che il suo è solo un servizio d’amore che deve accrescere la vita negli altri (cfr art. 39; artt. 64 e 66). Non c’è servizio più bello di questo, perché ci rende davvero servi come lo è stato Gesù: «io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).

E perché la vita cresca in una capacità di dono sempre più grande (cfr art. 63) la regola ci ricorda un valore fondamentale, l’amore allo studio, inteso nel suo significato più ampio: studio della Scrittura, della liturgia, della storia della chiesa e della storia degli uomini, studio della vita e della realtà in cui viviamo (cfr art. 56). Lo studio, quindi, come desiderio di cercare sempre, di capire, di rinnovarsi, di liberarsi da preconcetti. Qui sta una grande speranza; qui si esprime l’anelito più profondo della nostra anima: conoscere Dio e amarlo sopra ogni cosa.

 

8. «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»

Una comunità unita nella fede e nell’amore

 

Parola per la lectio: «Vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più … E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”» (Ap 21, 1.5)

Regola di Vita RM 50: «Senti la responsabilità di specializzarti nel settore in cui operi e di tenerti aggiornata in campo teologico e sociale, secondo le tue attitudini, capacità e possibilità … per una sempre più intensa ed attenta partecipazione al piano salvifico di Dio, che si attua attraverso le mutevoli situazioni dei tempi»

 

 

 

Siamo partiti quest’anno dal capitolo 1 di Genesi per riflettere sul mondo, creato “buono” da Dio, e sul nostro rapporto con esso. Abbiamo affrontato, nella misura delle nostre possibilità, un tema centrale riguardante, come si diceva nella prima scheda, le “radici del nostro carisma” di persone che vogliono vivere il Vangelo restando immerse nelle realtà mondane. Con questa ultima scheda giungiamo al termine della storia, quando un nuovo cielo e una nuova terra saranno finalmente conformi al disegno di Dio creatore.

 

 

La nuova creazione

 

«Vidi …»: è la visione che coglie il significato centrale della Scrittura, il senso profondo della creazione, il senso nascosto degli eventi. Sono necessari occhi nuovi per vedere oltre le semplici apparenze, per cogliere il bene che Dio ha posto nel mondo, per non lasciar cadere come insignificante nessun momento, anche quello più modesto, umile e quotidiano.

«Vidi un nuovo cielo e una nuova terra: infatti il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più» (Ap 21, 1). “Il cielo e la terra di prima” sono quelli attualmente esistenti e destinati a scomparire, o meglio a trasformarsi in “nuova creazione”. Il mare, simbolo del caos informe provocato dal male, è come prosciugato dal soffio dello Spirito. Tutte le forze negative che rendono infelice la vita umana sono vinte dall’Amore: infatti «non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21, 4).

«Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo» (Ap 21, 2). La città santa di Gerusalemme, la comunità di Dio, è nuova come sono nuovi il cielo e la terra, impregnata cioè della novità che è Cristo. Essa “scende dal cielo” perché non è opera umana ma dono di Dio; è di origine divina, ma svolge una missione nel mondo; scende infatti sempre, perché la sua realtà deve penetrare lentamente nel mondo e ricrearlo di nuovo come dimora di Dio: «Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio con loro”» (Ap 21, 3). Dio non vuole essere semplicemente “Dio”, ma “Dio con noi”. Questo è il suo vero nome, cioè il suo proprio modo di essere: nome già annunciato da Isaia (cfr 7, 14), attribuito a Gesù al momento della nascita (cfr Mt 1, 23) e da lui portato a compimento con la risurrezione: «Io sarò con voi per sempre» (Mt 28, 20). La nuova Gerusalemme, cioè la comunità dei popoli nata dalla pasqua del Signore, ha nel mondo il compito di rendere presente l’amore di Dio. E lo renderà presente e concreto nella misura in cui saprà aprirsi alle miserie dell’umanità. Per mezzo suo Dio «tergerà ogni lacrima dai loro occhi» (Ap 21, 4). «Non piangere più» (Lc 7, 13), «non piangete … » (Lc 8, 52), «perché piangi?» (Gv 20, 12): tante volte Gesù ha incontrato persone infelici e si è fermato per accoglierne la sofferenza e dire questa parola consolante. Dov’è Dio non vi può essere disperazione; però è solo il mio amore a rendere presente Dio nella vita degli altri.

«E Colui che sedeva sul trono disse: Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21, 5a). Sempre Dio fa nuove tutte le cose; Egli è Creatore e non cessa di creare; crea e ricrea sempre nel suo Verbo eterno: «tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv 1, 3). Perciò «se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove» (2Cor 5, 17). Chi vive in Cristo è già in questo tempo presente creatura nuova. La novità non comporta uno sconvolgimento cosmico, la fine di questo mondo; tocca invece la persona nella sua vita più intima e profonda. È dentro la persona che nasce la nuova creazione.

«E soggiunse: Scrivi, perché queste parole sono fedeli e veraci» (v. 5b). “Fedele” e “Verace” sono i nomi del Verbo di Dio che, avvolto in un mantello intriso di sangue, cavalca un cavallo bianco (cfr Ap 19, 11-13). Fedele e verace, perché Dio non viene meno alle sue promesse: «Fedele è la parola …; se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2Tm 2, 11.13). La novità di Cristo si attuerà nella storia, perché Dio l’ha promesso.

Quale grande speranza, anzi certezza, ci si apre davanti! E anche quale impegno per noi! Dio è fedele, la sua parola è sicura, la sua promessa di vita non sarà mai ritirata; la creazione perciò non può finire nel nulla, anche se l’uomo, nella cecità del suo egoismo, può distruggere questo mondo meraviglioso creato da Dio. La prospettiva terribile di una catastrofe ecologica è sempre davanti a noi. Questa è l’apocalisse provocata dall’uomo. Ma l’apocalisse biblica è tutt’altra cosa: è la rivelazione di Dio eternamente fedele alla sua creazione, Dio presente nella storia come sua origine e suo termine ultimo. Una volta che Dio ha donato la vita, questa non può essere più tolta. La morte non ha alcun potere; anzi, con la morte, dice il prefazio della messa per i defunti, «la vita non è tolta, ma trasformata». Ed è proprio questa certezza che sostiene la nostra paziente lotta per migliorare le condizioni del vivere umano, che ci infonde speranza nell’impegno a favore della vita.

La storia, secondo la Scrittura, si apre con la benedizione della creazione e si chiude con la parola di Colui che siede sul trono: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». «Io faccio»: cioè faccio sempre, continuamente. La creazione è sempre in atto. Così i salmi:

«Il mio aiuto viene dal Signore, che fa [lett.: il facente, colui che sempre fa] cielo e terra» (Sal 121, 2).

«Il nostro aiuto è nel nome del Signore, che fa cielo e terra» (Sal 124, 8).

«Da Sion ti benedica il Signore, che fa cielo e terra» (Sal 134, 3).

«Il Signore dona la benedizione e la vita per sempre» (Sal 133, 3).

Noi crediamo a questa promessa di vita e vogliamo metterci generosamente al suo servizio.

«Ecco sono avvenuti!» (Ap 21, 6a). Che cosa? Non c’è soggetto espresso. Dobbiamo pensare alle parole o alle promesse di prima: esse si considerano già realizzate, qualunque sia la loro effettiva scadenza cronologica. Ed è così, perché Dio è presente nella storia, di essa è «l’Alfa e l’Omega, il Principio e la fine» (v. 6b); ed è questa presenza a dare alla storia il suo senso. Una presenza che, ancora una volta, chiede un atteggiamento spirituale ben preciso: «A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita» (v. 6c). «Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita» (Ap 22, 17). «Chi ha sete …»: è il desiderio della samaritana (cfr Gv 4, 14) che solo Gesù può colmare; il desiderio di un di più, il desiderio di immergersi nel «fiume d’acqua viva limpida come cristallo» che scaturisce dal trono di Dio e dell’Agnello (Ap 22, 1), di lasciarsi trasformare dalla novità di Cristo.

 

 

 

La città-sposa

 

Questa sete ardente si esprime nel grido con cui l’Apocalisse si chiude: «Vieni … Vieni, Signore Gesù!» (22, 17.20). È la famosa invocazione aramaica «Maranatha»12 , che appare nella conclusione della prima lettera di Paolo ai Corinti: «Se qualcuno non ama il Signore sia anàtema. Maranatha: vieni, o Signore! La grazia del Signore Gesù sia con voi … Amen» (16, 22). Può apparire strana la presenza di un termine aramaico non tradotto nella lettera che Paolo indirizza a una comunità composta soprattutto di cristiani di origine non giudaica. Ma tutto diventa chiaro se si pensa che questa parola era divenuta familiare in quanto ricorrente nella liturgia comunitaria. Un altro testo proveniente anch’esso dal cristianesimo delle prime generazioni, la Didachè, descrive la liturgia eucaristica e riporta l’invocazione Maranatha: «Se qualcuno ama il Signore, venga!/Se qualcuno non ama il Signore, sia anàtema!/Maranatha». Come si vede, san Paolo, sia pure in forma concisa, ripete la formulazione della Didachè che riguarda il momento importante della liturgia, la preghiera cioè per la venuta del Signore o l’affermazione della sua presenza. A partire da questo centro si spiegano l’invito e l’avvertimento o minaccia: nell’eucaristia l’uomo incontra il suo Signore che è a un tempo salvatore e giudice. Il cristiano è invitato a ricevere i beni offertigli, rappresentati dal pane e dal vino; ed è nello stesso tempo messo in guardia perché, come dice l’apostolo, non si deve mangiare il pane né bere il calice indegnamente (1Cor 11, 27).

Anche nell’Apocalisse il grido “Vieni, Signore Gesù” si leva da una comunità riunita per il culto eucaristico. Tutto il libro dell’Apocalisse, come si sa, ha la struttura di una celebrazione liturgica, che si svolge di domenica e ha i suoi momenti di proclamazione della parola, di ascolto, di dialogo, di lode. È la comunità che dalla celebrazione eucaristica attinge luce per comprendere la realtà in cui vive, e forza per poter resistere coraggiosamente nella fedeltà al vangelo, nonostante le ostilità e le persecuzioni.

Di questa comunità, la città-sposa in cui si riflette la luce della creazione nuova dove Dio sarà tutto in tutti, l’Apocalisse descrive la bellezza. Essa «possiede la gloria di Dio» (21, 10), è tutta pervasa da Lui. «La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello» (21, 23). Dio è la sua ricchezza; la comunità non ha altro da donare se non l’amore di Dio.

Ha «un grande e alto muro con dodici porte … Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello» (21, 12.14). La città, cioè, forma un tutt’uno tenuto insieme dalla parola del Signore annunciata dagli apostoli. La parola di Dio fonda la sua unità.

«La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza … la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono uguali» (21, 16). Cioè la città ha proporzioni perfette: in una comunità, unita nella fede e nell’amore, sta tutta la perfezione voluta da Dio.

«Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. Le fondamenta delle mura … sono adorne di ogni specie di pietre preziose … E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente» (21, 16-17.21). La città ha una preziosità impareggiabile; non c’è alcuna realtà creata che possa valere quanto una comunità dove vivono il rispetto, la stima, l’accoglienza reciproca.

«Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio» (21, 22). Tutta la città è un tempio, è una realtà sacra, perché Dio è presente in essa e in ciascuno dei suoi membri. Ricordiamo la conclusione del capitolo primo della Regola di sant’Agostino: onoratevi a vicenda perché siete tempio del Signore.

«In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni» (22, 2). Nel vivere in comune è una novità perenne, una fecondità inesauribile. Dalla comunità si sprigiona una forza vitale che dà guarigione: è la forza dell’amore, quella forza che usciva da Gesù quando passava in mezzo alla gente e guariva tutti.

 

 

Responsabilità

 

Operare nelle realtà temporali per ordinarle a Dio per mezzo di Cristo (cfr art. 46) è il lavoro nascosto che ogni sorella del Regnum Mariae svolge nella fedeltà alla sua vocazione “secolare”. Il piano di Dio è che il mondo si rinnovi in Cristo, ritrovi cioè nell’amore l’unità per la quale è stato creato. «Per una più intensa e attenta partecipazione al piano salvifico di Dio» la regola chiede ad ogni sorella la responsabilità di specializzarsi nel settore in cui opera e di tenersi aggiornata in campo teologico e sociale, naturalmente secondo le attitudini, capacità e possibilità di ciascuna (art. 50). La vocazione secolare, come impegno «a testimoniare l’Evangelo e a essere al servizio della Chiesa e degli uomini, rimanendo nel mondo» (art. 1), comporta il compito arduo di assumere e di capire la complessità delle situazioni umane (cfr art. 4), per essere all’interno di esse lievito di novità. Questo compito esige lo studio, inteso nel suo significato più ampio (cfr art. 56), come si accennava nella settima scheda: cioè uno studio che apra gli occhi sulle persone ed eventi contemporanei e dia la capacità di discernere ciò che di buono lo Spirito vi ha seminato. Vorrei riproporre, a questo proposito, un paragrafo molto importante dell’Esortazione apostolica postsinodale di Giovanni Paolo II sulla vita consacrata e la sua missione nella Chiesa e nel mondo (Vita consecrata, 1996), cioè il paragrafo 98 dedicato all’evangelizzazione della cultura e all’impegno culturale. Ne cito qualche passaggio:

«[…] all’interno della vita consacrata c’è bisogno di rinnovato amore per l’impegno culturale, di dedizione allo studio come mezzo per la formazione integrale e come percorso ascetico, straordinariamente attuale, di fronte alla diversità delle culture […] L’impegno dello studio non si può ridurre alla formazione iniziale o al conseguimento di titoli accademici e di competenze professionali. Esso è piuttosto espressione del mai appagato desiderio di conoscere più a fondo Dio, abisso di luce e fonte di ogni umana verità. Per questo, tale impegno non isola la persona consacrata in un astratto intellettualismo, né la rinchiude nelle spire di un soffocante narcisismo; è invece sprone al dialogo e alla condivisione, è formazione alla capacità di giudizio, è stimolo alla contemplazione e alla preghiera, nella continua ricerca di Dio e della sua azione nella complessa realtà del mondo contemporaneo.

La persona consacrata, lasciandosi trasformare dallo Spirito, diventa capace di ampliare gli orizzonti degli angusti desideri umani e, nello stesso tempo, di cogliere le dimensioni profonde di ogni individuo e della sua storia, al di là degli aspetti più vistosi ma spesso marginali. Innumerevoli sono oggi i campi di sfida che emergono dalle varie culture […] con i quali urge mantenere fecondi rapporti, in atteggiamento di vigile senso critico[…]».

Lo studio nasce dal desiderio di conoscere, di capire; e solo chi ama desidera conoscere sempre più a fondo la realtà amata, comprenderla nel suo valore più intimo e farla sua. Solo chi ama lascia da parte i suoi punti di vista particolari così che, libero da pregiudizi, riesce a cogliere “le dimensioni profonde di ogni individuo e della sua storia”. Perciò l’amore allo studio così inteso non può essere estraneo a una vocazione che vuole amare il mondo con lo stesso amore con cui lo ama Dio.

 

 

1 Si confronti una Introduzione all’Antico Testamento (per esempio quella edita dalla LDC) o anche l’Introduzione al Pentateuco nella Bibbia di Gerusalemme.

2 Il verbo che indica questa azione dello Spirito potrebbe anche significare, secondo una possibilità valorizzata dal siriaco e conosciuta anche da san Girolamo, “covare”, con allusione quindi, attestata in varie culture, all’uovo cosmico covato dalla potenza divina. Anche il nostro p. David Turoldo, nella sua poesia Prodigio estremo, accoglie questa interpretazione, considerando l’immagine dello Spirito «che cova sulle scogliere delle origini» come più «genesiaca … quasi lo Spirito stia covando l’uovo della vita. Per questo forse Spirito è prevalentemente femminile nell’Ebraismo, e nel Cristianesimo è raffigurato da una colomba?» (in Canti ultimi, Milano 1991, p. 211 e nota).

3 L’ebraico, non avendo il superlativo, ricorre spesso a questa espressione. Perciò “monti di Dio”, “fiamma di Dio”, vogliono dire monti altissimi o fiamma particolarmente vivida (cfr Ct 8, 6). Ninive è una città “grande davanti a Dio”, cioè una città grandissima (cfr Gen 3, 3).

4 Cfr ad esempio, il salmo 104, dove è chiara la funzione creatrice dello Spirito: «Se nascondi il tuo volto, vengono meno,/togli loro lo spirito, muoiono/e ritornano nella loro polvere./Manda il tuo Spirito, sono creati,/ e rinnovi la faccia della terra» (v. 29-30; cfr anche Sal 33, 6; Gb 33, 14-15).

5Confessioni, XIII, 5, in Opere di sant’Agostino, I, Città Nuova, Roma 1965, p. 455.

6Confessioni, XIII, 12, ibidem, p. 463

7 Cfr “Dizionario Teologico dell’Antico Testamento”, I, Marietti, Torino 1978, p. 566.

8 Veramente sei volte si dice “buono” e alla settima “assai buono”.

9Confessioni, XIII, 28, in Opere di sant’Agostino, I, p. 495.

10 Silvano svolge il compito di segretario-redattore e questo spiegherebbe il buon livello della lingua greca in cui è scritta la lettera. Silvano, inoltre, appartiene alla cerchia dei collaboratori di Paolo (cfr At 15, 40-18, 5; 2Cor 1, 19; 1Ts 1, 1; 2Ts 1, 1), e questo darebbe ragione dell’influsso della tradizione paolina evidente nelle istruzioni e nelle esortazioni della lettera.

11 La traduzione CEI aggiunge “di persecuzione”, ma il termine manca nel testo greco.

12 L’espressione aramaica Maranatha è composta di due parole che si possono leggere in modo diverso: o Marana tha, e allora è una preghiera: Vieni, Signore!; oppure Maran atha, e allora è un’affermazione: il Signore è venuto, o anche il Signore è presente.