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Pier Giorgio M. Di Domenico

 

 

Alle radici del nostro carisma


1

 

La Madre di Gesù

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A cura del Regnum Mariae

 

 

 

 

 

 

 

 

Piano dell’Opera

 

1 - La “Legenda de origine”

 

Il primato di Dio

Obbedienza della fede

Nel mondo ma non del mondo

L’eco di Cristo

La nuova città

Comunione e condivisione

Povertà

Amicizia

 

2 - La Regola di S. Agostino

 

1. Tempio di Dio

2. Comunità di poveri

3. Preghiera

4. Ascolto

5. Correzione

6. Lavoro

7. Perdono

8. Libertà

 

3 – La Madre di Gesù

 

In cammino verso Cristo

Beatitudine della fede

A servizio del mondo

Ai piedi della croce

Speranza di unità

Segno di unità

La donna vestita di sole

Voce di lode a Dio

 

4 - La dimensione secolare

 

«Tutte le cose sono state create per un fine» (Sir 39,21)

A immagine e somiglianza di Dio

Insegnaci a contare i nostri giorni

Fedeltà al mondo

Fedeli a Cristo e alla sua missione

Testimoni di speranza e di carità

Liberi per amare

«Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21, 5°)

Una comunità unita nella fede e nell’amore

 

 

 

 

 

 

 

1. IN cammino verso Cristo

 

 

 

Parola per la lectio

« Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove abitava» (Gv 1, 39)

«Fate quello che egli vi dirà» (Gv 2,5)

Regola di Vita RM 7 :«Ciascuna imita Maria nel proprio cammino verso Cristo»

 

 

 

Sull’articolo 7 della Regola di Vita si concentrerà quest’anno il nostro studio biblico-teologico. Dal 2002 stiamo cercando di prendere coscienza delle radici che alimentano la vocazione di un discepolo o di una discepola di Gesù nel mondo, e in particolare di un discepolo che segue il Maestro nella via spirituale propria dei Servi di santa Maria. Due anni fa abbiamo letto in questa ottica l’antico e venerato testo della Legenda de origine; poi ci siamo impegnati a cogliere nella Regola di sant’Agostino, fonte di ispirazione per la vita dei Servi, quegli elementi fondamentali su cui si basa la consacrazione secolare e abbiamo visto come la Regola non sia soltanto un testo monastico, ma contenga un vero e proprio programma di formazione a quegli ideali di comunione, di condivisione e di libertà che noi abbiamo il compito, con la nostra vita, di infondere nel mondo perché i germi del Regno di Dio, disseminati in esso, possano svilupparsi e crescere per una umanità rinnovata e fraterna.

Quest’anno lo studio si incentra sulla figura di santa Maria, maestra e modello per ogni Servo e Serva nella sua vita di servizio, di preghiera e di inserimento nel mondo. L’articolo 7 della Regola di Vita, che chiude il capitolo primo, vede in Maria il compendio vivente di tutte le note caratteristiche del Regnum Mariae descritte nel capitolo stesso. Il «Regnum Mariae» è una Famiglia riunita nel nome di Gesù che si impegna a testimoniare il Vangelo e a servire la Chiesa e gli uomini, rimanendo nel mondo e ispirandosi costantemente a Maria (art. 1). In questo modo ciascun membro porta a pienezza il comandamento della carità, amando la propria Famiglia – primo luogo di verifica della verità del suo amore – (art. 2 e 3), l’ambiente sociale in cui è inserito e alla cui crescita contribuisce con la testimonianza cristiana e l’adempimento responsabile del proprio lavoro, e la chiesa, di cui vive il mistero di comunione attraverso la preghiera, l’apostolato, la collaborazione con quanti sono stati chiamati ad esercitarvi il sacerdozio ministeriale (art. 4-6).

 

 

«Ciascuna imita Maria»

 

Così inizia l’articolo 7. È chiaro che l’imitazione di Maria non può porre in ombra il modello supremo che è Cristo. L’Ordine dei Servi, in una sua comune riflessione, ha detto: «Per ogni discepolo […] Gesù è il prototipo di santità. Egli stesso si è proposto come modello: “Vi ho dato l’esempio soprattutto, perché come ho fatto io facciate anche voi” (Gv 13, 15). I suoi discepoli ne dovranno seguire l’esempio soprattutto nel servizio (cfr Mt 20, 28; Mc 10, 45; Lc 22, 27) e nell’amore (cfr Gv 13, 34-35). Gesù è il modello supremo perché egli, anche nella sua condizione umana, è il Santo di Dio (cfr Mc 1, 24; At 3, 14), il Figlio obbediente nel quale il Padre si è compiaciuto (cfr Mc 1, 11; Mt 3, 17; Lc 3, 22), l’Unto che sovrabbonda di Spirito (cfr Gv 1, 32-33; Lc 4, 16-21), il Maestro di verità (cfr Mt 22, 16). Dalla condizione esemplare di Cristo consegue, per tutti i suoi discepoli, il dovere dell’imitazione e della sequela (cfr Mc 8, 34; Lc 14, 27; Mt 10, 38). […] Nella luce di Cristo la vergine Maria, la Discepola, è modello di vita per tutti i discepoli. […] Nulla nella nostra vita e nella nostra missione apostolica rimane fuori dall’influsso esemplare di Maria di Nazaret. La Vergine, icona di vita evangelica, richiama lo sguardo dei suoi Servi»1 .

«Ciascuna imita Maria» - precisa inoltre la Regola di Vita - «nel proprio cammino verso Cristo». L’accento va posto sull’aggettivo “proprio”: guardiamo a Maria per imparare da lei come arrivare a un incontro personale con Gesù. Quando Maria, stupita, chiede all’angelo: «Come è possibile?» e aggiunge «non conosco uomo» (Lc 1, 34), ci fa intravedere come la strada verso Gesù non l’ha trovata scritta nei libri, ma nell’intensità del suo desiderio ardente. È stato il desiderio di un amore senza riserve che l’ha guidata a concepire un tipo di vita che nell’ambiente sociale e religioso in cui si trovava a vivere costituiva, non dico una scelta impossibile, ma certamente un orientamento raro e strano2 . «Non conosco uomo», cioè «sono vergine»3 : emerge qui tutta la profondità della vita interiore di Maria, assorbita dall’unico desiderio di appartenere al Signore. Questo desiderio l’accompagnerà nel suo cammino accanto a Gesù, anche quando questo cammino sarà pieno di oscurità e di interrogativi angosciosi. Perciò l’imitazione nostra di Maria, ci suggerisce la Regola di vita, consiste prima di tutto nel vivere dentro di noi quella totalità di adesione a Gesù che ha caratterizzato la vita della Vergine. L’imitazione di lei ci porta potentemente alla comunione con Gesù, a riprodurre nella nostra vita la vita stessa di Gesù4 .

L’autore della Legenda de origine - tanto per non dimenticare un testo che abbiamo letto insieme ma la cui conoscenza non può dirsi certo esaurita -, per spiegare la coincidenza della nascita di san Filippo con gli inizi dell’Ordine, si rivolge direttamente alla Vergine, dicendole: «Che fai, dolcissima Signora? Al Figlio tuo fai simile colui che sarà tuo servo. In questo modo vuoi dirci chiaramente quanto egli sarà grande e quanto meritevole il servizio che ti offrirà. […] o mia Signora, beata Vergine Maria, a chi va attribuito il merito di tanta somiglianza tra il tuo servo carissimo il beato Filippo e il tuo dolcissimo Figlio Gesù Cristo? Sono pieno di stupore, infatti, quando vedo il tuo servo somigliante al Figlio tuo e non riesco a indovinare la ragione di tanta somiglianza. Potrà forse attribuirsi al merito del tuo servo che era appena nato o del tuo Ordine che solo allora muoveva i primi passi? Pur non finendo di ammirare questo fatto stupendo di cui non riesco a trovare la ragione, oso non di meno dire con grande rispetto verso di te, dolcissima Signora e madre mia, che certo in questo modo tu hai voluto dimostrare i meriti futuri e la nobiltà del tuo servo, il beato Filippo, e del tuo Ordine, a te particolarmente consacrato; sei stata tu a colmarli di virtù e doni celesti, e a renderli quanto mai degni di stare al tuo cospetto. E tuttavia il tuo servo e l’Ordine a te consacrato non hanno alcun merito, perché l’onore di assomigliare al Figlio tuo l’hai deciso tu, per il tuo affetto e la tua misericordia»5 .

La meta del nostro cammino verso Cristo è divenire a Lui somiglianti. Santa Maria ci offre l’esempio della sua vita verginale e con la sua intercessione misericordiosa ci ottiene quella che è la più grande grazia della nostra vita: una grazia che supera infinitamente la povertà dei nostri mezzi. È per essere come Gesù che i nostri santi Padri si dedicarono a Nostra Signora: «Nel timore della loro imperfezione presero una saggia decisione: si portarono umilmente ai piedi della Regina del cielo, la gloriosissima Vergine Maria, con tutto l’amore del loro cuore, perché lei, che è mediatrice e avvocata, li riconciliasse e li raccomandasse al Figlio suo e, supplendo con la sua generosissima carità alla loro imperfezione, ottenesse pietosa abbondanza di meriti. Perciò a onore di Dio si posero al servizio della Vergine sua Madre e da quel momento vollero chiamarsi Servi di santa Maria»6 .

 

Rimasero presso di lui

 

Imitare Maria per divenire come Cristo Gesù: è stata questa intuizione a suggerire la scelta dei due brani biblici per la lectio, tratti dal vangelo di Giovanni.

Nel primo brano (Gv 1, 35-51) Andrea e un altro discepolo innominato di Giovanni Battista (il discepolo amato?), dopo aver sentito che il loro maestro indicava Gesù come «l’Agnello di Dio», «seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: “Che cercate?”. Gli risposero: “Rabbì (che significa maestro), dove abiti?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1, 37-39).

«Che cercate?». È la prima domanda che Gesù rivolge a chi vuole seguirlo. Forse non è sempre semplice dare una risposta. Molte volte non si sa che cosa si cerchi veramente; si avverte un bisogno, un vuoto che spinge a cercare qualcosa di più. La domanda “che o chi cercate?” Gesù la rivolge in altre due occasioni: ai soldati e alle guardie venuti a prenderlo, insieme a Giuda, nel giardino di là dal torrente Cedron (Gv 18, 4.7), e poi, sempre in un giardino, a Maria di Magdala (Gv 20, 15). Nel primo caso si tratta della ricerca ostile di un gruppo di persone guidate da un discepolo forse deluso dal comportamento del Maestro. Nel secondo caso una donna cerca Gesù con tutta la passione di un cuore che non si rassegna alla scomparsa dell’Amato; però anche la sua ricerca, sia pure animata da un affetto commovente, deve essere corretta da Gesù: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre» (Gv 20, 17). È difficile cercare Gesù autenticamente, con purezza d’intenzione, liberi dai nostri preconcetti, dalle nostre illusioni, dai nostri egoismi. Per questo forse la risposta di Andrea e del suo compagno è un’altra domanda: «Dove abiti?». Letteralmente: «dove rimani?»: un’espressione che ha un significato teologico molto intenso. La particella “dove”, che ricorre in Giovanni una ventina di volte, si riferisce all’origine di Gesù, al luogo che è la sua vera dimora. Il verbo “rimanere” esprime l’intima appartenenza che lega il Figlio al Padre: «il Figlio rimane sempre (nella casa del Padre)» (Gv 8, 35), anzi «egli è nel seno del Padre» (Gv 1, 18). È una inabitazione reciproca: «il Padre che rimane in me compie le sue (del Figlio) opere» (Gv 14, 10). Questa intima comunione è promessa anche ad ogni discepolo che rimane nella Parola di Gesù (Gv 8, 31). Gesù invita a rimanere nella comunione con lui («Rimanete in me e io in voi»: Gv 15, 4); una comunione alimentata con il pane della santa cena, memoriale della morte di Gesù: «chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (Gv 6, 56).

La domanda dei due discepoli, dunque, ci introduce nel mistero della persona e dell’esistenza di Gesù. Per accogliere questo mistero bisogna conoscere Gesù, farne esperienza personale. Perciò Gesù dice: «Venite e vedrete». C’è qui un imperativo presente e un indicativo futuro: un comando del Signore, cui dobbiamo la nostra obbedienza, e una prospettiva futura di cui non siamo i padroni. È lo schema ricorrente nelle scene bibliche di vocazione. Ad Abramo Dio ordina: «Vattene [imperativo] dal tuo paese» (Gen 12, 1) e poi promette: «Farò [futuro] di te un grande popolo» (Gen 12, 2). «Ora va’», dice a Mosè, chiamandolo dal roveto ardente, «io sarò con te» (Es 3, 10.12). Comando e promessa sono nella chiamata dei primi discepoli secondo la versione dei sinottici: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini» (Mt 4, 19; Mc 1, 17; cfr Lc 5, 10). La sequela di Gesù ci apre a un futuro che non dipende da noi, ma che è tutto da accogliere; la risposta alla chiamata è un atto di fede pura, non può esigere garanzie, non può ricevere assicurazioni, si affida totalmente alla parola di Colui che chiama. Alla chiamata si risponde solo obbedendo, mettendo la propria vita nelle mani del Signore.

Andrea e l’altro discepolo andarono da Gesù, «videro dove rimaneva e quel giorno rimasero presso7 di lui; era circa l’ora decima». Essi videro con i loro occhi; la loro fede non dipende più da quello che possono sentire dagli altri, ma dalla loro intima e personale esperienza, così come succederà per i Samaritani attratti dalla donna che aveva incontrato Gesù al pozzo: «Quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregarono di rimanere con loro ed egli vi rimase due giorni. Molti di più credettero alla sua parola e dicevano alla donna: “Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo» (Gv 4, 40-42).

Giovanni precisa che era circa l’ora decima (cioè le quattro del pomeriggio) quella dell’incontro tra Gesù e i primi discepoli. Non è solo un ricordo ancora vivido che dà reale concretezza all’incontro; è anche un simbolo. Il numero dieci sembra indicare nella Bibbia una realtà compiuta. Dio raccoglie nei dieci comandamenti tutto quello che chiede a Israele, dopo averlo liberato dalla schiavitù per mezzo delle dieci piaghe di Egitto (cfr Es 7-12). Il decimo giorno del settimo mese gli ebrei devono digiunare e astenersi da ogni lavoro (cfr Lv 16, 29-30), perché è il giorno dell’espiazione, della purificazione da tutti i peccati8 .

Tra gli antichi commenti, che spiegano il significato dell’ora decima nel vangelo giovanneo, rileggiamo quello di sant’Agostino: «È forse senza un motivo che l’evangelista ci precisa l’ora? Non credete che voglia farci notare qualche cosa, impegnarci a cercare qualche cosa? Era l’ora decima. Questo numero richiama la legge, perché la legge venne formulata in dieci precetti. Era giunto il tempo in cui la legge doveva compiersi per mezzo dell’amore […]. È per questo che il Signore disse: Non sono venuto ad abolire la legge, ma a compierla (Mt 5, 17). Non a caso, quindi, nell’ora decima quei due, dietro la testimonianza dell’amico dello sposo, lo seguirono; e nell’ora decima egli si sentì chiamare Rabbi, che si traduce maestro. Se nell’ora decima il Signore fu chiamato Rabbi, e se il numero dieci si riferisce alla legge, allora il maestro della legge altri non è che colui che ha dato la legge. Non si dica che uno ha dato la legge e un altro la insegna. Ad insegnarla è colui stesso che l’ha data; egli è il maestro della sua legge e ce la insegna. C’è misericordia, sulle sue labbra, perciò insegna la legge con misericordia […]. Non ritenere impossibile il compimento della legge; rifugiati nella misericordia»9 .

Il rimanere con Gesù ha portato quindi i due discepoli alla scoperta che Dio è amore e misericordia. È una gioia grande che comunicano subito ad altri. Andrea «trova per primo il proprio fratello Simone, e gli dice: “Abbiamo trovato il Messia”, che significa Cristo, e lo condusse da Gesù» (Gv 1, 41-42). Poco dopo anche Filippo, chiamato da Gesù, «trovò Natanaele e gli disse: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti”» (Gv 1, 45). La comunicazione gioiosa di un’esperienza vissuta si verifica ancora nel caso della samaritana che, dopo aver conosciuto l’amore di Gesù che le ha detto tutto della sua vita ma senza giudicarla, corre in città a dire: « “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?”. Uscirono allora dalla città e andavano da lui» (Gv 4, 29-30). Anche Marta, dopo la sua grande professione di fede in Gesù, va a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: «Il Maestro è qui e ti chiama» (Gv 11, 28). La maturazione della sua fede in Gesù l’ha portata a una maturazione del suo rapporto con la sorella, il cui comportamento le era stato prima incomprensibile (cfr Lc 10, 40); ora è proprio lei a invitare la sorella, che «stava seduta in casa» (Gv 11, 20), a correre da Gesù. E la chiama «di nascosto», come se Gesù fosse diventato il segreto profondo della loro vita, il legame che solo loro conoscono e che le unisce ormai in un vincolo nuovo di amore e di comunione.

 

Come lei

 

Come Andrea e Filippo, la Samaritana e Marta, anche santa Maria ci porta a Gesù e in particolare all’obbedienza alla sua parola. A Cana la madre di Gesù è ricordata inizialmente da sola; Gesù invece vi giunge con i suoi discepoli (cfr Gv 2, 1.2); venuto a mancare il vino, lo fa sapere a Gesù e la risposta del figlio suona come un rifiuto. Tuttavia la madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2, 5). E Gesù compie un miracolo che supera ogni attesa.

Il vangelo di Giovanni presenta questo schema narrativo anche in altri due racconti di miracolo10 : la guarigione del figlio dell’ufficiale regio (Gv 4, 46-54) e la risurrezione di Lazzaro (Gv 11, 1-44). Anche qui c’è una richiesta, un rifiuto da parte di Gesù, l’insistenza nel chiedere - ma nel caso della madre di Gesù tale insistenza è assente! - , la concessione di un miracolo che supera ogni aspettativa. Tale schema corrisponde alla cristologia del vangelo di Giovanni, dove Gesù appare come colui che tutto conosce e in tutto mantiene l’iniziativa. Anche nella passione e nella morte Gesù non subisce gli eventi ma li domina. In tutta una serie di racconti Gesù compie il miracolo senza che nessuno glielo abbia chiesto (cfr Gv 5, 1-9, il paralitico alla piscina; 6, 1-15, la moltiplicazione dei pani; 6, 16-21, il cammino sull’acqua; 9, 1-7, il cieco nato). Il rifiuto, che Gesù sembra opporre nella scena delle nozze di Cana e negli altri due racconti, sarebbe solo un espediente dell’evangelista per porre in rilievo l’assoluta libertà di Gesù e insieme la sua totale obbedienza al Padre che lo sottrae a ogni condizionamento umano.

In particolare il vangelo di Giovanni considera il racconto del miracolo del vino e quello della guarigione dell’ufficiale come strettamente correlati (cfr Gv 4, 46; 2, 11/4, 54). Dopo il miracolo del vino i discepoli «credettero in lui» (2, 11); anche l’ufficiale, che si era fidato dalla parola di Gesù e si era messo in cammino (cfr 4, 50), quando riconobbe che suo figlio era stato liberato dalla febbre mortale proprio nell’ora in cui Gesù gli aveva detto “Tuo figlio vive”, «credette lui con tutta la sua famiglia» (4, 53). Il racconto del primo miracolo di Cana si era chiuso ugualmente con il riferimento alla famiglia nuova nata intorno alla parola di Gesù, il quale discese a Cafarnao «insieme con sua madre, i fratelli e i suoi discepoli» (2, 12). Lo scopo del miracolo è quello di portare alla fede e di costruire, su questa fede, una comunità di fratelli.

Dopo la risposta di Gesù, che sembra escludere ogni possibilità di esaudimento - «che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2, 4) -, Maria non insiste nella preghiera, ma si rivolge ai servi, percependo nella risposta di Gesù non una chiusura, ma l’invito ad andare oltre. «Fate quello che vi dirà»: dice cioè ai servi di obbedire alla parola di Gesù come sta facendo lei. La risposta di Gesù è misteriosa, oscure sono le sue implicazioni; ma la madre vi aderisce totalmente, anche se non comprende. E porta anche noi a fare il suo stesso cammino di abbandono fiducioso. In questo senso già alle nozze di Cana Maria non è solo la madre di Gesù, ma anche madre nostra, come sarà in pienezza nell’ora della croce.

 

Madre dei discepoli

Alcuni anni fa un gruppo ecumenico di teologi ed esegeti ha riflettuto sulla figura di Maria nella storia della salvezza. Questo gruppo, noto come il Gruppo di Dombes, è nato nel 1937 per iniziativa di Paul Couturier, che incominciò a raccogliere presso l’abbazia di Dombes, vicino a Lione, cattolici e protestanti, francesi e svizzeri, con l’intento di favorire, prima di una qualsiasi discussione teologica, la conoscenza e l’amicizia. Lungo il corso degli anni il gruppo, che oggi conta una quarantina di membri, ha approfondito varie questioni, contribuendo efficacemente al dialogo ecumenico. Non è legato ad alcuna istituzione; ha pubblicato, in piena autonomia, vari testi sull’eucaristia, i ministeri, la conversione della chiese, che non sono vincolanti per nessuno, ma che hanno certamente portato un grande contributo al dialogo ufficiale.Tra le riflessioni condotte in questi anni su temi come l’eucaristia, i ministeri, la conversione delle chiese, un posto di rilievo ha occupato quella sulruolo di Maria nella storia di salvezza.Il lavoro su Maria, che ha visto la luce in due momenti diversi (1997 e 1998), testimonia che è possibile una lettura comune della storia e della Scrittura. Il documento presenta il posto occupato da Maria nella tradizione del primo millennioe la divergenza progressivamente creatasi tra le diverse confessioni cristiane. Viene poi analizzata la testimonianzadella Scrittura nel quadro della confessione di fede. La seconda parte affronta lo studio dottrinale dei punti controversi e la formulazione di proposte per un’ autentica conversione ecclesiale. Qui si riportano i paragrafi relativi alla figura di Maria nel vangelo di Giovanni.

 

178. I due testi giovannei (2,1-5 e 19,25-27) definiscono in linea di principio Maria come madre, all’inizio e alla fine dell’episodio di Cana, e poi ai piedi della croce. Essi sottolineano, tuttavia, la distanza che Gesù pone tra se stesso e la madre, rivolgendosi a lei ogni volta con l’epiteto di «donna» e non di «madre». Forse che non vuole vedere in Maria colei che lo ha generato? Il contesto indica piuttosto che Gesù vuole far uscire Maria dal semplice ruolo della maternità fisica.

179. A Cana, Maria non domanda nulla al figlio; fa una semplice costatazione e si rivolge ai servi. Ma la costatazione fa risaltare ciò che manca alla festa. È Maria a evidenziare ciò che non va. È così che ella intercede presso suo figlio. Ella illustra già con il suo intervento la condizione del credente, che si pone all’ascolto degli uomini e sa presentare le loro necessità perché Gesù venga loro in aiuto.

180. Di fronte alla mancanza segnalata da Maria sta Gesù, la cui missione si trova in quel momento in una condizione instabile: la sua ora «non è ancora giunta». La presenza di Gesù a una festa umana non ha lo scopo di rimediare a ciò che manca, ma di manifestare la sua gloria e di suscitare la fede. Novità che egli illustra anticipatamente, compiendone il segno.

Si apre così la prospettiva teologica del Vangelo. Maria è presente a questa apertura, senza averne anzitutto coscienza.

181. In quanto domanda che sconcerta, quel «che ho a che fare con te?» non sottolinea solo i limiti di Maria, che non comprende subito come e quando si manifesterà la gloria di Gesù, ma invita anche a entrare nelle prospettive del figlio, ad abbandonare la propria iniziativa per seguire la sua. In questo senso, si può dire che l’episodio di Cana è una pietra miliare nel cammino di conversione di Maria, la quale comprende come il suo ruolo è ormai quello di condurre i servi a suo figlio, ad ascoltare la sua parola, obbedendovi pienamente.

182. Maria sperimenta personalmente che l’obbedienza a una parola e un appello alla rinuncia sono fonte di benedizione. Sostenuta dalla fiducia, ancor prima di sapere cosa Gesù ha intenzione di fare, ella può dire ai servi: «Fate quello che vi dirà», chiamandoli così a un comportamento di fede inaudito quanto il suo.

183. Questa condizione di «discepolo», già presente nei servi della festa di Cana, si ritrova nella figura del discepolo prediletto. Maria accetta e assume la sua relazione nei confronti dei servi discepoli. Ella è presente sia nel clan familiare sia nella comunità dei discepoli. Si sottomette a questa duplice relazione, accetta di passare dalla prima alla seconda, ma non entrerà pienamente in quest’ultima se non dopo la croce: da madre di Gesù ella diventerà madre del discepolo. La sua maternità naturale è chiamata da Gesù, il crocifisso, a diventare maternità dei discepoli, attraverso il «prediletto», l’intimo di Gesù nella sua passione e nella sua resurrezione.

184. Il Vangelo di Giovanni articola i tre elementi, Maria-madre-di-Gesù, Maria-donna e Maria-madre-dei-discepoli, secondo una gradazione teologica, partendo da Maria «madre di Gesù», il Vangelo di Giovanni passa per Maria «donna» per giungere a Maria «madre dei discepoli», madre di una maternità nuova, di un ordine diverso rispetto alla prima e che la chiesa confessa insieme a esso11 .

 

 

 

2. BEATITUDINE DELLA FEDE

 

 

Parola per la lectio:

«Beata colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore» (Lc 1,45)

«Maria serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19; cfr 2,51)

La lectio di Israele:

Sir 38, 24-39,11 (lectio personale)

Ne 8, 1-12 (lectio comunitaria)

Regola di Vita RM 7: «Apprende dal suo “fiat” ad accogliere la Parola di Dio …»

 

 

 

Sono posti in evidenza tre modi con cui accogliere la Parola sull’esempio di santa Maria: la fede nella potenza trasformatrice della Parola, l’adesione del cuore, la risposta gioiosa.

 

 

La forza della fede

 

Nel “fiat” di Maria risuona l’eco del comando divino che ha dato inizio alla creazione: «Sia fatto» (Gen 1,3). Questo imperativo divino diviene sulle labbra di Maria una preghiera, un anelito, un augurio. Dal desiderio ardente di comunione con Dio e dall’abbandono fiducioso alla sua chiamata scaturisce la nuova creazione.

«Beata colei che ha creduto» (Lc 1, 45), esclama Elisabetta a gran voce. Ha creduto che la parola del Signore si adempirà, ha creduto nella potenza della parola che non può non divenire realtà. Ma possiamo legittimamente tradurre anche così: «Beata te che hai creduto, perché si compirà ciò che ti è stato promesso dal Signore». Cioè: tu hai creduto ed è per questa tua fede che la parola si realizza. Spesso Gesù ha riconosciuto che è stata la fede di chi lo supplica a operare il miracolo. «Donna – dice alla Cananea – davvero grande è la tua fede. Ti sia fatto come desideri» (Mt 15, 28). E al centurione, che riconosce la sua indegnità di riceverlo in casa propria e gli chiede di dire solo una parola, Gesù dichiara, pieno di ammirazione: «In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. […] Va’, e sia fatto secondo la tua fede» (Mt 8, 5-13). E ancora la donna che soffriva di emorragia da dodici anni e che ritenne sufficiente toccare solo il mantello di Gesù per essere guarita, sentì queste parole liberatrici: «Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata» (Mt 9, 22).

Parola e fede sono strettamente legate: l’una vivifica l’altra. È quello che afferma san Paolo, ringraziando Dio perché la comunità, avendo ricevuto la parola divina della predicazione, ha accolto «non una parola di uomini, ma, come è veramente, una parola di Dio che opera in voi che credete» (1Ts 2, 13). Come avverte la nota della Bibbia di Gerusalemme, possiamo anche tradurre: «una parola che è resa attiva (da Dio) in voi che credete». L’una e l’altra traduzione non si escludono, anzi mettono in luce la ricchezza del rapporto dialettico tra la Parola e il credente. Potente è la parola, ma non si realizza magicamente; ha bisogno di una fede forte e incrollabile. È una verità che anche l’Antico Testamento ha ben chiara. Si può rileggere il testo profetico di Is 55, 10-11: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me vuota, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata». La pioggia e la neve rigenerano la natura in una maniera che appare prodigiosa; ma più prodigioso ancora è il miracolo che si opera quando la Parola cade sul terreno di un cuore aperto alla fede. È una Parola che non deve essere più spiegata, perché parla con la forza della vita, di una vita che permette anche oggi al Cristo di prendere carne nel mondo. La fede è la nostra lotta quotidiana in un mondo che sembra talora tanto lontano da essa; ma è una lotta e una fatica che porto avanti «con la forza che viene da lui e che agisce in me con potenza» (Col 1, 29).

 

 

Nel cuore

 

In Lc 2,19.51 Maria appare come colei che conserva le parole che ascolta, le medita o meglio le confronta nel suo cuore. «La tradizione ecclesiale ritiene che la Vergine, in virtù di una lunga consuetudine di vita, assimilò progressivamente e profondamente l’insegnamento del Figlio - le sue parole, i suoi gesti inattesi … - i valori e lo stile del regno. Li assimilò in modo sapienziale ed esistenziale: custodendo e confrontando nel suo cuore profezie antiche e parole udite da lei stessa, avvenimenti straordinari e fatti quotidiani della vita»12 . Insomma «una particolare fatica del cuore»13 che ha cercato il Signore sempre, anche quando la sua parola e i suoi gesti apparivano incomprensibili e misteriosi. È sul cuore che fermiamo ora la nostra attenzione.

Solo nell’Antico Testamento la parola “cuore”, riferito all’uomo, torna più di 800 volte14 : una frequenza che dice già molto sull’importanza che il testo sacro annette al cuore. E si badi che solo dieci volte il testo sacro indica con questo termine l’organo fisico, con richiami però che vanno oltre il semplice dato anatomico. Per esempio, in 1Sam 25, 37-38 si narra la morte di Nabal per infarto cardiaco. Quest’uomo, come si sa, era marito di Abigail, colei che diventerà poi moglie di Davide, e si era rifiutato con arroganza di provvedere con l’aiuto in viveri agli uomini di Davide, braccato da Saul. Davide, che pure aveva sempre protetto i suoi numerosi greggi, pensa di vendicare l’offesa e marcia con quattrocento uomini contro Nabal, il cui nome vuol dire “empio”, “stolto”. Ma Abigail va incontro a Davide per chiedere perdono e riparare l’offesa. Tornata a casa, Abigail trova Nabal che sta banchettando: «il suo cuore era allegro ed egli era ubriaco fradicio. Essa non disse né tanto né poco fino allo spuntare del giorno. Il mattino dopo, quando Nabal ebbe smaltito il vino, la moglie gli narrò la faccenda: il cuore gli si tramortì nel petto ed egli rimase come una pietra. Dieci giorni dopo il Signore colpì Nabal ed egli morì». Un medico potrebbe diagnosticare una apoplessia accompagnata da emorragia cerebrale; in queste condizioni un uomo può sopravvivere anche per dieci giorni. «L’antico scrittore vedeva dunque nel “cuore” l’organo centrale che presiedeva alla capacità motrice delle diverse membra»15 . La Scrittura, però, va oltre la semplice diagnosi di una malattia fisica. Nabal rimane rigido come una pietra, perché è il suo egoismo a ridurlo così. Non muore ancora fisicamente, ma il suo cuore non pulsa più perché è un cuore non di carne, ma di pietra (cfr Ez 36, 26).

In Os 13, 6-8 il profeta ci dà un’immagine potentissima di Dio che come un leone o un leopardo o un’orsa privata dei figli o una leonessa assale Israele il cui cuore si è inorgoglito per la sazietà dei beni che possiede e ha dimenticato il Signore (cfr Sal 17, 10). Perciò Dio spezzerà «l’involucro del loro cuore»: non il cuore, perché Dio non vuole uccidere la persona, ma la chiusura del cuore, ciò che chiude il cuore perché esso riprenda a battere come deve.

Si confronti ancora il lamento di Ger 4, 18b-19: «Questo il guadagno della tua malvagità, com’è amaro! Ora ti penetra fino al cuore. Le mie viscere, le mie viscere! Sono straziato. Le pareti del mio cuore! Il cuore mi batte forte; non riesco a tacere, perché ho udito uno squillo di tromba, un fragore di guerra». Così in patologia medica sono descritti i sintomi dell’angina pectoris16 . Ma in questo cuore, che sembra scoppiare, è il dolore stesso di Dio che ama Israele come il figlio prediletto (cfr Ger 31, 20), la sofferenza di chi continua a credere nell’amore, anche quando questo è offeso e tradito17 .

Al cuore la Bibbia attribuisce attività che noi moderni riferiamo al cervello. Il cuore infatti conosce, pensa, intuisce, ha coscienza, ricorda, sa, riflette, giudica. La Bibbia parla del cuore perché è preoccupata di conservare la persona nella sua unità profonda di pensiero e di emozioni. L’uomo di oggi «ha scisso l’intelligenza dall’amore, la ragione dalla passione, la mente dal cuore. Con l’orgoglio del suo sapere, egli ha creduto di poter essere l’unico artefice del proprio destino (homo faber), matrice unica di significato»18 .

Un compito essenziale che la Bibbia affida al cuore è quello di comprendere. Dio ha dato occhi per vedere, orecchi per udire e cuore per comprendere (cfr Dt 29, 3). È nel cuore che si comprende che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore corregge Israele (Dt 8, 5); è nel cuore che si comprende il valore del tempo che Dio ci ha dato per cercare Lui: «Insegnaci a contare i nostri giorni per acquistare un cuore di saggezza» (Sal 90, 12).

Si comprende se si ascolta con attenzione. Salomone dà prova di grande sapienza quando chiede al Signore non una lunga vita, non la ricchezza o la morte dei propri nemici, ma «un cuore che ascolta» (1Re 3, 9). Per un arduo compito, come è quello di governare un popolo, Salomone ha bisogno di ascoltare e cioè di discernere ciò che è bene e ciò che è male, ha bisogno di conoscere le leggi che regolano la vita del mondo e i fenomeni della natura (cfr 1Re 5, 9).

Quando l’uomo non è aperto a penetrare e a comprendere, si ferma alla superficie dei fatti. Il suo cuore è chiuso: una chiusura che sembra sbarrare il passo ad ogni possibilità di salvezza, come dice il duro oracolo di Is 6, 10: «Rendi insensibile il cuore di questo popolo, fallo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi e non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore né si converta in modo da esser guarito». Ancora la triade cuore-orecchi-occhi//occhi-orecchi-cuore come abbiamo già letto in Dt 29, 3. Quando il cuore è chiuso, anche gli orecchi e gli occhi, che la Scrittura pone spesso in relazione con il cuore19 , non percepiscono più nulla. La durezza del cuore appare una strada senza uscita; e tuttavia bisogna non dimenticare come proprio questa assoluta incapacità del cuore chiuso a uscire da se stesso faccia risaltare l’immensa bontà del Signore. Il profeta infatti chiede, sgomento: «Fino a quando, Signore?» (Is 6, 11). E Dio risponde che, dopo la rovina di un popolo che non può più intendere, resta un seme che sarà popolo santo, consacrato al Signore. La grazia del Signore è più forte di ogni peccato. Anche la catastrofe più rovinosa non segna la fine della storia, ma apre a un futuro di speranza (cfr Is 29, 18; 30, 20-21; 43, 8-13).

La conoscenza deve poi trasformarsi in una coscienza permanente. Le parole del Signore devono essere continuamente ricordate20 . Quando Daniele dice di conservare tutto nel suo cuore (Dn 7,28), vuole significare la volontà di mantenere vive nella sua memoria le visioni che ha ricevuto. Al figlio Tobia, in partenza verso la Media, Tobi raccomanda: «Conserva nella mente questi comandamenti, non lasciare che si cancellino dal tuo cuore» (Tb 4,19).

Il cuore è, dunque, per la Bibbia il centro della persona posto in relazione con Dio; è la persona che accoglie in sé la parola divina, la terra che si apre al seme che vi sparge il seminatore: «Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza» (Lc 8, 15; cfr anche 24, 32; At 16, 14). Certo «il cuore bello e buono» è quello di Maria, terra vergine dove il seme della Parola produce cento volte tanto (cfr Lc 8, 8). Al suo cuore di madre e sorella nostra noi ricorriamo perché Ella indichi anche al nostro povero cuore, dove convivono ombre e luci, la strada per ritrovare la nostra unità profonda attorno a quel centro pacificante e vitale che è Gesù. Ci insegni la Vergine il silenzio del cuore, un silenzio vivo e crepitante come una fiamma che divampa; un silenzio che non parla più di Dio per sentito dire; un silenzio che fa tacere le voci discordanti provenienti dall’attività esteriore e ci dà il coraggio di guardarci dentro così come siamo. Maria, che conserva nel suo cuore gli eventi del Figlio, ci doni il coraggio di non fuggire da noi stessi, ma di restare con forza e fiducia aderenti al nostro cuore, per conoscere ciò che vi è di negativo, ma anche per scoprirvi quello che viene dallo Spirito, lodando e ringraziando il Signore.

 

 

La sapienza dello scriba

 

Proviamo a leggere Siracide 38, 24-34 e 39, 1-11 come la descrizione non di due attività contrastanti, il lavoro manuale e il lavoro intellettuale, ma di due attività che si integrano scambievolmente. Nel capitolo 38 il Siracide parla dei lavori dell’agricoltore (38, 25-26), dell’artigiano (38, 27), del fabbro (38, 28), del vasaio (38, 29-30). Egli si pone la domanda: «Come potrà divenir saggio chi maneggia l’aratro e si vanta di brandire un pungolo?» (38, 25). La sua attenzione, infatti, è tutta rivolta a tracciare solchi; anche il sonno se ne va per la preoccupazione di dare il foraggio alle bestie. L’artigiano è tutto preso dall’impegno di comporre un disegno perfetto e resta sveglio finché non ha portato a termine il lavoro. Il calore dell’officina e il rumore del martello non danno al fabbro la possibilità di pensare ad altro (pensiamo a chi lavora oggi nelle grandi industrie e nelle catene di montaggio). Anche il vasaio è continuamente in ansia, perché non sempre il vaso che va modellando assume la forma che egli ha in mente. Insomma è tutta gente assorbita totalmente dal suo lavoro. Gente che porta certamente un contributo alla costruzione materiale della città, ma inadatta a svolgere quei compiti di direzione e di governo che sono propri invece di chi esercita un’attività intellettuale (cfr Sir 38, 32-34).

Eppure ognuno di loro «è esperto nel proprio mestiere» (38, 31), o, letteralmente, «saggio», secondo la concezione che la Bibbia ha del lavoro: ogni attività umana ha bisogno di una sapienza che viene da Dio (cfr Es 31, 1-6; 35, 30-36; 1Re 5, 20; 7, 13-14; Ez 27, 8). Nella nota con cui la “Bibbia di Gerusalemme” commenta il versetto 31, si dice: «… l’abitudine manuale … non può essere paragonata a quella dello scriba». Prima di parlare dei mestieri, il Siracide avverte: «La sapienza dello scriba [è, si attua, cresce] nel momento opportuno della quiete, chi diminuisce l’attività diventerà saggio» (38, 24). Mi pare più utile per noi ricavare dal Siracide non tanto un confronto tra l’attività materiale e quella intellettuale – confronto che si risolve a tutto svantaggio della prima –, quanto la necessità di non lasciarsi totalmente afferrare dal lavoro materiale così da non dare allo spirito alcuno spazio di libertà. Se scorriamo il libro del Siracide, possiamo cogliere alcune espressioni che non manifestano disprezzo per il lavoro manuale. «Non disprezzare il lavoro faticoso, neppure l’agricoltura creata dall’Altissimo» (7, 15). Il lavoro assicura alla persona autonomia e dignità; infatti «la vita di chi basta a se stesso e del lavoratore sarà dolce», anche se si aggiunge, «ma più ancora lo sarà per chi trova un tesoro» (40, 18): il tesoro della sapienza (cfr Sir 1, 22), cioè la parola stessa del Signore che dà gusto e sapore a tutta la vita. Chi si lascia afferrare totalmente dall’attività non può pensare ad altro; per questo è ben diversa la situazione «di chi dà la sua anima e riflette sulla legge dell’Altissimo, indaga la sapienza di tutti gli antichi, si occupa delle profezie» (Sir 39, 1). Legge, profeti e scritti sapienziali: tutta la Scrittura cioè è letta e studiata con grande amore, e questa dedizione conferisce una dignità particolare, così che chi la vive si trova ad essere tra i grandi e i capi (39, 4), perché acquista capacità di discernimento e di comprensione, intelligenza e sapienza che nessun’ altra scienza può dare. Ed è una sapienza che non isola “lo scriba” in una specie di torre dorata, perché egli «viaggia fra genti straniere, investigando il bene e il male in mezzo agli uomini». La nota a 39,4, riportata nella nostra Bibbia di Gerusalemme, spiega: «Lo scriba è spesso un funzionario, ministro, ambasciatore». È vero, questo poteva succedere; ma a noi, sempre in ricerca nel testo sacro di un messaggio che sia diretto alle nostre persone e alla nostra vita, questa spiegazione non basta. Lo scriba, di cui parla il Siracide, rappresenta tutti noi desiderosi di amare la parola del Signore e di dedicarle tutta la vita. Lo scriba viaggia per il mondo intero, perché è la parola ad aprirlo al mondo, è la parola che gli mette dentro il cuore tutto il mondo e glielo fa amare con il desiderio di renderlo sempre più bello e conforme al disegno di Dio. Si possono fare lunghi viaggi anche restando nel chiuso della propria stanza, perché quello che conta è portare il mondo nel cuore, pregare e intercedere per tutta l’umanità. «Di buon mattino rivolge il cuore al Signore che lo ha creato, prega davanti all’Altissimo, apre la bocca alla preghiera, implora per i suoi peccati» (39, 5). La preghiera, portando allo scoperto la nostra personale fragilità, diventa implorazione di perdono per tutte le volte in cui ci siamo sentiti tanto poco responsabili del mondo.

Compiendo la volontà del Signore, così come si manifesta nella Parola, lo scriba è ricolmato dei doni dello Spirito (39, 6-7; cfr Is 11, 2): l’intelligenza e la sapienza (cioè il saper discernere il bene), il consiglio e la scienza (cioè la capacità di attuare il bene una volta scoperto) e «si vanterà della legge dell’alleanza del Signore» (39, 8). Questo vanto è la forza che proviene dalla consapevolezza di adempiere fedelmente la volontà del Signore.

«Egli non sarà mai dimenticato, non scomparirà il suo ricordo, il suo nome vivrà di generazione in generazione». Qui si avverte già l’eco del canto di Maria: «Tutte le generazioni mi chiameranno beata» (Lc 1, 48). Una vita vissuta fino in fondo non si perde nel nulla; continua ad essere una corrente nascosta di acqua pura che feconda la terra, un’eredità preziosa di ideali e di desideri che ravviva anche le generazioni future.

 

 

La gioia della Parola

 

Un altro brano dell’Antico Testamento, letto sempre alla luce della figura di Maria in ascolto, ci aiuta a capire come una comunità accolga la parola e la traduca in impegno di comunione sempre più ampio. Si tratta del brano di Neemia 8, 1-12, che descrive il raduno del popolo, ritornato dall’esilio, nella piazza davanti alla porta delle Acque, per ascoltare la lettura della Legge. Tutto il popolo è diventato «come un solo uomo» (8,1): solo la Parola di Dio, ascoltata con il desiderio sincero di conversione, può creare questa unità. Il popolo, «dallo spuntar della luce fino a mezzogiorno» (8, 3), rimase attento alla lettura che del libro della legge facevano Esdra e i leviti (8, 8), e «piangeva, mentre ascoltava la parola della legge». È un pianto di pentimento, originato dalla scoperta dell’enorme divario tra la vita che si sta conducendo ora e la Parola. È un pianto salutare, come dice san Paolo ai Corinti: «Se anche vi ho rattristati con la mia lettera, non me ne dispiace. E se me ne è dispiaciuto – vedo infatti che quella lettera, anche se per breve tempo soltanto, vi ha rattristati – ora ne godo; non per la vostra tristezza, ma perché questa tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte» (2 Cor 7, 8-10).

Neemia e i leviti cercavano di calmare il popolo: «Non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza» (8, 10c). Questa gioia la si può gustare solo quando si risponde all’invito: «Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato» (8, 10a). E condividendo con chi non ha niente, il popolo fa festa perché ha compreso appieno le parole che gli erano state spiegate (8, 12). Ecco come la parola fluisce nella vita e dalla vita riceve luce. Essa è compresa quando diventa ispiratrice di vita di comunione, perché non c’è altra chiave per aprirne i segreti tesori se non quella dell’amore.

Per noi, Servi e Serve di santa Maria, è il vivere fraterno a dirci se siamo ascoltatori autentici o no della Parola di Dio. La fraternità è un ideale austero ed esigente; richiede povertà interiore, rinunzia e donazione totale. La presenza della Vergine ci doni il coraggio di restarvi fedeli e di infondervi, soprattutto nei momenti difficili, il calore di un’accoglienza semplice e rispettosa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3. A SERVIZIO DEL MONDO

 

 

Parola per la lectio:

«Si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme» (Lc 2, 44-45)

«Un giorno andarono a trovarlo la madre e i fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla» (Lc 8, 19)

«Che ho da fare con te, o donna?» (Gv 2, 4)

 

Regola di Vita RM 7: «… e dalla sua vita con Gesù a Nazareth [apprende] il senso del proprio inserimento nella società»

 

 

 

 

La vita che la Vergine Maria condusse con Gesù a Nazareth, prima ancora dell’inizio dell’apostolato di lui, non fu certo tranquilla. Quel Figlio esigente, già da ragazzo, le chiedeva un impegno di continua conversione.

La nostra lectio considera tre momenti della vita di Maria con Gesù che sono tre tappe del suo cammino di penetrazione dell’identità sempre nuova del Figlio.

 

 

Perché …?

Lc 2, 41 introduce il racconto di un evento dell’adolescenza di Gesù che provocò ai genitori angoscia e sconcerto. Tutti gli anni Maria e Giuseppe salivano a Gerusalemme per la Pasqua, in obbedienza a quanto prescrive la legge (cfr Es 23, 14-17; 34, 22-23; Dt 16, 16). Partivano con il figlio e, come è da ritenere, con tutto il clan familiare, i “fratelli” e le “sorelle” di Gesù. Era un pellegrinaggio faticoso, ma anche pieno di gioia: il canto dei salmi delle ascensioni rinvigoriva nei cuori il desiderio di rivedere la città santa e il tempio del Signore; parenti e amici si incontravano, dialogavano, condividevano insieme le provviste che avevano portato. In uno di questi pellegrinaggi, quando si era già sulla via del ritorno, Gesù dodicenne «rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero» (2, 44).

Luca, come sappiamo, ha redatto il racconto dello smarrimento tenendo davanti agli occhi la passione del Signore. La scomparsa di Gesù preannuncia il suo nascondimento nell’oscurità della morte. Tre giorni i suoi genitori lo cercano e tre giorni Gesù rimane nel sepolcro; dopo una ricerca angosciosa lo trovano a Gerusalemme, dove Gesù muore e risorge. Il termine “angosciati” (2, 48) ha un significato di grande intensità; Luca lo usa anche per gli anziani di Mileto che piangono al collo di Paolo «perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto» (At 20, 38). È quindi l’angoscia che ci assale per la perdita irreparabile di una persona cara21 . Nella risposta di Gesù risuona il verbo “devo” («devo occuparmi delle cose del Padre mio») che in Luca indica sempre la necessità della passione (cfr Lc 9, 22; 13, 33; 17, 25; 22, 37; 24, 7.26.44).

«Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo» (2, 48). Nel vangelo di Luca questa è l’unica parola rivolta dalla madre al figlio ed è anche l’ultima parola di Maria: È da mettere in rilievo l’appellativo con cui Maria si rivolge a Gesù: « figlio», nel senso fisico: il figlio che io ho generato. Come è possibile che un figlio si comporti così verso sua madre? Perché un figlio ha dato a sua madre un simile dolore? Il “perché” di Maria è la domanda del credente di fronte al mistero della vita e del dolore. «Perché – grida Giobbe – non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo? Perché due ginocchia mi hanno accolto, e perché due mammelle per allattarmi? … Perché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha l’amarezza nel cuore …?» (Gb 3, 11-12.20). È il perché pronunciato dalla fede che non riceve risposte dal Signore: «Perché mi hai dimenticato?» (Sal 42, 10); «Svégliati, perché dormi, Signore? Déstati, perché nascondi il tuo volto?» (Sal 44, 24.25); «Perché, Signore, mi respingi, perché mi nascondi il tuo volto?» (Sal 88, 15).

La domanda di Maria suscita la prima parola di Gesù nel vangelo di Luca: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo essere nelle cose del Padre mio?» (2, 49). Al perché della madre Gesù rivolge un altro perché, meravigliandosi che essi non sappiano del suo rapporto con il Padre e del vincolo assolutamente unico che lo lega a lui. Gesù «deve essere» in ciò che è del Padre, vale a dire: solo nel Padre la sua esistenza trova fondamento e senso. La volontà del Padre è per Gesù un dovere assoluto, superiore ad ogni altro vincolo. L’obbedienza a Dio conduce Gesù per strade che lo allontanano anche dalla sua stessa famiglia. Quello che a Maria era stato preannunciato al momento della presentazione al tempio («anche a te una spada trafiggerà l’anima»: Lc 2, 35), adesso è diventato chiaro.

La risposta-domanda di Gesù non portò luce ai genitori. Essi «non compresero la parola che disse loro» (2, 50). Si trovarono in quella incomprensione che soffrivano anche i discepoli quando Gesù parlava loro della sua passione; essi «non comprendevano nulla di queste cose; e quella parola rimaneva loro velata perché non conoscevano le cose dette» (Lc 18, 34). C’è qui una incomprensione radicale, che nasce da una non esperienza delle cose dette da Gesù: la sua parola è fuori dell’orizzonte conosciuto dai discepoli. Si tratta di una vera e propria cecità, tanto è vero che subito dopo il vangelo presenta il cieco di Gerico (cfr Lc 18, 35-43), figura simbolica dell’uomo che brancola nel buio se Gesù non lo guarisce.

L’incomprensione di Maria e di Giuseppe appare in una luce diversa. Anch’essi certo soffrono un limite; hanno cercato Gesù per strade non giuste, anche se è stato un amore profondo ad animare la loro ricerca. Non comprendono ancora, quando Gesù parla loro della volontà del Padre; però, a conclusione del racconto, Luca presenta, per la seconda volta nello stesso capitolo, l’immagine assorta della Vergine che «conservava tutte le parole nel suo cuore» (2, 51). Non le capiva ancora, ma le conservava con cura gelosa per non dimenticarsene, nella fiducia che esse avrebbero svelato in pienezza il loro significato.

In questo modo Maria ci insegna come capire la parola del Signore. La Parola è una realtà infinita; non ne raggiungeremo mai il fondo. Come la vita, ha una profondità che neanche un’esperienza di lunghi anni riesce a sondare. E inoltre il cammino che ci indica non è facile. Non è facile discernere la volontà del Padre; non lo è stato neanche per Gesù, che pure “è” nelle cose del Padre suo. Anche Gesù ha dovuto lottare e soffrire, pregare e piangere per imparare ad obbedire (cfr Eb 5, 7-8). Maria a Nazareth conserva nel cuore quello che non ha compreso, cioè l’affida a Dio in una fiducia senza riserve. Con lei anche noi cerchiamo di maturare come persone che sanno attendere con pazienza e rispetto. Pazienza e rispetto verso i fratelli e le sorelle che stanno compiendo con noi questo difficile cammino di comprensione della vita; e pazienza e rispetto anche nei riguardi di Dio, il cui mistero ci supera infinitamente.

 

Mia madre e i miei fratelli

Nel vangelo di Luca l’episodio della madre e dei fratelli di Gesù che cercano di avvicinare il Signore si trova in un contesto diverso da quello in cui lo collocano Marco e Matteo. Luca infatti ha preferito inserire l’episodio non come premessa alla parabola del seminatore e alla sua spiegazione (cfr Mc 3, 31-35 e Mt 12, 46-50), ma a conclusione della parabola stessa (cfr Lc 8, 4-15) e dopo l’invito a fare attenzione a come si ascolta, «perché a chi ha sarà dato, ma a chi non ha sarà tolto anche ciò che crede di avere» (Lc 8, 18). Solo chi custodisce «con perseveranza» (Lc 8, 15) la Parola di Dio, riceve e accoglie veramente Dio nella sua vita.

La madre e i fratelli di Gesù non possono avvicinarlo «a causa della folla» (8, 19). Altre volte la folla è un impedimento per accostarsi a Gesù: cfr Lc 5, 19 (il paralitico portato da alcuni non poteva essere introdotto davanti a Gesù a causa della folla) e 19, 3 (Zaccheo non riesce a vedere Gesù a causa della folla oltre che per la sua piccola statura). Però in questi due casi la folla non costituisce un ostacolo insormontabile; anzi, accende più forte la fede di arrivare fino a Gesù («salirono sul tetto e lo calarono attraverso le tegole con il lettuccio davanti a Gesù») e il desiderio di vederlo («[Zaccheo] allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché [Gesù] doveva passare di là» 19, 4).

La madre e i fratelli di Gesù restano «fuori» e vogliono comunque vederlo. È possibile che Luca dia un giudizio negativo su questo “vedere”, come risulta chiaramente a proposito di Erode Antipa che «cercava di vedere Gesù» (Lc 9, 9); e lo avrebbe visto infatti al momento della passione, e ne fu tutto contento perché «sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui» (Lc 23 ,8). Ma a questa vana speranza «Gesù non diede alcuna risposta» (23, 9). Per vedere Gesù è necessario entrare dentro la comunità di «coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica». Anche la madre e i fratelli di Gesù non possono rimanere “fuori”, ma devono divenire discepoli della Parola; solo così saranno davvero consanguinei di Gesù.

Altre indicazioni ci vengono offerte se leghiamo Lc 8, 19-21 al brano parallelo di Lc 11, 27-28: «Mentre Gesù diceva queste cose, una donna alzò la voce …». Che cosa stava dicendo Gesù? Egli aveva cacciato un demonio da un muto che aveva incominciato a parlare (Lc 11, 14). Gesù avverte che il miracolo non mette automaticamente al sicuro da un ritorno dello spirito immondo (11, 24). Questo spirito si aggira per luoghi aridi, dimora abituale dei demoni (cfr Is 32, 21; 34, 14; Lv 16, 20.22; Tb 8, 3), ma ama stare soprattutto negli uomini: «Ritornerò nella mia casa da cui sono uscito» (Lc 11, 24b). Venuto, trova la sua casa «spazzata e adorna»; Matteo aggiunge «e vuota» (12, 44). In apparenza c’è ordine e pulizia; in realtà il vuoto è totale. Un’apparenza rispettabile, ma una assoluta sterilità. Allora lo spirito immondo «prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui, ed essi entrano e vi alloggiano e la condizione finale di quell’uomo diventa peggiore della prima» (Lc 11, 26; cfr 2Pt 2, 20). Non basta quindi la purità esteriore; c’è bisogno di una purezza interiore che solo l’ascolto della Parola può dare. Perciò come già in Lc 8, 21, anche il racconto dell’elogio della donna nei riguardi di Gesù («beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte»: 11, 27) culmina nella frase: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono» (11, 28).

Custodire la parola vuol dire farla. Che ascolto e azione siano una cosa sola è affermazione centrale della sacra Scrittura. Abbiamo già avuto occasione di porre in evidenza il brano fondamentale di Es 24, 7, dove tutto il popolo, al momento di aderire all’alleanza, esclama: «Tutto ciò che ha detto il Signore noi lo faremo e lo ascolteremo». Dichiarazione sorprendente perché, operando una inversione di termini, la Scrittura afferma che la prassi precede l’ascolto. Ancora prima di ascoltare e di capire, Israele «fa», perché l’obbedienza a Dio non sta nel conoscere i comandamenti, ma nell’eseguirli con una fiducia totale in Colui che, attraverso i suoi comandi, vuole dare libertà e pienezza alla nostra vita. Nella sua traduzione della Bibbia, Martin Buber dà alla congiunzione «e» («noi lo faremo e ascolteremo») un senso finale: «noi lo faremo affinché possiamo ascoltare». È il fare che ci porta all’ascolto; è la vita la fonte dell’ascolto e della conoscenza. I sapienti ebrei così ci insegnano: «Colui la cui conoscenza supera le sue azioni, a che cosa si può paragonare? A un albero che ha molti rami, ma poche radici: quando viene il vento, lo sradica e lo abbatte … Ma colui le cui azioni superano la sua conoscenza, a che cosa si può paragonare? A un albero che ha pochi rami ma molte radici: potrebbero venire tutti i venti del mondo a soffiare contro di lui, che non lo smuoverebbero dal suo posto» (Pirqe Avot, III, 22). Qui avvertiamo tutti l’eco della parola di Gesù: «Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde perché era fondata sopra la roccia» (Mt 7, 24-25).

Alla madre, che con i fratelli di Gesù vuole vederlo, il Figlio ricorda che ella non può accampare su di lui diritti che le vengono dal fatto di averlo portato in seno e di averlo allattato. Ella dovrà capire che la sua beatitudine non sta nell’aver generato fisicamente Gesù, ma di essere discepola in ascolto della sua parola. Già al momento dell’annunciazione Maria aveva detto, con tutto l’ardente desiderio dell’anima sua: «Si faccia in me la tua parola» (Lc 1, 38). La sua vita con Gesù a Nazareth le fa scoprire quali rinunce comporti la fedeltà a questo suo intenso desiderio, quanto lungo e travagliato sia questo “farsi” della parola nella concretezza quotidiana.

 

Nella comunità di Gesù

Un altro momento di prova e di crescita per la Vergine è il convito di Cana. «Ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù» (Gv 2, 1). Ci colpisce questa solitudine di Maria: la sua famiglia sembra essersi dissolta e lei arriva a Cana da sola. È la strada solitaria della sua fede in Gesù, sempre così imprevedibile, sempre così esigente. La sentiamo vicina a noi, la Vergine santa, nostra compagna e sorella sulle vie, solitarie anch’esse, della nostra fede spesso oscura, tante volte provata.

Gesù invece vi arriva insieme ai suoi primi discepoli: Andrea e il personaggio innominato, già discepoli del Battista, quelli che hanno seguito Gesù a «Betania al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando» (Gv 1, 28), e poi Simone, Filippo e Natanaele. La vera famiglia di Gesù va crescendo, ed è all’appartenza a questa famiglia che Gesù orienta con forza anche la madre sua, perché la sua maternità si dilati fino a diventare un dono d’amore che abbraccia il mondo intero.

Non è senza un motivo che l’evangelista Giovanni non chiami mai Maria con il suo nome proprio, ma sempre e solo con l’appellativo di “madre”: Maria è infatti solo «la madre di Gesù» (2, 1.3), o «sua madre» (2, 5.12; 6, 42; 19, 25-26) o anche «tua madre» (19, 27), quando affida sua madre alle cure del discepolo amato. Non possiamo pensare che l’evangelista non conoscesse il nome della madre di Gesù: egli dimostra di essere bene informato del nome di Giuseppe, il padre putativo di Gesù (1, 45; 6, 42) e conosce il nome almeno di due donne che stanno, con Maria, ai piedi della croce di Gesù (Maria di Cleofa e Maria di Magdala: 19, 27). Con questo riferimento esclusivo alla qualifica di «madre» l’evangelista intende proporre un significato simbolico, come appare anche dal modo in cui Gesù si rivolge alla madre.«Che ho da fare con te, o donna? La mia ora non è ancora venuta» (2, 4). Se può apparire strano che Gesù chiami così sua madre - nell’Antico e nel Nuovo Testamento nessun passo attesta un uso del genere - tuttavia tale appellativo non ha nulla di irriguardoso o di scostante. Gesù ha rivolto questo appellativo alla samaritana, presso il pozzo di Giacobbe - «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre» (Gv 4, 21) -, chiamandola alla fede in lui, il messia rivelatore della volontà di Dio. Gesù chiede ancora con questo appellativo a Maria di Magdala in lacrime presso la tomba vuota: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» (Gv 20, 15). La ricerca della donna deve prendere un nuovo corso, la sua fede deve andare oltre la presenza fisica del Maestro: «Non mi trattenere, … ma va’ dai miei fratelli» (Gv 20, 17). Anche alla donna sorpresa in flagrante adulterio Gesù rivolge lo stesso appellativo, restituendole, con la chiamata alla conversione, dignità e valore: «Donna …, va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8, 10.11). Nel titolo di “donna” dato alla madre, perciò, risuona forte l’appello di Gesù a una fede che deve appoggiarsi unicamente sulla sua parola. La madre accoglie questo appello e dice ai servi: «Fate quello che vi dirà (Gv 2 ,5).

La risposta di Gesù, all’osservazione della madre «non hanno più vino» (Gv 2, 3), ha la stessa “durezza” delle parole da lui rivolte ai genitori, che angosciati lo cercavano, e alla madre e ai fratelli che chiedevano di vederlo. Parole di cui Maria percepiva l’eco dolorosa ma che la spingevano sempre in avanti, verso la meta della croce. Dopo Cana Maria scompare dal racconto del vangelo per riapparire nuovamente sul Calvario, designata anche qui con il titolo di madre e di donna. Nell’ora di Gesù, già preannunciata a Cana (Gv 2, 4b), cioè la sua glorificazione tramite la sua morte in croce (Gv 7, 30; 8, 20; 12, 23.27; 13, 1; 17, 1), Maria conclude il suo cammino con Gesù, diventando “madre” e “donna” nel senso più pieno e universale.

Possiamo riprendere alcune espressioni del noto documento di Dombes, importante sforzo ecumenico per una “pietà mariana” biblicamente fondata e in grado di «lenire le tensioni che restano, a proposito di Maria, nelle nostre chiese e che sorgono anzi in seno a una stessa chiesa».

«A Cana, Maria non domanda nulla al figlio; fa una semplice costatazione e si rivolge ai servi. Ma la costatazione fa risaltare ciò che manca alla festa. È Maria a evidenziare ciò che non va. È così che ella intercede presso suo figlio. Ella illustra già con il suo intervento la condizione del credente, che si pone all’ascolto degli uomini e sa presentare le loro necessità perché Gesù venga loro in aiuto.

Di fronte alla mancanza segnalata da Maria sta Gesù, la cui missione si trova in quel momento in una condizione instabile: La sua ora “non è ancora giunta”. La presenza di Gesù a una festa umana non ha lo scopo di rimediare a ciò che manca, ma di manifestare la sua gloria e di suscitare la fede. Novità che egli illustra anticipatamente, compiendone il segno.

Si apre così la prospettiva teologica del Vangelo. Maria è presente a questa apertura, senza averne anzitutto coscienza.

In quanto domanda che sconcerta, quel “che ho a che fare con te?” non sottolinea solo i limiti di Maria, che non comprende subito come e quando si manifesterà la gloria di Gesù, ma invita anche a entrare nelle prospettive del figlio, ad abbandonare la propria iniziativa per seguire la sua. In questo senso, si può dire che l’episodio di Cana è una pietra miliare nel cammino di conversione di Maria, la quale comprende come il suo ruolo è ormai quello di condurre i servi a suo figlio, ad ascoltare la sua parola, obbedendovi pienamente.

Maria sperimenta personalmente che l’obbedienza a una parola e un appello alla rinuncia sono fonte di benedizione. Sostenuta dalla fiducia, ancor prima di sapere cosa Gesù ha intenzione di fare, ella può dire ai servi: “Fate quello che vi dirà”, chiamandoli così a un comportamento di fede inaudito quanto il suo»22 .

Dopo Cana, Gesù «discese a Cafarnao insieme con sua madre, i fratelli e i suoi discepoli» (Gv 2, 12). Maria non è più sola; è entrata nella grande famiglia dei discepoli e dei fratelli di Gesù. Dopo Cana, anche lei lascia Nazareth e la Galilea, come fanno altre donne (cfr Lc 8, 2-3; 23, 49; Mc 15, 40-41), e segue Gesù nei suoi viaggi per la terra d’Israele.

 

Seguire Cristo nel mondo

La vita di Maria con Gesù ha molto da insegnare a una vocazione “secolare” che vive il vangelo nel mondo, nelle situazioni complesse e intricate dell’esistenza di tanta gente. Una vocazione che esige tanta povertà e spogliazione interiore appunto perché vuole aderire alle realtà di questo mondo senza altro supporto che non sia la fede in Cristo. Nel suo cammino di fede ogni sorella del Regnum Mariae deve sperimentare la “solitudine” della Vergine che in sé conserva le parole del Figlio suo e solo su queste poggia la sua crescita, contrassegnata spesso dal dolore, di credente che desidera capire e fare la volontà di Dio. Certo, una solitudine che non si esaurisce in sé; ma, abitata com’è da un anelito di conoscenza e di amore sempre più grandi, crea relazioni nuove, forma comunità di fratelli e sorelle, instaura rapporti di maternità e paternità spirituali.

La Regola di vita, perciò, pone a fondamento della consacrazione secolare l’atteggiamento stesso di Maria in ascolto paziente della Parola. Non è sempre facile restare fedeli a questo ascolto. Lo svolgimento delle «attività comuni a tutti gli uomini» e l’impegno di «vivere in Cristo tutte le realtà umane e adempiere, in spirito di servizio, il mandato sociale con responsabilità e competenza» (Regola di vita 4) ci espongono a un rischio, «l’ansia di chi crede solo nel suo fare» (Regola di vita 47), un’ansia che ci toglie la libertà di creare spazi in cui crescere come persone autentiche, cioè capaci di donarsi a Dio e agli altri. Lo stesso articolo 47 della Regola di vita dice che dobbiamo ispirarci «al servizio che Maria ha reso e rende al mondo»; il suo servizio è quello di portare le persone a Cristo, di immettere nel mondo il fermento nuovo della fede, ed è un servizio vissuto nel distacco da sé, nella povertà, nella ricerca non del bene proprio ma di quello degli altri.

Alla Vergine noi ci rivolgiamo per restare fedeli «ad un incontro personale quotidiano e prolungato con il Signore» (Regola di vita 32), in un atteggiamento di spogliazione continua per poterci rivestire di Cristo (cfr Regola di vita 58). Proprio perché inserita nel mondo, la vocazione secolare ha bisogno di immergersi nella preghiera che è per essa «un dovere radicale» (Regola di vita 59), nel senso che senza preghiera si inaridiscono le stesse radici della nostra chiamata, che è quella di portare silenziosamente nel mondo il Cristo Signore (cfr Regola di vita 11), contribuendo alla creazione di una umanità nuova negli ambienti in cui viviamo e lavoriamo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4 . AI PIEDI DELLA CROCE

 

 

Parola per la lectio

«Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24)

«Anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,35)

«Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Magdala» (Gv 19,25)

Regola di Vita RM 7: «Dalla sua partecipazione alla missione redentrice del Figlio è portata a comprendere, a sollevare e a valorizzare le umane sofferenze»

 

 

 

 

Con questa scheda tocchiamo uno dei punti cruciali del dialogo ecumenico tra protestanti e cattolici su Maria. L’affermazione da parte cattolica secondo cui Maria ha “cooperato” alla salvezza dell’umanità appare agli occhi della Riforma protestante un attentato al principio della giustificazione per la sola fede in Cristo, unico Salvatore, il quale ci salva gratuitamente, non sulla base delle nostre opere. Le chiese della Riforma, oggi come nel passato, rifiutano di assegnare a Maria un posto che non sarebbe il suo, ponendo un parallelismo tra lei e il Cristo o tra lei e la chiesa, e attribuendole così titoli che finirebbero per tradire l’immagine evangelica della piccola Maria, nostra sorella. Il rispetto per questa sensibilità delle chiese riformate ha portato la chiesa cattolica a purificare la sua dottrina e rivedere il suo linguaggio. Nei testi ufficiali cattolici non troviamo più l’espressione di “corredenzione”, di per sé errata in quanto suppone che il ruolo di Maria sia dello stesso ordine di quello di Cristo. Il concilio ha riconosciuto il titolo di “mediatrice”, con cui la Vergine è invocata nella chiesa insieme ai titoli di avvocata, ausiliatrice e soccorritrice, però «in modo che nulla detragga o aggiunga alla dignità e alla efficacia di Cristo, unico mediatore. Nessuna creatura infatti può mai essere paragonata col Verbo incarnato e Redentore; ma come il sacerdozio di Cristo è in vari modi partecipato dai sacri ministri e dal popolo fedele, e come l’unica bontà di Dio è realmente diffusa in vari modi nelle creature, così anche l’unica mediazione del Redentore non esclude, ma suscita nelle creature una varia cooperazione partecipata dall’unica fonte» (Lumen gentium 62).

Il concilio insiste sul concetto di “cooperazione”, perché esso riveste un valore che riguarda la vita di ogni credente. «Maria, figlia di Adamo, acconsentendo alla parola divina, è diventata madre di Gesù e, abbracciando con tutto l’animo e senza essere ritardata da alcun peccato, la volontà divina di salvezza, si è offerta totalmente come la serva del Signore alla persona e all’opera del Figlio suo, mettendosi al servizio del mistero della redenzione sotto di lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente. Giustamente quindi i santi padri ritengono che Maria non fu strumento meramente passivo nelle mani di Dio, ma che cooperò alla salvezza dell’uomo con libera fede e obbedienza. Infatti, come dice s. Ireneo, ella “obbedendo divenne causa della salvezza per sé e per tutto il genere umano” (Adversus haereses III, 22, 4). Onde non pochi antichi padri nella loro predicazione volentieri affermano che “il nodo della disobbedienza di Eva ha avuto la sua soluzione con l’obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva aveva legato con la sua incredulità, la vergine Maria l’ha sciolto con la sua fede” (Ireneo, ibidem) e, fatto il paragone con Eva, chiamano Maria “la madre dei viventi” (S. Epifanio, Haer. 78, 18), e affermano spesso: “la morte per mezzo di Eva, la vita per mezzo di Maria” (S. Girolamo, Lettera 22, 21). Questa unione della Madre col Figlio nell’opera della salvezza si manifesta dal momento della concezione verginale di Cristo fino alla morte di lui» (Lumen gentium, 56-57). Ella «è stata su questa terra l’alma madre del divino Redentore, la compagna generosa del tutto eccezionale e l’umile serva del Signore. Col concepire Cristo, generarlo, nutrirlo, presentarlo al Padre nel tempio, soffrire con il Figlio suo morente sulla croce, ha cooperato in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo è stata per noi la madre nell’ordine della grazia» (Lumen gentium 61) e la sua carità materna continua ad agire nella chiesa a favore «dei fratelli del Figlio suo ancora pellegrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni» (Lumen gentium 62)

 

 

A favore del suo corpo che è la chiesa

 

La “cooperazione” e la “unione” della Madre con il Figlio ricordano ai credenti sia il loro impegno di comunione profonda con Cristo, mediatore e salvatore, sia la responsabilità che, in forza di questa adesione a Cristo, essi hanno nei confronti della vita dei fratelli. Uniti a Cristo, possiamo, con la dedizione di tutta la nostra esistenza, con la nostra intercessione, con le nostre sofferenze offerte per amore, “cooperare” alla salvezza del mondo.

In questo senso va inteso Col 1, 14 che abbiamo scelto come “parola per la lectio”. Paolo prima esalta il primato universale di Cristo (cfr Col 1, 13-20). Questo primato non ha niente a che vedere con un potere di supremazia e sopraffazione: per mezzo di Cristo, il capo, il principio, il primogenito, è piaciuto a Dio di «riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce […] le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli» (Col 1, 20). Il primato cosmico di Cristo si attua nella riconciliazione e nella pace. Poi Paolo si rivolge alla comunità: un tempo i suoi membri erano «stranieri e nemici» di Dio (Col 1, 21), ma adesso Cristo li ha riconciliati «per mezzo della morte del suo corpo di carne». Il «corpo di carne» è la nostra povera realtà di uomini peccatori che Cristo ha liberato con il dono della sua vita (cfr Rm 8, 3). Questa è la grazia di Cristo che ci rende santi, immacolati e irreprensibili davanti a Dio, «purché – avverte Paolo – restiate fondati e fermi nella fede e non vi lasciate allontanare dalla speranza promessa nel vangelo che avete ascoltato» (Col 1, 23). Cristo ci ha salvati, ma la risposta nostra resta condizione fondamentale non solo per la salvezza nostra ma anche per quella degli altri. «Sono lieto – afferma quindi Paolo – delle sofferenze per voi e completo nella mia carne quello che manca alle tribolazioni di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1, 24). Noi siamo in comunione con le «tribolazioni di Cristo» (cfr anche 2Cor 1, 5), cioè la sua passione («la morte del suo corpo di carne» del v. 22), nelle tribolazioni che ci vengono dal mondo e che, per quanto gravi e penose, non possono in alcun modo separarci da lui (cfr Rm 8, 35). «Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2Cor 4, 8-10). Ogni sofferenza, che la vita ci procura, ha senso e valore per noi se sopportata in comunione con Gesù. La comunione con le sofferenze di Cristo – fonte, per quanto assurdo possa apparire, di gioia e di consolazione (cfr At 5, 41) – fa sì che noi completiamo quello che manca a tali tribolazioni, non perché a Cristo manchi qualcosa, ma perché siamo noi adesso chiamati a continuare il servizio stesso di Cristo a favore dei fratelli. Si tratta di prendere parte al movimento proprio del Figlio che «si è spogliato e abbassato» (Fil 2, 7-8), e al movimento proprio di Maria, il cui “fiat” è lo stesso “sì” del Cristo nella sua umile obbedienza al Padre. Il Figlio e la Madre si sono espropriati della loro volontà e la loro rinuncia ha aperto anche al mondo la possibilità di scoprire che la vera libertà sta nel rinunciare all’amore di sé.

 

 

La spada della Parola

 

Continuando a percorrere la via apertaci dall’affermazione di san Paolo circa la nostra partecipazione alle tribolazioni di Cristo e alla responsabilità che abbiamo nei confronti dei fratelli, incontriamo la parola rivolta da Simeone a Maria: «Egli [Gesù] è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2, 34-35). In Gesù si realizza quello che i profeti avevano annunciato riguardo al Signore e alla sua Parola. «[Il Signore] sarà laccio e pietra di inciampo e scoglio che fa cadere» (Is 8, 14). Non così per chi mette la sua vita nelle mani di Dio: «Io ho fiducia nel Signore, che ha nascosto [potremmo tradurre: anche se ha nascosto] il volto alla casa di Giacobbe, e spero in lui» (Is 8, 17). Sulla roccia della fede l’esistenza non vacilla: «Ecco io pongo una pietra in Sion, una pietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata: chi crede non vacillerà» (Is 28, 16).

Questo segno di contraddizione, che è Dio stesso, in quanto può essere accolto o rifiutato, caratterizza anche la vita del profeta: «Me infelice, madre mia, che mi hai partorito oggetto di litigio e di contrasto per tutto il paese» (Ger 15, 10). In questo lamento del profeta si fa evidente il simbolismo della spada, come viene chiaramente spiegato in Eb 4, 12: «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore». P. Aristide Serra ha studiato a fondo la correlazione “spada-Parola di Dio” attraverso l’Antico Testamento, l’antica letteratura giudaica e la tradizione greco-latina dei primi tredici secoli, e a questo suo studio si rimanda per gli opportuni approfondimenti23 . Qui vogliamo solo capire perché la parola è una spada che provoca dolore.

Molti esegeti contemporanei si trovano d’accordo nell’indicare nella spada predetta da Simeone il dolore che Maria avrebbe sofferto al vedere il Figlio ripudiato dal suo popolo. Il che avvenne durante il ministero pubblico del Signore, in maniera del tutto speciale nei giorni della sua passione e morte, e poi nella persecuzione mossa contro la chiesa nascente di cui Maria faceva parte come membro della comunità di Gerusalemme (At 1, 14). Già un autore medievale, grande e appassionato conoscitore della Bibbia, Ruperto di Deutz (morto nel 1130), percepiva accenti mariani nella confessione di Paolo, che porta nel cuore il dolore per le sorti del suo popolo: «Ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua» (Rm 9, 2). Applicando questo testo a Maria, nel suo commento al Cantico dei Cantici, Ruperto fa dire alla Vergine: «Che cosa poteva voler dire questo, se non pregare per la salvezza del resto del mio popolo? Potrei io avere verso il mio popolo una compassione minore della compassione e dell’amore degli amici, cioè dei profeti e degli apostoli? […] Ricordati della tua misericordia, come hai parlato ai nostri padri, perché almeno, quando saranno entrate tutte le genti, allora tutto Israele sia salvo (cfr Rm 11, 16)». Il dolore di Maria è quindi il dolore stesso del Messia rifiutato dal suo popolo; in quanto madre del Messia, ella ne condivide il destino. Come giustamente osserva Aristide Serra, bisognerebbe non limitare il simbolismo della spada a questa esegesi. Luca stesso ha cura di rilevare gli effetti molteplici che la Parola di Dio ha prodotto nella persona di Maria. Il vangelo elenca una vasta gamma di esperienze e di sentimenti, in parte già messi in luce nelle schede precedenti: turbamento (Lc 1, 29a), domande (Lc 1, 29b.34; 2, 48), timore (Lc 1, 30), obbedienza (Lc 1, 38a), lode (Lc 1, 46-47), memoria e raccoglimento (Lc 2, 19.51), meraviglia e stupore (Lc 2, 23.47-48). E soprattutto il dolore: quel dolore che Maria sperimentò, insieme a Giuseppe, nella ricerca di Gesù dodicenne e che le rese chiara la profezia di Simeone: la sua vita, come la vita di ogni credente, sarà attraversata dalla spada della Parola di Dio, sempre superiore alle nostre attese, più vasta e profonda degli abissi del mare, sempre nuova anche dopo anni di studio e di conoscenza, e sempre esigente.

Nel vangelo di Luca il simbolismo della “spada” è usato una seconda volta, precisamente nel contesto dell’ultima cena, dove Gesù rivolge ai discepoli queste parole: «Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?. Risposero: Nulla. Ed egli aggiunse: Ma ora chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; e chi non ha una spada, venda il proprio mantello e ne compri una. Infatti vi dico che deve compiersi in me questo passo della Scrittura, quello che dice: “E fu annoverato tra gli iniqui” (Is 53, 12). E infatti quello che mi riguarda sta avendo la sua attuazione finale» (Lc 22, 35-37).

Quando Gesù aveva inviato i Dodici (cfr Lc 9, 1-6) e poi altri 72 discepoli (cfr Lc 10, 1-24) a predicare il regno di Dio, aveva raccomandato loro di non prendere nulla per il viaggio: né bisaccia, né borsa, né pane, né denaro, né tunica di ricambio, né calzari. E tuttavia niente mancò loro. Ora, però, alla vigilia della passione, la situazione è profondamente mutata. Non solo Gesù ordina di prendere borsa e bisaccia, ma addirittura di vendere il mantello per comprarsi una spada. Certamente egli non intende una spada materiale. Ai discepoli che sono stati tratti in inganno dalla sua parola enigmatica e gli presentano una spada, Gesù dice: Basta!, troncando bruscamente il discorso. Ma ancora al momento dell’arresto i discepoli mostrano di non aver capito il linguaggio del Maestro: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?. E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: Lasciate, basta così!. E, toccandogli l’orecchio, lo guarì» (Lc 22, 49-51).

La spada, nel pensiero del Signore, è la stessa Parola: «Chi non ha spada …ne compri una. Dico infatti a voi che deve compiersi in me questa parola della Scrittura: fu annoverato tra gli iniqui». Gesù, innocente, accetta di essere annoverato tra gli iniqui per riscattarli dall’iniquità. Qui si condensa tutto il significato della Parola di Dio: «Infatti tutto quello che mi riguarda ha [qui] la (sua) fine (o la sua perfezione)» (Lc 22, 37c). Gesù in mezzo agli iniqui, divenuto come uno di loro per liberarli dal male, è l’apice di tutta la rivelazione. Questa solidarietà è costata a Gesù il dono della sua vita e costituisce anche la verifica dell’autenticità del nostro ascolto. Non c’è obbedienza alla Parola se non conduce a condividere il cammino della gente, a immergerci nei suoi problemi, portandovi, se non soluzioni, almeno la speranza che viene dalla comunione e dall’aiuto reciproco.

 

 

Presso la croce

 

Presso la croce Maria non coopera al sacrificio unico che solo Cristo compie; tuttavia, come dice ancora il Concilio, «ha avanzato nel cammino della fede e ha conservato fedelmente la sua unione con il Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette ritta (cfr Gv 19, 25), soffrì profondamente con il suo Figlio unigenito e si associò con animo materno al sacrificio di lui» (Lumen gentium 58). Nella scena del Calvario è rappresentato quello che accade nel rapporto tra Dio e uomo. La salvezza che Dio offre implica sempre un rapporto tra Colui che dona e colui che riceve. Anzi, non può esserci salvezza se non c’è accettazione, se non c’è una risposta colma di gratitudine. Dio ci ama per primo e per primo entra nella comunione dell’alleanza con noi; ma attende il nostro sì perché la sua alleanza possa divenire effettiva. Dio ha voluto far esistere il suo Verbo nella carne per mezzo del fiat di Maria. Il testo ecumenico preparato dal gruppo di Dombes cita a questo proposito una bella pagina del teologo protestante del XIX secolo, Alexandre Vinet: «Non diciamo: “Lavorate sebbene sia Dio a suscitare in voi il volere e il fare”, bensì con l’Apostolo: “Lavorate, perché Dio suscita in voi il volere e l’operare” (Fil 2, 12-13). È stato detto che la sapienza cristiana consiste nell’essere tranquilli come se Dio facesse tutto e di operare come se non facesse niente. Diciamo meglio: diciamo che lui fa tutto. Egli ha fatto noi, noi che facciamo; fa in noi la volontà di fare; fa attraverso di noi tutto quello che noi facciamo; ma lo fa con noi e non vuole farlo in altro modo» (n. 219). Poi lo stesso documento continua, in risposta a probabili obiezioni dalla stessa parte protestante: «Si impone una distinzione: l’accoglienza non è un’opera. Colui che riceve un regalo non partecipa in alcun modo all’iniziativa del dono. Tuttavia il regalo è pienamente tale solo se viene ricevuto. A rigor di termini, non c’è dono se il destinatario non lo accoglie. Altrimenti si ha soltanto l’offerta di un regalo. Affinché ci sia dono, il donatore ha in qualche modo bisogno del donatario. Un regalo è una sorta di invocazione che il donatore fa al donatario. La risposta al regalo fa parte del regalo. Il dono di Dio che è Cristo in persona si sottomette a questa legge della libera accoglienza: “Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!” (Mt 23, 27). Agostino dirà più tardi: “Colui che ti ha creato senza di te non ti salverà senza di te” (Discorso 169, 11, 13). […] Tale è il paradosso dell’Alleanza: è unilaterale da parte di Dio e diventa bilaterale per essere effettiva. L’Alleanza esiste prima della risposta e il suo rifiuto non la invalida in quanto disegno di Dio. Il sì è stato detto prima di noi da Dio e da Cristo: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato … Allora ho detto: Ecco io vengo … o Dio, per fare la tua volontà” (Eb 10, 5-7 che cita Sal 40, 7-9 LXX). Eppure è importante che noi, a nostra volta, diciamo sovranamente sì» (n. 220, 222).

Il sì che Maria dice a Dio si esprime nella disponibilità a perdere suo Figlio Gesù e ad accogliere come figlio il discepolo amato, cioè ogni credente, fratello di Gesù. Maria accoglie come figlio il discepolo amato e il discepolo amato accoglie nella sua casa Maria come madre. Dalla croce di Gesù nasce la nuova famiglia, non legata da vincoli di sangue, ma dalla fede e dal servizio. Questa è la volontà del Signore: salvarci come un solo corpo vivente nella comunione e nella solidarietà, una comunità di fratelli e sorelle che si aiutano nel cammino verso il Regno. Gesù risorto ratificherà questa realtà quando chiama “fratelli” i suoi discepoli e Dio “Padre suo e Padre loro” (cfr Gv 20, 17; vedi anche Mt 28, 10).

 

La Vergine gloriosa nel dolore

 

Dice la Regola di Vita che noi dobbiamo imparare dalla partecipazione della Madre alla missione redentrice del Figlio a «comprendere, sollevare e valorizzare le umane sofferenze» (art. 7). Il nostro stare in mezzo alla gente deve tradursi nella partecipazione ai loro problemi (comprendere), nell’aiuto offerto alle loro difficoltà (sollevare), e anche nell’indicare un valore che pure esiste nel dolore. Questo è certamente il carisma della vocazione “secolare” e, più propriamente, di una vocazione secolare sorta in seno all’Ordine dei Servi di santa Maria. Fin dalle origini il servizio che l’Ordine ha prestato agli infermi, ai poveri e ai pellegrini, si è ispirato alla Mater dolorosa. Nella Legenda “vulgata” di san Filippo, n. 8, si dice: «ci chiamiamo Servi della Vergine gloriosa, della cui vedovanza portiamo l’abito»24 . La Vergine è gloriosa e insieme addolorata, e così i Servi l’hanno rappresentata anche nel campo dell’arte. Tutti abbiamo davanti agli occhi le immagini a noi care della Madonna del bordone (Siena, 1261) e della Maestà dei Servi (Orvieto, 1268), ambedue di Coppo di Marcovaldo. Il tipo iconografico è quello della “Maestà” - la Madre di Dio seduta in trono, col Bambino sulle ginocchia e assistita da angeli e santi - rivestita però di un manto nero ravvivato da pieghe dorate. La Vergine gloriosa è rivestita dell’abito vedovile: è la Madre gloriosa e insieme la donna contrassegnata dalla sofferenza. Gloriosa perché pur nella sofferenza risplende della luce di Dio. Aiutare le persone che soffrono a scoprire un senso anche nel dolore è parte sicuramente essenziale della vocazione del Regnum Mariae che in questo modo obbedisce a quanto prescrive l’articolo 26 della sua Regola: «Contempla ed imita Maria, serva fedele del Signore, che nella cosciente disponibilità al volere di Dio ha generato il Cristo e durante tutta l’esistenza ha collaborato alla sua opera di amore e di redenzione».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5. speranza DI UNITÁ

 

 

Parola per la lectio: «Una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati» (Ef 4, 4)

 

Regola di Vita RM 7: «[Ciascuna sorella] si adopera perché la Vergine, esempio di fiducia nel Signore, costituisca per tutti gli uomini insicuri e divisi del nostro tempo un segno di speranza e di unità»

 

 

Ogni sorella, dice l’articolo 7 della Regola di vita, deve fare in modo che attraverso la sua vita la Vergine Maria diventi per tutti un segno di speranza e di unità. Questi due termini appaiono legati insieme in maniera significativa: la speranza ha come suo oggetto l’unità, e l’unità a sua volta è fonte di speranza.

In questa scheda faremo dapprima riferimento al capitolo ottavo della costituzione dogmatica sulla chiesa, Lumen gentium, del concilio Vaticano II, per richiamarne solo qualche espressione che ci aiuti a capire in che senso la Vergine Maria sia per noi segno di speranza e di unità. Poi, partendo da Ef 4, 4, vedremo in maniera sintetica come l’Antico e il Nuovo Testamento parlino della speranza. Concluderemo con qualche rimando alla stessa Regola di vita.

 

 

La speranza del pellegrino

 

«Beata te che hai creduto nell’adempimento delle parole del Signore» (Lc 1, 45): il grido che Elisabetta rivolge a Maria esprime l’atteggiamento spirituale fondamentale di colei che è per noi «esempio di fiducia nel Signore». Fede, fiducia, affidamento: la Scrittura esprime con un solo vocabolo (pistis) l’atteggiamento di chi ha il coraggio di credere in Dio e di mettersi totalmente nelle sue mani. È il coraggio dei piccoli e dei poveri che sanno di non poter contare sulle proprie forze. La Vergine, dall’annunciazione alla Pentecoste, ha camminato con il coraggio della fede; perciò, dice il concilio, «ella primeggia tra gli umili e i poveri del Signore, i quali con fiducia attendono e ricevono da Lui la salvezza» (Lumen gentium 55).

Perché la Vergine fosse madre del Figlio suo, Dio l’ha resa «creatura nuova», cioè semplicemente creatura, che si riconosce dipendente dal suo Creatore, serva obbediente che risponde alla parola del suo Signore con un sì pieno e libero.«Maria, figlia di Adamo, acconsentendo alla parola divina, è diventata madre di Gesù e, abbracciando con tutto l’animo e senza essere ritardata da alcun peccato, la volontà divina di salvezza, si è offerta totalmente come la serva del Signore alla persona e all’opera del Figlio suo, mettendosi al servizio del mistero della redenzione sotto di lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente. Giustamente quindi i santi padri ritengono che Maria non fu strumento meramente passivo nelle mani di Dio, ma che cooperò alla salvezza dell’uomo con libera fede e obbedienza» (LG 56).

Come si diceva nella quarta scheda, la cooperazione di Maria alla salvezza scaturisce dall’intimo legame che ella ha conservato sempre con Gesù, sia durante l’infanzia (cfr LG 57) che nella vita pubblica del Figlio suo. «Durante la predicazione del Figlio raccolse le parole con le quali egli, esaltando il regno al di sopra delle condizioni e dei vincoli della carne e del sangue, proclamò beati quelli che ascoltano e custodiscono la parola di Dio (cfr Mc 3, 35 par.; Lc 11, 27-28), come ella stessa fedelmente faceva (cfr Lc 2, 19.51). Così anche la beata Vergine ha avanzato nel cammino della fede e ha conservato fedelmente la sua unione con il Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette ritta (cfr Gv 19, 25), soffrì profondamente con il Figlio suo unigenito e si associò con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata» (LG 58).

L’unione strettissima della Vergine Madre con Gesù si riverbera sulla chiesa, anch’essa vergine e madre. «La madre di Dio è la figura della chiesa […] nell’ordine della fede, della carità e della perfetta unione con Cristo. […] La chiesa, contemplando l’arcana santità di Maria, imitandone la carità e adempiendo fedelmente la volontà del Padre, […] diventa essa pure madre, poiché con la predicazione e il battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti ad opera dello Spirito santo e nati da Dio. Essa pure è la vergine che custodisce integra e pura la fede data allo Sposo, e a imitazione della madre del suo Signore, con la virtù dello Spirito santo, conserva verginalmente integra la fede, solida la speranza, sincera la carità» (LG 64).

La fede di Maria, pellegrina come noi in questo mondo, ci aiuta a capire che non abbiamo qui una meta da conquistare, ma un cammino da compiere. Non possiamo arrivare a possedere nulla, ma solo nutrire la speranza di raggiungere la pienezza. La Vergine Maria ci conforta a restare fedeli alla speranza, anche quando siamo tentati dallo scoraggiamento e la sfiducia.«La Madre di Gesù, come in cielo, glorificata ormai nel corpo e nell’anima, è l’immagine e la primizia della chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura, così sulla terra brilla come un segno di sicura speranza e di consolazione per il popolo di Dio in marcia, fino a quando non verrà il giorno del Signore (cfr 2Pt 3, 10)» (LG 68).

Questo popolo pellegrinante, che ci ricorda la visione, descritta dal profeta Isaia, della fiumana di moltitudini che salgono verso il monte di Sion (cfr Is 2, 2-5), manifesta il contenuto della speranza del credente: non speranza che riguarda la felicità del singolo, ma quella che unisce genti e popoli diversi, perché noi non saliamo individualmente a Dio, ma insieme a tutti gli altri. La nostra speranza è speranza che ci accomuna come fratelli e sorelle. È significativo che il capitolo ottavo della Lumen gentium si chiuda con la prospettiva dell’unità del genere umano, ed è Maria ad intercedere per il raggiungimento di questa meta: «Tutti i fedeli effondano insistenti preghiere alla Madre di Dio e madre degli uomini, perché ella, che con le sue preghiere aiutò le primizie della chiesa, anche ora in cielo esaltata sopra tutti i beati e gli angeli, nella comunione di tutti i santi interceda presso il Figlio suo, finché tutte le famiglie dei popoli, sia quelle insignite del nome cristiano, sia quelle che ancora ignorano il loro Salvatore, nella pace e nella concordia siano felicemente riunite in un solo popolo di Dio, a gloria della santissima e indivisibile Trinità» (LG 69).

 

 

Fiducia

 

Maria, dunque, alimenta la speranza del popolo in cammino verso la realizzazione di una umanità fraterna e unita. Per questo motivo la scelta della “parola per la lectio” è caduta sulla lettera agli Efesini, che ha come scopo proprio quello di salvare l’unità ecclesiale – il termine unità appare in tutta la Bibbia solo in Ef 4, 3.13 – richiamando i credenti alla novità della vita cristiana da loro abbracciata. Il pericolo della chiesa, formata da cristiani di diversa provenienza religiosa e culturale, era quello di un prevalere della componente proveniente dal paganesimo su quella proveniente dall’ebraismo. Alla prima perciò si ricorda come anch’essa partecipi della grande ricchezza di Israele (cfr Ef 2, 11-22). Perciò bisogna eliminare ogni sentimento di superiorità e tendere alla pace che è Cristo stesso: «Egli è la nostra pace, colui che ha fatto dei due uno solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso dei due un solo uomo nuovo, facendo la pace» ( Ef 2, 14-15; cfr 4, 3). La comunità ecclesiale, pur nella diversità delle esperienze dei suoi membri, scaturisce da una volontà salvifica di Cristo che è anteriore alla stessa fondazione del mondo (cfr Ef 1, 3.4.5.11-12): da sempre Dio ha pensato a una comunità di salvati nel Cristo suo Figlio, nascondendo in essa un “mistero” (cfr Ef 1, 9), cioè «il disegno di ricondurre tutte le cose a Cristo come a un capo» (Ef 1, 10). La comunità, nella sua unità, deve essere segno della meta finale verso cui, nel disegno di Dio, il mondo intero è orientato. La consapevolezza di essere depositaria di questo “mistero” esige dalla chiesa una vita conforme e insieme la apre a un rapporto di fiducia con il mondo. Il mondo non è una realtà cattiva; contiene in sé un orientamento positivo, e questa visione del mondo è senza dubbio molto importante per una vocazione “secolare” che vuole restare nel mondo come fermento nascosto che faccia lievitare tutto quello che di buono esiste nel mondo.

Solo alla chiesa la lettera agli Efesini attribuisce la qualità di corpo di Cristo (1, 23; 2, 16; 4, 4.12.16; 5, 23.30), luogo della pienezza della sua grazia e dei suoi doni (3, 19; 4, 10.13; 5, 18); solo la chiesa è sposa di Cristo (cfr 5, 25-30). Ma anche il mondo appartiene a Cristo, è sottoposto alla signoria di Cristo ed è in tensione verso di essa. Con la sua unità la chiesa deve testimoniare questa «multiforme sapienza di Dio» (Ef 3, 10), elevando il suo inno di lode al «solo Dio, Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4, 6).

Tener viva la speranza dell’unità è il compito proprio del ministero della chiesa. Ci sono alcuni ministeri specifici (cfr Ef 4, 11) intorno ai quali si articola la comunità. Ma c’è anche una “diaconia” che riguarda tutti i membri della chiesa. «A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo» (Ef 4, 7). Questo “noi” comprende tutta la comunità, come viene indicato sia dalla citazione del Salmo 68, 19 che segue immediatamente (4 ,8: «ha distribuito doni agli uomini») e sia dall’espressione del v. 10: «Colui che discese è lo stesso che anche ascese … per riempire tutte le cose». Nella comunità i ministeri specifici sono stati istituiti da Dio non come promozione dei singoli, ma con l’unico scopo di «rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (4, 12-13). Tutti quindi siamo servi dell’unità. Qui è il vero servizio della chiesa, il servizio in cui i cristiani trovano la loro identità profonda: un servizio nutrito di speranza, perché la meta ultima del mondo è buona e insieme possiamo lavorare per far emergere tutte le possibilità di bene che sono disseminate in esso.

 

 

Sperare contro ogni speranza

 

«Una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati» (Ef 4, 4). Questa sola speranza, che si contrappone ai sogni impossibili (cfr Sir 34, 1-8), è Dio stesso, al quale Israele si rivolge con un appellativo che non si riscontra – almeno così sembra – nel mondo religioso antico: «Tu sei la mia speranza» (Sal 71,5); «Tu, speranza d’Israele» (Ger 14, 8; 17, 13). È il Signore, dunque, e solo lui il fondamento e la garanzia della speranza dell’uomo. Israele spera in Dio, anzi Dio è l’essenza della sua speranza, perché Dio è fedele e non delude le attese umane (cfr Is 8, 17; Mi 7, 7; Sal 42, 6). Se in passato ha mantenuto le sue promesse di salvezza, Dio farà altrettanto per il futuro. Si capisce perché la tradizione biblica annetta tanta importanza al tema del ricordo-memoria-meditazione: il ricordo di quanto Dio ha fatto è in funzione di un futuro che già si attualizza nel presente (cfr Dt 7, 17-21; Gdt 8,26-27; 1Mac 2, 61; 2Mac 8, 19-20; 13, 10; 15, 7-11). Nell’assemblea liturgica il popolo si educa a celebrare il memoriale delle gesta del suo Signore. E da questa riflessione comunitaria nasce la speranza che Dio terrà fede alle sue promesse anche in futuro.

A cominciare da Abramo e poi con l’uscita dall’Egitto e l’ingresso nella terra, Israele sperimenta che la speranza in Dio non gli fa dimenticare la storia in cui si trova a vivere. Anzi, la speranza in Dio lo radica sempre di più in questa vita, lo conduce sulle strada della liberazione dalla schiavitù e lo introduce in una terra di libertà e di comunione.

Israele spera in Dio ma non può presumere di costruirsi un futuro come vuole né riceve, in forza di questa speranza, una sorta di assicurazione sulla vita. La speranza esige obbedienza e pieno abbandono in Dio. È la lezione che Israele apprende nel tempo dell’esilio, quando, avendo perduto tutto e anche l’illusione di costruirsi da solo un suo futuro, torna nuovamente a sperare in Dio il quale «dà forza allo stanco e moltiplica il vigore dello spossato. Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono. Ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi» (Is 40, 29-31).

È il rapporto personale con Dio a far sì che la speranza diventi fonte di una nuova vita. Israele deve acquistare nuovamente fiducia nella potenza dell’amore divino che cerca di stare insieme a noi come un amico: «Ma tu, Israele, mio servo,/tu, Giacobbe, mio diletto,/discendente di Abramo mio amico, […] non temere, perché io sono con te;/non smarrirti, perché io sono il tuo Dio. […] io sono il Signore tuo Dio/ che ti tengo per la destra/e ti dico: “Non temere,/io ti vengo in aiuto”./Non temere, vermiciattolo di Giacobbe,/larva di Israele;/io vengo in tuo aiuto - oracolo del Signore- /tuo redentore è il Santo di Israele» (Is 41, 8.10.13-14). Dio cerca l’intimità di un rapporto pieno d’amore con la sua creatura: gli appellativi “mio servo”, “mio diletto”, “discendente di Abramo”, vogliono dire che Israele è proprietà del Signore, che in Israele, l’amato, Dio riconosce se stesso. Nello stesso tempo, però, chiamando Israele “vermiciattolo” o “larva”, Dio gli ricorda la sua condizione di impotenza e di fragilità. L’essere servo eletto e amato da Dio non trasforma Israele in una specie di superpopolo. Egli è povero, finito e mortale come gli altri popoli; la sua forza non sta nelle sue possibilità, ma in Dio.

Dio è fedele, ma anche sovranamente libero. La fedeltà di Dio si concretizza nell’adempimento delle promesse fatte ai padri; ma nello stesso tempo essa supera ogni aspettativa umana. Il mistero di Dio è inesauribile e non può essere costretto dentro le possibilità offerte dalla storia umana. Il mistero di Dio è sempre oltre ogni attesa, è una novità imprevedibile. «Così dice il Signore/che offre una strada nel mare/e un sentiero in mezzo ad acque possenti,/che fa uscire carri e cavalli,/eserciti ed eroi insieme […] Non ricordate più le cose passate,/non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova:/proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43, 16-19). Il nuovo esodo non sarà la ripetizione pura e semplice dell’esodo egiziano. La fede e la speranza non si fondano su fatti scontati, ma sono in prospettiva di un futuro sempre nuovo. Si comprende quindi come la speranza ci impegni a una lettura intelligente della vita, per interpretarne la forza nuova che contiene, ci liberi nello stesso tempo da false sicurezze, da giudizi dati una volta per tutte.

La speranza è fiducia nel Dio che crea sempre. A questo punto è da rileggere il capitolo 4 della lettera ai Romani, dove tutta la fede di Israele, da Abramo a Cristo, è vista come adesione alla potenza creatrice di Dio, nella delusione, nella contrarietà, nell’esperienza di morte che contrassegna l’esistenza umana. In particolare si tenga presente Rm 4, 17-25. La fede e la speranza di Abramo non prescindono dalla realtà che egli sta vivendo, dalla situazione concreta di persona ormai vecchia, impossibilitata a generare. Per questo Abramo «è nostro padre davanti a Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono. Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza».

Sperare che la vita è sempre possibile, anche quando ci sembra di essere arrivati a un punto morto. Questo è l’annuncio che prorompe dalla risurrezione di Gesù. Cristo è stato risuscitato da Dio come «primizia di quelli che muoiono», «primogenito di molti fratelli» e «spirito vivificante» (1Cor 15, 20-57; Rm 8, 9; Col 1, 18). La sua vittoria è vittoria per noi in quanto è compimento della promessa di Dio e inaugurazione del futuro dell’umanità, del mondo e della storia (cfr Col 1, 15-20; Ef 1, 10.20-23). In questo senso la risurrezione è all’origine della speranza cristiana: essa apre il nostro mondo, chiuso nella morte e nella colpa, verso il futuro. In Cristo risorto Dio ha sconfitto per sempre le forze del male che si oppongono al suo regno e insieme ci ha dato la certezza che la storia non finirà in un fallimento.

È per questa speranza-certezza che noi lottiamo in questa vita anche quando ci sembra che le forze del male, della violenza e della malvagità siano vittoriose e il futuro ci appare fosco25 . «Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata, e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato» (Rm 5, 3-5). La speranza cristiana è radicata nella croce, cioè nasce all’interno della lotta quotidiana contro ogni potere, interno ed esterno, che ci impedisce di risorgere. La speranza, che si fonda sulla pasqua, qui, nella nostra storia presente, vive l’oscurità della croce, assume tutto il peso del vivere concreto e quotidiano senza alcuna evasione nel sogno e nella fantasia. La speranza cristiana rifugge da ogni “entusiasmo”, nel senso dell’illusione o presunzione di essere già nel possesso dei doni di Dio (cfr soprattutto 1Cor 4, 8-13; 2Cor 4, 7-18). Sta, come Maria, presso la croce, forte nella fede che anche dalla morte sgorga la vita.

 

Conoscere la realtà contemporanea

 

Agli uomini insicuri e divisi del nostro tempo dobbiamo portare questo messaggio di speranza. Uomini insicuri, resi tali certamente dalla durezza e dai disinganni della vita (cfr l’articolo 18 della Regola di vita, che ricorda «la fatica e l’insicurezza della maggior parte degli uomini»), incapaci di credere che il mondo può cambiare, può essere migliore; uomini insicuri, perché non trovano in se stessi la forza di credere alla bontà nascosta di questo mondo, la forza di affidarsi all’amore di Dio. E perciò, proprio per questa dolorosa insicurezza, uomini anche divisi, chiusi nei piccoli mondi dei loro interessi immediati e delle loro ideologie.

L’impegno di ogni sorella sarà quello tracciato dall’art. 56 della Regola di vita, che invita, oltre alla conoscenza della Scrittura e della liturgia, a un «serio studio» della realtà contemporanea, per «partecipare in modo più consapevole e con senso di responsabilità alla vita e al cammino di fede della Chiesa e del mondo […]. Questo itinerario di conoscenza […] ti aiuta a dare una testimonianza di vita integra nella fede, paziente nella speranza e perseverante nella carità».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6. SEGNO DI UNITÁ

 

 

Parola per la lectio: «Tutti erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui» (At 1, 14)

Regola di Vita RM 7: «[Ciascuna sorella] si adopera perché la Vergine, esempio di fiducia nel Signore, costituisca per tutti gli uomini insicuri e divisi del nostro tempo un segno di speranza e di unità»

 

 

Nella scheda precedente è stato messo in luce come Maria possa alimentare la speranza verso la realizzazione di una umanità fraterna e unita. Si continua ancora su questa linea, attraverso una riflessione su At 1, 14 e il suo contesto.

 

 

Nello stesso luogo

 

Dopo la partenza di Gesù da questo mondo il primitivo gruppo dei suoi seguaci si trova riunito, dicono gli Atti degli apostoli, «nello stesso luogo» (At 1, 15). In 1,13 questo luogo viene identificato con «il piano superiore» di un ambiente, che sembrerebbe essere lo stesso dell’ultima cena (cfr Lc 22, 11-12; Mc 14, 14-15). L’espressione greca epì to ayto, «nello stesso luogo», è variamente tradotta nella Bibbia CEI: in At 1, 15 con (le persone) radunate; in At 2, 44 con insieme; in At 2, 48 con comunità; solo in At 2, 1 si mantiene il senso letterale (“nello stesso luogo”).

Le persone radunate al piano superiore sono gli Undici, alcune donne e Maria, la madre di Gesù, e i fratelli di lui. Tutti questi sono «perseveranti unanimemente nella preghiera» (At 1, 14). A questo gruppo devono essersi unite altre persone così da arrivare al numero di circa 120 (cfr At 1, 15).

Gli Undici, le donne, Maria e i fratelli di Gesù sono tre gruppi già diversi tra loro per condizioni di vita, modo di chiamata alla sequela, itinerario di fede.

Gli apostoli, scelti da Gesù dal gruppo più vasto dei discepoli (cfr Lc 6, 12-16 e paralleli), portano nel loro numero (undici, non più dodici) il segno doloroso del tradimento e dell’abbandono del Maestro.

Le donne hanno seguito Gesù fin dalla Galilea, lo hanno aiutato nel suo ministero itinerante, mettendo a sua disposizione i propri beni (cfr Lc 8, 3). Si distinguono dagli Undici per una fedeltà che non è venuta meno nell’ora decisiva della prova: alcune di loro sono state mute spettatrici, anche se da lontano, della crocifissione (cfr Lc 23, 49), altre si sono trovate con la Madre ai piedi della croce (cfr Gv 19, 25). La mattina di pasqua si sono recate al sepolcro per imbalsamare il corpo di Gesù, ma non l’hanno trovato: infatti Colui che è vivo deve essere cercato non più tra i morti, ma altrove (cfr Lc 24, 1-8). La ricerca delle donne ha avuto bisogno di correzione, ma è stata comunque animata da affetto sincero e da profondo attaccamento a Gesù.

I fratelli di Gesù appaiono insieme alla madre in Mc 3, 31-35 (cfr Mt 12, 46-50; Lc 8, 19-21): essi, restando «fuori», chiedono di Gesù e aspettano che sia lui ad uscire verso di loro. Gesù invece dichiara che più profonda dei rapporti familiari è la relazione con i discepoli (cfr Mc 3, 33-35 e paralleli), quindi anche i suoi fratelli e la madre non possono continuare a restare fuori, ma devono entrare nel cerchio di coloro che sono intorno a Gesù e ascoltano la sua parola. La risposta di Gesù è forse l’indizio di un contrasto tra la sua famiglia naturale e quella nuova dei discepoli. I fratelli, dicono i vangeli, manifestavano ostilità e dubbi (cfr Mc 3, 21) e non credevano in Gesù (cfr Gv 7, 5).

Ora, a Gerusalemme, questi tre gruppi «perseveravano unanimemente nella preghiera» (At 1, 14). Il verbo greco pros-karterein (perseverare) comunica l’idea di un rimanere saldamente, con forza, aderenti a qualche cosa. Nella lettera agli Ebrei esso (anche se manca della preposizione iniziale pros che accentua l’aspetto della resistenza perseverante) qualifica la fede incrollabile e possente di Mosè che «rimase saldo, come se vedesse l’Invisibile» (Eb 11, 27). Il verbo è unito alla preghiera, oltre che in At 1, 14, anche in At 2, 42; 6, 4; Rm 12, 12; Col 4, 2. Perseverare nella preghiera richiede coraggio; è la condizione per ricevere lo Spirito santo (si legga la nota di At 1, 14 nella Bibbia di Gerusalemme). La preghiera deve essere fatta «unanimemente», come se coloro che pregano formassero un’anima sola, una sola persona. È un termine che è quasi esclusivo degli Atti (nel Nuovo Testamento, fuori degli Atti, ricorre una sola volta in Rm 15, 6) e indica la comunità riunita non solo nella preghiera (At 1, 14; 2, 46; 4, 24), ma anche negli incontri (At 5, 12), nell’ascolto della parola (8, 6), nell’attribuire ai fratelli compiti speciali (At 15, 25).

Sorretti, dunque, da una forza nuova che li rende saldi nel cammino iniziato e li unisce con un profondo legame interiore, i tre gruppi degli Undici, delle donne, di Maria e dei fratelli di Gesù, attendono lo Spirito promesso dal Signore. Qual è questa forza? È la fede in Gesù risorto che li rende capaci di iniziare e di vivere relazioni nuove.

 

 

Fratelli di Gesù

 

Gli Undici portano in sé la ferita del tradimento di Gesù. Essi hanno già iniziato il cammino di ritorno, grazie all’iniziativa di Gesù che per primo li ha chiamati nuovamente “fratelli” (cfr Mt 28, 10; Gv 20, 17) e si preoccupano di riempire il vuoto lasciato da Giuda. Pietro si alza «in mezzo ai fratelli» - ora il termine è da intendersi in senso più vasto dei “fratelli di Gesù” e comprende tutte le 120 persone che si trovano «nello stesso luogo» (At 1, 15) - , si richiama alla Scrittura - «era necessario che si adempisse ciò che nella Scrittura fu predetto dallo Spirito Santo per bocca di Davide riguardo a Giuda, che fece da guida a quelli che arrestarono Gesù» (At 1, 16) - e propone come criterio di scelta solo il rapporto con Gesù (cfr At 1, 15-26). Giuda, che era stato nel numero degli apostoli e aveva ricevuto lo stesso ministero (At 1, 17), ha lasciato la comunione «per andarsene al suo proprio posto» (At 1, 25). Anche gli altri discepoli si erano dispersi andando «ciascuno per conto proprio» (Gv 16, 32); ma avevano ritrovato la strada, primo fra tutti lo stesso Pietro che, dopo aver rinnegato il Maestro, «pianse amaramente» (Lc 22, 62 e paralleli) e si pose nuovamente dietro di Lui, come discepolo peccatore e penitente. Giuda, invece, «si allontanò» (Mt 27, 5) e precipitò nella disperazione. Poiché Giuda ha lasciato la comunione con Gesù - unica speranza che poteva salvarlo -, è necessario scegliere uno che sia stato in comunione con Gesù: «bisogna dunque che tra coloro che ci furono compagni per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi, incominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di tra noi assunto in cielo, uno divenga, insieme a noi, testimone della sua risurrezione» (At 1, 21-22).

Colmato il vuoto e trovata l’unità nella relazione con Gesù, i 120 “fratelli” diventano il terreno adatto dove si sviluppano germogli nuovi al soffio vivificante dello Spirito. Mentre un vento impetuoso riempie tutta la casa dove sono riuniti, lingue di fuoco si dividono su ciascuna persona (cfr At 2, 1-4). Lo Spirito è uno solo, molte sono le lingue. Uno solo è il luogo dove si sta riuniti, ma ciascuno parla la sua lingua, è libero di esprimere se stesso. Si comprende come lo stare «nello stesso luogo» non sia una dimensione semplicemente fisica, una uniformità che alla fine diventa soffocante, annullando la particolarità dei singoli. Stare «nello stesso luogo» ha un valore spirituale, interiore; dice la tensione dei molti verso l’Uno, verso Dio, verso Colui che abbraccia l’universo ma riconosce la voce di ogni singola creatura (cfr Sap 1, 7).

 

 

 

Maria tra i fratelli

 

Maria si trova in mezzo agli apostoli, alle donne e ai fratelli di Gesù. Gli Atti non la ricorderanno più, e tuttavia la sua presenza riempie di sé non solo le origini della chiesa, ma tutta la sua storia, perché è il suo modo di stare in mezzo ai fratelli e alle sorelle che rivela la natura della comunità cristiana. In questa comunità la Madre non ha ruoli particolari; è semplicemente colei che sta insieme agli altri, prende parte alla loro vita, alla loro preghiera, alla loro attesa, e così coopera alla costruzione di una chiesa unita nell’amore.

Questo significato della presenza di Maria tra i fratelli è posto in luce da due momenti fondamentali della vita di Gesù secondo il vangelo di Giovanni. Dopo il miracolo delle nozze di Cana, Gesù «discese a Cafarnao e [con lui] sua madre, i fratelli e i suoi discepoli» (Gv 2,12). Stupisce il riferimento qui ai “fratelli”, ai quali non s’è fatto mai cenno nel corso della narrazione: l’evangelista vuole forse suggerire l’idea che la fede in Gesù costruisce una comunità di fratelli? In questa comunità è ora presente la madre. Lo stesso avviene sul Golgota: Gesù affida al discepolo amato la madre e la madre al discepolo amato (Gv 19, 26-27), sanando così ogni possibile frattura e accomunando la madre e il discepolo in una relazione nuova, saldata dal sacrificio della croce.

Silenziosa e nascosta è la presenza di Maria in mezzo ai fratelli: eppure presenza decisiva per la edificazione di una comunità intorno a Gesù. Da lei abbiamo molto da imparare: imparare a creare relazioni sempre nuove con tutti, a non porre in primo piano la nostra persona, a fare spazio agli altri, ad accogliere con affetto e premura e anche a lasciarci accogliere dagli altri con umiltà e gratitudine.

All’inizio dell’Ottocento, Johann Adam Möhler, che cercò di studiare la realtà della chiesa alla luce dello Spirito santo, sintetizzò così, efficacemente, lo stare insieme della comunità ecclesiale: «Nella vita della chiesa sono possibili due posizioni estreme, entrambe egoistiche: quando ognuno oppure quando uno vuole essere ogni cosa. Nel secondo caso, il vincolo dell’unità diventa così stretto e l’amore così invadente che non si può evitare l’asfissia; nel primo caso, tutto si disgrega e si raffredda fino al congelamento totale; un tipo di egoismo genera l’altro; ma non è necessario che uno o ognuno voglia essere ogni cosa; solo tutti insieme si può essere ogni cosa e solo l’unità di tutti può essere un tutto. Questa è l’idea della chiesa cattolica»26 .

 

 

 

Una famiglia riunita nel nome di Gesù

 

L’idea di unità percorre tutta la Regola del Regnum Mariae: in vario modo ogni capitolo vi fa riferimento. La vocazione secolare comporta «una presenza nascosta nel mondo … e la capacità di una testimonianza solitaria» (art. 68) e insieme la volontà di costruire «una famiglia riunita nel nome di Gesù» (art. 1), in cui tutte vivono «unite in vicendevole carità» (art. 3). L’inserimento nel mondo è autentico nella misura in cui è sostenuto dall’anelito verso l’unità, nella convinzione che il Signore Gesù, «conoscendoci una ad una, ci chiama e ci riunisce a vivere un itinerario spirituale comune» (art. 64). Dall’offerta che ciascuna fa di se stessa a Cristo, amato sopra tutte le cose (art. 9), fiorisce una fraternità che abbraccia ogni persona e l’intero creato (art. 10). La comunione con il Signore, fonte di tutti i doni, ci libera dalla preoccupazione di noi stessi e ci apre all’apprezzamento e alla gratitudine per ogni dono elargito ai fratelli: «Sii grata per quanto costantemente ricevi da Dio e dai fratelli, lieta dei doni posseduti dagli altri» (art. 16). «Consapevole che i doni ricevuti devono essere condivisi con i fratelli, metti te stessa a disposizione delle tue sorelle e di tutti. La povertà interiore ti renderà attenta e capace di accoglienza, di ascolto e di dialogo» (art. 17).

Come già negli Atti degli apostoli, la preghiera alimenta la comunione con il Signore e con i fratelli. Il pregare insieme è il luogo più idoneo per crescere nell’unità (cfr art. 34): «quell’unità che Cristo ha chiesto al Padre per i suoi discepoli, e che è frutto di incessante preghiera» (art. 36).

La Vergine Maria è il modello ispiratore della formazione permanente, che coinvolge la vita intera (art. 55: «Sii disponibile, come la Vergine, all’azione dello Spirito santo e corrispondi ad essa»). È la Vergine del cenacolo la nostra maestra: «Da Maria, che fin dal cenacolo ha sostenuto nella fede la prima comunità ecclesiale, apprendi quello stile evangelico di fraternità che deve caratterizzare il tuo modo di porti nei riguardi delle sorelle, di tutti i fratelli e in particolare di quanti sono chiamati a guidare la Chiesa di Cristo» (art. 45). Con la loro comunione le sorelle sono segno ed espressione di una comunione più vasta che abbraccia la chiesa intera, di cui esse condividono «le ansie e le sollecitudini» (art. 5).

Vari mezzi aiutano a perseverare coraggiosamente nell’unità: la fedeltà agli incontri comunitari (art. 41: «Ogni riunione a livello di Famiglia (gruppo, zona, assemblea e altre) costituisce un particolare momento di unità, di comunione fraterna e di manifestazione della volontà di Dio, perché si realizza la presenza del Signore promessa ai discepoli riuniti nel suo nome»); l’obbedienza alla regola, alle decisioni comuni, alle indicazioni delle responsabili (art. 24: «impégnati ad attuare con fede e amore la regola di vita, le decisioni dell’assemblea e del consiglio centrale, le indicazioni delle responsabili e quelle emerse negli incontri fraterni. In tal modo contribuirai validamente a costruire l’unità voluta da Cristo»); il servizio della sorella maggiore, che è segno dell’unità delle sorelle (art. 103) e ha ricevuto il compito di «animare l’unità della Famiglia e promuovere l’attiva partecipazione di tutti» (art. 105/a).

Anche nella famiglia paterna la sorella sarà segno di unità e di pace, portandovi il contributo del proprio affetto e del proprio lavoro (art. 51).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7. LA DONNA VESTITA DI SOLE

 

 

Parola per la lectio:

«Avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38)

«Benedetta tu fra le donne» (Lc 1, 42)

«Nel cielo apparve un segno grandioso: una donna vestita di sole … » (Ap 12,1 ss)

 

Regola di Vita RM 7: «A lei, espressione dei più alti valori femminili, si ispira per realizzarsi pienamente come donna e per impegnarsi in un servizio d’amore fino anche al sacrificio»

 

 

La Regola di vita afferma che Maria è l’«espressione dei più alti valori femminili». Con questo non vuol dire che tali valori appartengano esclusivamente alle donne e riguardino solo loro. La figura di Maria interpella ciascuno di noi e a ciascuno, uomo e donna, chiede la conversione a quei valori che ella incarna con la sua vita di discepola e madre del Signore.

In questa scheda si mettono in evidenza alcuni di questi valori, così come emergono dalle parole del nuovo testamento suggerite per la lectio.

 

 

Fede e amore

 

«Avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1, 38). Con questa risposta di Maria la scena dell’annunciazione riceve il sigillo che ne svela il senso profondo. La Vergine è il popolo di Israele, è ogni credente che si fida della parola di Dio e vi dà il suo assenso pieno, la sua obbedienza (cfr Es 19, 8). Obbedienza che però non è rinuncia a mettere in atto tutte le capacità personali di intuizione, di partecipazione, di comprensione. L’ascolto di Maria è un ascolto attivo: Maria si interroga sul senso del saluto dell’angelo (cfr Lc 1, 29); si augura che questa parola possa realmente accadere in lei (Lc 1, 38: «avvenga a me»); conserva e interpreta nel suo cuore il significato profondo della parola che le è stata rivolta (Lc 2, 19.51). «La Vergine del fiat è una donna che decide. La tradizione cristiana ha rilevato ripetutamente la saggezza di cui dà prova Maria di Nazaret nel colloquio con Gabriele e l’importanza del suo consenso in ordine alla salvezza del genere umano. Nell’episodio dell’annunciazione, la Vergine si mostra capace di autonomia e di assumere responsabilità che avrebbero potuto creare attorno a lei, dato il contesto sociale religioso culturale, meraviglia, incomprensione e scandalizzato rifiuto»27 .

La fede è ricerca incessante, è desiderio di conoscere; si nutre anche dei dubbi che inevitabilmente incontra e che la spingono ad andare oltre. La fede è certezza che nulla è impossibile a Dio (Lc 1, 37): Egli, cioè, crea continuamente cose nuove, situazioni nuove, rivolge a noi domande nuove; sta a noi, come Maria, seguirlo fedelmente nella sua libertà creativa e diventare noi stessi liberi. Qui sta il senso vero della verginità di Maria. Chiedo aiuto a un sapiente per esprimere questa verità così importante per la crescita di ogni persona, di ogni cristiano, di un servo e una serva di Maria.

 

«[L’annunciazione] è l’immagine prima dell’esperienza religiosa dei Servi, l’immagine conduttrice della loro vita consacrata. Nell’annunciazione Maria è la terra pura che non conosce uomo, e insieme la terra pura totalmente devoluta alle forze fecondatrici dello Spirito perché in lei nasca il fiore più bello che mai sulla terra sia fiorito, l’Emmanuele, colui che nella sua natura umana porta il mistero del Figlio di Dio»28 .

 

Nella parola non conosco uomo, è espressa la via della totale liberazione da tutte le possibili identificazioni in cui noi possiamo cadere e restare prigionieri:

 

«identificazioni col corpo fisico, con l’emotività, con le forze mentali, con quelle intellettuali, con le costruzioni immaginifiche della felicità terrena e ultra-terrena. Non conosco uomo è la perfetta nudità raggiunta, l’abbraccio dello Spirito umano libero da tutte le maschere con la totale trasparenza e luminosità dello Spirito divino. È il discernimento del carattere illusorio di tutte le costruzioni dell’uomo, il raggiungimento della perfetta disponibilità della natura umana alle forze dello Spirito, la perfetta sottomissione di Maria al Verbo divino, la conquista della Verginità dell’anima sulla quale il Verbo si posa come fiore sulla superficie pura dell’acqua. […] Non conosco uomo: significa gettarsi nell’abisso dell’Amore divino, abdicando a tutto, anche alla propria natura, alla propria personalità, amare perdutamente solo per amore»29 .

 

Alla luce di santa Maria, quindi, la serva pura e semplice, verginità vuol dire liberare la vita da ogni pregiudizio, da ogni attaccamento, da ogni ideologia, da ogni immobilismo.

Nella risposta di Maria risuona forte l’eco di un amore senza limiti. C’è una partecipazione del cuore, un desiderio intenso che dà alla sua obbedienza il calore e la forza di un’adesione libera e totale. Così deve essere l’obbedienza a Dio: Egli non è un padrone, ma Padre che ci dà amore e da noi attende solo amore. Per esprimere la sfumatura contenuta nel verbo “avvenga”, noi dovremmo rendere così la frase: «Possa davvero divenire realtà la parola che dici». Gesù ha insegnato ai suoi discepoli la preghiera del Padre nostro: «sia fatta la tua volontà». Maria, però, già la porta nel cuore, prima ancora che Gesù la insegni; sente già l’eco di una preghiera che non le è sconosciuta, perché fa parte del suo desiderio più intimo. Qui ancora si rivela la verginità di Maria e la nostra verginità: un desiderio ardente in cui la vita trova la sua unità, un desiderio che solo Dio può colmare. Come Gesù, anche Maria e noi con lei diciamo: Mio cibo è fare la volontà di Dio (cfr Gv 4, 34).

Così Maria è esempio per tutti i discepoli, uomini e donne, che tali divengono in forza di una risposta d’amore che coinvolge la vita intera. «Nella sua condizione concreta di vita [Maria] aderì totalmente e responsabilmente alla volontà di Dio, […] ne accolse la parola e la mise in pratica; […] la sua azione fu animata dalla carità e dallo spirito di servizio; […] insomma fu la prima e la più perfetta discepola di Cristo: il che ha un valore esemplare, universale e permanente» (Paolo VI, Marialis cultus, 35).

Maria è pienamente donna, cioè pienamente persona, per quest’amore senza limiti. Perciò l’art 7 della Regola di vita dice che realizzarsi pienamente come donna significa «impegnarsi in un servizio di amore fino anche al sacrificio». E questa idea riemerge altre volte lungo il testo della Regola. La ritroviamo nell’articolo 54, a proposito del servizio nel mondo, che va compiuto «fino a perdere la … vita per amore», nell’art. 57 che identifica disponibilità agli altri e realizzazione piena di sé come donna; nell’art. 63, dove la verifica periodica diventa «un momento di crescita nel dono di te stessa a Dio e ai fratelli».

 

 

Gratuità

 

Appena detto il suo “sì”, Maria si mette in viaggio per raggiungere in fretta una città di Giuda. La sua obbedienza a Dio suscita come prima azione concreta questo viaggio. La fretta, con cui esso è compiuto, esprime la gioia di avere Gesù ma anche la sollecitudine del servizio. Sempre con questo atteggiamento di servizio gratuito Maria sarà presente nelle varie circostanze della sua vita: lei che è stata colmata della grazia di Dio (Lc 1, 28), a tutti dona questa stessa grazia. In questo senso ella è davvero “creatura dello Spirito”, creatura adombrata dall’amore di Dio (cfr Lc 1, 35) e divenuta lei stessa dono per gli altri.

 

Maria, come la Chiesa, deve farsi obbediente allo Spirito. Deve riconoscerne la potenza; sottomettersi a lui. Deve in altre parole far spazio in se stessa al paradigma di gratuità che come Persona egli propone.

Non abbiamo ragione di pensare che Maria abbia disatteso questo paradigma. La Scrittura, fatta eccezione per quei passaggi che attestano la difficoltà della famiglia di Gesù a comprenderne il mistero (cfr Mc 3, 31-35; Mt 12, 46-50; Lc 8, 19-21), ci testimonia un condursi di Maria secondo un paradigma di gratuità, attraverso il quale ella esprime la sua conformità e insieme la sua sottomissione allo Spirito.

Si veda il veloce condursi di Maria presso Elisabetta (cfr Lc 1, 39-45), la tipologia del suo manifestare le meraviglie che Dio ha operato in lei (cfr Lc 1, 46-55), il suo atteggiarsi nel contesto della nascita di Gesù (cfr Lc 2, 19), del presentarlo al tempio (cfr Lc 2, 34b-35), dello smarrirlo e ritrovarlo (cfr Lc 2, 41-50); si veda ancora la sua presenza a Cana (cfr Gv 2, 1-11), la sua presenza sotto la croce (Gv 19, 25-27), sino alla presenza al Cenacolo (cfr At 1, 14). Niente è obbligato in questo condursi di Maria. Ella si proclama serva (cfr Lc 1, 38.48) nel senso biblicamente forte che questo termine ha nella spiritualità d’Israele. Ella si consegna, si abbandona al volere di Dio, si adegua al soffio dello Spirito.

Maria è nel segno di una gratuità che rompe lo schema egoistico del do ut des. Sa che tutto quanto ha ricevuto è dono, è grazia. E si regola di conseguenza.

La simmetria alla Chiesa a questo punto regge certamente sul piano misterico. Non sul piano storico. La Chiesa nel tempo, infatti, non sempre manifesta la sua sottomissione allo Spirito, il suo sapersi e condursi quale creatura dello Spirito30 .

 

Piena dello Spirito santo (cfr Lc 1, 41), Elisabetta benedice Maria e il frutto del suo grembo (cfr Lc 1, 42), benedice cioè Dio stesso che porta a compimento le sue promesse, e proclama beata colei che ha creduto e che per questa fede ha reso possibile il realizzarsi della parola. Due madri si incontrano, differenti per età e condizione di vita, e tuttavia rese ambedue generatrici di vita per l’accoglimento del dono gratuito proveniente dall’Alto. Nella voce benedicente di Elisabetta è l’eco della voce della comunità credente, l’eco della gioia derivante dalla presenza di Cristo.

 

 

Bellezza

 

Il capitolo 12 fa parte del corpo centrale dell’Apocalisse - i capitoli 4-20 - , e più precisamente della sezione che presenta la comunità dei credenti in lotta contro le potenze del male (capitoli 12-20).

«Nel cielo apparve un segno grandioso» (Ap 12, 1a). L’aggettivo “grandioso” è da prendersi non in senso quantitativo, bensì qualitativo: è un segno che contiene in sé un messaggio di fondamentale importanza. La visione comprende tre personaggi. Prima «una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle» (Ap 12, 1b). Una figura regale, quindi, cosmica e celeste; «incinta e grida per le doglie e il travaglio del parto» (Ap 12, 2). Una figura dotata di una forza che supera tutti gli elementi di questo mondo, e insieme immersa in un travaglio e una pena profondi. C’è poi «un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra» (Ap 12, 3). Infine il bambino, un figlio maschio partorito dalla donna e che il drago cerca di divorare. Ma il figlio, «destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro (cfr Sal 2, 9), […] fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono» (Ap 12,5). La donna invece fugge nel deserto, «dove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta anni» (Ap 12,6).

Il bambino è chiaramente Cristo: la sua “nascita” è l’intronizzazione in quanto Messia risorto e glorificato, come suggerisce la citazione del salmo 2. Vari passi del Nuovo Testamento considerano il salmo 2 come realizzato in questo momento della vita di Cristo. Così fa Paolo nel suo discorso ad Antiochia (At 13, 32-33) o all’inizio della lettera ai Romani (Rm 1, 4). Ed è anche il momento della sconfitta del drago, Satana, che ha creduto di poter divorare Cristo con la morte in croce.

La figura della donna ha ricevuto, nella storia dell’esegesi di Ap 12, due interpretazioni fondamentali, una ecclesiologica e l’altra mariologica. La prima, già diffusa al tempo dei padri, è oggi quella che prevale; la seconda si trova soprattutto negli ambienti monastici medievali e nella liturgia.

La figura della donna ammantata di sole si ispira a Is 60, dove Gerusalemme, la figlia di Sion, viene cantata tutta splendente della gloria di Dio (Is 60, 1.19-20) e riprende anche il Cantico dei cantici 6, 10: «Chi è costei che sorge come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole …?». La dodici stelle rievocano «le dodici tribù dei figli di Israele» (Ap 21, 12). La donna quindi contiene un riferimento sicuro al popolo di Dio. Ancora Isaia ha annunciato che Dio avrebbe concesso a questa donna di partorire un mondo nuovo (Is 66, 7). Gesù stesso, secondo il quarto vangelo, ha ripreso questa immagine, annunciando ai discepoli, nel discorso dell’ultima cena, la sua prossima partenza: «Voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà; voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia. La donna, quando partorisce, è afflitta perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Anche voi, dunque, ora siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia» (Gv 16, 20-22). Ho scritto “dunque” in corsivo per sottolineare il legame che Gesù stringe tra l’afflizione e la gioia della donna e l’afflizione e la gioia dei discepoli. Nel grande travaglio della croce il Figlio di Dio, assumendo su di sé tutta l’umanità peccatrice, ha compiuto una volta per sempre il grande passaggio dalla morte alla vita; Cristo è partorito nel momento della croce, da dove egli è assunto presso il trono di Dio, vittorioso per sempre sulle forze del male. La donna è il simbolo del popolo di Dio che partecipa alla vittoria di Cristo, assumendo coraggiosamente a sua volta la lotta contro il drago. Essa è nel deserto della prova dove resterà milleduecentosessanta giorni, tre anni e mezzo, la metà di 7 anni, quindi per un tempo limitato: le forze del male hanno un potere che resta comunque sempre sotto il controllo di Dio. Il male finirà; l’amore di Dio resterà per sempre. È questa certezza a dare alla chiesa fiducia e coraggio nel pieno di una lotta in cui il male sembra vittorioso.

Questa interpretazione ecclesiologica di Apocalisse 12 non esclude, però, quella mariologica; anzi, risultati più fecondi derivano dal coniugare insieme le due interpretazioni. Se infatti la donna rappresenta la chiesa e ciascuno di noi, rappresenta anche Maria, la quale ha certamente vissuto fino in fondo la passione della fede. Le parole e la vita di Cristo sono state per lei una spada che le ha trafitto l’anima. Maria è stata presso la croce, insieme alle altre donne e al discepolo amato, figure della comunità che genera vita nuova attraverso la sua comunione fedele con il Signore. Nell’ambiente giovanneo Maria è chiamata sempre “donna” (Gv 2, 4; 19, 26) e intorno a questo simbolo si sviluppa l’immagine del popolo di Dio messianico, l’immagine della chiesa. La donna partoriente dell’Apocalisse è la comunità messianica che nel vangelo di Giovanni è rappresentata dalla Madre di Gesù.

Maria porta in sé Gesù, il Messia, la fonte della vita. Una vita continuamente minacciata dall’«enorme drago rosso» il quale si pone davanti alla donna che sta per partorire «per divorare il bambino appena nato» (Ap 12, 3.4). La donna è abbellita dagli elementi più splendidi del creato: il sole come veste, la luna come sgabello, le stelle come corona. È figura del cosmo nella sua bellezza e integrità; figura del cosmo rinnovato dall’amore di Cristo. Così la donna vestita di sole ci ricorda come la fede in Gesù deve alimentare in noi un profondo rispetto per la vita, per ogni realtà creata. Deve alimentare in noi la fiducia e la speranza che ogni nostro gesto, anche piccolo, che porti a un miglioramento della qualità della vita, è un servizio reso all’umanità, è l’espressione di quel desiderio di pace che è dono di Cristo e dello Spirito. Come ricorda il documento Servi del Magnificat questo « esclude nei confronti di qualsivoglia creatura - uomo o donna, animale e pianta, terra e acqua … - ogni forma di violenza e di inquinamento, ogni atteggiamento arrogante o volgare o banale. Dobbiamo tendere a che la ‘gentilezza’ di nostra Signora e la sua fortezza ispirino i nostri ‘modi’ nel rapporto con la creazione. Non senza motivo chiediamo al Signore di “renderci profondamente rispettosi della dignità di ogni creatura e forti per resistere a coloro che la offendono” (Liturgia delle ore OSM, memoria di santa Maria in sabato, III. “Santa Maria, la Donna nuova”, Roma, CLI, 1978, p. 625)»31 .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8. voce di lode a Dio

 

 

Parola per la lectio: «L’anima mia magnifica il Signore …» (Lc 1,46-55)

Regola di vita RM 7: «[Ciascuna sorella] a lei sempre si rivolge con devozione e confidenza filiale. Con lei si fa voce di lode a Dio per tutti gli uomini»

 

Con santa Maria ogni sorella del Regnum Mariae «si fa voce di lode a Dio per tutti gli uomini». È chiara qui l’allusione al Magnificat, il canto di lode che la Vergine innalza al suo Signore per il dono incommensurabile che le ha fatto gratuitamente, Gesù Cristo, il Verbo di Dio incarnato per il quale tutte le cose sono state create.

 

Il canto nuovo dei Servi

 

La lode e il canto fanno parte della vita e della preghiera dei Servi, eredi di una tradizione che nel canto ha trovato una delle più pure e semplici espressioni della sua fede e della sua devozione. Appartiene al nostro più specifico patrimonio il «canto per eccellenza dei Servi»32 , Ave novella femina33 , il canto alla “donna nuova”, rigenerata dal mistero pasquale e culmine del cammino di perfezione che investe tutta la storia. A lei i Servi chiedono di poter intonare anch’essi la «novella melodia», il canto nuovo che nasce da un cuore dove abita il Signore. Un altro canto antico, anch’esso esclusivo dei Servi, Ave, Virgo virginum, inneggia a colei che è nostra gioia e nostra pace34 . Fin dalle origini momento importante della preghiera quotidiana è il canto della Salve. Così prescrivono le Costituzioni antiche: «E ogni sera la Salve sia cantata con grande devozione dopo la terza lettura della Vigilia di Nostra Signora, quando questa è in canto; se poi la Vigilia non è cantata, la Salve Regina si canti a conclusione della compieta. Vi devono partecipare sin dall’inizio tutti i frati presenti in convento, compresi i provinciali e gli altri ufficiali, tralasciato qualsiasi altro impegno; e affinché i frati non possano avanzare scuse, si suoni la campana»35 . Di san Filippo Benizi la legenda cosiddetta “perugina” ama mettere in luce la sua passione per il canto, tanto da non preoccuparsi di commettere un evidente anacronismo ritenendolo contemporaneo di un altro grande cantore di Dio, Francesco d’Assisi, con il quale il nostro fratello «cantava sempre le lodi del Signore»36 . Nel nome stesso di Filippo si trova inciso questo amore per il canto. Infatti, racconta la legenda, «Filippo è detto da philos che significa canto … Egli … fu davanti a Dio il canto della preghiera fervente, poiché cantando il salterio ogni giorno fece udire il suo canto di lode alle orecchie di Lui. Alla maestà di tutta la Trinità elevò il suo canto con l’esempio della buona fama e fiorì con la prova della sua vita […]. Sempre l’uomo di Dio in perfetta obbedienza, pregando e cantando il salterio, stava ora in cella, ora nell’orto, ora in chiesa […]. Abitualmente cominciava la salmodia dei profeti dalla compieta e tutta la notte la recitava a voce sommessa e di giorno invece la cantava a voce spiegata»37 . E alla sua morte «migliaia e migliaia di rondini, più bianche della neve, … vennero sulla chiesa e cantavano con i frati le lodi del Signore»38 .

Santa Maria aiuti anche noi a continuare il suo canto come lode al Signore per i suoi grandi doni e insieme come fonte di gioia, di serenità e di pace pur nelle povertà e nelle tribolazioni quotidiane.

 

L’anima mia magnifica il Signore

 

Dopo il messaggio dell’angelo, che annuncia la grandezza di Colui che nascerà (Lc 1, 32-33.35), la risposta obbediente di Maria che dona alla volontà di Dio tutta se stessa (Lc 1, 38) e la visita ad Elisabetta che esalta la fede della “madre del Signore” (Lc 1, 44-45), il canto del Magnificat (Lc 1, 46-55) erompe come espressione di un cuore stupito davanti alle meraviglie di Dio e colmo di gratitudine per un amore che basta da solo a riempire la vita e a darle il senso profondo. Il canto della Vergine è anche il nostro canto quando prendiamo coscienza delle grandi grazie ricevute: la vita, la fede, la conoscenza della misericordia di Dio.

Il testo del Magnificat è diviso in dieci versetti, che però non tengono conto del ritmo del testo stesso. Perciò le edizioni moderne lo dividono in diciotto piccole righe che formano, a parte i versetti 50 e 55, una proposizione completa in se stessa.

Il canto si apre con l’espressione dei sentimenti di Maria:

46L’anima mia magnifica il Signore

47e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore (Lc 1, 46-47).

In questa esultanza, che la riempie totalmente, Maria ci insegna tante cose sulla fede. Ho pensato di coglierne qualcuna da un commento famoso, quello di Lutero39 . Nell’introduzione Lutero esprime chiaramente quello che forma il nucleo centrale del Magnificat:

 

«Per comprendere questo sacro inno di lode nella sua struttura c’è da osservare che la Vergine Maria parla di sua esperienza, nella quale venne illuminata ed edotta dallo Spirito santo. Nessuno, infatti, può ben comprendere Iddio o la sua Parola, se non mediante lo Spirito santo; nessuno, però, può ottener tanto dallo Spirito santo, se non lo sperimenta, lo prova e lo sente. In questa esperienza lo Spirito santo insegna come nella sua propria scuola; all’infuori di essa nulla viene insegnato che non siano chiacchiere o parole appariscenti. Così è appunto per la Vergine Maria. Dopo aver sperimentato di persona che Iddio opera in lei grandi cose, sebbene essa fosse piccola, insignificante, povera e disprezzata, lo Spirito santo le comunica questa profonda verità, che cioè Iddio è un Signore siffatto che null’altro fa se non elevare ciò che è basso, abbassare ciò che è alto, spezzare ciò che è intatto e suscitare ciò che è spezzato».40

 

La fede di Maria, e la nostra, è prima di tutto, quindi, esperienza di Dio.

 

«Questo versetto [v. 46] scaturisce da una passione e gioia sconfinata […]. Per questo non dice: «Io magnifico il Signore», ma «l’anima mia», come se volesse dire: la mia vita con tutti i miei pensieri si libra nell’amore e lode di Dio e in gioie profonde, cosicché io, non più padrona di me stessa, vengo innalzata più che io mi innalzi a lodare Dio. Lo stesso accade a tutti coloro che vengono inondati dalla dolcezza e dallo spirito divino, cosicché essi sentono più di quel che possono esprimere. […] dice Davide nel Salmo 34, 9 «Gustate e vedete quanto è buono il Signore. Beato l’uomo che in lui confida». In primo luogo Davide pone il «gustare» e poi il «vedere» appunto perché ciò non è possibile apprendere senza l’esperienza diretta e personale»41 .

 

La fede è anche totale affidamento a Dio.

 

«Maria non dice: «L’anima mia magnifica – se stessa», oppure «tiene me in gran conto»; essa non faceva la minima stima di se stessa, ma magnifica esclusivamente Dio, a cui tutto attribuisce. Si spoglia di tutto e tutto offre a Dio, dal quale l’ha ricevuto. […] ha lasciato a Dio la proprietà dei suoi benefici. Essa non è stata altro che un lieto alloggio e una docile albergatrice dell’Ospite divino. […] Nella dignità di Madre di Dio si vede innalzata al di sopra di tutti gli uomini e intanto resta semplice e tranquilla e non considera una modesta serva al di sotto di sé. Oh, noi poveri uomini! Quando possediamo qualche bene, autorità o onore, quando siamo più belli degli altri, allora non siamo più capaci di equipararci ad uno più misero, e avanziamo pretese senza misura; che cosa faremo nel caso che avessimo dei grandi beni? Per questo Dio ci lascia poveri e infelici, contaminando noi i suoi doni soavi. Noi siamo capaci di considerarci tali e quali che prima di ricevere i suoi doni, ma al tempo stesso lasciamo crescere o diminuire anche la nostra presunzione, a seconda che i beni vengono o se ne vanno. Invece, questo cuore di Maria resta sempre uguale in ogni frangente: lascia Dio operare in essa secondo la sua volontà, e ne ricava per sé solo conforto, gioia e fiducia in Dio. Così dovremmo fare anche noi, allora sì che canteremmo bene il Magnificat!»42 .

 

La fede è l’espressione della gratuità assoluta. Per Lutero sono falsi quei predicatori che

 

«insegnano a compiere le opere buone e a condurre una via buona, non unicamente per amore della bontà divina, ma per amore del proprio tornaconto. Se infatti non esistesse il paradiso e l’inferno, ed essi non potessero aspettare nessun beneficio dalla bontà divina, allora rinuncerebbero alla sua bontà, non la amerebbero né loderebbero. […] Purtroppo tutto il mondo, tutti i conventi e tutte le chiese abbondano di gente che vive e agisce in questa falsa e storta convinzione. […] Infatti […], come Dio per pura bontà ci rende beati senza alcun merito di opere, così anche noi dovremmo compiere opere buone per amore della pura bontà di Dio, senza cercare ricompensa o profitto alcuno, di null’altro desiderosi che della sua compiacenza»43 .

 

Ha guardato l’umiltà della sua serva

 

I versetti 48-50 sono formati da due proposizioni causali, che iniziano con un “perché”:

48 Perché ha guardato l’umiltà della sua serva:

ecco infatti da ora tutte le generazioni mi chiameranno beata.

49 Perché grandi cose mi ha fatto il Potente:

e santo è il suo nome

50 E la sua misericordia di generazione in generazione per coloro che lo temono.

 

Si nota facilmente che le due proposizioni causali sono simmetriche e complementari, componendo insieme un parallelismo che pone in antitesi l’umile condizione della serva del Signore e il Potente che ha fatto grandi cose. Proprio perché umile, Dio ha fatto grandi cose in Maria.

Nel termine greco tapeinosis, che in italiano è reso con “umiltà”, Lutero vede condensata tutta la sua “teologia della croce”, sulla cui formulazione ha avuto un grande influsso sant’Agostino. L’umiltà di Maria è l’umiltà stessa di Gesù, che s’è fatto l’ultimo degli uomini per salvare tutti gli uomini. In un commento a Mt 11,29 - che noi già conosciamo perché assunto dall’autore della Legenda de origine -, Agostino afferma:

 

«Prendete su di me il mio giogo e imparate da me; non a fabbricare il mondo, non a creare tutte le cose visibili e invisibili, non a compiere miracoli nel mondo e risuscitare i morti, ma che io sono mite e umile di cuore. Vuoi essere alto? Comincia dal più basso. Se pensi di costruire l’edificio alto della santità, prepara prima il fondamento dell’umiltà. Quanto più grande è la mole dell’edificio che uno desidera e progetta d’innalzare, quanto più alto sarà l’edificio, tanto più profonde scaverà le fondamenta. Mentre l’edificio viene costruito, s’innalza bensì verso il cielo, ma colui che scava le fondamenta scende nella parte più bassa. Dunque anche una costruzione prima d’innalzarsi si abbassa e il coronamento non è posto se non dopo l’abbassamento»44 .

 

L’esegesi agostiniana coglie bene il messaggio di tutto il capitolo 11 di Matteo, che si apre con la domanda di Giovanni Battista: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attendere un altro?» (11, 3). La risposta di Gesù delinea chiaramente l’identità di un Messia la cui venuta ha superato ogni aspettativa: «I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me» (11, 5-6). Gesù è il Messia povero e umile, secondo la profezia di Zaccaria 9, 9, citata in Mt 21, 5: «Dite alla figlia di Sion: Ecco, il tuo re viene a te, mite, seduto su un’asina». È il servo che non contende e non grida, non spezza la canna infranta e non spegne il lucignolo fumigante (cfr Is 42, 1-4, citato da Mt 12, 18-23); guarisce, invece, non con miracoli strabilianti, ma prendendo su di sé le nostre infermità, addossandosi le nostre malattie (cfr Mt 8, 17). Gesù è il “più piccolo nel regno dei cieli” (Mt 11, 11), che salva non con gesti di potenza, ma facendosi amico di pubblicani e peccatori, e svelando in questa maniera la sapienza misteriosa di Dio (Mt 11, 19).

Il commento al Magnificat dà a Lutero l’occasione per precisare il suo concetto di humilitas. Possiamo dire che il commento è come un piccolo trattato sull’umiltà. Già nel commento alla lettera ai Romani (1515-1516) Lutero aveva collegato fede e umiltà: l’unico vero rapporto possibile con Dio nasce dal rinnegamento delle possibilità naturali dell’uomo. Di fronte a Dio l’uomo si riconosce perduto, schiavo, povero, infermo, umiliato, svuotato, informe. Solo così Dio lo ricerca, lo libera, lo arricchisce, lo guarisce, lo esalta, lo riempie, lo edifica. Lutero arriva a formulare questa sorta di principio filosofico: «nessuna forma nuova può assumere una consistenza se prima non si è privata di quella precedente». In questa “umiltà”, come coscienza di vuoto, bassezza, ecc., l’uomo si coglie nella sua realtà più profonda.

Il senso che Lutero dà ad humilitas emerge già dalla traduzione che egli ne dà in tedesco: non umiltà, ma nullità (nichtickeyt). Maria non esalta né la sua dignità né la sua indegnità, ma unicamente la considerazione che Dio ha avuto per lei, creatura povera, ricolmandola della sua grazia. Nell’uso della Scrittura – nota Lutero – humiliare significa abbassare (nydrigen) ed annientare (zu nicht machen). La conferma viene dal Sal 115, 10: Ego autem humiliatus sum nimis.; cioè «Io ero quasi annientato o abbassato». Perciò conclude: humilitas null’altro significa che una spregevole, meschina e bassa condizione, qual è quella dei poveri, degli infermi, dei prigionieri, degli affamati, dei sofferenti e dei moribondi. La Bibbia conferma che umile non è chi tende a conquistare la virtù dell’umiltà, ma chi si riconosce nella sua propria condizione bassa e meschina. Questo è anche il pensiero di Maria: Dio ha guardato me, sua povera ancella, meschina e disprezzata, pur potendo rivolgere il suo sguardo a regine ricche, nobili, potenti, figlie di principi e di grandi signori. Maria è l’espressione concreta della mancanza di qualunque rapporto tra la virtù dell’umiltà e la humilitas del testo sacro. L’humilitas, infatti, è chiamata da san Paolo tapeinophrosyne, cioè «una volontà e un senso delle cose misere e spregevoli». Perciò, afferma Lutero, gli umili non sono quanti cercano d’apparire i virtuosi dell’umiltà, ma quanti sono effettivamente, dinanzi al mondo, una nullità in assoluto, quanti ben volentieri accettano di essere umiliati e annientati e non si danno da fare per salire: accettano d’essere in una condizione misera e disprezzata, per amore della Parola di Dio. In ultima analisi, quindi, «l’accento non cade sulla parola “humilitatem”, ma sulla parola “respexit” [ha guardato]. Non la sua nullità è oggetto di lode, ma la considerazione divina: esattamente come quando un principe porge la mano a un povero mendicante, non è da lodarsi la nullità del mendicante, ma la grazia e bontà del principe»45 [nota 45].

Forse la visione luterana dell’uomo è troppo pessimista; l’accento posto sulla sua nullità può trovarci non pienamente d’accordo. Quello che però a noi interessa porre in luce è che l’umiltà di Maria non è una virtù umana, è dono di Dio; è consapevolezza che tutto ci viene da Lui; è apertura quindi alla gratitudine e alla gioia.

 

Le grandi cose di Dio

 

«Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente». Questa certezza di Maria è anche la nostra. Anche noi dobbiamo credere che Dio può operare nella vita di ciascuno grandi cose.

 

«Tu devi tener presente la volontà di Dio nei tuoi riguardi senza dubbi e perplessità e credere fermamente che egli vorrà fare anche in te grandi cose. Questa fede è tutta un fuoco, penetra nell’uomo e lo trasforma radicalmente. Essa ti costringe a temere, quando sei in alto, e a confidare, quando sei in basso, e quanto più sei in alto, tanto più devi temere, quanto più sei umiliato, tanto più puoi consolarti […] Questa fede può tutto, come dice il Signore (Mc 9,23), questa sola ha consistenza ed è questa che, sperimentando l’azione divina, giunge all’amore di Dio, a lodarlo ed esaltarlo, sicché l’uomo proclama grande Dio e lo magnifica»46 .

 

Dio opera anche in me grandi cose se accolgo umilmente il dono che Egli ha posto in me e arde in me il desiderio di offrirgli la vita intera. Maria canta le meraviglie che Dio ha operato in lei. In tal modo – dice Lutero - ella ci insegna due cose: la prima, che ognuno deve porre attenzione a ciò che Dio opera con lui più che a tutte le opere che egli compie con gli altri. La beatitudine, infatti, non consisterà in ciò che Dio ha operato in altri, ma in ciò che ha operato in te. Cristo rispose in questo senso a san Pietro quando questi chiese di san Giovanni (Gv 21, 21ss): «Che ne sarà di lui?» – «Che te ne importa? Tu seguimi», quasi che volesse dire: le opere di Giovanni non ti saranno di aiuto, tu stesso devi darti da fare e attendere ciò che vorrò fare con te. Certo proprio ora si fa ovunque grandissimo abuso di opere buone al punto che si vendono e si distribuiscono. Con ciò alcuni spiriti presuntuosi vogliono aiutare altra gente, particolarmente coloro che vivono o muoiono senza compiere opere buone, come se essi stessi ne avessero troppe. D’altra parte san Paolo dice abbastanza chiaramente (1 Cor 3, 8): «Ciascuno riceverà la sua ricompensa secondo il proprio lavoro», quindi indubbiamente non secondo il lavoro altrui. Si potrebbe passar sopra se costoro pregassero per gli altri o se intercedessero per loro, offrendo a Dio le loro opere. Ma siccome si comportano come se distribuissero dei doni, questo modo di fare è davvero vergognoso. E ciò che è ancor più detestabile è il fatto che dispensano le loro opere sebbene essi stessi non sappiano in quale rapporto stanno con Dio. Infatti Dio non guarda alle opere, ma al cuore e alla fede mediante la quale anch’egli opera in noi. […] Bada che Dio compia anche in te la sua opera e poni la tua beatitudine unicamente nelle opere che Dio compirà solo in te e in nessun’altra dietro l’esempio della Vergine Maria. Se poi vuoi farti aiutare dall’intercessione di altri, ciò è cosa buona e giusta: noi tutti dobbiamo pregare e operare gli uni per gli altri. Ma nessuno deve fare affidamento sulle opere degli altri senza compierne personalmente, ma con l’impegno di tutto se stesso rivolga ognuno l’attenzione a sé e a Dio come se in cielo e in terra non esistesse altri che lui e Dio, e come se Dio non avesse nulla da fare che di occuparsi di lui; in seguito potrà guardare anche alle opere degli altri.

Un secondo insegnamento ci dà qui Maria. Ognuno deve essere il primo a voler lodare Iddio e a manifestare le opere che egli ha compiuto in lui, e poi deve lodare Dio anche nelle opere che ha fatto in altri.

«Così leggiamo negli Atti degli Apostoli 15, 12 che Paolo e Barnaba annunziarono agli apostoli le opere che Dio aveva compiuto per mezzo loro, e gli apostoli, a loro volta, quelle che avevano fatto loro. Altrettanto fecero, secondo Luca 24, 34 ss, dopo la risurrezione di Cristo riguardo alla sua apparizione. Allora incominciò una somma gioia e lode a Dio, perché ognuno celebrava la grazia ricevuta dall’altro, ma soprattutto quella che egli stesso aveva ricevuto, anche se minore, perché essi non anelavano ad essere i primi nei beni, ma nella lode e amore di Dio. Essi, infatti, erano soddisfatti di Dio e della sua sola bontà, anche se piccolo era il dono, perché semplice era il cuor loro. Gli egoisti e gli interessati, invece, guardano di traverso quando si accorgono di non essere i più privilegiati nei beni; essi mormorano anziché lodare, quando vengono considerati uguali agli altri, come quelli nell’evangelo di Matteo 20, 11ss, che mormoravano contro il padrone di casa, non perché egli avesse fatto loro un torto, ma perché li aveva paragonati ad altri nella ricompensa. Così attualmente ci sono molti che non lodano la divina bontà, perché vedono di non aver ricevuto quanto san Pietro o un altro santo o come questo o quel mortale»47 .

 

Queste «grandi cose», che Dio opera in ciascuno di noi, non devono essere messe a confronto con quelle che Dio compie negli altri, perché comunque esse sono l’espressione della misericordia di Dio per noi, come subito viene precisato al v. 50: «di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono». La misericordia è ripresa negli ultimi due versetti:

54 Ha soccorso Israele, suo servo,

ricordandosi della sua misericordia,

55 come aveva promesso ai nostri padri,

in favore di Abramo e della sua discendenza,

per sempre.

 

I due versetti conclusivi, che portano il canto sul piano dei rapporti tra Dio e Israele, vedono la misericordia, come già il versetto 50, nella prospettiva di una durata senza fine. Della sua misericordia, infatti, che si estende di generazione in generazione, Dio si ricorda per sempre. Tutto passa; la misericordia divina resta eternamente. Così la conclusione del canto ci porta al cuore stesso del vangelo, della bella notizia: Dio è sempre e solo misericordia. Israele - tutti noi - è suo servo non perché compie particolari servizi, ma unicamente perché riconosce che tutto è pura grazia. Sentiamo ancora Lutero:

 

«Per questo Maria dice: “Egli si è ricordato della sua misericordia”. E non dice: “Egli si è ricordato del nostro merito e della nostra dignità”. Noi eravamo bisognosi, ma del tutto indegni. Ciò costituisce la sua lode e il suo onore di fronte al quale deve ammutolire il nostro vanto e la nostra presunzione. Nulla egli aveva da considerare per essere commosso, se non la sua misericordia, e ha voluto che questo suo nome (“misericordioso”) fosse fatto conoscere. Ma perché Maria dice che egli si è ricordato della sua misericordia, anziché dire che l’ha considerata? Perché l’aveva promessa, come dirà il versetto seguente. Ora egli l’aveva fatta attendere per lungo tempo, per cui sembrava che se ne fosse dimenticato, come tutte le opere sue sono ritardate, quasi si dimenticasse di noi. Ma quando con il Cristo è venuto, allora si riconobbe che non se ne era dimenticato, ma aveva incessantemente pensato ad adempirla»48 .

 

Gratitudine

 

Il Signore Gesù è il dono più grande che Dio ha elargito a Maria; per questo lei canta e invita anche noi a cantare per questo dono che non ci verrà mai tolto e con il quale abbiamo ricevuto tutto quello che possiamo attendere e desiderare, come dice san Paolo: Dio «che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?» (Rm 8, 31-32). Se in Cristo Dio ci ha dato veramente tutto, allora dal nostro cuore non può salire se non una immensa gratitudine. Più di una volta la Regola di vita ci richiama a questo atteggiamento spirituale. L’articolo 16 rivolge questo invito: «Sii grata per quanto costantemente ricevi da Dio e dai fratelli, lieta dei doni posseduti dagli altri … Confidando nella potenza del Signore che nell’umile compie grandi cose, a lui rendi continua lode». Risuona ancora qui, per la seconda volta, il canto di Maria. L’umile, in cui Dio compie grandi cose, è colui che accoglie la vita con gratitudine, ringraziando per i doni non solo personali, piccoli e grandi che siano, ma anche per i doni che vede negli altri e di cui gode come se fossero propri, senza alcuna invidia e gelosia.

La Regola di vita lega insieme dono di Dio e gioia ancora negli articoli 8 («Accogli con gratitudine e gioia il dono della castità»), 53 («Considera l’amicizia come dono di Dio. L’accoglierai con gioia …»), 60 («Partecipa agli incontri comunitari che ti saranno di aiuto per crescere nella consapevolezza e nella gioia del dono ricevuto …»). Tutto nella vita deve diventare ringraziamento gioioso a Colui che si è donato a noi senza riserve: « Compi ogni cosa nel nome del Signore Gesù. Per la partecipazione al suo sacerdozio, la tua vita diventa preghiera e rendimento di lode al Padre » (art. 29).

Certamente tale legame tra dono di Dio e gioia-ringraziamento è uno degli aspetti più belli della Regola di vita. Scoprire che la vita è un dono è la via sicura per godere pienamente di quella gioia che non si appanna per la pretesa di voler tutto per sé o per la tristezza che ci invade quando non siamo contenti di quello che abbiamo o invidiamo quello che altri hanno. Dio ci ha dato suo Figlio, la sua Parola, la sua vita. Il canto di Maria ci rivela che solo una vita segnata dalla logica del dono e quindi dalla gratitudine gioiosa diventa via di salvezza per noi e per gli altri. San Paolo esorta: «Diventate riconoscenti!» (Col 3, 15), cioè cantate come Maria il vostro Magnificat. L’apostolo non pensa qui alla preghiera dell’azione di grazie, bensì, come è stato bene messo a fuoco da un esegeta, «all’atteggiamento con cui si riconoscono i benefici ricevuti e il benefattore: più che un agire, si tratta di una maniera di essere, o meglio, di rapportarsi con Dio e con gli altri»49 [nota 49]. È questo un atteggiamento fondamentale della vita cristiana, ma direi anche di una vita semplicemente e autenticamente umana. San Paolo vi ritorna più di una volta: «rendete continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo» (Ef 5, 20); «non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti» (Fil 4, 6); «state sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi»(1Ts 5, 16-18). Cioè: più importante è il ricevere che il fare, più importante il dono di quello che io riesco a prestare. È vero che ancora san Paolo, riportando una parola di Gesù che non si trova nei vangeli, afferma: «C’è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20, 35). Ma in questo dare non c’è alcuna presunzione orgogliosa; esso nasce anzi dalla consapevolezza di essere poveri e dal desiderio di condividere con i poveri quello che si ha, riconoscendo che la fonte del dono è solo il Signore. In questo riconoscimento la nostra esistenza diventa un’esistenza “grata” e pacificante, e non è certo un caso che fonte e culmine della nostra vita cristiana sia l’eucaristia, cioè il rendimento di grazie per il dono immenso che è Gesù, dono che da noi non può essere in alcun modo contraccambiato. Non ci resta perciò che ringraziare incessantemente e umilmente il Signore. Aiutare a capire che la bellezza della vita si scopre sotto il segno del dono è senza dubbio un impegno di grande importanza per chi ha scelto di consacrarsi al vangelo restando nel proprio ambiente e nelle attività comuni a tutti gli uomini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Indice

 

 

 

.In cammino verso Cristo

«Ciascuna imita Maria»

Rimasero presso di lui

Come lei

Madre dei discepoli

 

Beatitudine della fede

La forza della fede

Nel cuore

La sapienza dello scriba

La gioia della Parola

 

A servizio del mondo

Perché…?

Mia madre e i miei fratelli

Nella comunità di Gesù

Seguire Cristo nel mondo

 

Ai piedi della croce

A favore del suo corpo che è la chiesa

La spada della Parola

Presso la croce

La Vergine gloriosa nel dolore

 

Speranza di unità

La speranza del pellegrino

Fiducia

Sperare contro ogni speranza

Conoscere la realtà contemporanea

 

Segno di unità

Nello stesso luogo

Fratelli di Gesù

Maria tra i fratelli

Una famiglia riunita nel nome di Gesù

 

 

 

La Donna vestita di sole

Fede e amore

Gratuità

Bellezza

 

Voce di lode a Dio

Il canto nuovo dei Servi

L’anima mia magnifica il Signore

Ha guardato l’umiltà della sua serva

Le grandi cose di Dio

Gratitudine

 

1 210° capitolo generale dell’ordine dei Servi di Maria, Servi del Magnificat. Il cantico della Vergine e la vita consacrata, Servitium, Sotto il Monte BG 1996, p. 84-90.

2 Nell’Antico Testamento l’unico esempio di vita celibataria è il caso di Geremia, che per ordine di Dio rinuncia al matrimonio per personificare nella sua vita il destino doloroso e tragico del popolo d’Israele (Ger 16,1-4). Anche l’esistenza dei profeti Elia ed Eliseo appare secondo uno stile celibatario. Lo stesso può dirsi per Giovanni Battista.

3 Tale è il senso dell’espressione secondo la Scrittura. Cfr per questo il libro dei Giudici 11, 38.39: la figlia di Iefte, prima di essere sacrificata, chiede al padre di andare errando per due mesi sui monti a piangere la sua verginità; infatti essa «non aveva conosciuto uomo». E ancora nello stesso libro (21, 12): a Iabes di Gàlaad c’erano «quattrocento fanciulle vergini che non avevano conosciuto uomo».

4 A questo stesso rapporto intimo e personale con Cristo si riferisce san Paolo quando propone se stesso come modello. Egli non mette avanti la sua persona o le sue qualità, ma il suo modo di andare a Gesù. Egli è consapevole della sua imperfezione e piccolezza, e tuttavia fortissima è la sua tensione verso Gesù, da cui è rimasto totalmente conquistato: «Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo […]. Non che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 7.12). Perciò «fatevi miei imitatori, fratelli» (Fil 3,17). È questo suo desiderio intenso, pur nella debolezza, che i fratelli devono imitare. E ancora: «Voi siete diventati imitatori nostri e del Signore, avendo accolto la parola con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grande tribolazione, così da diventare modello a tutti i credenti» (1Ts 1 ,6-7).

5 LO 11, in Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, Sotto il Monte BG 1998, p. 203-204

6 LO 18, ibidem, p. 211-212.

7 Può essere interessante notare la distinzione, nel vangelo di Giovanni, tra il “rimanere presso” e “rimanere in”. Qui Andrea e il suo compagno rimangono presso Gesù, come anche Gesù, finché era nella vita terrena, stava presso i discepoli («Queste cose vi ho detto quando ero ancora presso di voi»: Gv 14, 25). Il rimanere in Gesù sembrerebbe indicare una progressione, una maturazione del rapporto tra Gesù e i discepoli. Ciò appare abbastanza chiaramente in Gv 14, 17, dove si dice, in riferimento allo Spirito, che «egli dimora presso di voi e sarà in voi». Lo Spirito è già presente e ci assiste e ci guida; ma la nostra trasformazione piena avverrà quando egli sarà in noi.

8 Cfr anche Gen 14, 20 (Abramo dà a Melchisedek «la decima di tutto»); Lv 27, 30 («ogni decima della terra […] appartiene al Signore»). Il dieci può essere associato anche a potenze ostili, come in Dn 7, 7-24, dove le dieci corna indicano la totalità del male.

9Commento al vangelo di Giovanni, 7, 10, in Opere di Sant’Agostino, XXIV/1, Città Nuova, Roma 1968, p. 167.

10 Seguo a questo punto un’interpretazione proposta da J. P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, 2. Mentore, messaggio e miracoli, Queriniana, Brescia 2002, p. 1157-1191.

11 “Regno Documenti” 3, 1998, p. 118.

12Servi del Magnificat. Il cantico della Vergine e la vita consacrata, p. 78.

13 Giovanni Paolo II, Redemptoris Mater (25 marzo 1987), 17.

14 Cinque volte si parla del cuore dell’animale, una volta in riferimento esclusivo all’animale stesso (Gb 41, 16) e quattro a confronto con il cuore dell’uomo (2Sam 17, 10; Os 7,11; Dn 4, 13; 5, 21). 26 volte si parla del “cuore” di Dio, e una decina di volte ricorrono espressioni del tipo “cuore del mare”, “cuore del cielo”, “cuore dell’albero”.

15H.W. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, Queriniana, Brescia 1975, p. 59.

16Ibidem, p. 60.

17 Cfr ancora Ger 23 ,9; 8, 18. La parola di Dio mette a dura prova il cuore del profeta, la cui vita è totalmente afferrata da Dio.

18N. Valentini, Nascosta bellezza del cuore, “Regno attualità”, 15 gennaio 2004, p. 58. Rinvio a questo importante “studio del mese” che ha come oggetto la “theologia cordis” dell’Oriente cristiano ma contiene anche tanti spunti di riflessione attinti dalla Scrittura e da autori occidentali (Agostino, Pascal …).

19 Cfr Pr 2, 2; 18, 15; 22, 17; 23, 12; Dt 29, 3; Is 32, 3ss; 42, 18-25; Ger 11, 8; Ez 3, 10; 40, 4; 44, 5.

20 Cfr Dt 6, 6; Pr 3, 3; 6, 21; 7, 3; Ger 17, 1; 31, 33.

21 Ancora Luca, con lo stesso termine, indica i tormenti dell’inferno: Lc 16, 24.25.

22 Gruppo di Dombes, Maria nel disegno di Dio e nella comunione dei santi, nn. 179-182: “Regno-documenti”, 3, febbraio 1998, p. 118.

23 A. SERRA, «Una spada trafiggerà la tua vita» (Lc 2,35). Quale spada? Bibbia e tradizione giudaico-cristiana a confronto, Marianum-Servitium, Sotto il Monte BG 2003.

24Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 270.

25 Può essere utile la lettura del n. 5/2004 della rivista “Concilium”, dedicato alla riflessione su Un altro mondo è possibile.

 

26L’unità della Chiesa, cioè il principio del cattolicesimo nello spirito dei Padri della Chiesa dei primi tre secoli, Città Nuova, Roma 1969, p. 70.

27210° Capitolo generale dell’ordine dei Servi di Maria, Servi del Magnificat. Il cantico della Vergine e la vita consacrata, Servitium editrice, Curia generalizia OSM, Roma 1996, p. 158-159.

28 G. VANNUCCI, I Servi e la Vergine Madre, “Servitium” 26/27, 1983, p. 95.

29 G. VANNUCCI, I Servi e la Vergine Madre, p. 96.

30C. Militello, Maria con occhi di donna, Piemme, Casale Monferrato 1999, p. 275-276.

31Servi del Magnificat, p. 190-191.

32Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 166.

33 Corale G, S. Maria dei Servi, Siena. Vedi la traduzione in Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 170-173.

34Corale G di S. Maria dei Servi, Siena. Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 169-170.

35Ibidem, p. 110.

36Ibidem, p. 292.

37Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 290, 295-296.

38Ibidem, p. 309.

39Commento al Magnificat, Centro di Studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte BG 1967. “Servitium” ne ha curato adesso una nuova edizione. Il commento è scritto da Lutero nel 1520: un periodo difficile che va dal 15 giugno 1520, pubblicazione della bolla Exurge Domine, con la condanna di 41 proposizioni e la minaccia della scomunica, alla scomunica del gennaio 1521, seguita dalla messa al bando dall’impero con l’editto di Worms in maggio. Il commento è dedicato al giovane duca Giovanni-Federico di Sassonia che, come suo zio l’elettore Federico il Savio, protegge Lutero. Questo spiega perché il commento in certe parti diventa una specie di manuale per principi, con la spiegazione dei doveri e delle responsabilità di un principe cristiano. Nella dedica al duca, Lutero scrive: «In tutta la Scrittura io non saprei se vi sia qualcosa che a ciò meglio possa servire di questo cantico della benedetta Madre di Dio, che tutti coloro che vogliono governare bene ed essere dei principi per la salvezza del popolo dovrebbero imparare e ritenere» (p. 12-13).

40 Ibidem, p. 17.

41 Ibidem, p. 25.

42 Ibidem, p. 32-33.

43 Ibidem, p. 37-38.

44Discorso 69, 2. in Opere di sant’Agostino, XXX/1, Città Nuova, Roma 1982, p. 383.

45 Ibidem, p. 41.

46 Ibidem, p. 30.

47 Ibidem, p. 47.

48 Ibidem, p. 91-92.

49 J.-N. ALETTI, Saint Paul. Épitre aux Colossiens, Gabalda, Paris 1993, p. 241.